Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for dicembre 2010

Nora e le altre…

Posted by identitalterit su 30 dicembre 2010

Casa di bambola di Henrick Ibsen
di Cristina Burla

“Casa di Bambola” è la rappresentazione critica dei valori, imposti dalla tradizione e dalla morale, riguardanti il ruolo della donna e dell’uomo all’interno dell’ambito familiare e della società. È un testo teatrale scritto dal norvegese Henrick Ibsen nel 1879. Narra la storia di Nora, la moglie perfetta che, pur di rendere felice e serena la vita del marito, l’avvocato Torvard Helmer, è disposta a infrangere la legge. Per salvare la vita di Torvald, gravemente malato, Nora chiede un prestito allo strozzino Krogstad, il quale  ha alle spalle dei reati penali causati da firme false ed ora spera di riacquistare il rispetto dalla società lavorando nella banca in cui Torvald è il dirigente. Krogstad, appreso l’imminente licenziamento, ricatta Nora, la quale ha falsificato la firma del padre per ottenere il prestito: deve riuscire a convincere il marito a non licenziarlo e a fargli ottenere una promozione, altrimenti l’avrebbe denunciata al marito e alla legge. Da qui in poi la scena è permeata da una continua angoscia di Nora che cerca nel frattempo di mantenere il ruolo della moglie che antepone la felicità del marito alla sua. Soddisfa ogni suo desiderio, ballando e cantando per lui, quasi come se fosse una  marionetta guidata a piacimento dal marito, come se fosse una bambola. Nora si confida con l’amica Kristine, rimasta vedova, e vorrebbe farlo anche con il caro amico di famiglia il dott. Rank, il quale rivela di amarla, per cui Nora non può più chiedergli aiuto. Krogstad, venuto a sapere del licenziamento, ormai sicuro poiché Nora non è riuscita a convincere il marito, imbuca una lettera in casa Helmer, nella quale rivela la verità riguardante il prestito e la seguente filma falsa. Kristine, giovane amore di Krodstad, parla con quest’ultimo invitandolo a ricostruire insieme una nuova vita. Krodstad, all’inizio scettico, credendo che ciò fosse solo un sacrificio per amicizia, crede alla donna, esuberante all’idea di rifarsi  una vita con lei. Promette di scrivere una lettera per annullare ciò che vi era scritto in quella precedente. Tornato da una festa assieme alla moglie, Torvald legge la lettera. Infuriato urla contro la moglie, le vieta di occuparsi dei suoi bambini, lamenta il fatto di essersi fidato di lei , afferma di averlo deluso, di non essere più orgoglioso di sua moglie. Mentre urla ogni genere di insulto e umiliazione verso la moglie, arriva la seconda lettera di Krogstad. L’ipocrisia regna: tutte le offese vengono ritirate. All’improvviso il timore per la propria reputazione svanisce. Nora, la quale fino a quel momento era stata silenziosa incassando ogni rimprovero, si risveglia. Come se d’un tratto scoprisse ciò che non aveva capito fino ad allora, e cioè che non era una vera donna. Nora al marito dichiara che lascerà la casa, marito e figli, per riscoprire sé stessa. Capisce che fino ad allora era stata solamente conforme al volere del marito, come da piccola a quello del padre, abbandona tutto per cercare e scoprire ciò che vuole veramente, la vera felicità. Casa di Bambola mostra la figura di Nora come una donna inizialmente “estetica”, ovvero non ancora formata interiormente, che vive secondo i canoni dettati dal marito e dalla società. Alla fine Nora, quando comprende che il marito non era ciò che credeva, che era stata per otto anni di matrimonio una bambola , rivendica la sua identità. Essere una donna non è solo un fattore estetico, ma anche interiore. Ed è proprio questo che Nora ricerca quando lascia la vita che lei credeva perfetta, ma che infine si rivela un vita che rendeva felice chi le stava attorno, ma non lei. Una vita da pedina. Nora abbandona oltre alla famiglia anche il suo stile di vita iniziale da “bimba viziata” per far uscire la vera donna che è in lei, soffocata per tanti anni. Mostrarsi come una donna di carattere, davvero adulta, non solo esteriormente, che ha delle idee ferme da rivendicare. Il lungo sbaglio che  ha portato al risveglio finale ha smosso l’animo di Nora. Si può intendere come una scintilla necessaria a completare la sua figura di donna all’interno di un contesto sociale in cui l’apparire conta più dell’essere felici interiormente.

 

Clicca il link per saprne di più sul grande drammaturgo Enrick Ibsen

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AUGURI !

Posted by identitalterit su 23 dicembre 2010

Alexander Trhockmorton

(di Edgar Lee Masters, trad. italiana di Beppe Fenoglio – vedi links)


In gioventù ebbi ali forti e instancabili,

ma non conoscevo le montagne.

In età conobbi le montagne,

ma le mie ali non poterono seguire la mia visione.

Il genio è gioventù e saggezza.

 

Auguri di buon Natale e buon Anno nuovo 2011 ai miei alunni:

Teresa Ferraro, Niccolò Salvia, Giuliana Lentini, Ilaria Amato, Ilenia Franza, Alessandra Accardo, Pietro Tiralongo, Damiano Caruso, Paolo Dugo, Seby Zappulla, Licia Accardo, Ilenia Cultrera, Antonio D’Aversa, Roberta Rocca, Carolina Bonfanti, Sofia Russo, Marina Fronte.

Marco Bazzano, Cristina Burla, Valentina Caleca, Elisa Campo, Giuseppe Carnemolla, Roberta Caruso, Morgana Casella, Alessia Costanzo, Federica Cucè, Sarah D’Antoni, Eleonora Di Noto, Clara Di Rosa, Vincenzo Distefano, Carmelo Gisarella, Carla Giudice, Sabrina Infantino, Alessandra La Rosa, Giuseppe Lombardo, Alessandro Misseri, Giulia Modica, Gloria Prado, Maria Rita Randazzo, Martina Tringali, Emanuela Ucciardo.

Marco Terrizzi, Peppe Cannarella, Flavia Lombardo, Angela Caruso, Ruscica Pietro, Salvo Cosentino,, Carmelinda Tommasi, Adriana Attardi, Antonio Speranza, Lorenzo Tringali, Nicola Bonfanti, Dario Zuppardo, Giuliana Bordonaro, Francesca Mammana, Federica Bianca, Marika Valsavoia, Francesca Prado.

 

Auguri al Preside, Corrado Spataro, e a tutti i professori del Liceo Classico “Di Rudinì”.

Auguri a tutti i professori e a tutto il personale non docente del “M. Raeli”.

Auguri a tutti gli ex alunni del liceo che seguono il nostro blog

Auguri a tutti gli amici, i professori e gli studiosi che ci hanno incoraggiato.

E ancora un grande regalo: ecco il link di della versione online una importante rivista di politica e cultura internazionale che ci aiuterà a capire come va il mondo e a ripassare un po’ il nostro inglese.

Reset DOC

(troverete questo link anche nell’elenco qui accanto)

Paolo Randazzo

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L’analfabeta che diventò una grande scrittrice

Posted by identitalterit su 19 dicembre 2010

Gli anni del dopoguerra, la povertà, l’integrazione: Agota Kristof sopravvive scrivendo

La lingua “nemica”

Si diventa scrittori continuando a scrivere.

Agota Kristof, autrice di diversi romanzi e pieces teatrali, nacque nel 1935. Da giovane fu costretta ad abbandonare il proprio paese, l’Ungheria, per emigrare in Svizzera. Negli anni dovette  imparare diverse lingue per sopravvivere e si ritrovò dunque più volte analfabeta, da qui il titolo del racconto autobiografico pubblicato su una rivista di Zurigo. Si tratta di undici episodi,  riguardanti i rapporti della scrittrice con la lingua, proposti dall’infanzia all’età più matura.

La scrittrice descrive inizialmente i suoi primi anni di vita, i rapporti con i genitori, con i fratelli e la successiva delusione determinata dal trasferimento in un collegio. La scrittura diviene l’unico “luogo” in cui le è possibile esprimersi, l’unica speranza. In seguito descrive gli anni del dopoguerra, le difficoltà nell’adattarsi in un paese diverso dal suo. All’età di ventuno anni è costretta a fuggire clandestinamente dall’Ungheria in Svizzera, trovandosi in un deserto. Il deserto è l’impossibilità di comunicare e di integrarsi, tanto è vero che Agota non ritiene di poter avere ulteriori possibilità per divenire una scrittrice. Deve imparare una lingua “nemica”, definita tale non solo perché diversa dalla sua ma soprattutto perché avrebbe ucciso la sua lingua materna.

La lingua non rappresenta difatti solo uno strumento di comunicazione, ma è il simbolo di appartenenza ad un popolo. Si ritrova analfabeta, costretta a servirsi più volte di un vocabolario francese anche per sbrigare le faccende più semplici, come comprare il latte per la propria bambina. La sua è una vita di sacrifici, lavora di giorno in fabbrica e di sera si prende cura della famiglia. Nonostante ciò non smette di scrivere, difatti questo libro costituisce anche un incoraggiamento nei confronti di coloro che amano scrivere: si diventa dunque scrittori continuando a scrivere anche quando nessuno è disposto a leggere questi testi.

Successivamente Agota inizia a collaborare con alcuni gruppi di attori, scrivendo delle pieces teatrali, ma il vero e proprio successo arriverà in seguito con la stesura di diversi romanzi ,come “Il grande quaderno” che in seguito verrà integrato ne “La Trilogia della città di K.” .

Alessia Costanzo

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la sposa del vento

Posted by identitalterit su 18 dicembre 2010

Questo dipinto meraviglioso e famosissimo è di Oskar Kokoscka, uno dei massimi esponenti dell’espressionismo tedesco del ‘900.

E’ dedicato ad Alma Malher: una donna che questo artista ha amato fino a impazzirne.

Una donna vissuta tantissimo e che ha segnato la storia delle arti nel novecento (Klimt, Mahler, Gropius, Kokoscka).

Perché non provate a saperne di più da soli?

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…terra di poeti e analfabeti…

Posted by identitalterit su 16 dicembre 2010

Pietro Trifone, “Storia linguistica dell’Italia disunita

Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 200, euro 16.00.

Sconsolato, forse scenderebbe dal pantheon degli italiani illustri: povero D’Azeglio! L’aveva detto lui: «fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani». Ma gli italiani, c’è da ammetterlo, son venuti male. Male, se appena si guarda lo spessore culturale medio dei politici che li guidano, se si getta uno sguardo ai loro media e a molti dei programmi delle loro televisioni, se si pone attenzione al modo in cui si esprimono. È questo l’amaro punto di partenza concettuale del libro di Pietro Trifone: “Storia linguistica dell’Italia disunita” (Il Mulino). Ovviamente nessuna irriverenza verso la classica “Storia linguistica dell’Italia unita” di De Mauro, ma il tentativo di affrontare con colta leggerezza l’attuale situazione linguistica italiana. Né si tratta di una scelta stilistica arbitraria, anzi è pertinente affrontare l’argomento coi toni leggeri di un paese rimasto abbondantemente al di sotto del prestigio cui la storia e la generosità di molti lo avevano destinato: disunito e refrattario a prendersi sul serio, mentre i suoi intellettuali, dismessa ogni vis retorica, hanno continuato a coltivare l’intelligente, ma spesso poco costruttiva, virtù dell’ironia. Un insieme di saggi che spiegano da diverse angolazioni, da Tommaseo a Leopardi, da Busi traduttore di Boccaccio a Moccia, il panorama linguistico del “Bel paese” dove, a dirla con Pasolini, il no suona. Un percorso che si dispiega partendo dall’analisi di parole e locuzioni che descrivono la difficoltà degli Italiani a farsi e sentirsi un solo popolo: troppe divisioni e diffidenze (la classica coppia di terroni e polentoni anzitutto, ma poi napoli e lumbard, zecche e pariolini, e ancora sudici, ciociari, ascari, beduini), troppe distanze sociali, culturali, geografiche da colmare (piemontesi falsi e cortesi, italiani falsi e villani), troppi stereotipi semplificatori (Italia alle vongole) per dar ordine a una complessità culturale, quindi linguistica, che non solo non s’è semplificata, ma forse degradandosi s’è persino complicata. Ma a capire il presente Trifone giunge attraverso l’analisi di alcuni snodi problematici del passato: l’atavica faziosità, l’estraneità di troppi al significato delle parole dell’Inno di Mameli, la secolare distanza tra italiano scritto e parlato, le due piaghe della nostra tradizione linguistica ovvero l’analfabetismo e la pervicace e assai durevole tradizione retorica, l’anglofilia e l’anglofobia, il rapporto ancora difficile tra lingua nazionale, parlate regionali e dialetti.

PAOLO RANDAZZO

 

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