Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for dicembre 2011

Sull’uso corretto dell’avverbio “assolutamente”

Posted by identitalterit su 29 dicembre 2011

http://www.accademiadellacrusca.it

«Molti lettori chiedono delucidazioni sull’avverbio assolutamente. In particolare, Grazia Pracilio (Roma) e Alessandra Verardo vorrebbero conoscere il valore dell’avverbio isolato; Rita Allia, Antonino Bonomo e Fermo Vignetti domandano se sia corretto usarlo in unione a e no; Fabio Lunardi chiede se assolutamente sì e certamente sì possano essere usati come sinonimi.

I dizionari danno varie sfumature interpretative dell’accezione di nostro interesse, anche se più o meno tutti concordano sulla sua valenza neutra. Ad esempio, il GRADIT, Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio de Mauro (1999-2000, UTET), cita l’uso di assolutamente «come risposta, con valore affermativo o negativo a seconda del contesto: “sei d’accordo con me?” “assolutamente!” (affermativo), “non sei d’accordo con me?” “assolutamente!” (negativo)», dando come sinonimi del tutto, in assoluto, totalmente. La definizione stessa risponde alla domanda del sig. Lunardi: assolutamente sì e certamente sì possono senz’altro essere usati come sinonimi.

Assolutamente, quindi, non ha di per sé un significato positivo o negativo, ma variabile a seconda del contesto. Tuttavia, varie fonti citano usi “assoluti”, in cui l’avverbio assume un valore definito. Il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua italiana 2004 (2003, Rizzoli-Larousse), che nella definizione dell’avverbio scrive «In frasi negative, vale come rafforzativo, di necessità, per forza, a ogni costo» annota anche un uso definito familiare: «Per ellissi della negazione ha acquistato di per sé anche il significato di “no”, “per niente”, specialmente nelle risposte: “Sei stanco?” “Assolutamente”». Sembra quindi che, almeno in alcune zone d’Italia, l’avverbio abbia subito una deviazione di significato simile a quella che ha colpito affatto, che originariamente ha il significato di ‘del tutto’ ma viene spesso impiegato con valore negativo, in luogo di niente affatto.

Anche Luca Serianni registra l’espansione degli usi “assoluti” dell’avverbio. In Italiano. Grammatica Sintassi Dubbi (Garzanti, 2000) scrive: «[…] va sempre più diffondendosi l’uso dell’avverbio isolato con funzione olofrastica, di pari passo con altre espressioni brachilogiche (come affatto per ‘nient’affatto’ […] o grazie! In risposta a un’offerta o a un invito: in tal caso l’interlocutore può venire costretto a riformulare la domanda: “Grazie sì o grazie no?”). Due esempi da interviste apparse sul “Corriere della Sera”: “È giusto che l’Italia partecipi alla missione militare di pace? – Assolutamente [=assolutamente sì]. […]” (23.11.95); “Non ha nulla da rimproverare agli investigatori e ai magistrati? – Assolutamente [=assolutamente no]. […]” (12.9.95)». In Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria (UTET, 1989), lo stesso autore nota anche che l’uso di assolutamente in senso positivo potrebbe risentire dell’influsso dell’inglese (absolutely).

Gli esempi citati da Serianni hanno quasi dieci anni; d’altro canto, si può dire che l’impiego di assolutamente abbia conosciuto un rinnovato vigore: recentemente, l’uso (e abuso) isolato di questo avverbio è stato notato nel parlato di uno dei protagonisti della trasmissione televisiva Grande Fratello (edizione ‘03) (È vero? Assolutamente; Sei d’accordo? Assolutamente; Ti piace? Assolutamente), tanto da assurgere a una sorta di suo “marchio di fabbrica”, ripreso poi anche da programmi satirici legati alla trasmissione. Eppure, nonostante la popolarità di questi usi, non è raro che essi diano adito a fraintendimenti (anche se va notato che, nel parlato, l’intonazione e la gestualità concorrono, nella maggior parte delle situazioni, a disambiguare il senso): in uno scambio di battute come Non ti piace? Assolutamente il secondo interlocutore avrà voluto esprimere totale accordo o disaccordo?

Allo stesso modo, si nota un impiego sovrabbondante dell’avverbio in unione a  e no su tutti i media – ad esempio nel parlato degli inviati dei telegiornali – anche in contesti in cui sarebbe totalmente inutile. Questo rientra in una generale tendenza all’uso di un linguaggio iperbolico e aggressivo, in cui la sola affermazione o negazione sembrano non essere più sufficienti, come se ci fosse la necessità di rendere più perentorie e categoriche delle affermazioni già di per sé chiare.

In conclusione, va detto prima di tutto l’avverbio di assolutamente ha di per sé significato neutro, perché è un semplice rafforzativo: come tale, unito a negazioni o affermazioni è spesso abusato. Si consiglia quindi di usarlo – solo se è veramente necessario – sempre in unione con o no

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=5064&ctg_id=44

Annunci

Posted in approfondimenti/studi, linguistica | Leave a Comment »

Atene mito a due velocità

Posted by identitalterit su 25 dicembre 2011

Luciano Canfora: democrazia realizzata in età classica, idealizzata dal 700 ad oggi. Fu governo di popolo e dominio di signori. Ma resta il fatto che l’élite raffinata accettò di sottoporsi al controllo dei cittadini

Il «mito» di Atene è racchiuso in alcune frasi dell’epitafio di Pericle parafrasato, e almeno in parte ricreato, da Tucidide. Sono sentenze con pretesa di eternità e che legittimamente hanno sfidato il tempo; ma anche formule non capite fino in fondo dai moderni e forse perciò apparse e risultate ancor più efficaci, e volentieri brandite con trasognata sicumera. E ciò, mentre altre parti dell’epitafio vengono ignorate, forse perché disturbano il quadro che i moderni, ritagliando le parti prelibate dell’originale, rendono ancora più monumentale. Basti come esempio l’esaltazione della violenza imperiale esercitata dagli Ateniesi dovunque sulla terra. Memorabile e fortunata fra tutte, invece, la serie di valutazioni riguardante il rapporto di Atene, considerata nel suo insieme, col fenomeno della straordinaria fioritura culturale: «In sintesi affermo che la nostra città nel suo insieme costituisce la scuola della Grecia»; «da noi ogni singolo cittadino può sviluppare autonomamente la sua persona nei più diversi campi con garbo e spigliatezza»; «amiamo il bello ma non lo sfarzo; e la filosofia senza immoralità».

Se poi si passa a considerare il celebre capitolo che descrive il sistema politico ateniese, la contraddizione tra la realtà e le parole dell’oratore è evidente. Basti considerare che Tucidide, il quale senza melliflue o edulcoranti circonlocuzioni definisce il lungo governo di Pericle «democrazia solo a parole, ma di fatto una forma di principato», proprio in questo epitafio fa parlare Pericle in modo tale da suscitare l’impressione (ad una lettura superficiale) che lo statista, nella sua veste di oratore ufficiale, stia descrivendo un sistema politico democratico e ne stia tessendo l’elogio. Né gli basta: gli fa elogiare il lavoro dei tribunali ateniesi dove «nelle controversie private le leggi garantiscono a tutti uguale trattamento». Per non parlare della visione totalmente idealizzante del funzionamento dell’assemblea popolare come luogo dove parla chiunque abbia qualcosa di utile da dire per la città e si è apprezzati unicamente in base al valore, mentre la povertà non è un impedimento.

Che Tucidide sia ben consapevole di star imitando un discorso d’occasione – con tutte le falsità patriottiche inerenti a quel genere di oratoria – non dovrebbe essere mai dimenticato dagli interpreti. Che Tucidide abbia intenzionalmente posto a raffronto, a breve distanza, l’Atene immaginaria dell’oratoria periclea «d’apparato» con la vera Atene periclea è presupposto altrettanto necessario per leggere senza stordimento il celebre epitafio.

La forza di quel mito sta nella duplicità di piani su cui è possibile ed è giusto leggere l’epitafio pericleo. È evidente, infatti, che svincolata dalla situazione concreta (l’epitafio discorso falso per eccellenza) e dalla concreta vicenda dei protagonisti (Pericle princeps in primo luogo), quella immagine di Atene è, comunque, fondata, e perciò ha retto e alla fine ha vinto. Ma il paradosso è che quella grandezza che il Pericle tucidideo delinea – e che era vera già allora – era l’opera essenzialmente di quei ceti alti e dominanti che il «popolo di Atene» tiene sotto tiro e, quando possibile, abbatte e perseguita. E il Pericle «vero» questo lo sapeva benissimo e lo aveva vissuto e patito in prima persona. La grandezza di quel ceto consistette nel fatto di aver accettato la sfida della democrazia, cioè la convivenza conflittuale con il controllo ossessivo occhiuto e non di rado oscurantista del «potere popolare»: di averlo accettato pur detestandolo, com’è chiaro dalle parole dette da Alcibiade, da poco esule a Sparta, quando definisce la democrazia «una follia universalmente riconosciuta come tale».

La fuga di Anassagora incalzato dall’accusa di ateismo o il pianto in pubblico, umiliazione estrema, di Pericle davanti ad un giurì di migliaia di Ateniesi (nell’encomiabile sforzo di salvare Aspasia) non sono bastati a spostare questa straordinaria élite aperta dalla sua scelta di accettare la democrazia per governarla. Una élite «miscredente» che ha scelto di porsi alla testa di una massa popolare «bigotta» ma bene intenzionata a contare politicamente attraverso il meccanismo delicato e imprevedibile dell’«assemblea». I due soggetti posti di fronte si sono, nel concreto del conflitto, reciprocamente modificati. Lo stile di vita dell’«Ateniese medio» si ricava in modo veridico dalla commedia di Aristofane: la quale, per il fatto stesso di aver preso quella forma e aver ottenuto non effimero successo, dimostra di per sé che quel popolo bigotto era ormai anche capace di ridere di se stesso e della propria caricatura. Lo stile di vita dell’élite dominante è quello messo in scena da Platone nell’ambientazione dei suoi dialoghi, pullulanti tra l’altro anche di politici impegnatisi contro la democrazia (Clitofonte, Carmide, Crizia, Menone etc.): dialoghi non necessariamente e sempre movimentati come il Simposio, ma sempre animati da quella curiosità intellettuale scevra da condizionamenti, da quella passione per il dubbio, per il divertimento dell’intelligenza e la libertà dei costumi che si avverte quasi dovunque nei testi platonici.

Il «miracolo» che quella straordinaria élite ha saputo compiere, governando sotto la pressione non certo piacevole della «massa popolare», è stato di aver fatto funzionare e prosperare la comunità politica più rilevante del mondo delle città greche, e, ciò facendo, aver modificato almeno in parte, nel vivo del conflitto, se stessa e l’antagonista. Questo lo si capisce bene studiando l’oratoria attica, ove si può osservare come la parola dei «signori» si impregni di valori politici che sono di base nella mentalità combattiva e rivendicativa della «massa popolare»: innanzi tutto to ison, ciò che è uguale e, quindi, giusto. Lo si è visto ripercorrendo i motivi cardine dell’epitafio pericleo. Del quale si coglie solo in parte il senso se ci si limita a constatare quanto esso sia limitrofo della parola demagogica.

Il Pericle tucidideo descrive con straordinaria efficacia lo «stile di vita» ateniese (sia pure riverberando sul demo caratteri che sono invece propri dell’ élite ), ma è sommamente efficace nel descrivere – in antitesi – il fallimento del modello Sparta. Non sta semplicemente ridimensionando, o demolendo, l’immagine del nemico: nel fare a pezzi quel modello, il Pericle tucidideo liquida come impraticabile il modello che la parte dei ceti alti non è disposta ad accettare (come Pericle e i suoi antenati Alcmeonidi) la sfida della democrazia idoleggiava, e che con furore ideologico tentava di trapiantare e instaurare in Atene quando possibile. (Il che, profittando della benefica, per loro, sconfitta del 404, tentarono effettivamente, naufragando). Tucidide è, in questo, come Zeus che vede dall’alto e contemporaneamente entrambi gli schieramenti: egli è capace, contemporaneamente, di vedere e far risaltare (per chi abbia occhi per vedere) il carattere deformante e purtuttavia sostanzialmente vero dell’esaltazione di Atene profferita nell’epitafio. Ma il gioco – inerente al fine e alla struttura del genere epitafio – consiste appunto nel far dire, a chi parla, che quella grandezza di opere e di realizzazioni «è opera vostra». È lì il gioco sottile del vero e del falso che si incontrano e in certo senso coincidono. Perciò, analogamente, l’impero è, per Tucidide, al tempo stesso necessario, non negoziabile, ma intrinsecamente colpevole e sopraffattorio e dunque, si potrebbe dire, destinato a soccombere.

Da questa duplicità di piani discendono i due tempi della storia di Atene: da un lato il tempo storico e contingente, che è quello di una esperienza politica che, così com’era nella sua contingente storicità, si è autodistrutta, e dall’altro il tempo lunghissimo, che è quello della persistenza nei millenni delle realizzazioni di quell’età frenetica.

Luciano Canfora Corriere della Sera 18 novembre 2011

 

Posted in approfondimenti/studi, filosofia, letteratura greca, mondo antico documenti, Mondo classico teoria, storia, storia/politica | Leave a Comment »

talking heads

Posted by identitalterit su 25 dicembre 2011

 

 

Posted in Musica | Leave a Comment »

Odissea, la gara dell’arco

Posted by identitalterit su 3 dicembre 2011

 

 

Posted in antropologia, letteratura greca, Mondo classico teoria, Visioni | Leave a Comment »

Take five

Posted by identitalterit su 3 dicembre 2011

 

 

Posted in Musica, Visioni | Leave a Comment »