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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for ottobre 2010

Un contributo sulle Tragedie di Seneca

Posted by identitalterit su 29 ottobre 2010

Carissimi ragazzi, la professoressa Caterina Barone* segue il nostro blog ed è stata così gentile da inviarci un suo contributo originale su Seneca e il suo teatro. La ringraziamo per il suo affetto.

Ecco il contributo integrale in formato word da scaricare.

Seneca e il Thyestes

Pubblichiamo qui sotto invece solo la parte che riguarda le tragedie di Seneca e il Tieste.

Le tragedie

Nel naufragio pressoché totale della produzione tragica latina il corpus dei drammi senecani con i suoi otto titoli autentici, Hercules Furens, Troades, Phoenissae, Medea, Phaedra, Oedipus, Agamemnon, Thyestes, uno di controversa paternità, Hercules Oetaeus, e uno spurio, l’Octavia, si presenta a noi come un unicum di straordinario interesse letterario e poetico. Paradossalmente, tuttavia, ci sono ignoti sia la destinazione, se cioè le tragedie furono scritte per la scena o per le sale di lettura; sia l’intento dell’autore, se pedagogico nei confronti dell’allievo Nerone, per prospettare un paradigma morale negativo da evitarsi da parte del sovrano, oppure di amara e disincantata denuncia delle nefandezze del regnum, fatta da un uomo che, come Seneca, aveva fallito nel suo piano educativo e politico. E strettamente legata a quest’ultimo interrogativo si presenta la questione della cronologia, poiché, se è vera l’ipotesi pedagogica, le tragedie risalirebbero ai primi anni dell’avvento al trono dell’imperatore, mentre nel secondo caso sarebbero state composte, almeno in parte, dopo il ritiro dell’anziano filosofo dalla politica attiva. Né possiamo con certezza tracciare una cronologia interna al corpus, benché numerosi e autorevoli siano stati i tentativi compiuti in questa direzione.

Se da un punto di vista teatrale non riveste particolare importanza stabilire l’intento dell’autore, certamente secondario a una sensibilità moderna appare il problema della destinazione originaria dei drammi, poiché sulle scene contemporanee se ne è ormai ampiamente testata la rappresentabilità: a partire dal Tieste di Vittorio Gassman,  (realizzato al Teatro Valle di Roma con la regia di Luigi Squarzina nel 1953), si sono moltiplicate le messe in scena dell’opera senecana con buoni esiti teatrali. In particolare il personaggio del fantasma e, più in generale, tutte le tematiche legate al mondo sotterraneo e alla sfera magica, massicciamente presenti nel tessuto delle tragedie, come espressione di una sensibilità tipicamente latina, offrono ampie possibilità spettacolari.

Ma la componente più viva e moderna del teatro senecano è il dramma delle passioni e lo scavo psicologico dei personaggi, scandagliati nelle pieghe più intime del loro animo. Odî tra consanguinei, omicidi, adulterî, incesti: i miti greci che si erano incarnati sulla scena attica del V secolo, ai quali Seneca si ispira, costituiscono un fertile vivaio di materiale in sintonia con gli interessi etici del filosofo, proponendo accanto a sentimenti alti e sublimi gli abissi della ferocia umana. Il mito di Edipo che uccide il padre e sposa la madre, quello di Medea, assassina dei suoi figli per vendetta, la catena di delitti che insanguina la famiglia degli Atridi, offrono esempi paradigmatici delle atrocità di cui può macchiarsi l’individuo e che soprattutto interessano l’indagine del filosofo. La sua è una tragedia ethocentrica, caratterizzata dalla profondità di analisi e di introspezione psicologica, nella quale la dimensione trascendente o metafisica lascia il campo a una concezione immanentistica, per la quale l’uomo diviene il solo responsabile delle proprie azioni, e trova in sé, nella sua coscienza la punizione delle proprie colpe. Risultano perciò accademici e fuorvianti i confronti pedissequi con gli originali greci, perché Seneca li interpreta alla luce di una diversa spiritualità, leggendoli in maniera innovativa.

Significativa in tal senso è la figura di Edipo, il quale fin dall’inizio avverte un senso di contaminazione e di putrescenza che lo attanaglia in un’ansia oscura e inesplicabile. Nulla in lui sopravvive della sicurezza dell’eroe sofocleo, certo da principio di poter aiutare e soccorrere il suo popolo, gravemente colpito dagli dèi. Il tempo degli eroi è finito; c’è ormai solo l’uomo con le sue debolezze, le sue angosce, la percezione delle proprie colpe e il tormento della propria coscienza; una nozione che deriva a Seneca dalla sua formazione filosofica stoicistica e che peraltro l’etica cristiana va diffondendo in quei primi anni dell’impero: Seneca coglie nel suo farsi, sia pure non in maniera specifica e consapevole, avvertendo, e per certi versi anticipandolo, il profondo mutamento di un’epoca.

Da questa tensione a scandagliare l’animo umano deriva il suo stile mosso e irregolare, il più idoneo a esprimere le passioni dei personaggi, il conflitto dell’istinto contro la ragione, che nelle tragedie genera tirate retoriche, complesse e articolate, alternate a sententiae lapidarie e fulminee, destinate a scolpirsi nella mente dello spettatore. Battute come regna custodit metus /… metus in auctorem redit rispettivamente di Edipo e Creonte nell’Edipo e natos ecquid agnoscis tuos ? / agnosco fratrem di Atreo e Tieste nel Tieste risultano efficaci e sono indimenticabili per la loro incisività e per la forza con cui investono chi le ascolta.

Tieste

La saga degli Atridi è uno dei miti ricorrenti del teatro greco e latino: tra i testi giunti fino a noi, è argomento dell’Orestea di Eschilo, di alcune tragedie degli altri due grandi tragediografi del V sec., Sofocle e Euripide, e di due drammi senecani, Thyestes e Agamemnon. Per una singolare combinazione, uno degli episodi cardine del mito – l’uccisione dei figli di Tieste da parte di Atreo e il mostruoso banchetto da lui imbandito al fratello -, non ci è pervenuto come evento rappresentato in nessuno dei drammi greci superstiti. Quanto ai drammi latini, abbiamo frammenti di un Atreus di Accio (II-I sec. a. C.) e di due Thyestes, uno di Ennio (III-II sec. a. C.) e uno di Vario (I sec. a. C.). Ma solo di Seneca possediamo per intero una tragedia, Thyestes, con la drammatizzazione della vicenda in quello che si configura come il testo più teatrale del filosofo latino.

In esso appare predominante la tematica del potere, la più incisiva e ricorrente – quasi a livello ossessivo -, del teatro senecano, coniugata al conflitto tra furor e mens bona, tra passione cieca e virtù, articolata non all’interno di uno stesso personaggio, in lotta con se stesso – come nell’emblematico caso di Medea, lacerata dal dilemma se uccidere o meno i suoi figli per vendicarsi del tradimento di Giasone -, ma tra due personaggi contrapposti, Atreo e Tieste.

Tieste colpevole di aver sedotto la moglie di Atreo, Erope, per impadronirsi del trono, torna in patria insieme con i figli, dopo un lungo esilio, richiamato dal fratello, che, traendolo in inganno con promesse di riconciliazione, vuole in realtà consumare su di lui una atroce vendetta. L’esule è profondamente mutato. Avverte ormai come fallaci le seduzioni del regno e anela a una vita ritirata, al riparo dal timore che assedia i potenti. Teme il fratello, di cui conosce l’indole crudele, ma infine capitola di fronte alle insistenze dei figli, desiderosi di tornare in possesso delle loro prerogative regali. Atreo può, dunque, compiere il suo empio crimine: uccide i figli di Tieste e, dopo averli fatti a brani, ne imbandisce le carni al padre ignaro, rivelandogli in ultimo l’atroce misfatto.

Si perpetua così la maledizione della stirpe, iniziata col delitto del capostipite, Tantalo: lo scelus, originato dal furor, dilaga come un’onda di piena, contaminando i discendenti. Da qui nasce il nefas, instaurazione non episodica, ma definitiva di un ordine novus, che viola il sacro e gli antichi iura di sangue; i vincoli imposti dalle leggi di natura vengono spezzati e l’assetto dell’intero universo sovvertito.

“Sì, il Sole ha girato il suo carro ed è corso all’indietro, sì la notte è sorta da oriente a un’ora imprevista e ricopre nel buio più fondo questo tetro delitto, ma esso si impone alla vista” (vv. 784-88), è l’atterrita constatazione del messo che ha raccontato il crimine di Atreo nei suoi macabri dettagli.

Si è così inverato l’auspicio pronunciato dalla Furia all’inizio della tragedia nel costringere il riluttante Tantalo, emerso dal Tartaro, a esercitare sulla propria stirpe un’azione funesta:

Perché continuano a brillare le stelle e le loro fiamme conservano al mondo il suo antico splendore? Venga notte profonda, scompaia dal cielo la luce” (vv. 49-51).

Ciò che la Furia vuole da Tantalo è di fatto atroce: lo spettro, incarnazione di un furor cieco e senza freno, di una dismisura nel compiere il male, viene aizzato contro figli e nipoti, perché scateni in loro i sentimenti più scellerati e li spinga alle azioni più turpi. I loro delitti sono tanto più gravi in quanto si compiono all’interno stesso della famiglia:

“Scacciati per i loro delitti, nei delitti ricadano, se un dio gli ridarà la patria …  Fratello sia terrore del fratello, padre del figlio, figlio del padre. Sia infame la morte dei figli, ma peggiore sia la loro nascita. La sposa sia minaccia per lo sposo … In questa famiglia il delitto più lieve sia sedurre la cognata. Muoiano fede, lealtà e diritto” (vv. 37-48).

Il rapporto tra carnefice e vittima che lega la Furia e Tantalo, si ripropone speculare tra Atreo e Tieste. Come la Furia, che incalza Tantalo, è l’ideatrice dell’azione e la molla propulsiva di essa, così Atreo orchestra la fraus, l’inganno ai danni di Tieste, avviluppandolo in una rete inestricabile e toccando gli abissi di una crudeltà disumana. La violenza esercitata dalla divinità infera sull’ombra del capostipite è simile a quella che Atreo esercita sul fratello attirandolo nella sua trappola mortale.

Lo spietato disegno della Furia nel colpire la stirpe dei Tantalidi si riproduce nell’azione di Atreo, il quale concepisce la sua vendetta come l’artista concepisce la propria opera: il suo è una sorta di invasamento poetico e i terribili effetti del proprio crimine egli li vive come rappresentazione teatrale; è il tragediografo che crea e poi contempla la sua fabula. Con sottile perfidia tesse intorno a Tieste una tela inestricabile, trasformandosi egli stesso, al momento dell’abbraccio ingannevole, in un subdolo attore accanto al fratello, a sua volta attore, ma ignaro. Poi, dopo aver imbandito a Tieste le membra dei figli, il tiranno assume il ruolo di spettatore, spiandone con macabra gioia l’orrido e inconsapevole banchetto e, nel momento in cui la sua vittima acquista coscienza, la successiva, disperata follia. A saziare la spietatezza e l’odio di Atreo non è, dunque, sufficiente la strage perpetrata; c’è in lui il sadico desiderio di accrescere il dolore del padre con la vista dei miseri resti dei figli. E contemporaneamente il tiranno stesso riveste il ruolo di feroce spettatore:

Voglio guardarlo bene, io, mentre scopre (intuens) le teste dei suoi figli, e che volto farà, che parole griderà al primo strazio, o come si farà rigido il suo corpo nel perdere i sensi. Questo è il guadagno della mia opera. Non voglio vederlo disperato, ma mentre diviene disperato” (vv. 903-7).

A sua volta Tieste appare come un misero interprete di una parte che gli è stata imposta dall’abile regista: un personaggio pirandellianamente alla ricerca di un proprio inveramento scenico, che acquista sofferta dignità con l’agnizione finale: nel momento in cui Tieste vede i resti dei figli, vede anche il vero volto del fratello e in esso, in ultima analisi, il vero volto del potere. Un percorso di dolorosa conoscenza, potentemente espresso in due versi lapidari: Natos ecquid agnoscis tuos? / Agnosco fratrem (vv. 1005-6).


Le traduzioni dei versi del Thyestes sono di Vico Faggi, Torino, Einaudi, 1991. 

*Caterina Barone insegna Drammaturgia antica e Storia della Filologia e della Tradizione Classica all’Università di Padova. Le sue ricerche sono rivolte al teatro greco e latino sia in riferimento alle messinscene, alle traduzioni e alle riscritture moderne di testi classici, sia in rapporto agli spazi e alle tecniche delle rappresentazioni antiche analizzate su basi archeologico-storico-linguistiche. La professoressa Barone, inoltre, è critico teatrale militante e scrive per il Corriere della sera Veneto e per diverse riviste specializzate.

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Intervista a Umberto Curi

Posted by identitalterit su 27 ottobre 2010

Siamo noi lo straniero che ci fa paura

Intervista a Umberto Curi sul saggio “Straniero”

Umberto Curi, “Straniero”, Raffaello Cortina Editore,  2010, pp. 174, Euro 12,50

«Ci sono le elezioni… dagli all’ immigrato!»: com’è accaduto che un paese di cultura antica come il nostro si sia degradato al punto da accedere a una logica così gretta, incivile e brutale nei confronti degli stranieri?  È semplice capirlo: è la paura che la attiva, la pura e l’ignoranza. Ma come vincere questa paura? Da quali basi di pensiero, analisi e riferimenti teorici muovere per opporre a un fenomeno di dimensioni immani e crescenti qual è l’immigrazione, comportamenti che siano invece razionali e non derivino dal corto circuito che trova automaticamente nello straniero una minaccia. Occorrerebbe volgere in senso comune le parole del Cardinal Tettamanzi che qualche giorno fa a Milano, parlando a degli immigrati (Rom, asiatici, persone provenienti dall’Africa e dall’Est Europa), ha scandito: «Fatichiamo ad aprirvi la porta, ma la strada dell’ integrazione sta davanti a noi. E voi, se incontrate qualche ritrosia, siate coraggiosi e pazienti. La società, l’economia, la cultura hanno bisogno di voi. Siete una risorsa, non una minaccia». Sono anni che il filosofo Umberto Curi ha posto l’alterità al centro della sua riflessione ed è appena da qualche settimana che si trova nelle librerie “Straniero”, il suo ultimo saggio, in cui su questa tematica continua a indagare. Lo abbiamo incontrato a Siracusa.

Nel libro “straniero” sembra che il suo filosofare si tenga deliberatamente a distanza da ogni riferimento all’attualità contingente, eppure mai come oggi appare urgente una riflessione seria e politica sull’essenza stessa del concetto di “straniero”. Si pensi alle odiose polemiche politiche sui Rom, si alla bassa propaganda sul respingimento dei migranti o sui limiti e sui presupposti della concessione della nazionalità, si pensi ancora ai tentativi di legislazione che entrano nel vivo delle specificità culturali degli stranieri.

«È vero: nel libro mi sono deliberatamente tenuto distante da qualsiasi riferimento alla contingenza politica perché credo che ciò che stia mancando di più, ad ogni livello, ma drammaticamente nel dibattito politico italiano degli ultimi tempi, è una riflessione teorica sufficientemente approfondita, adeguata alla qualità nuova dei problemi che abbiamo di fronte e al modo con cui questi problemi si propongono.  Una delle profezie degli ultimi vent’anni del secolo scorso tendeva a indicare l’irrimediabile e irreversibili declino della politica; qualcuno si è spinto ad affermare persino che ormai la politica non fosse più necessaria perché funzionavano meccanismi di autoregolazione sociale che rendevano sostanzialmente superfluo il ricorso alla politica. Quello che poi è accaduto, alla fine del secondo millennio, ha mostrato l’ inconsistenza di tale profezia, che tuttavia coglieva un punto che, secondo, me è importante, ovvero il fatto che su molti temi tradizionali dell’iniziativa politica ormai la società (sia per quanto riguarda le forme dell’organizzazione economica, sia per quanto concerne i meccanismi di autoregolazione sociale) riesce a fornire delle risposte anche indipendentemente dalla politica. Si è oggettivamente ristretto, insomma, l’ambito delle decisioni politiche che contano. Ad esempio: in ambito democratico ci siamo un po’ tutti giustamente scandalizzati per la mancanza di un ministro dello sviluppo economico per quasi cinque mesi, e tuttavia bisogna riconoscere che, dal punto di vista delle attività economiche, la mancanza di un ministro non ha fatto registrare, nel bene e nel male, nessun fenomeno tale da poter dire che è evidente che non si può andare avanti perché manca la politica. Ma qualcosa di simile si potrebbe dire anche, in termini generali, per quanto riguarda la linea di politica economica perseguita da Tremonti in questi due anni e mezzo di legislatura: siamo entrati nella crisi, l’abbiamo subita e ne stiamo uscendo del tutto indipendentemente dalla decisioni politiche. Vi è stato un processo endogeno rispetto al quale la politica ha avuto scarsissima incidenza. Ho fatto questo discorso perché tutto ciò, nel momento stesso in cui allude ad un obiettivo restringimento degli spazi della politica,  sottolinea altresì che vi sono alcune grandi questioni in cui viceversa è, o sarebbe, indispensabile l’intervento di quella che si chiama la “grande politica”.  Una politica capace di interpretare e possibilmente di guidare grandi processi storici di trasformazione. Fra tutti questi problemi, certamente il più importante e il più rilevante è quello della immigrazione. Un problema che non riguarda soltanto il nostro paese, che non è riducibile a una sola dimensione sociale, economica o politica, che sarà il problema che le democrazie occidentali dovranno affrontare ancora per molti decenni ed è, io credo, il più grande e imponente problema politico che riguarda questo inizio del terzo millennio. Allora, paragonata all’importanza di questo problema, l’attrezzatura teorica delle forze politiche, e devo dire un po’ di tutte le forze politiche, è francamente sconsolante. Cioè assistiamo ad una miseria culturale davvero deprimente, soprattutto se la paragoniamo al’importanza, all’incidenza e alla pervasività del fenomeno della emigrazione».

Lei scrive che superare la paura dell’“altro” significa riconoscere che «la relazione con l’ altro costituisce la condizione senza la quale non è possibile il riconoscimento e l’affermazione della propria identità». Ha mai riflettuto sul perché i Rom, gli zingari e, in generale, i nomadi siano sempre così temuti e fonte d’inquetudine?

«Anzitutto c’è una sottolineatura statistica che andrebbe fatta e che invece, per misteriose ragioni, non viene fatta. Secondo gli ultimi dati statistici, infatti, le persone di etnia Rom o Sinti nel nostro paese sono circa duecentoquaranta mila e di queste solo ventisei mila sono nomadi e cioè la stragrande maggioranza di queste persone, più di duecentomila, vivono nel nostro paese perfettamente integrate, stanziali e con i figli che vanno a scuola e gli adulti che esercitano un lavoro. Si pensi, per non restare nel vago, alla comunità Sinti di Venezia. Una comunità per la quale il sindaco Cacciari, con grande tenacia, ha provveduto alla costruzione di un nuovo villaggio nella quale si è trasferita, muovendo da una realtà urbana degradata nella quale aveva vissuto negli ultimi decenni. Tutte persone di nazionalità italiana e perfettamente integrate. Ma al di là di questi riferimenti, che per altro sono utili per offrire una dimensione concreta del problema e anche per far capire come troppo spesso vi sia un’enfasi sproporzionata dovuta ad una indebita inflazione della qualità del problema, l’esempio addotto è particolarmente significativo perché non c’è dubbio tutto ciò che ci appaia come altro da noi non può che avere una carica inquietante e quindi è normale, starei per dire fisiologico che l’ “altro”, in quanto è altro rispetto a noi, susciti apprensione e persino paura. Il problema è trattare in chiave politica questa paura: l’esperienza di questi anni dimostra che da un lato vi sono alcuni che speculano su tale paura per costruire le loro fortune politiche, mentre resta troppo debole la voce di coloro che nei confronti di questa paura testimoniano che essa altro non è che l’effetto dell’incontro con un’alterità che bisogna affrontare sapendo che essa è in noi (è questo il senso profondo del concetto di perturbante – unhheimliche – in Freud) e che implica anche una minaccia, ma cercando di inquadrarla sotto il profilo di categorie razionali».

Possiamo includere nei processi intellettuali o psicologici di rimozione dell’altro, in quanto elemento strutturalmente “perturbante”, anche alcuni fenomeni di rimozione della nostra stessa storia collettiva? Si pensi alla grandiosa vicenda dell’emigrazione degli Italiani nel mondo che, seppur abbastanza recente, oggi il nostro popolo sembra aver rimosso.

«Sì questo è emerso oramai in maniera macroscopica: per esempio questa ondata critpo-razzista che ha colpito il Canton Ticino in Svizzera, dove gli immigrati italiani ma sopratutto i lavoratori frontalieri vengono presentato non solo in maniera caricaturale ma come se davvero fossero un pericolo per la Svizzera. E ovviamente non dovremmo dimenticare che per tutta la prima metà del novecento il nostro è stato un paese di grandi flussi di emigrazione, come è testimoniato dalla realtà di gran parte delle Americhe: in Argentina si è stimato che non una minoranza, ma quasi metà della popolazione è di origine italiana. E non c’è nemmeno da pensare – come ancora una volta la propaganda leghista tende a fare – che gran parte dei nostri emigrati fossero immacolati e spinti solo dal desiderio di trovare lavoro e condizione di vita decenti, perché quando si è in presenza non di singoli casi ma di fenomeni numericamente di grandi proporzioni, è inevitabile che siano presenti tutte le tipologie umane, il buono e il cattivo, il ben intenzionato e il mal intenzionato. Certamente in questo senso possiamo parlare di un fenomeno di rimozione collettiva».

Cambiando campo: possiamo includere in questo processo di negazione dell’altro anche i processi di assimilazione e di semplificazione linguistica? Si pensi – per restare nel contesto della vicenda culturale del nostro paese – alla pluralità dei dialetti italiani che, pur essendo sostanzialmente una ricchezza della nostra cultura, vanno scomparendo o, peggio, al contrario vengono talvolta usati come strumento di auto-identificazione localistica e di esclusione dell’altro?

«Questo è un discorso molto importante. Da un lato si può partire da una prima constatazione abbastanza sorprendente, ovvero che la negazione delle disuguaglianze, della legittimità delle disuguaglianze e addirittura della fecondità delle disuguaglianze, venga per lo più da quei settori politico-culturali che, viceversa, si sono sempre pronunciati contro le parole d’ ordine dell’uguaglianza: per decenni le forze di centro destra si sono pronunciate contro quell’uguaglianza che oggi reclamano a gran voce e in modo, ripeto veramente sorprendente, uguaglianza da ogni punto di vista, sia esso linguistico, culturale, gastronomico. Dall’altro lato c’è poi un’altra considerazione da fare e cioè che, tra le modalità distorte di accoglienza vi è anche quella, di fatto praticata da molti amministratori del centro-destra, che subordina l’accoglienza all’assimilazione integrale culturale, di costumi, di mentalità, di lingua della popolazioni autoctone. Che è quanto dire: io accetto l’altro, solo a condizione che rinunci ad essere un altro ma diventi identico a me, ovvero io accetto l’altro solo se diventa il riflesso della mia identità. Tutto questo però non ha il minimo di giustificazione, perché, mentre si può capire e condividere l’idea che siano comuni, condivise e rispettate da tutti le leggi che vigono in un certo territorio, non c’è alcuna ragione al mondo difendibile per la quale si debba anche imporre che vi sia una omogeneità dal punto di vista linguistico, culturale di costumi, di gastronomia, di religione e quant’altro.

Rispetto poi al dato linguistico osservo che, provenendo io da una regione in cui questo tema è stato esasperato dalle forze della Lega Nord, che tra l’altro è anche alla guida della Regione Veneto, vi siano una serie di equivoci che non riguardano per altro solo il centro-destra.  Mentre è auspicabile, per molte ragioni intuitive la conservazione e la trasmissione del patrimonio linguistico tradizionale di molte regioni italiane, nello stesso tempo è chiaro che questo patrimonio non può essere tutelato da una specie di “Wwf” culturale o linguistico: i dialetti, che sono certamente una testimonianza della ricchezza e della vitalità del patrimonio linguistico nazionale, sono espressioni di un modo di vita: allora è una caricatura quella della Lega che nel Veneto sta pretendendo che il dialetto si insegni a scuola. Nel momento in cui si dovesse infatti arrivare, in una regione come il Veneto, a insegnare il dialetto a scuola, ciò comporterebbe la morte del dialetto in quanto tale: esso diventerebbe una lingua morta, insegnata come tale, e quindi perderebbe la sua funzione fondamentale di essere un veicolo di comunicazione genuino e al tempo stesso collegato alle tradizioni. Da questo punti di vista bisogna stare attenti anche a che la tutela di aspetti di reale ricchezza non diventi appunto il pretesto per far passare politiche di tipo localistico».

Nelle pagine che dedica all’operetta politica di Kant, “Per la pace perpetua”, fa giustamente notare che dietro l’opzione “giuridica” del filosofo c’è una riflessione sulla irriducibilità dell’altro a noi, sulla sua assoluta alterità. Eppure l’identità culturale dei popoli altro non è che il frutto di una continua assimilazione di culture diverse e di una conseguente lenta trasformazione della cultura di ciascun popolo. Come potrebbero evolversi diversamente le culture dei singoli popoli se non assimilando le culture degli altri popoli? Come potrebbero essere colmate le distanze che li separano?

«In realtà la questione del rapporto con lo straniero viene impostata da Kant proprio in quell’ opera che egli dedica alla delineazione di un progetto di pace perpetua. In altre parole sembrerebbe trattarsi di due temi diversi: la pace, come la guerra, sembrerebbe pertinente alle relazioni politiche tra stati, mentre il rapporto con lo straniero sembrerebbe afferire alla questione dei rapporti individuali. Kant invece dimostra che la relazione che io ho con lo straniero, col forestiero col quale io mi trovo a confrontarmi, cioè ancora con questa figura dell’alterità, è uno dei modi fondamentali attraverso cui si può tentare di raggiungere l’obiettivo di una pace che se non è perpetua sicuramente può essere stabile, il che vuol dire che il dialogo, dal punto di vista culturale, è appunto una delle condizioni per la costruzione di un ordine giuridico internazionale. Mi sembra particolarmente significativo che in Kant questi due livelli siano saldati. Il dialogo è il metodo attraverso cui si può raggiungere l’obiettivo della pace: anche dal punto di vista etimologico, la parola dialogo include il senso del confronto, anche aspro fino a diventare scontro, ma che si conduce tra logoi, tra discorsi. Logos in greco è non solo parola, discorso, ma anche pensiero, quindi il dialogo può essere primariamente confronto tra pensieri, distinti, diversi, talora persino opposti, ma sempre un confronto pacifico, disarmato, capace sempre di far prevalere alla fine il logos migliore. Noi non solo non dovremmo aver paura di questo confronto, ma anzi valorizzarlo fino a considerarlo il luogo stesso in cui costruisce la pace».

Paolo Randazzo

(intervista raccolta a Siracusa l’8 ottobre 2010)

 

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Visioni: Alexis, una tragedia greca.

Posted by identitalterit su 25 ottobre 2010

Debutta a Modena “Alexis, una tragedia greca”, l’ultimo spettacolo dei Motus

Ha debuttato sabato 17 ottobre, al Teatro “Storchi” di Modena, “Alexis, una tragedia greca”, l’ultimo lavoro dei Motus, che porta a compimento il percorso d’indagine attraverso il mito di Antigone, sviluppato nei tre contest preliminari “Let the sunshine in”, “Too late”, “Iovadovia”. Una ricognizione nei territori del mito e della riflessione contemporanea sul mito di Antigone (oltre a Sofocle insomma, Brecht, il Living Theatre e Liliana Cavani de “I cannibali”) volta a verificare la possibilità che il mito possa essere ancora, se non racconto, valida griglia di lettura per comprendere le dinamiche interne della realtà occidentale ed efficace reagente politico per far sì che «l’ indignazione si trasformi in azione».

Una realtà che Enrico Casagrande e Daniela Nicolò (con in scena Silvia Calderoni, Vladimir Aleksic, Benno Steinegger, Alexandra Sarantopoulu) hanno osservato a partire da quanto è accaduto in Grecia negli ultimi anni e in particolare riflettendo sul senso dell’uccisione del quindicenne Alexis Grigoropoulos, avvenuta nel dicembre del 2008 da parte della polizia, nel corso dei violenti scontri con gli anarchici e gli studenti nel quartiere ateniese di Exarchia. Causa di quegli scontri la profonda crisi economica, con gli esiti che si conoscono e che ancora non ha esaurito i suoi devastanti effetti. Ma ecco che, se sul corpo del giovane Alexis si proietta l’ombra antica e cruenta del cadavere di Polinice, lasciato insepolto da Creonte affinché sia d’esempio e intimorisca quanti volessero ribellarsi alla legge del potere, diventano necessari alcuni interrogativi: chi è oggi Antigone? In quali valori troverebbe oggi la forza per ribellarsi? La risposta dei Motus si sviluppa in modo problematico in due direzioni: anzitutto nella dimensione formale d’una teatralità che rifiuta di sottomettersi al testo (di qui l’entrare e uscire da esso, l’interrogarsi continuo e metateatrale sulle possibilità di rappresentarlo, di qui il ricorso alla tecnologia audio/video che  moltiplica e distorce i campi d’azione, di qui il tentativo d’ inglobare il pubblico nella dinamica dello spettacolo e di presentargli il conto morale di quanto accade sulla scena); e d’altro canto nell’individuazione del disagio profondo, valoriale prima che economico, ch’è sotteso alla crisi greca e alla generale, e generazionale, perdita di una prospettiva sicura per il futuro. Un disagio che blocca qualsiasi risposta certa e autentica se ci si chiede «quale vita val la pensa d’essere vissuta?».

da Europaquotidiano.it del 20.10.2010

PAOLO RANDAZZO

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Una proposta per voi da una amica psicologa

Posted by identitalterit su 25 ottobre 2010

“TENIAMOCI IN KONTATTO

Se hai dai 14 ai 20 anni;

• se sei interessato ad un percorso di conoscenza di te stesso all’interno di un gruppo che ti porti ad individuare i tuoi punti di forza, a trasformare in risorsa i tuoi limiti e ad entrare in contatto con le emozioni, i desideri e i bisogni che senti e vivi;

• se hai voglia di migliorare la fiducia in te stesso;

• se senti l’esigenza di sviluppare e mantenere relazioni significative e costruttive all’interno della tua famiglia, con i compagni di scuola, gli amici, il tuo partner;

• se vuoi migliorare la tua capacità di ascolto e apprendere a comunicare in modo diretto e autentico e a gestire i conflitti in modo sempre più efficace;

PARTECIPA ANCHE TU!

MODALITA’ DI SVOLGIMENTO

Ci incontreremo una volta alla settimana per 8 incontri di 2 ore ciascuno e attraverso giochi di gruppo, filmati e diapositive, drammatizzazioni e simulazioni esploreremo, come viaggiatori curiosi, i territori nascosti o sconosciuti che ci saranno svelati di volta in volta nell’ incontro con l’altro.
I laboratori sono a numero chiuso per un massimo di 15 partecipanti.
Affinché il percorso abbia un senso e si costruisca il vissuto del gruppo è richiesta la presenza di ciascun partecipante ad almeno 4 degli 8 incontri previsti.
Per i ragazzi minorenni è obbligatorio il consenso informato dei genitori.
Il calendario degli incontri verrà comunicato nel corso del primo laboratorio.
A conclusione del percorso è previsto un incontro-dibattito con i genitori dei ragazzi partecipanti.

COSTI

Il costo a persona per ogni singolo incontro di due ore è di 12 €.
All’atto dell’iscrizione verrà versata la quota relativa al primo incontro. Il saldo degli incontri successivi avverrà all’inizio di ogni singolo laboratorio.
Per partecipare è richiesta la quota di iscrizione annuale di 5 € in qualità di socio dell’associazione

CONDUCE IL GRUPPO

Dott.ssa Angela Basile: psicologa e psicoterapeuta della Gestalt, formatasi presso l’Istituto di Gestalt H.C.C. Italy di Siracusa e Palermo, dove attualmente insegna. Lavora da anni con gli adolescenti nelle scuole e nei centri di aggregazione giovanile. Ha condotto corsi di formazione per docenti e per genitori sulla prevenzione del disagio giovanile e sulla promozione del benessere psicologico. Ha una formazione specifica sulle tematiche dell’abuso e del maltrattamento all’infanzia e nell’area della psicologia giuridica. Dal 2001 svolge la libera professione in qualità di psicoterapeuta ad Avola (Sr) e a Palermo

PER INFO E ISCRIZIONI. Dott.ssa Angela Basile: cell: 3394014888; angybasile@hotmail.it . Associazione culturale Sciami ONLUS, Via Cavour 37, Noto (sr) tel 0931835273.

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LETTURE: “L’uomo Romano”

Posted by identitalterit su 20 ottobre 2010

L’uomo romano

Andrea Giardina 

Editore Laterza, 2009, Roma

Indice

Il cittadino, il politico di Claude Nicolet – Il sacerdote di John Scheid – Il giurista di Aldo Schiavone – Il soldato di Jean-Michel Carrié – Lo schiavo di Yvon Thébert – Il liberto di Jean Andreau – Il contadino di Jerzy Kolendo – L’artigiano di Jean-Paul Morel – Il mercante di Andrea Giardina – Il povero di Charles R. Whittaker – Il bandito di Brent D. Shaw – “Humanitas”: romani e no di Paul Veyne.

CAPITOLO I, “Il cittadino, il politico.” di Claude Nicolet

Riassunto di: Alessia Costanzo e Sarah D’Antoni, Liceo Classico IV A

Andrea Giardina ha curato una raccolta di saggi intitolata “L’uomo Romano” , in cui cerca di individuare l’identità del cittadino romano, attraverso la descrizione della società di quel tempo. Il primo di questi saggi è stato curato da Claude Nicolet.

Egli introduce il primo capitolo menzionando la concezione che Rousseau aveva della società civile: essa era tale nel momento in cui si realizzava in un contratto politico, che permetteva ad ogni uomo di divenire cittadino. Questa concezione di uomo-cittadino nasce all’interno del contesto della Roma Repubblicana, ultimo esempio di organizzazione dello Stato. In tal caso cittadinanza e nazionalità coincidono, anticipando così la situazione degli Stati moderni. La grandezza di Roma, non risiedeva solo nella sua abilità di conquistare molti territori, ma soprattutto nella capacità di crescere come Stato e progredire verso un’organizzazione completa e articolata.

Inizialmente Roma era popolata da uomini liberi e schiavi, ovviamente con diversi diritti civili, successivamente gli schiavi liberati, detti liberti, entravano a far parte della società come cittadini, ma non ottenevano gli stessi diritti politici degli uomini liberi. Dopo la conquista di gran parte dell’Italia, alla fine del IV secolo a.C. vi sono i Romani, che godono di optimo iure, ovvero di pieni diritti, e gli Italici che, pur essendo alleati di Roma, hanno un’organizzazione diversa e privata rispetto a quella romana.

Riguardo al censimento dapprima venivano registrati solo i cittadini maschi, adulti e mobilitabili, erano dunque esclusi bambini, donne e forse anche i vecchi. Con l’ affermazione dell’impero, vecchi, donne e bambini vengono censiti a Roma, in Italia e nelle province. Essere cittadini comportava godere degli stessi diritti giuridici, cioè dell’aequum ius; in seguito ciò che contraddistinse l’impero romano fu l’organizzazione politica gerarchizzata: i vari ordines infatti godevano di diversi privilegi giurisdizionali.

La società romana è assimilabile alla famiglia, in quanto accoglie al suo interno uomini di origine comune, e alla società commerciale, la cui caratteristica è il calcolo dei benefici. All’interno di tale società il cittadino deve occuparsi dell’ambito politico e militare: sembrerebbe un regime totalitario che esige tutto da tutti, ma in realtà è il cittadino che decide liberamente di adempire a questi compiti, non vi è alcuna costrizione morale o fisica, difatti tutto ciò è previsto dall’educazione che viene inculcata loro fin dall’infanzia.

In ambito militare i cittadini erano divisi in centurie a seconda della classe sociale di appartenenza, ma l’ultima, quella dei proletari, conteneva molti più soldati rispetto alle altre. Poiché ogni centuria doveva esprimere un solo voto e le centurie dei ricchi erano più numerose rispetto a quelle dei poveri, la votazione non era equa. Si trattava inoltre di un sistema di reclutamento e di percezione delle imposte in cui erano i ricchi a guadagnarci, combattendo meno rispetto ai poveri. Questi ultimi erano costretti a combattere senza percepire alcun tributo. Furono questi i motivi che portarono alla legge agraria di Tiberio Gracco e alla legge frumentaria del fratello Gaio. Negli anni successivi cambiarono i metodi di retribuzione: ai soldati veniva rilasciata parte del bottino conquistato, ai veterani spettavano delle terre. Nella società romana un’importanza rilevante veniva attribuita soprattutto all’assemblea, in cui si riunivano tutti i cittadini, che rappresentavano se stessi e non delegavano il compito ad un rappresentante scelto; erano raggruppati in unità, in cui non aveva valore il voto individuale ma quello collettivo. L’assemblea si occupava di due fattori fondamentali: le ricompense e le punizioni, ossia l’elezione dei magistrati, l’ assegnazione delle cariche pubbliche, i giudizi criminali etc. Il magistrato che convocava l’assemblea variava a seconda dell’argomento di cui si doveva discutere, quindi il popolo non era libero di indire una riunione.

Insidia di questo sistema apparentemente perfetto era la corruzione, che non venne frenata nemmeno con l’aumento, nel II e del I secolo, delle leges de ambitu. Poiché si conosceva in anticipo il luogo delle votazioni di ogni gruppo, era inevitabile tentare di corrompere coloro i quali ne avrebbero determinato l’esito. Altra piaga del sistema civico romano era la violenza organizzata; alcuni cittadini, nonostante non avessero il diritto di esprimersi, si riunivano nelle contiones, assemblee in cui apprendevano del decisioni deliberate dai magistrati. Coloro i quali decidevano di riunirsi al di fuori di esse, venivano considerati dei ribelli.

L’uomo politico insomma coincideva con il cittadino, difatti non ci sono parole latine che traducono il termine “politico” se non quella di civis; l’uomo politico ideale faceva parte della fazione dei boni e inoltre era un optimus civis. Qualsiasi uomo che avesse voluto intraprendere la carriera politica doveva prima intraprendere quella militare, servirsi della cavalleria; difatti il primo gradino del cursus honorum era rappresentato dal tribunato militare. Prima di Augusto il cursus honorum era aperto anche ai cosiddetti uomini nuovi, cioè individui che appartenevano a famiglie che non avevano mai fornito magistrati allo stato; sotto Augusto invece solo i figli dei senatori hanno accesso alla politica. Una caratteristica positiva del cursus honorum era la garanzia di un apprendistato graduale, infatti coloro i quali intraprendevano la carriera politica dovevano percorrere tutte le tappe prima di divenire senatori.

A logorare la Repubblica romana furono le guerre civili, le liste di proscrizione, i massacri e i regolamenti di conti personali, in particolare il colpo di grazia fu inferto dall’otium in cui si erano rifugiati i figli degli uomini politici che non perseguirono la carriera dei genitori.

Vedi sotto, i link dei capitoli:

CAPITOLO I, “Il cittadino, il politico.” di Claude Nicolet

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