Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for novembre 2010

la vita appassionata di Frida

Posted by identitalterit su 30 novembre 2010

Pino Cacucci, “Viva la vida

Feltrinelli, Milano 2010, pp. 77, euro 9.00.

Basta poco davvero per rendersi conto di quanto rovente sia il magma vitale che sostanzia la pittura di Frida Khalo e però, a spiegarne l’origine, hanno ben poco rilievo le pur rilevanti afferenze di questa straordinaria esperienza artistica con le più importanti correnti e personalità delle avanguardie del novecento (Kandinskij, Mirò, Duchamp, Tanguy, Picasso). Per spiegare l’origine di questo magma incandescente (materia di colori forti, taglienti, mistero di sguardi che rivelano abissi di dolore, di vita e di passione per la vita, di fede politica, di fiducia gagliarda e innamorata nelle possibilità positive dell’ azione politica e rivoluzionaria) occorre anzitutto aver chiaro donde sgorghi quell’energia vitale che nei quadri della Khalo appare così sovrabbondante: sgorga dalla consapevolezza, vivida e dolorosa, dell’ incessante presenza della morte nella propria vita. È quanto tenta di dimostrare Pino Cacucci in “¡Viva la vida!” (Feltrinelli), un libro breve ma assai intenso che contiene un monologo teatrale (Frida racconta la vicenda della sua vita, nell’ inesausta lotta con la Pelona, ovvero con la morte) e un’attenta disamina critica dell’esperienza umana, artistica e politica della grande pittrice Messicana: lo strazio infinito del suo corpo a seguito di un incidente automobilistico a diciassette anni, la sua misteriosa e concretissima sensualità, l’amore grande e difficile per Diego Rivera («…un lento avvelenamento senza fine, tra gioie di sublime intensità e abissi di angosciosa disperazione»), la militanza politica comunista e la partecipazione attiva alle vicende della rivoluzione Messicana di Emiliano Zapata e Pancho Villa (fino a una identificazione tanto piena da affermare d’ esser nata nel 1910, anno appunto della rivoluzione, quando invece era nata nel 1907), infine il suo rapporto con Tročkij. Una donna «ribelle in ogni gesto e sovversiva in ogni pensiero, convulsamente bella, di una bellezza a molti incomprensibile». Non è la prima volta che Cacucci rivolge la sua attenzione di scrittore a grandi personaggi della storia contemporanea latino-americana, ma in questo lavoro appare evidente, fatto salvo qualche accenno eccessivamente retorico e ideologicamente acritico, l’ intima ammirazione per l’ esperienza della Khalo. Un’ avventura umana in cui spicca un amore feroce e tutto politico per la vita. Una lettura che fa bene in tempi di asfissiante banalità e di permanente difficoltà delle donne a trovare una loro autonoma dimensione politica.

http://www.europaquotidiano.it   30.11.2010

PAOLO RANDAZZO

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Udite, udite…

Posted by identitalterit su 17 novembre 2010

 

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Alessia Costanzo legge Eugene O’Neill

Posted by identitalterit su 16 novembre 2010

Il coro, la tensione, il tormento e il pathos: la tragedia greca rivive nel dramma di Eugene O’Neill

IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA

Una concatenazione di morti: il destino della famiglia Mannon

Mourning Becomes Electra è la tragedia di Eugene O’Neill, grande drammaturgo americano del Novecento, messa in scena nel 1931 al Theatre Guild con protagoniste Alla Nazimova  (nel ruolo di Christine) e Alice Brady (nel ruolo di Lavinia). La trilogia è divisa in tredici atti racchiusi in tre parti: Il Ritorno, L’Agguato e L’Incubo. L’autore si ispirò fortemente alla  famosa “Orestea” di Eschilo, tuttavia modificò la psicologia dei personaggi e ambientò la rappresentazione teatrale in America, durante la guerra di secessione. Il lutto si addice ad Elettra è sicuramente uno dei drammi più impegnativi di Eugene O’Neill.

L’opera ha inizio con la descrizione della dimora dei Mannon, una famiglia nordista ammirata e invidiata dall’intera città. Essa si trova spesso al centro di pettegolezzi, difatti in tale dramma giocano un ruolo importante i cittadini che rappresentano il coro greco, ossia una voce che interpreta i vari avvenimenti che coinvolgono la famiglia Mannon.  Il generale Ezra Mannon, che rappresenta l’Agamennone della tragedia greca,  è partito per la guerra così come anche il figlio Orin, ossia Oreste. Nella fredda e gelida casa Mannon vivono la moglie e la figlia del generale Ezra, ossia Lavinia che rappresenta Elettra e Christine che ritrae Clitemnestra.  Le due donne si assomigliano molto, hanno un aspetto distinto, sono di una bellezza rara, tuttavia si distinguono per le movenze e per il carattere: Lavinia è rigida nei movimenti, è fredda  nelle relazioni e avversa all’amore , veste sempre colori scuri, quasi rappresentassero il suo stato d’animo. La madre invece è molto più  morbida nelle movenze, indossa sempre abiti colorati e nella prima parte dell’opera riscopre le gioie di un amore giovanile. Ella difatti tradisce il marito con il capitano del veliero Flying Trades , Adam Brant. Costui sarebbe il figlio nato dal legame tra lo zio di Ezra Mannon e una governante; tale legame  fu da sempre considerato scandaloso e dunque rifiutato dalla famiglia Mannon, al punto che il fratello di Ezra fu escluso dal patrimonio di famiglia.

Lavinia, legatissima al padre, si accorge di ciò che sta accadendo tra Christine ed Adam e  minaccia la madre.  Con lo stesso stupore che manifesta Christine assistiamo al ritorno di Ezra, un uomo freddo che non sempre ha reso felice la moglie, ma che, dopo esser stato a stretto contatto con la morte, vuole riscoprire il loro rapporto. Christine però, pur di godere felicemente del suo amore con Adam, decide di provocare la morte del marito che perde la vita, dopo aver appreso la notizia del tradimento e, in preda ad un attacco di cuore, aver assunto un veleno datogli dalla moglie. Lavinia, disperata per l’ accaduto scopre l’atto sconsiderato della madre. Successivamente torna a casa anche Orin, legatissimo alla madre,  e dimostra di essere divenuto simile al padre dal punto di vista del carattere, ossia è diventato freddo e insensibile in seguito all’esperienza sul fronte della guerra. Tra le due donne della casa vi è molta tensione e ognuna tenta di conquistare Orin, come fosse una sfida, per la realizzazione dei propri intenti. Presto la madre verrà scoperta con il suo amante, Orin deciderà di uccidere quest’ultimo, e in seguito a ciò anche Christine si toglierà la vita. Per Orin inizierà un lungo percorso tormentato e angoscioso, difatti i suoi sensi di colpa si manifesteranno tramite le apparizioni dei morti della famiglia Mannon  e infine anche lui deciderà di togliersi la vita. Lavinia dopo aver fatto il possibile per difendere i segreti della famiglia, si ritroverà da sola nella gelida casa dei Mannon, con i ritratti dei suoi antenati e i fantasmi che popolano la residenza, e deciderà di arrendersi al suo destino e vivere nella disperazione,  ossessionata dai ricordi.

Numerosi tratti della tragedia di Eschilo rivivono ne “Il lutto si addice ad Elettra”, come per esempio il coro, elemento fondamentale delle rappresentazioni greche, ma inusuale nel teatro moderno. In questo caso ovviamente il coro non canta e non danza, ma esprime il punto di vista dei cittadini che osservano il succedersi delle terribili vicende dei Mannon. O ancora l’inganno: nell’Orestea, Oreste per uccidere la madre e vendicare  il padre non rivela la sua identità ma finge di essere un mercante; in questo caso Orin inganna la madre e toglie la vita al suo amante. Le Erinni, furie vendicatrici della madre, rappresentano il rimorso di Oreste; nel dramma di O’ Neill il rimorso che vive Orin non è dato solo dalla consapevolezza della colpa ma anche dal tormento delle apparizioni nella casa dei Mannon.

Uno dei nodi centrali della drammaturgia di Eschilo è il tema della colpa che ricade sui discendenti; nel dramma di O’Neill in realtà tutto ha inizio da una colpa originaria, ossia il suicidio dello zio di Ezra Mannon, a seguito della sua esclusione  dalla famiglia. Questo dramma si configura come una concatenazione di eventi: da una morte ne segue un’altra, finché non rimarrà che Elettra, la burattinaia di tutto. La psicologia dei personaggi di Eugene O’Neill è molto più approfondita rispetto alle maschere greche, tra le quali forse solo Clitemnestra ha la statura di un vero personaggio.

In questo dramma  le figure femminili sono dominanti. La moglie, da donna spenta e gelida a causa dei rapporti con il marito, diviene sempre più viva durante lo svolgimento del dramma. È lei che agisce e che vuole decidere quale destino deve intraprendere la sua vita; proteggere il nuovo amore è il suo obiettivo principale, la sua ragione di vita, difatti quando questa verrà a mancare cadrà in un delirio irreversibile e deciderà di suicidarsi. Lavinia, come anche la madre, attua un percorso ciclico: parte dalla freddezza, dall’indifferenza, ma in seguito muterà dopo il suicidio della madre, ella infatti non sarà più ostile all’amore e manifesterà la sua voglia di vivere, infine ritornerà all’angoscia iniziale, con tratti ancor più cupi e tormentati.  Orin è invece il personaggio maschile  i cui stati d’animo vengono maggiormente analizzati, subisce una manipolazione in primo luogo dalla madre, in seguito dalla sorella e non costituisce un personaggio autonomo; anche quando decide di togliersi la vita in realtà è spinto dalla sorella.

Il lavoro di O’Neill si rivela piacevole, affascinante e capace di catturare il lettore. Svolge inoltre un ruolo importante perché in maniera moderna fa rivivere le passioni del mondo greco ed è un tramite per avvicinare indirettamente  i giovani al mondo classico.

Alessia Costanzo

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Indifferenti

Posted by identitalterit su 9 novembre 2010

INDIFFERENTI (da A. Gramsci, “La città futura)

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

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Un contributo da Francesco Valvo

Posted by identitalterit su 9 novembre 2010

Da “Studio dell’Uomo” di Ralph Linton (1936):

“Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel Vicino Oriente ma che venne poi modificato nel Nord Europa prima di essere importato in America. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente addomesticato nel Vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel Vicino Oriente. Si infila i mocassini, inventati dagli indiani delle contrade dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee ed americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani  […]

Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono una antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è d’acciaio, lega fatta per la prima volta nell’ India del Sud, la sua forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano […]

Quando il nostro amico ha finito di mangiare si appoggia alla spalliera della sediae fuma, secondo un’abitudine degli Indiani d’Amrica […]
Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che s’agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio inso-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al centro per cento americano”

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