Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Avdo Mededovic: who is Advo?

Posted by identitalterit su 25 febbraio 2017

 

 

 

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Macbeth, la magarìa di Vincenzo Pirrotta.

Posted by identitalterit su 24 febbraio 2017

PALERMO. Vincenzo Pirrotta ha creato negli anni del suo intenso percorso un particolare linguaggio artistico (timbro, sonorità, presenza scenica, potenza coloristica) che lo caratterizza, lo connota qualunque tipo di spettacolo scelga di realizzare. Chiunque lo abbia visto in scena sa bene di cosa si parla: ciò che colpisce maggiormente è la potenza del suo linguaggio teatrale. Ovviamente si tratta di una considerazione che vale per questo artista ma, mutatis mutandis, potrebbe adattarsi a qualunque artista degno di questo nome. Nel lavoro di Pirrotta però vi è un dato ulteriore su cui occorre riflettere e che occorre chiarire. Se un artista decide di fare della cultura popolare e dialettale il bacino di senso privilegiato da cui attingere energie e materiali per le sue creazioni, si pone in una prospettiva rischiosa sotto diversi profili: la difficoltà o persino l’impossibilità di leggere la contemporaneità, l’idealizzazione del popolo e della sua forza primigenia (con annesse derive ideologiche), non di rado una sorta di antropologismo passepartout che, se può convincere o affascinare di primo acchito, non resiste a un serio vaglio critico delle sue ragioni. Un rischio che poi determina manierismo, finta leggerezza o talvolta, al contrario, finta profondità. Un rischio che il teatro italiano ha corso e corre spesso, magari in modo intermittente, talvolta persino in buona fede e per generosità. machbeth-3C’è solo un modo per uscirne bene: l’artista – come in questo spettacolo teatrale – deve prendersi il tempo che ci vuole e pensare, pensare, confrontarsi con sé stesso, con le ragioni profonde, autentiche, attuali (morali, culturali, politiche) del proprio linguaggio e delle proprie scelte; occorre dare senso autentico, almeno paradigmatico, a quei materiali della cultura popolare che si decide di usare. È il caso di “Macbeth, una magarìa” di e con Vincenzo Pirrotta (traduzione del testo shakespeariano di Carmelo Rapisarda): uno spettacolo, coprodotto dal Biondo e dallo Stabile di Catania, che ha debuttato a Palermo il 10 febbraio e sarà in scena fino al 19 per poi passare sulla scena etnea del Teatro Verga di Catania dal 24 febbraio al 5 marzo. In scena, oltre a Pirrotta nel ruolo di Macbeth (padrone della scena, intenso, convincente), anzitutto Cinzia Maccagnano (Lady Macbeth disegnata con nettezza, altera, matura, sensuale, senza sbavature) e Giovanni Calcagno (anche lui di convincente solidità attorale nel ruolo di Banquo) e poi Marcello Montalto, Alessandro Romano, Giuseppe Sangiorgi, Dario Sulis, Luigi Tabita; le musiche sono di Luca Muaceri, luci e costumi rispettivamente di Gaetano La Mela e Daniela Cernigliaro, le scene (interessanti soprattutto il fondale e le scelte coloristiche che lo avvolgono ed animano) dello stesso Pirrotta. Una favola nera, una riflessione senza sconti e condotta – come di consueto – senza risparmio d’energie sulla natura oscura e violenta del potere, proprio oggi quando il potere tende presentarsi nella sua più cruda e semplice durezza e a rifiutare ogni intermediazione politica e/o culturale. Uno spettacolo importante, cupo nei suoi colori, interni ed esterni ai personaggi, magmatico nel dispiegarsi, un lavoro in cui Pirrotta, pur traendone l’ispirazione e in qualche modo il ritmo interno (è il ritmo, infatti, il cuore di ogni incantesimo), tiene a bada con rigore e misura quel retroterra di cultura popolare che, ripiegando in antropologismo, potrebbe portarlo a tradire il senso più profondo di questo spettacolo, ovvero che potere e male, possono pure trarre inizio da una magarìa ma poi è con l’ intelligenza e la morale che devono confrontarsi, vincendo o perdendo. D’altro canto Pirrotta mostra di saper sostanziare di riflessione autentica, rispettosa e condivisa con la compagnia, ogni segmento del suo lavoro: i personaggi nelle loro individualità, le scene nei loro colori e nelle loro funzioni, le musiche, l’alternarsi tra italiano alto e dialetto. machbeth-1La vorticosa magarìa inziale delle streghe è, ad esempio, non solo il rovente mistero pagano da cui sgorgano le parole di un oscuro dialetto, ma soprattutto la rappresentazione lucida, senza sconti del mistero ineffabile del male (forza e debolezza insieme, viltà e coraggio, desiderio inappagato, violenza bestiale) che si allea col potere per imporsi al mondo. Guardando in questa direzione appare la sostanza vera di questa riscrittura: questa favola nera è (e vuole mostrarsi come) un paradigma morale: della magarìà s’avvertono tutto il peso e fascino, come si avvertono il peso e l’efficacia della violenza subita e inferta nel corso delle storie personali, e tuttavia alla fine nessuna resa, nessuna giustificazione alla violenza: il mistero del male resta per intero, torrido, disarmante, insondabile, ma sono le scelte quelle che contano e rendono possibile questa tragedia, ogni tragedia. PAOLO RANDAZZO

LINK A DRAMMA.IT

Crediti fotografici: Angelo Macaluso.

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Tragedia come Paideia

Posted by identitalterit su 31 gennaio 2017

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Libertà e destino nella tragedia greca.

Posted by identitalterit su 31 gennaio 2017

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Nel fuoco in chorus di Peppe Massa, Sutta scupa.

Posted by identitalterit su 11 gennaio 2017

PALERMO. “Nel fuoco in chorus (reprise)” di Giuseeppe Massa è uno spettacolo interessante perché, pur dispiegandosi in una dimensione di costruzione ampia e corale, riesce a conservare il tagliente rigore politico che lo aveva caratterizzato positivamente nella forma scenica del monologo. Lo si è visto in scena a Palermo, ai Cantieri culturali della Zisa (Sala Perriera), il 29 e 30 dicembre scorsi. La vicenda rappresentata è quella realmente accaduta del suicidio di Noureddine Adnane, un giovane migrante marocchino, venditore ambulante, indotto al suicidio (l’11 febbraio 2011 si dà fuoco, in pieno giorno, a Palermo) dalle continue vessazioni di alcuni agenti della polizia municipale che gli ingiungevano continuamente (in malafede) di spostarsi e vendere altrove la sua povera mercanzia. In scena: Chadli Aloui (attore intenso e capace di misura nel ruolo del protagonista Noureddine Adnane) e poi il coro multietnico di vigili urbani composto da Joseph Anane, Emiliano Brioschi, Mohamad Dani, Paolo Di Piazza, Ilenia Di Simone, Irene Enea, Hamidou Jallow, Valentina Lupica, Max Mondon, Frank N’guessan, Giuseppe Tarantino; suoni e musiche di Giuseppe Rizzo, scene e costumi di Linda Randazzo e Mattia Pirandello. L’esemplarità tragica della vicenda appare evidente a occhio nudo e Massa, quasi brechtianamente, sa coglierla e non fa nulla per nasconderla, anzi la mette bene in evidenza: quei vigili urbani diventano maiali tutti rosa (nell’immagine si condensano insomma il giudizio politico e la memoria colta che attinge a Orwell) e la polis (qualunque polis e per Palermo il discorso diventa paradossale e persino grottesco, visto il suo rinomato e diffuso culto della legalità) che, nascondendosi nella vigliaccheria ipocrita delle leggi da applicare in modo ferreo, rifiuta e umilia l’alterità e non accoglie con umanità lo straniero indifeso, pecca inevitabilmente di hybris e sarà colpita e travolta da chi non ha nulla da perdere e non ha paura di morire. Noureddine aveva solo il suo nome, la sua dignità di uomo e di lavoratore (un venditore ambulante non è un mendicante), il sogno di tornare prima o poi in Marocco con qualche soldo in più per la sua piccola Habibi, senza deludere la sua bambina. Niente di più, eppure quel poco glielo toglievano in branco irridendolo (lo chiamavano Franco per non scomodarsi a imparare il suo vero nome arabo), minacciandolo, mordendolo crudelmente (spostati! Sposta la tua mercanzia, sposta quelle bamboline) meschinamente. La forma corale consente inoltre di innestare nel soggetto centrale, che è l’acre e dolorosa vicenda di Noureddine, una lunga serie di motivi, allusioni, possibilità che accrescono l’interesse di questo lavoro senza appesantirlo più di tanto: il contesto umano degradato delle periferie urbane (il vecchio bar come unico luogo di socialità e incontro), la grettezza del linguaggio e dell’immaginario delle tifoserie, il contesto multietnico che non è – in quanto tale – garanzia di rispetto e di convivenza pacifica, l’incrociarsi e fondersi delle lingue e dei dialetti (siciliano, arabo, italiano, francese), il disagio sociale che diventa aggressività e violenza gratuita, il ribaltarsi del luogo comune di “Palermo città naturaliter accogliente” (invece no: per l’accoglienza e l’integrazione ci vuole sempre la responsabilità di scelte e politiche attive), la riflessione tormentata sul senso politico del suicidio (rivolta o resa?), il ricordo della più antica cultura popolare mediterranea che torna come patria perduta (è struggente e bellissima l’antica nenia calabrese che viene cantata dal coro prima della fine). _blg1596-1Il rischio evidente, tangibile è quello di cadere nella retorica dell’ovvio, del politicamente corretto, dell’esemplarità astratta, “dei buoni e cattivi” separati con netto manicheismo: Massa ne sembra lucidamente consapevole, ma resta in equilibrio e, sostanzialmente, riesce quasi sempre a schivarlo. “Quasi”, però: occorre dire “quasi”, perché in fondo, in un mondo – il nostro mondo – che quotidianamente si avvelena di marketing politico e commerciale, che è diventato totalmente cieco e sordo di fronte al dolore degli “altri” e alla dignità calpestata, un po’ di  retorica politica in buona fede (ad esempio il dialetto lümbard di uno dei vigili aguzzini) è davvero un male veniale, del tutto perdonabile. Ciò che invece sembra mancare maggiormente è una riflessione percepibile, prospettica, sul fatto che la violenza del gesto di Noureddine, una violenza che il giovane maghrebino ha rivolto contro se stesso come gesto di dignità e di rivolta, porta invece oggi moltissimi altri Noureddine a farsi assassini fanatici, li porta a imbottirsi di tritolo e farsi scoppiare in mezzo a persone innocenti. Da questo punto di vista del resto, dicono di più e (purtroppo) sono maggiormente profetiche le frasi deliranti e razziste che accompagnarono sui social il suicidio del giovane nord africano e che Massa, anche in questa versione dello spettacolo propone al pubblico a chiusura del suo lavoro.

Paolo Randazzo.

link da dramma.it.

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