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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

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La scuola dei copioni. L’analisi socio-culturale del fenomeno in un saggio di Marcello Dei

Posted by identitalterit su 24 maggio 2011

Europa 24.05.2011

Ci sono diversi elementi di sicuro interesse da considerare nel leggere il libro di Marcello Dei Ragazzi si copia edito recentemente per i tipi de Il Mulino: un saggio elaborato a partire da una bella indagine sociologica e col quale l’autore, tra i più autorevoli studiosi del mondo della scuola, prova a interpretare un fenomeno antico e pervasivo nella scuola italiana ovvero l’abitudine degli alunni alla copiatura delle prove scritte.
Un fenomeno che Dei ha osservato, in anni di studi e ricerche sul campo, non solo negli alunni (delle scuole superiori, delle scuole medie e persino nei piccoli delle classi quinte elementari) ma anche nelle reazioni e negli atteggiamenti che suscita negli insegnanti.
Premesso che non esiste alcuna legge che vieti espressamente questo comportamento e che comunque, al di là della tendenza a sorriderne e a ridurlo a “normale”, “italianissima” “ragazzata”, è pur presente la consapevolezza che si tratta di una scorrettezza, l’autore dimostra come questa consapevolezza non ne abbia impedito negli anni, e non ne impedisca ancora, una pratica massiva e diffusa su tutto il territorio nazionale.
Anzi, oggi tale pratica è ulteriormente agevolata dalla diffusione della tecnologia informatica e dalle estreme possibilità di connessione al web date dai cellulari: possibilità che i giovani sanno sfruttare a livelli di competenza che surclassano l’immaginazione degli insegnanti.
I risultati sono interessanti, anche se non inattesi per chi conosce la nostra scuola: sono soliti copiare le prove scritte mediamente due ragazzi su tre, più i maschi che le femmine, si copia inoltre più negli istituti tecnici che nei licei e in modo inversamente proporzionale ai livelli di profitto. Questa pratica non dà luogo a sensi di colpa, né a grandi pentimenti, né provoca significative manifestazioni di riprovazione nel contesto delle classi e soprattutto è abbondantemente tollerata dagli insegnanti.
D’altro canto non hanno suscitato grande interesse o attenzione i rari esperimenti volti a identificare tale pratica per quello che in effetti è, piaccia o no: una truffa, un imbroglio, una forma di educazione all’illegalità, probabilmente uno dei nuclei più virulenti di quella che – per dirla con le severe parole di Beniamino Andreatta – è «la vera struttura corruttiva della società italiana, la classe scolastica ».
Interessante risulta poi l’interpretazione socioculturale che Dei dà di questo fenomeno: esso appare figlio di un’Italia che, passata dalla cultura contadina a quella industriale e quindi tuffatasi, dopo la svolta del Sessantotto, nella contemporaneità, ha trasformato, di fatto, la funzione della scuola dal rango di base costitutiva, e in qualche modo identitaria, di un’etica pubblica sentita e diffusa a quello di servizio volto a soddisfare le esigenze o più spesso i desideri degli individui-alunni e delle loro famiglie. «L’indebolimento della relazione insegnamento-apprendimento e il debilitarsi parallelo della società civile e della cultura comunitaria – si legge –, hanno fatto sì che il canone pedagogico della comprensione degradasse in forme di benevolenza a buon mercato. Un laissez-faire che risulta congruo con le caratteristiche culturali del modello di società aziendale/globale e del consumo di massa e del modello di socializzazione negoziata, che sono agli antipodi degli intenti originari».
Accade, infatti, oggi sempre più spesso che i genitori, invece di affidare serenamente i figli al rigore formativo e alla cultura degli insegnanti, ne assumono aprioristicamente le difese e ammettono con difficoltà che, semplicemente, un eventuale scarso profitto possa essere l’esito di una corretta valutazione.

È abbastanza facile comprendere come a lungo andare questo atteggiamento dei genitori abbia inevitabilmente prodotto un atteggiamento lassista negli insegnanti, anche in relazione al rigore da tenere nel sorvegliare lo svolgimento delle prove scritte. In ogni caso si tratta di un fenomeno (uno dei molti, certo, dello scarso senso civico italiano) che ha motivazioni profonde, che non va sottovalutato e al quale occorrerebbe porre ben altra attenzione per restituire al lavoro scolastico quella necessaria serietà senza la quale davvero non si sa su quali basi il nostro paese possa costruire il suo futuro.
Un’ultima notazione: nella considerazione delle cause di questo fenomeno ce n’è una, sul versante degli insegnanti e della struttura scolastica, che l’autore forse sottovaluta, ovvero il compulsivo attivismo pseudo-riformatore che quasi tutti i governi della Seconda repubblica hanno esercitato sulla scuola.
Troppe riforme che, indipendentemente dal giudizio sulla loro efficacia, sulla loro necessità, sulle loro motivazioni politiche, ideologiche o, come oggi brutalmente, solo economiche e ancora sulla loro fondatezza pedagogica e sull’onestà e profondità intellettuale del loro impianto, si sono affastellate negli anni l’una sull’altra per scaricarsi sopratutto sugli insegnanti, sui loro metodi e sulle prassi d’insegnamento, sulla loro proiezione sociale, con conseguenti disorientamento e perdita di motivazioni rispetto a un ethos condiviso che lega scuola e società. Se è vero infatti che gli insegnanti sono un po’ una corporazione, con tutto quel che ne consegue, è anche vero che sono una corporazione debole, da millecinquecento euro al mese e quasi sempre con anni di frustrante precariato sulle spalle: tutto a scapito, ovviamente, dell’efficacia dell’istruzione e dell’azione educativa.

Paolo Randazzo

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