Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for ottobre 2011

Zanzotto: un grande poeta è scomparso

Posted by identitalterit su 18 ottobre 2011

ADDIO A ANDREA ZANZOTTO

La natura, l’inganno, la peste le meditazioni di un poeta

Ripubblichiamo l’intervista del dicembre 2009 al poeta scomparso oggi

di FRANCO MARCOALDI

La natura, l'inganno, la peste  le meditazioni di un poeta Andrea Zanzotto in una foto

PIEVE DI SOLIGO (Treviso) – Questo breve viaggio volto a suggerire un “lessico necessario” utile ad affrontare i nostri giorni confusi e concitati, si conclude incontrando un poeta: ovvero chi ricerca la massima precisione della lingua, in ogni sfumatura, sonorità, dettaglio. A un poeta dunque, l’ultima parola. E tra i poeti la scelta non poteva cadere che su Andrea Zanzotto: un indiscusso maestro, oltre che un amico. Era più di un anno che non venivo a trovarlo nella sua casa di Pieve di Soligo. E con grande gioia lo ritrovo in buona salute, fisica e mentale. Ha appena compiuto ottantotto anni e il suo volto si è fatto simile allo schizzo di un pittore: il naso rapace è ancora più rapace. Le labbra si sono ulteriormente affilate. Gli occhi sono diventati due fessure da cui traspare una luce maliziosa, che guarda lontano. Sempre più lontano. Sulla testa, infine, l’immancabile “bareta”, questa volta di color rosso cardinale. La nostra conversazione parte dal suo recentissimo libro di versi, Conglomerati (Mondadori), che riconferma tutta la sua grandezza. E ci invita a riflettere sulla forza diagnostica di una forma espressiva, la poesia, che proprio nel tenace balbettio pare acquisire un peso nuovo e imprevedibile. Tanto più, di fronte al ciarliero collasso di un discorso pubblico affannato e incapace di afferrare il turbinoso fluire delle cose.

Dunque, Zanzotto, da quale parola cominciamo?
“La prima che vorrei suggerire è proprio “conglomerati”. L’ho scelta come titolo del libro dopo vari tentennamenti e la vorrei riproporre qui perché segnala un indispensabile contatto con la “terra”, parola ad essa intimamente collegata. Amo molto, ancora oggi, fare dei giri qui intorno a casa mia. In particolare in un’area, a tre o quattro chilometri dal centro del paese, dove c’ è un insieme di colline che non sono colline e di torrenti che non sono torrenti: un tenebroso e inquietante labirinto, appunto, di conglomerati pietrosi; le crode del Pedré. Ebbene, se sono tornato a parlare di questo posto, dove si andava in gita scolastica quando ero bambino,è perché in quel luogo fisico c’ è una volontà di resistere, anche se contraddetta da pulsazioni opposte e oscure, che è omologa alla terra e all’uomo. Il che mi riconferma nella convinzione che nel mio caso le principali suggestioni derivano dalla geologia, prima che dalla storia; e dalla scienza, prima che dalla letteratura”.

Da quanto dice sembrerebbe che una linea poetica cominciata con “Dietro il paesaggio”, che è del 1951, non si sia mai interrotta. Malgrado tutto è proprio nella “magna mater”, nella grande madre, che possiamo e dobbiamo cercare conforto. Anche quando il suo volto appare, come in queste ultime poesie, sfigurato da “sfondamenti di orizzonti”, “funebri viali di future “imprese””, “grulle gru”, “cento capannoni puzzolenti”.
“E’ proprio così. Anche se calpestato, squartato, tumefatto, ustionato, ulcerato, il “paesaggio” esercita ancora un continuo richiamo. Attraverso il fischio di anonimi uccelletti o grazie a venti improvvisi e furiosi. Sempre e comunque, il paesaggio, nella sua duplice veste di incanto e gabbia, induce quel sentimento di immanità che percorre strade tutte sue. A volte ce lo indica ammutolendo, altre invece cantando in modo anche stonato. Non per caso, nelle mie poesie più recenti, la stonatura è sempre in agguato. Voluta e non voluta”. Senza nominarla esplicitamente, abbiamo indicato così la terza parola: “paesaggio”.

Che introduce, mi par di capire, a una sorta di religione della natura.
“Religione della natura che in me si accompagna, almeno a tratti, a vere e proprie meditazioni teologiche. E a mille impulsi, i più diversi e contrastanti. Perché come qualunque altro individuo, anch’ io riconosco che tutto ciò che è umano mi riguarda”. La parola “paesaggio” si porta appresso, inevitabilmente, la parola “clima”. E su questo fronte, anche i più recenti incontri internazionali dimostrano come le più funeree previsioni non producano mai scelte politiche conseguenti. “Può essere, molto semplicemente, che non si voglia credere alla catastrofe, già ampiamente provata, perché è più comodo ingannarsi, illudersi. Oggi sembrano tutti sopraffatti dal fascino dell’autoinganno. E finiscono per voler lucrare anche sul proprio funerale”.

E’ anche per questo che di recente lei utilizza sempre più spesso la parola “peste”?
“Nella vita quotidiana a un bambino un po’ inquieto si dice: “sei una peste”. Senza che lui neanche capisca a cosa si sta alludendo. Anche a me questa parola è uscita di bocca così, con leggerezza, quando l’ho utilizzata riferendomi alla Lega. Pensavo alla figura di un bambolo un po’ tonto. Invece i leghisti l’hanno presa sul serio, e cioè in modo drammatico. Ma è un bene che le parole vengano spiazzate, che il senso si mobiliti, e di un vocabolo escano fuori significati che abitualmente restano impliciti, sotto traccia. In fin dei conti, è una delle gioie più tipiche della poesia”.

E nel caso specifico, qual era l’elemento implicito della parola “peste” che è saltato fuori all’improvviso?
“Penso ad esempio al comportamento assurdo di chi vorrebbe imporre l’insegnamento scolastico del dialetto, che si può apprendere solo in famiglia, nell’infanzia, e poi se ne infischia della totale distruzione dei luoghi in cui quella lingua materna trova l’indispensabile nutrimento. Ma cosa ci si può aspettare da chi vaneggia di dialetto e nulla sa di storia e filologia romanza?”.

Mi permetto di suggerire io l’ultima parola: “poesia”. Perché proprio quel suo verseggiare tambureggiante e allarmato, quel tentativo di cogliere per frammenti qualche barlume di senso, mi ha indotto a pensare che forse la poesia finisce per assumere una nuova centralità, del tutto inaspettata.
“Sì, finiamo con “poesia”. Proprio da lì, dal “fiat” della poesia, si potrebbe e dovrebbe ripartire. Dalla sua costitutiva povertà e semplicità. Ma si tratta di farlo con modestia e assieme con tenacia. Ascoltando innanzitutto la potenza del genius loci. Almeno, questo è quanto io ho sempre fatto. Non per caso non mi sono mai potuto allontanare più di tanto dal mio paesello, perché senza il canto dialettale di osteria si produceva in me un veroe proprio blocco della creatività. E così si torna all’inizio della nostra conversazione: a quei “conglomerati” di cui parlavo in precedenza. La poesia, molto umilmente, deve “raspar su” tutti i materiali che trova a disposizione. I più inusitati, i più eterogenei. A partire da quelli che salgono dall’inconscio, da quella forza interiore inarrestabile e incontrollabile che poi si trascina appresso il carretto dei versi. Ricordo, ad esempio, che quando Dario Fo vinse il Nobel, mi dissi: bene così, in fondo Fo è un signore che ha creato dei valori letterari. Ma subito dopo l’inconscio decise al posto mioe fece affiorare un epigramma che non ho potuto fermare: “Di Fo che me ne fo. Fo fu”. E’ stato il puro impulso della sillaba a generare quell’epigramma”.

(18 ottobre 2011)

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Talking Heads

Posted by identitalterit su 16 ottobre 2011

 

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Grande Seneca, meditate ragazzi meditate

Posted by identitalterit su 13 ottobre 2011

L. ANNAEI SENECAE AD PAVLIVM DE BREVITATE VITAE

I. 1 Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aeui gignimur, quod haec tam uelociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso uitae apparatu uita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et imprudens uulgus ingemuit; clarorum quoque uirorum hic affectus querellas euocauit. 2 Inde illa maximi medicorum exclamatio est: “uitam breuem esse, longam artem”. Inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conueniens sapienti uiro lis: “aetatis illam animalibus tantum indulsisse, ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare.” 3 Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa uita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. 4 Ita est: non accipimus breuem uitam sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum peruenerunt, momento dissipantur, at quamuis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt: ita aetas nostra bene disponenti multum patet.

 

L. ANNAEI SENECAE DIALOGORVM LIBER I AD LVCILIVM

DE PROVIDENTIA

II. 1. ‘Quare multa bonis uiris aduersa eueniunt?’ Nihil accidere bono uiro mali potest: non miscentur contraria. Quemadmodum tot amnes, tantum superne deiectorum imbrium, tanta medicatorum uis fontium non mutant saporem maris, ne remittunt quidem, ita aduersarum impetus rerum uiri fortis non uertit animum: manet in statu et quidquid euenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior. 2. Nec hoc dico, non sentit illa, sed uincit, et alioqui quietus placidusque contra incurrentia attollitur. Omnia aduersa exercitationes putat. Quis autem, uir modo et erectus ad honesta, non est laboris adpetens iusti et ad officia cum periculo promptus? Cui non industrio otium poena est? 3. Athletas uidemus, quibus uirium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos uiribus utantur; caedi se uexarique patiuntur et, si non inueniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur. 4. Marcet sine aduersario uirtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem uiris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum uertant; non quid sed quemadmodum feras interest.

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La breve vita felice di Luca Crescente

Posted by identitalterit su 4 ottobre 2011

Se la lotta alla mafia non fosse una questione troppo seria perché ci si possa permettere il lusso di perder tempo a commentare battute grette e sgradevoli, ci sarebbe davvero da urlare di sdegno a leggere che un parlamentare leghista – tal Torazzi – abbia potuto dire impunemente che nel nord Italia dovrebbe essere affidata ai soli magistrati “padani”, perché quelli del sud sarebbero o ragazzini o collusi.
La battuta nella sua stupida bassezza si commenta da sé, e però è sale sulle ferite delle famiglie delle vittime della mafia e di chi la mafia ha deciso di combatterla davvero: nella politica come nella magistratura, nelle forze dell’ordine come nella quotidianità dell’azione culturale nelle scuole scuola, nelle associazioni, nella libera stampa, nell’imprenditoria come nel commercio.
Sale sulle ferite di chi, pagando di persona, nel sud Italia soprattutto, ma oggi in ogni parte del paese, pratica una ferma opposizione a tutti gli atteggiamenti che dalla cultura mafiosa discendono.
È stato pubblicato da qualche settimana Tempo niente, la breve vita felice di Luca Crescente (Laterza), l’ultimo libro del giornalista e narratore palermitano Roberto Alajmo che, pur nel suo tipico stile smagato, distaccato e ironico, ricostruisce la vicenda umana e professionale di un giovane magistrato siciliano (entrato in magistratura a Palermo appena qualche mese prima delle stragi di mafia del ’92) morto improvvisamente il 23 agosto del 2003 a soli trentanove anni, probabilmente per uno scompenso cardiaco nel corso di una breve vacanza con la famiglia che adorava.
Una vita felice quella di Luca Crescente, resa densa e faticosissima da un impegno professionale vissuto in silenzio e rigorosamente come missione civile, dovere ineludibile verso il nostro paese, in primo luogo verso la Sicilia, e come ricerca di autenticità cristiana.
Non è stato direttamente ammazzato dalla mafia Crescente, ma è stato stroncato dalla fatica della lotta alla mafia e bene ha fatto Alajmo a raccontarne vicenda e destino perché, se è vero (con Brecht) «ch’è sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi», è anche vero che se gli eroi possono indicare una strada di libertà occorre poi che si sappia trovare il coraggio di percorrerla quella strada, in tanti e con fedeltà e rigore.
Molti siciliani, dopo le stragi mafiose del ’92, quel coraggio l’hanno trovato e sarebbe giusto e opportuno che le mille storie d’impegno anonimo in questa battaglia fossero conosciute e valutate nella loro gratuita nobiltà.
Europaquotidiano 29.09.2011

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