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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

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Letture: Itaca di Eva Cantarella

Posted by identitalterit su 4 aprile 2011

“Itaca: eroi, donne, potere tra vendetta e diritto”, di Eva Cantarella (Einaudi), illustra, servendosi della storia di Ulisse, i caratteri principali della piccola città greca, sottolineandone la sua organizzazione, la mentalità, il ruolo dell’uomo e della donna. la concezione del divino. Fonte principale, per la conoscenza dell’affascinante mondo greco, è senza dubbio l’epos, il quale trasmette la memoria del patrimonio culturale di un popolo. Una cultura imponente che serve a comprendere quali fossero i valori fondamentali della società e quali le virtù necessarie a rendere un uomo un agathos.

La polis omerica non è solamente l’insieme di spazi e di edifici dove si svolgono le attività del vivere quotidiano, ma indica l’insieme delle persone che, vivendo nell’asti, sono legate da una rete di rapporti che fanno di loro una comunità politica e sociale. La politica ateniese, per certi versi, è rimasta insuperata. Nelle poleis accanto al basileus), il quale amministrava la giustizia, stavano altri ordini istituzionali: un’assemblea allargata e un consiglio ristretto composto dagli anziani (gherusia). I poteri del basileus erano limitati da quelli dall’assemblea, che veniva convocata per una determinata decisione da prendere in ambito militare, sociale o politico. L’adeguamento alle regole era garantito dalla “cultura della vergogna”(shame culture), ovvero non si imponevano divieti, ma venivano proposti modelli positivi di comportamento: coloro i quali non si adeguavano, incorrevano nel pericolo di cadere nel biasimo sociale (demus phemis), quindi nella vergogna. Il rispetto delle regole era garantito anche dalla “cultura della colpa” (guilt culture) in cui chi teneva un comportamento non idoneo veniva oppresso da un senso di rimorso. La credenza nella punizione divina, inoltre, sommandosi alla shame e alla guilt culture, contribuiva a mantenere la devianza entro i limiti, che garantivano al complesso normativo un grado di accettazione.

L’uomo, considerato un’insieme fra demas (caratteristiche fisiche), psiche e thymos (caratteristiche dell’anima che donano all’uomo unità di vita), doveva aspirare, per essere un vero agathos, a diverse virtù, quali la forza fisica (bie) che definiva l’onore (time) e di conseguenza il suo stato sociale. Accanto alla forza necessitava il coraggio e bisognava non temere la morte. L’agathos doveva possedere anche la necessaria forza persuasiva in modo da ottenere il consenso cittadino. Infine egli doveva inevitabilmente essere bello e valoroso (kalos kagathos), tale binomio però non doveva essere scisso, altrimenti  l’una o l’altra qualità perdevano il loro valore: di Paride è rinomata la sua bellezza, ma il suo valore lascia a desiderare, per cui essa si muta in demerito. Forza fisica, coraggio, parola sono qualità riscontrabili nella figura di Ulisse, il quale possiede un’altra virtù: la metis, l’intelligenza astuta, frutto dell’esperienza  e della riflessione. L’epos insegnava che non bisognava peccare di hybris, termine identificato dopo diversi studi con “tracotanza”: un uomo che deteneva un potere non doveva usufruirne in maniera egoistica, con un eccessivo desiderio di mostrarsi inutilmente superiore. Peccare di tracotanza significava anche e soprattutto dimostrarsi superiore alla divinità, provocandone la vendetta e quindi la punizione. Quest’ultima diventava necessaria nel momento in cui intaccava la time: Telemaco doveva vendicarsi dei proci, i quali usurpavano la casa, Oreste doveva vendicare il padre Agamennone, ucciso dalla madre Clitemnestra e dal compagno Egisto. Nel mondo omerico un uomo non “è” un eroe, “è detto” eroe. Ciò che contava era la fama, che le gesta compiute siano note e le virtù riconosciute, in mancanza l’eroismo sarebbe inutile e le virtù non avrebbero valore: Penelope, quando Telemaco sta per essere ucciso, non si rammarica di perderlo per sempre, ma che egli muoia senza fama.

Qual era il compito della donna nel mondo greco? E, soprattutto, qual era il suo valore? Tutte le virtù che si richiedevano alla donna greca sono contenute nella figura di Penelope, la quale le possedeva al massimo grado. Penelope è saggia (periphron), eccellente nella tessitura, simbolo delle attività domestiche. Rinomata la sua fedeltà durata lunghi anni, nell’attesa di un uomo di cui non si può dire altrettanto fedele. Bella, rispettosa delle autorità maschili e astuta. Così affascinante da attirare l’attenzione di centotto pretendenti proci. Penelope possedeva inoltre la metis , che suscita ammirazione e rispetto al pari della forza fisica e del coraggio, ma, come mostra Omero, se ne serve in malo modo: la utilizza per verificare che il mendicante sia davvero suo marito, con il tranello del letto nuziale, provocando in Ulisse la paura che ella l’abbia tradito, credendo che qualcuno l’abbia spostato. Una metis, dunque, che utilizzata dalle donne risulta inefficace. Molti studiosi hanno visto in Penelope una donna ambigua: piangeva disperata il marito, temendo l’idea di risposarsi, ma segretamente prometteva il matrimonio ad ognuno dei centotto pretendenti. Chi era Penelope allora? Il prototipo della concezione della donna greca: da un lato era il modello, dall’altro l’insieme dei caratteri e dei difetti che l’uomo greco pensava che la donna avesse. Nell’Odissea viene presenta una figura di donna saggia, consigliera, protettrice e guida dell’uomo, ma anche una donna subalterna e sottomessa. Le donne si dividevano in  “per bene”, destinate ad occuparsi dei lavori domestici e ad essere il “contenitore” del seme maschile, e donne “adultere” le quali, oltre al ripudio, cadevano nella demus phemis, restando recluse a vita. La legge di Draconte (moicheia) , in particolare, del 621-620 a.c., segnò questa netta distinzione: essa affermava che l’adultero poteva essere ucciso impunemente (phonos dikaios)  poiché, in questo modo, si proteggevano le donne in casa (“per bene”), che erano state sedotte. Le donne “sole”, le quali avevano una grande capacità di iniziativa, non avevano tale diritto, e dovevano essere allontanate. Capacità importante dell’uomo era quella di distinguere le due categorie.

Aristofane nella Lisistrata sul finire del V sec. delineò le cariche onorifiche che spettavano alle donne: Le arrefore, nobili natali, a cui era affidato il compito di tessere il peplo per Atena; le aletrides, le quali macinava il grano per la focaccia per la dea; le orse, sacerdotesse incaricate di celebrare un rito di espiazione; le canefore, vergini che nelle Panatenai portavano ceste con doni sacri. Le donne sono diverse e inconoscibili. Racconta Esiodo, nella Teogonia, di Pandora, mandata da Zeus per punire il furto di Prometeo; Atena e Afrodite le avevano donato rispettivamente l’arte della tessitura, la grazia (charis) e il desiderio struggente (pathos argaleos). Ma Pandora aveva ricevuto anche l’arte del mentire (logoi haimylioi – parole incantatrici). Da ella discende il genos gynaikon, la razza delle donne, le quali sono l’alterità che non si può comprendere,dotate di grande forza di persuasione, pericolose anche quando sono apparentemente attraenti, come le sirene di Omero. L’uomo, in ogni caso, rimane sempre un essere superiore alla donna, come mostra la storia di Ulisse e Circe, può cedere alle tentazioni di una donna, ma rimane sempre colui che detiene il potere.

Leggendo il libro ci si accorge come il mito greco sia, a distanza di millenni, il materiale più adatto a comprendere i dati elementari dell’esistenza umana, mostrando come esso permea tutt’ora la realtà odierna.

Cristina Burla (IV A, Liceo Classico)

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