Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

È la filosofia che pensa alla fine

Posted by identitalterit su 28 gennaio 2012

La riflessione inedita e positiva di Umberto Curi sulla morte

Se non si attraversa con attenzione e per intero Via di qua (Bollati Boringhieri), l’ultimo saggio di Umberto Curi dedicato al tema, per definizione inesauribile, della morte, questo libro può apparire come una riproposizione di tutta la serie, assai vasta per la verità, dei motivi che caratterizzano la riflessione di questo pensatore: l’originaria condizione duale dell’essere, l’amore, la filosofia classica e in particolare Platone, l’attenzione al linguaggio, il mito classico letto nella sua profondità filosofica, il libero confronto col cristianesimo e con la teologia cristiana, la riflessione sulla psicanalisi e sul magistero di Freud.
È un’impressione superficiale: questo saggio è ancora una volta il tentativo di «filosofare rettamente», di saggiare le possibilità dell’essere a partire da quello che è il suo limite primo e invalicabile, ovvero la morte. Quid est mortis? È questa la domanda cardine da cui si dipana il percorso di riflessione di Curi. Una domanda cui vien data subito risposta: la morte, superando Seneca che risponde aut finis aut transitus, è per Curi et finis et transitus. Fine e passaggio, insieme, consustanziali.
Quindi il percorso: dall’esperienza di Alcesti, nel mito reso in forma drammatica da Euripide, e poi, restando nel contesto simbolico del mito di Alcesti che accetta di morire al posto di Admeto, il ruolo di Apollo e Thanatos e la consapevolezza che: «occorre sapere morire…Ma che si può soprattutto imparare a morire».
Imparare a morire: ecco il rebus che ogni uomo deve affrontare per vivere pienamente la propria vita. Ed affrontarlo significa sgombrare il campo dalle illusioni che impediscono all’uomo di capire che è proprio nella morte che è racchiuso il senso stesso della vita. Dai presunti doni di Prometeo, le arti, la politica, la speranza (elpis, il doron/dolos per eccellenza, il vero sacrilegio di Prometeo), al senso stesso della vicenda prometeica: «attraverso il paradigma di Prometeo, gli uomini hanno imparato l’esito comunque tragico non solo della vicenda specifica del titano, ma di qualunque titanismo, di qualunque sfida rivolta al destino che incombe, di qualunque tentativo di sconfiggere la morte. Nella vanità di ogni attitudine affettiva nei confronti della morte, nella mutua elisione dell’amore e dell’odio rivolto verso di essa, nel fallimento della titanica impresa di cancellarla, gli uomini hanno conquistato la possibilità di riconoscere la morte come quel limite, in ogni caso invalicabile, senza il quale la vita stessa perderebbe il suo peculiare significato».
È in quest’ottica che vengono ripresi anche il senso della poesia ispirata degli aedi e della memoria, che riportano la dimensione umana oltre la dimensione temporale del susseguirsi lineare degli eventi (chronos) per situarla in quella dimensione che i greci chiamavano aiòn, ovvero un sempre-essente: «…la memoria come mnemosyne consente di accedere ad una forma temporale che è la negazione del tempo umano, la cui qualità è quella di una presenza stabile e distruttiva, e cioè quella stessa potenza che presiede alla dimenticanza e alla morte. L’accesso al tempo come aiòn, come dimensione delle origini e come perennità, può invece aiutare a mettere tra parentesi la morte. Svolgendo una funzione simile a quella della prometeica elpis».
E non è tutto, perché sempre in quest’ottica “prometeica”, seppure al di fuori da qualunque soggezione divina, si possono inquadrare la meléte thanatou, ovvero l’esercizio per affrontare la morte predisposto da Anassagora, poi l’arte del sofista Antifonte che, a Corinto, insegnava a pagamento ad affrontare i dolori per mezzo delle parole (techne alypias), per giungere alla concezione platonica del filosofare rettamente, come modo migliore per prendersi cura di se stessi e «unico antidoto efficace contro l’orrenda maschera di Gorgo».
E il cerchio si chiude: ecco che la meditazione rilkiana sul sarcofago di Villa Albani con effigiata la vicenda di Alcesti, la rilettura del mito di Orfeo ed Euridice, la riflessione sui racconti di Kafka sul tema della morte (Il cacciatore Gracco, Odradek, La partenza, Prometeo, Il silenzio delle Sirene, Il ponte), ripercorrono, scandagliando e approfondendo, i nuclei tematici precedentemente trattati.
Fino all’impennata finale legata al racconto biblico di Abramo che riceve l’ordine di sacrificare il figlio Isacco: nell’attraversare le ragioni della fede cristiana, Curi incontra il pensiero di Kierkegaard anzitutto, e poi San Paolo e Nietzesche e Derrida: si tratta di un paradosso che redime nella responsabilità, che introduce al paradosso pasquale e situa la morte in una dimensione nuova e inaudita, ovvero come autentico e definitivo dies natalis dell’essere.

Paolo Randazzo

EUROPA 28.01.2012

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