Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for agosto 2011

La catastrofa

Posted by identitalterit su 23 agosto 2011

C’è una qualità nella produzione letteraria che oggi spesso l’industria editoriale sembra non tenere in considerazione: questa qualità è la “necessità” di un libro rispetto alla vicenda culturale di una collettività. Non una qualità transeunte e legata automaticamente o furbamente a vicende che riguardano l’attualità, si tratta piuttosto di quell’ingaggio (si può usare ancora questa parola?) di un’opera letteraria con le dinamiche profonde del presente. La catastròfà, ovvero il libro di Paolo Di Stefano recentemente pubblicato da Sellerio, è un libro necessario: una narrazione rigorosa costruita coi mezzi del giornalista (Di Stefano, prima d’essere un romanziere, è infatti un giornalista culturale del Corriere) e che tenta di ricostruire non solo la verità effettiva ma anche il senso profondo della tragedia di Marcinelle (Belgio, distretto di Charleroi) dell’8 agosto 1956. Per capire le dimensioni dell’accaduto basti pensare che, a 975 metri dal livello del suolo, morirono, bruciati o soffocati, 262 minatori di cui 136 italiani: un gravissimo incidente, aggravato dalle precarie condizioni della miniera e dal ritardo nei soccorsi.
Il libro si dispiega su tre ben definiti livelli di scrittura: un livello autoriale in cui lo scrittore, con discrezione, rigore e senso di giustizia introduce, commenta e contestualizza quel che si va leggendo; un livello memoriale in cui campeggiano le trascrizioni delle testimonianze raccolte direttamente incontrando i sopravissuti italiani della tragedia o i loro familiari (la lingua è viva, di struttura orale, densa di storia e dolore: un italiano fortemente attraversato da intercalari e dialettismi di ogni parte d’Italia e da francesismi mal digeriti); un terzo livello, di tono distaccato e burocratico, in cui sono riportati i referti delle inchieste che su questa tragedia furono condotte con superficialità e praticamente senza condanne.
La vicenda narrata non è solo la tragedia di Marcinelle, bensì quella enorme delle decine di migliaia d’italiani che dalla metà degli anni ’40 in poi emigrarono in Belgio spinti dalla povertà senza speranza dei loro paesi d’origine (dagli Abruzzi al Veneto, dal Friuli alla Sicilia e alla Campania) e vissero la mortificazione del razzismo e di condizioni di lavoro bestiali a fronte di una sostanziale indifferenza dell’Italia che da quella vicenda migratoria ricavò non pochi vantaggi economici.

Paolo Randazzo

da Europaquotidiano del 23.08.2011

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Pathos – La tragedia delle Troiane di Micha Von Hoecke

Posted by identitalterit su 21 agosto 2011

 

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Medea, la violenza dell’amore

Posted by identitalterit su 13 agosto 2011

Così la scoperta dell’ amore diventa una condanna L’ incontro Lui le apparve come Sirio, l’ astro bellissimo e sinistro, alto sopra l’ Oceano. I due stavano vicini, muti perché non sapevano quali parole pronunciare Medea nel Paese delle Streghe

L’ estremo Occidente dell’ universo – dove Ulisse giunge dopo un viaggio rapidissimo nell’ Oceano – è il luogo della tenebra, della sterilità e della morte. Al tramonto, Ulisse tocca la terra dei Cimmeri, avvolta da nebbie e nuvole ininterrotte, che il sole non attraversa mai. Quando arriva presso l’ Ade, nessun falò o luce illumina la tenebra: domina l’ odore acuto dei fantasmi; e non scorge, non vede nulla. I salici di Persefone sono piante infeconde, che non portano nessun frutto a maturazione. Quanto alle anime, che svolazzano nel buio dell’ Ade, stridendo come pipistrelli, sono secche e asciutte. Non posseggono né umore né liquido. Sono come immagini riflesse nello specchio: identiche alle persone che furono in vita, ma indebolite, vacue, inafferrabili. O sono come fantasmi, ombre, anch’ esse inconsistenti. O come sogni, o come fumo. Non hanno più energia, né coscienza vitale, né intelligenza, né sangue, né memoria, né speranza. Quale oscuro desiderio di vita le inquieta, quale nostalgia di essere nuovamente come noi, di parlare con noi, di camminare con noi, di stringerci al petto. Sognano soltanto il latte, il miele, il vino, l’ acqua, il sangue, che darà loro, per qualche ora, l’ apparenza di esseri umani. L’ estremo Oriente, verso il quale muovono gli Argonauti, è il regno di Elios, il Sole: «il multiveggente padre degli occhi», l’ infaticabile auriga, l’ instancabile testimone, che vede e ascolta tutte le cose. Ogni mattina Elios si leva nel Paese dell’ aurora: la Colchide – la Georgia di oggi. Tutto vi sovrabbonda e trabocca d’ oro, che è il segno trionfale del Sole. Il palazzo è pieno d’ oro; così le stalle, dove la notte vengono rinchiusi i cavalli, che una volta hanno rischiato di ardere il mondo: il simbolo della regalità è l’ oro; i fiumi e i corsi d’ acqua sono pieni d’ oro, che i Colchi raccolgono con pelli di montone. Anche gli esseri umani, o semidivini, sanno d’ oro, il quale è vita e linfa. Il re Eeta, figlio di Elios e protetto da Ares: Circe, sorella di Eeta, che non sappiamo quando e per quale ragione è fuggita verso Occidente, nell’ isola boscosa di Eea, dove tesse cantando «un ordito sottile, pieno di grazia e di luce»; Medea e Apsirto, figli di Eeta, hanno un dono in comune: il lampo degli occhi, che brillano e irradiano davanti a loro «fuochi simili a quelli dell’ oro». * * * Sebbene riempia di luce e d’ oro i palazzi, i fiumi e gli occhi, il Sole ha un rapporto segreto con tutto ciò che, nell’ universo, è tenebroso, infernale, stregonesco. Quando hanno superato il Capo Acherusio, gli Argonauti incontrano nel Mar Nero la grotta dell’ Ade, avvolta da rocce e foreste: senza tregua essa esala dal profondo un soffio gelido, che «tutt’ intorno crea la candida brina». Lì vicino, il fiume Acheronte si getta nel mare. Non sappiamo (o almeno non so) se questo Ade e questo Acheronte siano gli stessi che Ulisse ha incontrato nel suo viaggio notturno: o se invece esista un secondo Ade, un secondo Acheronte, di cui non abbiamo nessuna notizia precisa. In ogni caso, se gli Argonauti vogliono raggiungere il Paese del Sole, devono oltrepassare il mondo della morte. La Colchide è un paese di draghi e di streghe. Il più possente tra questi draghi occupa il bosco di querce sacro ad Ares. Esso è figlio della terra fecondata dal sangue del mostro Tifone: un fuoco feroce gli brucia negli occhi glauchi; tre lingue gli vibrano in bocca; il corpo, coperto di scaglie, è tortuosissimo, tutto volute, spirali ed anelli, che si muovono e si agitano di continuo; soffia terribilmente; e questo soffio risuona lungo il fiume Fasi e nella foresta, tenendo nel terrore i Colchi. Appeso ad una quercia, sta il vello d’ oro di un ariete. Grande come la pelle di una giovenca, emana una luce simile a quella della luna piena, che si confonde con il rosseggiare degli occhi del drago. Esso incarna la sovranità regale di Eeta e della sua famiglia. Con le sue fila di denti acutissimi, il drago tiene stretto il vello d’ oro nelle mascelle: lo sorveglia giorno e notte, senza addormentarsi mai, perché mai il talismano della regalità deve abbandonare la Colchide. Come la Tessaglia, la Colchide è il Paese della stregoneria. La sua regina è Ecate, signora lunare dei morti e della magia, che si aggira nella notte coperta da un abito nero. Il suo capo è cinto da serpenti, intrecciati con rami di querce, le sue fiaccole lampeggiano: intorno ululano i cani infernali; e le erbe tremano al suo passaggio, mentre le Ninfe delle paludi gettano un grido. Se Ecate si nasconde, la sostituisce Medea, che secondo una tradizione è sua figlia. La luna è il suo astro. Quando rifulge pienissima guardando la terra, nel cielo c’ è una quiete profonda, che scioglie in un solo brusio le voci di uomini, uccelli e fiere: le fronde silenziose sono immobili; l’ aria umida tace; e solo le stelle hanno un palpito. Medea esce dal palazzo di Eeta a piedi nudi, con la veste slacciata, le spalle coperte dai capelli sciolti e avanza sola, nel silenzio di mezzanotte. Tende le braccia verso le stelle, gira tre volte su se stessa, tre volte si bagna la chioma, tre volte schiude le labbra. Piega il ginocchio a terra, innalzando alla notte l’ inno più dolce, molle e affascinato che il mondo classico abbia mai inteso. «Notte, fedelissima ai sortilegi, astri splendenti, raggi della luna, Ecate dalle tre forme, che vieni in aiuto alle formule e alle arti dei maghi, e tu, o Terra, che ci insegni erbe potenti, e voi brezze e venti e monti e fiumi e laghi, e voi, dei delle foreste e della notte, assistetemi». L’ immenso vocativo alla Notte e alla Terra culmina con l’ enumerazione delle arti di Medea. «Col vostro aiuto, quando voglio, i fiumi ritornano alla fonte, fermo il mare mosso, muovo il mare fermo, scaccio le nuvole, ammasso le nuvole, scateno i venti, richiamo i venti, apro le fauci delle vipere, vivifico i sassi e li muovo, induco i monti a tremare, tiro la luna giù dal cielo, irrigidisco il corso delle stelle, faccio impallidire il carro del sole, fiorire la terra in piena estate, riempire di luce le foreste più ombrose, colmare di messi la terra in pieno inverno. Ringiovanisco i corpi stremati dei vecchi, diffondo filtri e farmaci e un sopore che addormenta e blocca ogni cosa». Quando canta il suo canto di strega, Medea sembra una ragazza, una tenera Nausicaa: eppure la sua mente non inorridisce davanti a nessuna visione, il suo animo non teme di compiere nessun delitto. Su in alto, in fondo alla Colchide, sta il Caucaso, «elevato sino al gelo dell’ Orsa», al quale è ancora incatenato Prometeo. Mentre percorrono il Mar Nero, gli Argonauti vedono l’ aquila, «il cane alato di Zeus», volare alta sopra la nave, sconvolgendo le vele col battito delle ali e gettando uno stridore acuto. Poco dopo, dietro le rocce, odono il lamento di Prometeo: l’ aquila morde il suo fegato, lo strazia e lo divora; l’ aria risuona di gemiti; finché l’ aquila si scaglia di nuovo sulla sua vittima indifesa. Il sangue di Prometeo cola a terra sulla montagna; e da quel sangue nasce un fiore alto, che ha il colore dello zafferano, un doppio stelo, e la radice come carne viva. Medea taglia la radice: Prometeo è legato al fiore, che è ancora una parte del suo corpo, e geme, angosciato dalla sofferenza. Dalla pianta Medea trae un filtro nero, che ricorda il succo delle querce, e lo chiude in una conchiglia del Caspio. Così anche Prometeo, la vittima colpevole di Zeus, collabora alle arti della magia. * * * Nei tempi antichissimi, Zeus sventò, in Beozia, un crimine orrendo. Nel Paese, per colpa di Ino, la seconda moglie del re Atamante, si era diffusa la carestia: Atamante fece consultare l’ oracolo di Delfi; e un falso messaggio decretò che la sterilità della terra sarebbe cessata, se si sacrificava a Zeus Frisso, figlio di Atamante. Mentre stava per uccidere il figlio, intervenne Eracle, che gli strappò dalle mani il coltello sacrificale. «Il padre mio, Zeus – disse – odia i sacrifici umani». In quel momento, Ermes inviò dall’ Olimpo, per ordine di Zeus e di Era, un ariete alato e dorato. Frisso salì sull’ ariete, che attraversò i cieli sopra la Grecia, l’ Ellesponto, il Mar Nero, fino a giungere nella Colchide. Il re Eeta accolse Frisso, offrendogli la figlia in sposa. In segno di gratitudine e venerazione, Frisso sacrificò a Zeus l’ ariete, che salì vertiginosamente in cielo, diventando una costellazione: la costellazione che porta il suo nome. Quanto al vello d’ oro, lo offrì a Eeta: come se soltanto un re solare potesse conservare e difendere il talismano dorato della regalità. Zeus voleva che il vello d’ oro ritornasse in Grecia, assieme all’ ombra di Frisso: solo allora il sacrilegio di Atamante sarebbe stato cancellato e la Beozia avrebbe conosciuto una nuova prosperità. Giasone, figlio di Esone, re della Tessaglia, accolse il suggerimento di Zeus, invitando i più famosi eroi della Grecia, tra i quali Eracle ed Orfeo. Atena costruì, o fece costruire, Argo, la prima nave della storia. Era una nave magica, di cui una trave, appartenuta alla quercia di Dodona, aveva il dono della parola e della profezia. Tutto avveniva sotto la protezione degli dei: eppure la costruzione di Argo ferì a morte l’ età dell’ oro, quando gli uomini non solcavano i mari sconvolgendo la quiete originaria del mondo. La nave partì verso le rive orientali del Mar Nero. Il viaggio fu lungo e faticoso, pieno di avventure, rischi e pericoli: ma Argo avanzava rapida, con le vele che si gonfiavano al vento, come «lo sparviero avanza veloce nell’ alto, con le ali aperte e ferme nel cielo puro». Giasone raggiunse la Colchide e la foce del fiume Fasi, che si avventava furiosamente nel mare. Quando si addentrò nel fiume, vide un filare di pioppi e la tomba di Frisso. «Per il sangue – gridò – per i dolori che ci congiungono, Frisso, fammi da guida in questa impresa, ti supplico: su questi lidi, proteggimi…». Infine, Giasone incontrò Medea. Non sapeva nulla di lei. Non sapeva che, in leggende antichissime, era stata una dea madre, una dea ctonia, forse l’ ipostasi di Demetra. Non sapeva nemmeno che Era e Afrodite volevano che Medea si innamorasse di lui. Mentre i due si incontravano, Eros tese il suo arco, scagliando una «freccia intatta, apportatrice di pene», e si insinuò in segreto nel cuore della ragazza. Afrodite tentò un incantesimo per mezzo del torcicollo, l’ uccello del delirio amoroso: legò le ali e le zampe dell’ uccello ai raggi di una ruota mobilissima, rivolta verso il cuore di Medea, mentre pronunciava formule magiche. Giasone non vedeva in Medea nulla di divino e di stregonesco: scorgeva soltanto una ragazza con gli occhi luminosissimi, che irradiavano «fuochi simili a quello dell’ oro». Quanto a Medea, che conosceva quasi tutte le cose, ignorava la passione d’ amore. Quando vide per la prima volta Giasone, fissò su di lui uno sguardo obliquo, scostando il velo che le copriva il volto: il viso, gli abiti, le parole e i gesti di Giasone la affascinarono per sempre. Il volto di Medea arrossiva e splendeva di gioia. Il cuore le batteva in petto, acceso da una fiamma incancellabile. Temeva che lui morisse; e lo piangeva come se fosse già morto. Ma non si abbandonava alla passione, perché la sua coscienza acutissima non smetteva mai di sorvegliarla. Era divisa, separata. Il desiderio, la vergogna, il pudore, il fortissimo senso di colpa, si combattevano nel suo animo. I sentimenti si alternavano e oscillavano. Non conosceva requie. Ora temeva che Giasone fuggisse, tornando in Grecia. Ora voleva fuggire con lui, come sua sposa. Ora non voleva abbandonare il padre, la sorella, il fratello, Ecate, il Sole. Il matrimonio le sembrava un delitto: l’ amore una terribile colpa. La notte, quando il silenzio possedeva la terra, Medea si rifugiava nella sua stanza. Non dormiva. Non poteva dormire. Il cuore le batteva fitto, quando pensava ai pericoli o alla fuga di Giasone. Il petto si agitava: versava dagli occhi lacrime di desiderio e di compassione, la pena la rodeva senza riposo, insinuandosi sotto la pelle, fino ai nervi sottili, fino all’ estremità della nuca, dove penetra il dolore più acuto. Le sembrava che la luna – la sua luna – le dicesse: «il dio del dolore ti ha dato Giasone come pena e angoscia. Va’ e preparati a sopportare infiniti dolori». Poi le passavano nella mente tutte le dolcezze dell’ esistenza, i piaceri che toccano ai vivi, le compagnie gioiose della giovinezza, e il Sole appariva più dolce ai suoi occhi. Vedeva la soglia brillare di un esile filo d’ aurora. La prima luce la confortava, «come un’ esile pioggia rialza le spighe inclinate». Quando Eeta fissò il giorno della prova, Medea unse con l’ «unguento di Prometeo» la lancia, lo scudo e il corpo di Giasone, che diventò invulnerabile. I tori coi piedi di bronzo furono sottomessi senza fatica: i guerrieri nati dai denti dei serpenti si uccisero a vicenda, mentre Medea recitava l’ ultima formula. Infine, giunse il giorno della fuga. Medea fissava la strada, ascoltando i rumori della notte. Quando Giasone apparve, le sembrò Sirio – l’ astro bellissimo e sinistro -, alto sopra l’ Oceano. I due stavano l’ uno vicino all’ altra, muti e senza parole, «come le querce e i grandi pini, che hanno ferme radici nelle montagne e stanno, senza vento, vicini ed immobili». Tenevano gli occhi fissi per terra. Poi si guardavano sorridendo e non sapevano quali parole pronunciare, perché volevano dire tutto in una parola sola. Lì vicino stava il bosco sacro di Ares. Il drago tendeva verso loro il collo lunghissimo e le sue enormi volute, soffiando ferocemente. Medea parlò «con voce soave»: la sua voce di strega virginale. Invocò in aiuto «il sonno onnipotente», perché affascinasse la fiera; e Ecate, la regina notturna, la madre. Intinse un ramo di ginepro nel filtro, e lo sparse sopra gli occhi del drago, mentre diceva le sue formule magiche. Il drago si addormentò. La bocca cadde a terra. Gli anelli si stesero nella foresta. Intanto Giasone staccava dalla quercia il vello d’ oro, che faceva luce come un raggio di luna piena, arrossandogli le guance e la fronte. Quando Medea e Giasone arrivarono tra gli Argonauti, l’ aurora cominciava appena a bagnare la terra. Medea sedette sulla poppa di Argo; e mentre la nave correva verso la Grecia, si slanciò indietro, tendendo, disperata, le mani verso la patria abbandonata. Alla foce del Danubio, la nave di Colchi guidata da Apsirto, il fratello di Medea, raggiunse quella degli Argonauti. Medea trasse il fratello in un agguato. La vergine dagli occhi d’ oro si trasformò: il profondissimo senso di colpa, che nutriva verso il padre, chiese altre colpe, altri delitti. «Rifletti – disse a Giasone -: è necessario, dopo le cose orribili che abbiamo compiuto, pensarne un’ altra, ancora più orribile». Giasone colpì Apsirto con la spada nuda. Medea distolse gli occhi: Apsirto cadde in ginocchio; e mentre esalava l’ ultimo respiro, raccolse con le mani il sangue della sua ferita, e arrossò il bianchissimo velo e il bianchissimo peplo della sorella. In quel momento, si risvegliò l’ Erinni spietata, signora del mondo, regina del delitto, della punizione e della vendetta; e indusse Medea a moltiplicare i delitti e le colpe. Medea diventò l’ Errante, la Straniera, la Leonessa, la Barbara. Quando giunse a Corinto fece uccidere dai propri figli la seconda moglie di Giasone; e li maledisse e li uccise. Poi salì sul suo carro trainato dai draghi alati: vi caricò i cadaveri dei figli e ritornò tra i draghi, le streghe, l’ oro, il Sole della Colchide, il vento gelido del Caucaso.

Pietro Citati

Corriere della Sera 1 giugno 2011 (link)

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I mille volti dell’alterità

Posted by identitalterit su 10 agosto 2011

Non è difficile rendersi conto del motivo per cui oggi la questione dell’alterità, ovvero della relazione con ciò che ci è esterno e del senso di ciò che si muove nel mondo indipendentemente dalla nostra volontà, abbia in qualche modo conquistato una centralità indiscutibile nel panorama filosofico contemporaneo.
Il mondo, come già il senso comune ci mostra quotidianamente (i vicini di casa nord africani, l’amica buddista, i bambini di famiglia straniera nelle nostre scuole, etc.), è diventato più piccolo e le tante diversità (esistenziali, sociali, culturali) che nel passato si sono potute coltivare e approfondire tranquillamente nei loro rispettivi alvei territoriali, si trovano ad essere costrette a processi di confronto, contaminazione e ibridazione di potenza e velocità inaudite.
Si chiama globalizzazione ovviamente, ma come si sa l’ovvietà è la peggior nemica della conoscenza. È per questo che appare utile leggere il saggio di Vincenzo Costa Alterità pubblicato dai tipi del Mulino nella recente collana dedicata al “lessico della filosofia”. In questo saggio tale problematica viene affrontata sistematicamente, inseguendola in ogni sua apparizione nel campo vastissimo della filosofia occidentale dai presocratici e da Platone e Aristotele fino a Levi Strauss, Levinàs, Derrida, Ricoeur, passando ovviamente attraverso il fondamentale snodo teoretico del cogito di Descartes. «Emerge il problema – scrive Costa a proposito della riflessione cartesiana – di trovare un ponte tra coscienze separate, cioè di capire come fanno a comunicare delle coscienze opache le une alle altre e con quale diritto attribuisco a dei corpi materiali una vita di coscienza che non posso esperire in maniera diretta».
Ma è davvero necessaria, al di là delle specifiche esigenze editoriali, questa sistematicità di approccio? Probabilmente sì, perché se appare comprensibile e necessaria e positiva l’attrazione che oggi l’uomo occidentale prova verso ciò che è altro e diverso, è altrettanto vero che la cultura occidentale possiede un tale patrimonio di sapienza che non solo non va trascurato ma che anzi occorre ri-conoscere e giocare per intero nella costruzione di una dialettica positiva con l’alterità. Una dialettica che abbia nel dialogo il suo modello di base e che possa manifestarsi tanto nella costruzione di rapporti interpersonali, quanto nella individuazione di nuovi modelli nei rapporti tra sessi, nei rapporti educativi e affettivi, nei rapporti politici e sociali, nei rapporti interculturali e interreligiosi.

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