Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for febbraio 2010

Le ricerche di Ernesto De martino sul tarantismo

Posted by identitalterit su 26 febbraio 2010

A inizio del nostro percorso scolastico abbiamo riflettuto, tra l’altro, sul concetto di CULTURA e abbiamo incontrato la disciplina dell’ANTROPOLOGIA CULTURALE.

Ecco degli appunti/link che possono charirvi questi concetti.

Inoltre ecco un caso “classico” che un famoso antropologo italiano ha scoperto e studiato.

Sapete  cos’è il tarantismo? Sapete chi è Ernesto De Martino?

Fatevi un’ idea guardando questi due video MA SOPRATUTTO CERCATEVI i libri “La terra del rimorso” e “Sud e magia”

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la leggenda del grande inquisitore

Posted by identitalterit su 21 febbraio 2010

Avete mai sentito parlare di Dostoevskij?

E’ uno scrittore russo importantissimo, che vi consiglio di leggere e leggere e leggere, sempre, anche in estate sotto l’ombrellone.

Qui vi metto il link alcune pagine tratte dal romanzo i Fratelli Karamazov, la celebre “leggenda del grande inquisitore” che forse è la sintesi vera del pensiero di questo autore e comunque rappresenta una delle più grandi pagine della letteratura universale.

Argomenti? La chiesa, il potere e la politica, Gesù, la storia…

Leggete queste pagine, stampatevele, cercatevi il romanzo (anche in una biblioteca).

Buona lettura e fatemi sapere!

LA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE

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IDEE DI EUROPA di Scipione Guarracino

Posted by identitalterit su 20 febbraio 2010

Tra geografia, politica e culture

L’Europa si declina al plurale, in una storia attraversata da fratture, ricomposizioni, nuovi conflitti, nel suo definirsi spesso in rapporto all’“altro”, più che a una propria precisa identità. Talora il concetto di “una” Europa è apparso evanescente, rispetto al primato degli stati in competizione fra loro. Eppure una matrice unitaria, dinamicamente costruita dal concorso di diverse tradizioni, percorre tutta la storia dei popoli del continente, dall’antichità a oggi.

Si può parlare di “Europa” in diversi significati. In un primo senso come di un’entità puramente geografica, come facevano gli scrittori dell’antichità. È vero che, a partire da Erodoto, è esistita anche una contrapposizione fra Europa e Asia (destinata a una duratura fortuna) in termini di “libertà” contro “dispotismo”. Ma esisteva anche una seconda contrapposizione, fra “greci” e “barbari” , che includeva fra questi ultimi anche gli abitanti del resto dell’Europa, a nord della Macedonia e fino alla Germania e al Baltico. È questa più vasta Europa, delineata in epoca ellenistica e romana dagli itinerari di mercanti, viaggiatori e soldati, che veniva definita geograficamente come uno dei tre continenti, ben delimitati da confini naturali. La coppia civiltà-barbarie non poteva avere in epoca romana uno speciale rapporto con l’Europa, dato che nell’impero romano le regioni mediterranee di tutti e tre i continenti partecipavano in ugual misura alla civiltà.

In un secondo senso l’Europa appare come un’entità culturale. C’è l’Europa dell’alta cultura, che ha trovato la sua unità nel Medioevo nel latino ecclesiastico e teologico, filosofico e scientifico e nel Rinascimento nel latino umanistico e che si è espressa con figure simboliche come Niccolò Cusano o Erasmo e più tardi Kant, Goethe o Beethoven. C’è l’Europa titolare di valori, la tolleranza, la libertà, l’individualismo, i diritti dell’uomo, la democrazia e così via – ma esiste anche un contraltare di personaggi che si sfoggiano meno volentieri e di concezioni ufficialmente rinnegate dopo aver accompagnato per secoli la storia dell’Europa. C’è infine l’Europa con una peculiare “civiltà” e cultura (in senso antropologico), che rimanda, per esempio, ai sistemi agricoli, alle forme dell’urbanesimo, alle istituzioni politiche, ai sistemi demografici e ai rapporti familiari, al senso della natura, ai sentimenti.

In un terzo senso l’Europa è un’entità politica, caratterizzata non solo dalle istituzioni dei singoli paesi che la compongono ma dai vari tentativi di creare un sistema politico unitario al suo interno. Data la natura dell’impero romano, fu solo dopo la sua totale dissoluzione, fra il V e il VII secolo, che l’Europa cominciò a trasformarsi da nozione geografica a realtà geopolitica sede di una civiltà ben distinta da quella del mondo antico. Una simile percezione viene talora attribuita al poemetto che verso il 755 celebrò la battaglia di Poitiers del 732. L’anonimo autore contrappone nettamente le due parti in lotta, ma solo in termini di nazionalità e senza fare cenno a questioni religiose. Saraceni o ismaeliti sono detti gli invasori della “terra dei franchi” , mentre i soldati che combattono con Carlo Martello sono chiamati “genti settentrionali” o “genti d’Austrasia” e, per due volte, anche europenses (termine che avrà poca fortuna e ricomparirà solo dal XV secolo, ma nella grafia “europei” ). L’atto di nascita dell’Europa viene riservato abitualmente alla creazione dell’impero di Carlo Magno. Ciò va preso però con molte limitazioni, che riguardano prima di tutto i caratteri di civiltà urbano-rurale che in prospettiva sarebbero stati tipici dell’Europa. Nell’impero carolingio la foresta e le paludi dominavano ancora gran parte del continente, mentre la rete dei villaggi e delle parrocchie che avrebbero per secoli costituito la base dell’Europa rurale si intravvedeva appena. Lo stesso vale per le strutture urbane, allora solo i resti di quelle romane: come la civiltà rurale, così l’originale urbanesimo medievale avrebbe cominciato a manifestarsi solo alla fine del X secolo. La costruzione della civiltà europea entro l’Europa geografica proseguì poi per tre secoli, con la conquista del territorio nell’Europa a oriente dell’Elba e con la “riconquista” della Spagna. Si può osservare che i mori di Spagna, stando in Europa ma non essendo parte dell’“Europa” (come in seguito si dirà dei turchi e anche dei moscoviti o russi), rendono bene la distinzione fra geografia e civiltà (resta tuttavia sempre in discussione il contributo dato alla civiltà europea dalla Spagna musulmana).

In epoca carolingia il termine “Europa” è abbastanza frequente da far pensare che fosse davvero impiegato per designare un’unità politica. Ma l’elemento essenziale che univa le diverse parti del continente era dato dal cristianesimo e dalle sue due massime istituzioni, l’impero e la chiesa cattolica romana. “Cristianità” divenne il nome con cui, nei secoli centrali del Medioevo, prese ad autoidentificarsi quest’area di comune sentire e destino. Dagli ultimi decenni del X secolo l’estensione delle frontiere dell’Europa-civiltà avvenne sempre con l’adesione al cristianesimo romano e con il riconoscimento del papato e dell’impero da parte dei capi di popoli rimasti fino ad allora marginali: gli scandinavi, i boemi, gli ungheresi, i polacchi e per ultimi i lituani. Ciò sganciò totalmente l’Europa, fino ad allora costituita da elementi germanici e latini, da particolari connotazioni etniche. Una medesima cultura poté allora affermarsi su tutto il continente, attraverso le cattedrali gotiche, le università, la filosofia e la teologia scolastica. Teoricamente senza confini, la cristianità compì un effimero tentativo di installarsi fuori d’Europa, in Terrasanta. Per contro si arrestò su frontiere che si trovavano all’interno dell’Europa geografica. La prima è quella con l’area balcanica, soggetta all’autorità politica, religiosa e culturale di Bisanzio (che si estendeva peraltro anche all’Asia Minore). La seconda ci riconduce ai mal definiti contorni orientali dell’Europa, in Moscovia e negli altri principati russi soggetti alle scorrerie dei mongoli. Quando gli zar di Mosca furono in grado di opporsi all’Orda d’oro, lo fecero in qualità di eredi politici e religiosi di Costantinopoli. “Cristianità” non fece sparire “Europa” , ma la riportò di nuovo al linguaggio geografico. È quel che accade, per esempio, nell’intera opera di Dante, che usa “Europa” in tutto sedici volte e che, in mancanza della parola e del concetto “europei” , scrive “gli abitanti dell’Europa” (Monarchia, III, 13).

Il ritorno da Cristianità a Europa avvenne in seguito a due eventi. Il primo è la conquista turca di Costantinopoli, che dette la sensazione di un pericolo imminente che incombeva su un’”area di civiltà” ben distinta e che finiva per escluderne la Grecia e l’area balcanico-danubiana, peraltro già estranee e in più eretiche e scismatiche. Il secondo è la crisi di autorità che coinvolse l’impero e il papato romano. Questo non significa che il carattere religioso divenisse secondario nella definizione dell’Europa. Solo che alla chiesa universale e gerarchica incentrata sul papa si vennero a sostituire le singole chiese nazionali, la cui dipendenza dai re venne aumentando nel XV secolo. In questo periodo l’Europa si venne ridefinendo come un pluralismo di sovranità e, inoltre, in base a una cultura dotta comune che non era più soltanto ecclesiastica (l’Umanesimo). La nozione di Europa come un insieme di regni e repubbliche, stati grandi e piccoli, popoli e nazioni pur all’interno di un quadro di civiltà unitario, opposta a quella di Europa-impero, entrò a far parte da questo momento della “coscienza europea”.

Altri due fattori giocarono poi a rafforzare l’idea moderna e in certo modo definitiva di Europa. Da un lato le tentazioni degli stati più grandi di imporre la propria egemonia sull’intero continente; dall’altro la rottura epocale rappresentata dalla riforma protestante, che condusse alla lunga stagione delle guerre di religione e segnò una frontiera religiosa (semplice nel contrapporre il nord continentale e il sud mediterraneo, ma molto complicata all’interno del continente stesso) che rischiava quasi di dividere due distinte civiltà. La politica dell’equilibrio (già sperimentata dall’Italia del Quattrocento) funzionò come barriera contro l’egemonismo. Le alleanze più composite si crearono contro Carlo V e la Spagna di Filippo II, contro l’impero asburgico durante la guerra dei Trent’anni e contro Luigi XIV, facendo fallire ogni volta le guerre di supremazia. Con maggiore fatica il principio della tolleranza religiosa riuscì a ricostituire un tessuto culturale unitario europeo, al di là della divisione religiosa. Scrivendo nel 1769, Rousseau considerò il trattato di Westfalia del 1648 come la base del sistema politico europeo, ormai difficile a infrangersi. Ugualmente Voltaire (nel Secolo di Luigi XIV) parlò di «una grande repubblica divisa in più stati» e paragonò gli europei ai greci antichi («si fanno la guerra fra di loro, ma conservano le buone maniere»).

L’equilibrio funzionò finché durò la vecchia Europa dei princìpi con il suo “diritto pubblico”. Dopo aver ammesso anche la Russia, riuscì a ricostituirsi dopo la rivoluzione e Napoleone e mantenersi anche di fronte alla meno governabile Europa delle nazioni. Ma divenne più precario al tempo dei nazionalismi e dell’Europa delle grandi potenze, economiche e coloniali. I vincitori della Grande guerra non seppero invece restaurarlo nel 1919. La pace, di fatto e non scritta, che chiuse la seconda guerra mondiale instaurò a sua volta un equilibrio, ma ben diverso da quello dei secoli precedenti, che si era opposto agli egemonismi senza però creare sistemi ideologici totali e incompatibili. Per mezzo secolo l’Europa fece parte dell’Occidente, ovvero del “mondo libero”, un’idea che poteva vantare anch’essa una lunga storia e che servì come categoria unica per l’Europa stessa e gli Stati Uniti (e perfino per il Giappone). Questa fu una solida categoria, in grado di identificare un’area geopolitica e di civiltà, finché durarono l’impero “d’Oriente” sovietico e l’ideologia comunista. Divenne più evanescente dopo la parentesi del 1989-2001, quando l’Europa si dimostrò poco disposta a combattere una “guerra infinita” contro il male, condotta più con la forza che con la politica.

Voltaire: una specie di grande repubblica

Da un pezzo si poteva considerare l’Europa cristiana, tranne la Russia, come una specie di grande repubblica divisa in più stati, gli uni monarchici, gli altri misti, e questi alcuni aristocratici, alcuni popolari, tutti però in reciproca comunicazione, con una stessa base religiosa, benché divisi in varie sette, con gli stessi principî politici e di diritto pubblico, ignoti nelle altre parti del mondo. Questi principî impongono alle nazioni europee di non far schiavi i loro prigionieri, di rispettare gli ambasciatori dei nemici […], di mantenere con saggia politica, fin quando è possibile, un equilibrio di forze con l’opera continua dei negoziati protratta fin nel mezzo della guerra, tenendo le une presso le altre ambasciatori o altri spioni meno onorandi, che possono informare tutte le corti dei piani di una sola, dar di conserva l’allarme all’Europa e garantire i deboli dall’invasione, a cui il più forte è sempre disposto. Voltaire, Il secolo di Luigi XIV

Rousseau: una società reale e le sue contraddizioni

Tutte le potenze d’Europa formano tra loro una sorta di sistema che le unisce attraverso la stessa religione, il medesimo diritto delle genti, i costumi, le lettere, il commercio, e mediante una sorta di equilibrio che è la conseguenza necessaria di tutto ciò e che, benché nessuno pensi davvero a conservarlo, non sarebbe tuttavia così facile da infrangere, contrariamente a quel che parecchia gente ritiene […]. Tutte queste cause riunite fanno dell’Europa non soltanto, come l’Asia e l’Africa, un’ideale collezione di popoli che hanno in comune solo un nome, ma una società reale che ha una sua religione, suoi usi e costumi e perfino leggi proprie, da cui nessuno dei popoli che la compongono può discostarsi senza provocare immediatamente gravi danni. D’altra parte […], nel considerare i nostri bei discorsi e le nostre orribili azioni, tanta umanità nei principî e tanta crudeltà nei fatti, una religione così dolce e un’intolleranza così sanguinaria, una politica così saggia nei libri e così dura nella pratica, capi così generosi e popolazioni così misere, governi così moderati e guerre così crudeli, si stenta a conciliare tante strane contraddizioni, e la pretesa fraternità dei popoli d’Europa sembra essere soltanto un nome derisorio. J.J. Rousseau, Estratto dal progetto di pace perpetua del signor abate di Saint-Pierre.

Toynbee: Europa, Occidente e Oriente

Se l’Oriente europeo è destinato a unirsi alla Russia, sotto l’egemonia sovietica, e se l’Europa occidentale si unirà agli Stati Uniti sotto la guida di questi ultimi, l’aspetto più significativo della nuova carta che ne risulterà sarà, per un occhio europeo, la divisione dell’Europa fra queste due titaniche forze non europee. E non arriviamo pur sempre, in questo modo, alla conclusione che è oramai oltre le forze dell’Europa riconquistare la sua posizione nel mondo, superando quella disunione che è sempre stata il suo danno? Il peso morto della tradizione europea ora si è fatto più leggero di una piuma sulla bilancia della storia, poiché non sarà più l’Europa a decidere del suo stesso destino. Il suo futuro giace ora in grembo ai due giganti che gettano su di lei le loro grandi ombre. A. Toynbee, Civiltà al paragone (1948).

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IL MONDO CLASSICO Quel che resta di greci e romani

Posted by identitalterit su 20 febbraio 2010

Esiste ancora il mondo classico? La domanda potrebbe suonare bizzarra, specie in Italia – paese nel quale, come diceva Aldo Palazzeschi, è attuale solo il passato. E in effetti in Italia il passato continua ad essere attuale: sì, ma quale? Per trovare una risposta, occorre spostare l’ obiettivo su un fenomeno che ha esercitato una notevole influenza sulla nostra percezione dell’ antichità, ossia l’ ingresso nel nuovo millennio. Fra le molte conseguenze che tale passaggio ha comportato, infatti, c’ è anche questa: una volta tagliato il simbolico traguardo del duemila, è come se il mondo classico si fosse ulteriormente distaccato dalla nostra continuità culturale. Se fino alla conclusione del secondo millennio la percezione dell’ antichità rimontava almeno agli inizi del primo, e oltre, dopo l’ ingresso nel terzo millennio c’ è stato come uno scorrimento nella graduatoria temporale: e l’ antichità percepita, quella sentita come contigua alla nostra modernità, si è identificata piuttosto con il medioevo. Il quale costituisce per l’ appunto il passato che è oggi “attuale” in Italia. Le motivazioni di questo mutamento di percezione non sono da attribuire solo al passaggio di millennio. Tutti ricorderanno, per esempio, il dibattito sulle “radici cristiane” della cultura occidentale. Questa discussione presuppone che le origini, il punto iniziale della nostra cultura – come appunto sono le radici per una pianta – coincidano con il cristianesimo, e quindi non debbano risalire più indietro. Cosa che, di fatto, taglia fuori dal nostro passato vivente personaggi come Omero, Platone o Virgilio. E anche quando si propone di sostituire questa dizione con l’ altra di “radici classiche e cristiane”, il problema in realtà non si sposta: perché, così facendo, della cultura classica si tende a privilegiare solo quanto sarebbe confluito nel filone cristiano. Il fatto è che l’ antichità greca e romana si sta riducendo ad un’ anima trasmigrante – quando si manifesta, lo fa perlopiù sotto altre sembianze. C’ è il classico che si reincarna nella cultura cristiana e quello che trasmigra nei prodotti della fiction di massa, come Il gladiatore o Troy (per non parlare delle Termopili ridotte a video game); c’ è il classico che rinasce nei personaggi del melodramma, da l’ Incoronazione di Poppea a Norma, riscuotendo anzi un discreto successo di pubblico e di studi; e c’ è quello che fa capolino tra gli elmi e le corazze della pittura rinascimentale, amato dagli storici dell’ arte e dai frequentatori dei musei. Sempre più spesso, insomma, abbiamo a che fare con i greci o i romani “di qualcun altro”, sempre meno con quelli che appartenevano solo a se stessi. È questo il panorama in cui si affaccia l’ ultima fatica di Robin Lane Fox, lo storico antico di Oxford noto per la sua biografia di Alessandro Magno. Il titolo di questo nuovo libro, tradotto da Davide Tarizzo e corredato di una speciale bibliografia per il lettore italiano curata da Marco Bettalli, è molto eloquente: Il mondo classico. Una storia epica della Grecia e di Roma (Einaudi, pagg. 708, euro 32). Dunque al centro del quadro c’ è lui, il mondo da cui ci stiamo in qualche modo distaccando. Ma per quale motivo questa storia vuol essere addirittura “epica”? Soprattutto perché, in un sol colpo, si raccontano ben nove secoli di storia, quelli che intercorrono fra Omero e l’ imperatore Adriano. Dalle origini della cultura greca, Lane Fox ci conduce fino al 138 dopo Cristo, anno in cui l’ imperatore si spense a Baia. La scelta di arrestare il proprio epos con questa data, svela le intenzioni non solo storiografiche, ma soprattutto narrative dell’ autore. Perché questo è il libro di uno storico che ha voglia di raccontare, e che per farlo sceglie una tecnica letteraria piuttosto originale. I lettori che Lane Fox ha in mente, infatti, sono due: esterno il primo, interno il secondo. Il lettore esterno siamo noi, uomini del terzo millennio, a cui lo storico si rivolge «senza dare per scontata nessuna familiarità con l’ argomento». Quanto al lettore interno, si tratta appunto del personaggio con cui l’ epos si conclude: Adriano. Per comprendere le ragioni di questa scelta, basta ricordare che il “grechetto”, come lo chiamavano i maligni, attraversò senza sosta i territori del suo impero essenzialmente per «visitare tutti i luoghi di cui aveva letto», come scrisse un biografo; e che nella sua celebre Villa di Tivoli volle riprodurre il Liceo, l’ Accademia, il Pritaneo, il portico Pecile, la valle di Tempe e perfino l’ Ade. In altre parole, sui secoli che lo avevano preceduto Adriano rivolse per primo uno sguardo “classico”, considerandoli in qualche modo un periodo concluso, un tesoro di memorie che occorreva non solo conoscere, ma anche tutelare. In questo modo il lettore interno dell’ opera di Lane Fox finisce per identificarsi con il lettore esterno, noi; che al mondo classico ci rivolgiamo – o meglio, dovremmo rivolgerci – con un sentimento simile. Lungo il cammino di questo epos narrativo, dunque, Adriano ci viene incontro ben prima dell’ ultimo capitolo, quello che gli è dedicato. Nelle pagine sui grandi regni ellenistici, per esempio, è lui che ci accompagna nella visita di Alessandria, sede della celebre biblioteca; mentre sugli spettacoli pubblici inaugurati a Roma da Augusto, già sentiamo posarsi lo sguardo dell’ imperatore che centocinquanta anni dopo dovrà promuovere anche lui musica, danza e teatro. A questo punto, si potrebbe sospettare che anche il mondo classico di Lane Fox sia quello “di qualcun altro”, come sopra si diceva; in altre parole che sia “il classico di Adriano”. Non è così, lo storico non cede alle lusinghe della reincarnazione. Al contrario, per descrivere il mondo classico Lane Fox sceglie sempre un punto di vista estremamente “interno” ad esso – fino al punto di ricorrere direttamente alle tre categorie che gli antichi stessi utilizzavano per parlare della propria società: giustizia, lusso e libertà. Né può essere un caso che, a dispetto del lettore interno che si è scelto, Lane Fox non faccia mai menzione della Yourcenar. Preferisce raccontarci piuttosto di Apollonio, il funzionario di Tolomeo II che in Egitto rivoluzionò l’ arte del giardinaggio e della coltivazione – sulla scorta di Teofrasto, il filosofo che studiò con passione la fioritura del ciliegio e le differenze fra il pero selvatico e quello domestico. Né l’ autore esita a condurci fino in Afghanistan, sulle rive del fiume Amu Daria. Nel sito di Ai-Khanum sorgeva infatti una grande città ellenistica, fra le cui rovine sono state ritrovate, incise, le massime di Delfi; laggiù gli antenati dei Talebani veneravano gli dei della Grecia. Una grande lezione che la storia antica può dare a tutti coloro che promuovono la separazione, o il conflitto, fra le culture. Se dovessimo davvero perdere i contatti con il mondo classico, che cosa accadrebbe? Facile prevedere che il Colosseo sarebbe ben presto considerato opera di creature astrali, come Stone Henge, mentre l’ eroe greco Edipo verrebbe definitivamente abbandonato “sul monte Citterio”, come del resto ha già scritto un mio studente. Ma non si tratta solo di questo. I greci e i romani avevano già capito molto della vita e della politica, dimenticare la loro lezione sarebbe un peccato. Quando Adriano abbandonò al loro destino le terre di là dal Tigri e dall’ Eufrate, prese esempio da Catone il vecchio. Secondo il quale «occorreva lasciar liberi i popoli che non potevano essere protetti». Forse, se il presidente Bush avesse letto questa frase, avrebbe desistito dall’ idea di “proteggere” l’ Iraq. – MAURIZIO BETTINI

Repubblica — 03 gennaio 2008   pagina 38   sezione: CULTURA

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