Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for maggio 2012

Un classico del jazz, udite udite e imparate!

Posted by identitalterit su 30 maggio 2012

 

 

Annunci

Posted in approfondimenti/studi, Musica, Visioni | Leave a Comment »

Inda 2012: Prometeo, Baccanti, Uccelli.

Posted by identitalterit su 23 maggio 2012

SIRACUSA. A pensarci bene ciò che accade ogni anno a Siracusa, tra maggio e giugno, ha dello straordinario: alcuni testi della drammaturgia ateniese del V secolo, sopravissuti al naufragio che ha inghiottito la produzione artistica del mondo classico, vengono riletti, ritradotti, riportati sulla scena. Dopo duemila e cinquecento anni. Quest’anno, nel contesto del XLVIII ciclo delle Rappresentazioni classiche organizzate nel Teatro Greco di Siracusa dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico, ad andare in scena (dal fine settimana scorso fino al 30 giugno) sono tre testi che rappresentano, ciascuno con caratteristiche proprie, tre vertici della drammaturgia classica: “Prometeo” di Eschilo, “Baccanti” di Euripide e “Uccelli” di Aristofane. E che potesse trattarsi di una stagione artisticamente importante lo si era capito subito leggendo che agli allestimenti avrebbero partecipato le danzatrici della newyorkese “Martha Graham dance company” dirette da Janet Eilber, vedendo la bellissima scenografia disegnata dal grande architetto olandese Koolhaas (restano intatte tuttavia le perplessità rispetto alla scelta di una sola scenografia per più lavori) e sicuramente leggendo i nomi dei registi scelti dall’ Inda: Claudio Longhi per Prometeo, Antonio Calenda per Baccanti, Roberta Torre per Uccelli. La scelta dei registi è centrale in questo tipo di spettacoli: non vediamo Eschilo, non vediamo Euripide o Aristofane, ma vediamo il risultato della lettura di Eschilo, Euripide o Aristofane operata dai registi d’oggi e quanto più profonda, meditata, filosoficamente densa è questa lettura tanto più davvero lo spettacolo può e sa parlare al pubblico di oggi.

Allora il “Prometeo” di Longhi (la traduzione è di Paduano, mentre in scena ci sono Michele Dell’Utri Violenza, Gaetano Bruno Efesto, Massimo Nicolini Potere, Massimo Popolizio Prometeo, Daniela Giovanetti Corifea, Mauro Avogadro Oceano, Gaia Aprea Io, Jacopo Venturiero Ermes) è uno spettacolo rigoroso, lineare, pulito, colto senza far sfoggio di cultura, in determinati segmenti forse un po’ timido nell’affermare l’impostazione registica complessiva (i movimenti del coro, la concezione dei costumi, il non aver provato una lettura critica del misteriosissimo mito di Io, per quanto possa essere stata intensa la prova della Aprea), ma Popolizio è molto bravo nell’incarnare non il roboante eroe filantropo caro a molte ideologie occidentali, ma il tormento retroflesso, umanissimo e tagliente di chi, solo per fare il suo dovere, sfida potere e violenza e divinità e dolore. Bellissime sono le musiche (composte e suonate dal vivo da Andrea Piermartire con Giuseppe Sinforini) e, più ancora, è giusto il loro respiro sapientemente teatrale.

Di diversa concezione è la lettura di “Baccanti” proposta da Antonio Calenda, un veterano della scena siracusana, capace di penetrare con solida consapevolezza della propria cultura di artista dell’oggi la grandezza di Euripide ed insieme di utilizzare al meglio potenzialità e volumi dello spazio scenico del grande Teatro greco aretuseo. La traduzione di Giorgio Ieranò appare intelligente, ragionata, teatralmente efficace. In scena ci sono Maurizio Donadoni Dioniso, Gaia Aprea Corifea, Francesco Benedetto Tiresia, Daniele Griggio Cadmo, Massimo Nicolini Penteo, Luca Di Mauro Guardia, Jacopo Venturiero Messaggero, Giacinto Palmarini secondo Messaggero, Daniela Giovanetti Agave, Simonetta Cartia a dirigere il coro; le coreografie sono ancora della “Martha Graham company”, mentre il coro è agito dalle ragazze dell’Accademia dell’Inda. Importanti sono sicuramente le musiche realizzate da Germano Mazzocchetti. Si tratta di uno spettacolo importante e luminoso nel quale Calenda è abile a sviluppare tutte le sfumature di senso che Euripide ha saputo concedere alla violenta reazione di Dioniso offeso a Tebe da Penteo: provenienza orientale, alterità assoluta, ambiguità, vitalità, durezza, crudeltà, sensualità, erotismo, c’è tutto, tutto davvero. L’azione teatrale, intorno ad una grande ara/catafalco su cui giganteggia e agisce Dioniso/Donadoni, si dispiega elegante ed esatta nel ritmo, senza cadute di tensione, fino alla catastrofe finale ed anzi appare particolarmente efficace e profonda quando le musiche di Mazzocchetti inclinano, complice il suono del pianoforte solo, da iniziali atmosfere orientali e greco-mediterranee a toni occidentali e novecenteschi che ampliano e approfondiscono la prospettiva del mito. Le immagini, nel tipico e ben definito gusto coloristico di Calenda (il rosso, il nero, il bianco), mescolano abilmente fascinazioni dell’iconografia antica (Dioniso che rema placido, superbo del suo potere) e riferimenti (quasi automatici però, e questo è un difetto) della più grande drammaturgia moderna: di Agave che trascina il carro con sopra il corpo massacrato di Penteo non si fatica troppo, ad esempio, a riconoscere la matrice brechtiana. La realizzazione del coro, infine, e l’uso della grande compagnia di danza sono complessivamente equilibrati e, fortunatamente, non cedono mai a facili tentazioni di gusto antropologizzante, pur talvolta eccedendo nella stilizzazione estetizzante, nel bellissimo (e patinato) fermo immagine.

Il terzo spettacolo è tutto improntato sulla colorata, divertita, meravigliosa leggerezza che segna la comicità elegante di Aristofane negli “Uccelli”. La traduzione del testo greco è stata realizzata da Alessandro Grilli e la regia, come s’è detto, è di Roberta Torre, in scena ci sono Sergio Mancinelli Evelpide, Mauro Avogadro Pisetero, Massimo Tuccitto Servo di Upupa, Rocco Castrocielo Upupa, Simonetta Cartia Corifea e Sacerdote, Giacinto Palmarini Poeta e Prometeo, Enzo Campailla Indovino, Doriana La Fauci Ispettore, Alessandro Aiello Venditore di decreti, Rocco Castrocielo primo Messaggero, Andrea Spatola secondo Messaggero, Valentina Rubino Iride, Davide Geluardi Araldo, Francesco Scaringi Poseidone Giuseppe Orto Eracle, Sebastiano Fazzina Triballo, Giulia Zuppardo Regina. Le musiche le ha realizzate Enrico Melozzi, il coro è diretto in scena da Simonetta Cartia ed è agito, anche in questo caso, dai giovani della scuola dell’Inda, mentre i movimenti coreografici sono del siracusano Dario La Ferla. Divertente e divertita leggerezza: Roberta Torre, ch’è primariamente regista cinematografica, è brava a mantenere in equilibrio lo spettacolo in tutti i suoi elementi e, senza mai rischiare troppo, mescola colori e voli, canti e fughe, alberi stilizzati e volatili, esplora i vari territori del comico (la clownerie, il basso-corporale, l’osceno verbale, l’ironia, il sarcasmo), interpreta con semplice eleganza la gioia festosa della parabasi, utilizza intero lo spazio scenico (seppur meno efficacemente il grande disco/scalinata che sovrasta l’orchestra) e lascia che gli uccelli del coro vengano giù dalla cavea, sa far leva sulla sorniona simpatia di Avogadro, sulla vivacità di Mancinelli. Tutto in equilibrio insomma e, se pure nella traduzione italiana del testo fanno capolino extracomunitari, politici mangioni e cialtroni d’ogni risma con tutto quel che oggi può seguirne, non si affonda il colpo, il registro non cambia e resta intero il gioioso affanno di un’allegra utopia che supera di slancio il contingente malato della polis ateniese e va realizzandosi magicamente nel teatro contagiando immediatamente il pubblico.

Articolo su dramma.it.

PAOLO RANDAZZO

Posted in approfondimenti/studi, Arte estetica, Danza, letteratura greca, Mondo classico teoria, religioni/spiritualità, teatro | Leave a Comment »

L’ossessione dell’oro.

Posted by identitalterit su 18 maggio 2012

Attilio Brilli racconta i viaggi di esplorazione e conquista che gli europei intrapresero oltre i confini delle mappe del mondo conosciuto. E soprattutto la loro incapacità di confrontarsi pacificamente con i popoli

Qualche anno fa un noto filosofo ha rielaborato il concetto di “indimenticabile” riferendolo non tanto a ciò che non può esser dimenticato, ma a tutto ciò che non entra negli archivi della memoria collettiva e individuale: «Malgrado la fatica degli storici, degli scribi e degli archivisti di ogni specie la quantità di ciò che va irrimediabilmente perduto è infinitamente più grande di ciò che può essere raccolto negli archivi della memoria. In ogni istante, la misura di oblio e di rovina, lo scialo ontologico che portiamo in noi stessi eccede di gran lunga la pietà dei nostri ricordi e della nostra coscienza» (Agamben). È questo oggettivamente un concetto affascinante e però è vero che talvolta tale scialo dell’essere, o dell’esser stato, non si presenta solo come eccedenza rispetto alle capacità della memoria, ma anche come precisa scelta culturale che mistifica o cancella del tutto dalla consapevolezza, individuale o collettiva, pensieri, fatti ed eventi che invece, visti in prospettiva, non possono che rammemorarci senza sconti la nostra alterità assoluta rispetto all’immagine che l’Occidente ama dar di sé, la nostra miseria, la nostra crudeltà, l’incapacità di restar dentro la misura dell’ umano. E questo è forse l’atteggiamento più proficuo da assumere nel leggere “Dove finiscono le mappe. Storie di esplorazione e di conquista” il saggio che l’anglista Attilio Brilli ha recentemente pubblicato per i tipi de “Il Mulino”. Un saggio, di gustosissima lettura, in cui l’autore attraversa con ricchezza di argomenti e profondità d’interpretazione le principali pagine della sterminata storia della scoperta e colonizzazione delle Americhe e della colonizzazione dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania in età moderna. Brilli mette in luce non solo lo straordinario interesse culturale di questi eventi, ma soprattutto l’incapacità degli europei (spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi, olandesi, danesi e, seppur individualmente, i grandi navigatori italiani da Colombo in poi) di confrontarsi pacificamente coi popoli che incontravano senza proiettare forzatamente su di loro categorie culturali (selvaggi, idolatri, cannibali, schiavi, stupidi) che  sono state alla base di una serie infinita di atti d’inenarrabile ed efferata crudeltà. Il percorso che viene proposto parte dalle ideologie, dai riti e dai processi di colonizzazione che afferivano alle rotte transatlantiche e alla scoperta delle Americhe. In questo contesto è ricordato ad esempio l’interessante e popolare mito di fondazione che riguarda la città nordamericana di Jamestown in Virginia e la figura della principessa pellerossa Pochaontas che (siamo ai primi del ‘600) rischia la vita per salvare da morte certa il capitano inglese John Smith.  Il percorso di Brilli, di episodio in episodio, di racconto in racconto, di viaggiatore in viaggiatore, si dispiega toccando la conquista della Guiana raccontata da Walter Raleigh mentre, nel contesto della spedizione di Panfilo de Narvaez per conquistare la Florida, appare straordinaria la penosissima vicenda di Alvaro Nunez Cabeca de Vaca da lui stesso raccontata in seguito nel libro Naufragios e, su tutto, l’inestinguibile sete d’oro, motore potentissimo di mille avventure e crudeltà. Interessanti sono poi le pagine in cui sono descritte le condizioni reali della navigazione: l’Oceano con il suo mistero, i suoi volti, il suo silenzio e le sue voci, il microcosmo vitale delle navi, le durissime condizioni materiali della vita dei marinai, le regole di convivenza e la ferrea disciplina a bordo; in altre parole, quel mondo che è poi diventato il paesaggio classico della letteratura di mare con le sue tante opere, tra cui giustamente Brilli menziona la “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge. Ecco quindi i tanti miti che nascono, o rinascono, nel contesto delle grandi navigazioni (i cannibali, le amazzoni) e che nascondono infallibilmente l’ideologia della superiorità culturale europea e, proprio a partire da questa, del diritto degli europei d’impadronirsi impunemente delle ricchezze delle terre conquistate. Un’ideologia che di fatto è al centro dei due grandi romanzi che di queste vicende danno forse la rappresentazione più interessante e profonda, ovvero il “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe del 1719 e i “Gulliver’s Travels” di Jonathan Swift del 1726.  «Il senso dell’esperienza sofferta da Robinson – spiega Brilli – è la riscoperta dell’ uomo allo stato di natura, condizione preliminare per una progressiva umanizzazione del limitato universo che lo circonda. Nell’ottica di Robinson, ovvero dell’uomo occidentale, conoscere la natura significa classificarla per poter sfruttare, sottrarla al rigoglio spontaneo per inserirla in un ordine produttivo, valutare le risorse del mondo naturale in ragione del vantaggio che se ne può trarre», mentre Swift non lesina durezze nella sua paradossale ridefinizione romanzesca degli istituti della società occidentale. Ecco come Gulliver descrive l’atto di appropriazione delle terre che segue alla fondazione di una colonia d’oltremare: «alla prima occasione si mandano le navi, si deportano o si massacrano gli indigeni, si torturano i loro capi, per sapere dove sia l’oro, viene data via libera ad ogni atto disumano e a ogni lussuria: la terra fuma del sangue dei suoi abitanti e questa esecrabile banda di macellai impiegata in una spedizione così devota è una colonia moderna mandata a portare la nostra religione e la nostra civiltà a un popolo barbaro e idolatra». Il saggio prosegue nella descrizione delle grandi circumnavigazioni e delle rotte imperiali nel Pacifico, dei viaggi d’esplorazione e di conquista in Africa (da James Bruce a Mungo Park, da Livingstone a Stanley), delle esplorazioni del Medio Oriente e dell’India (soffermandosi sulle pratiche missionarie dei Gesuiti in India come in Brasile, in Uruguay, in Paraguay), per concludersi con la descrizione degli orrori che spesso connotavano i rapporti tra coloni e indigeni nelle varie colonie europee nel mondo.

PAOLO RANDAZZO

europa 18.05.2012

Posted in antropologia, approfondimenti/studi, filosofia, geopolitica, letterature, storia, storia/politica | Leave a Comment »

Silent as

Posted by identitalterit su 16 maggio 2012

 

Posted in arte, Danza, estetica | Leave a Comment »