Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for settembre 2012

Sapete chi è Rothko?

Posted by identitalterit su 25 settembre 2012

Cari ragazzi, riprendiamo l’anno scolastico cercando di scoprire nuove pagine della NOSTRA cultura, che a scuola siamo costretti un po’ a tralasciare.

Vi presento qui un grande artista del ‘900: Mark Rothko

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Bellissime immagini vero? Ma per capirne di più ecco il LINK del profilo che ne fornisce l’ENCICLOPEDIA TRECCANI.IT

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Anatomia del bello

Posted by identitalterit su 13 settembre 2012

Si fa presto a dire alterità: a dire che il confronto con ciò che è diverso e lontano (nello spazio e/o nel tempo) ci aiuta a capire meglio noi stessi, a definirci, a riconoscere la nostra identità. Si fa presto a dire che l’altro è in noi o, addirittura, siamo noi. Si rischia di cadere nell’ovvietà: come oggi è ormai senso comune, il mondo è diventato piccolo davvero e i processi di comunicazione e omogeneizzazione culturale sono così veloci e pervasivi che si rischia di non riuscire a coglierne la portata. Da questo punto di vista può risultare molto proficua la lettura di Quella strana idea di bello, un saggio recentemente pubblicato dal filosofo e sinologo François Jullien per i tipi de Il Mulino.
Si tratta di una riflessione rigorosa sulla possibilità stessa di confrontarci con una dimensione culturale – quella cinese nella fattispecie – che è “altra” non perché, a partire da categorie simili alle nostre, perviene a risultati diversi, ma perché è concretamente altra e non condivide con l’Occidente nemmeno i presupposti logico-linguistici con cui noi leggiamo il mondo ed esprimiamo il nostro pensiero. Un assunto che azzera ogni banalità e tanto più efficacemente quanto più apparentemente universale è il campo in cui si staglia, ovvero il concetto di “bello”.
Per dirla in breve: se, a partire da Platone e per li rami fino a Kant, Hegel ed oltre, la nostra cultura ha sostantivato l’aggettivo “bello”, premettendo ad esso un articolo (to kalon, il bello), ed ha aperto con tale movimento le porte alla metafisica, questo gesto nella pur millenaria e ricchissima cultura cinese non si è mai dato nemmeno a livello linguistico e, se qualcosa di simile s’intravede nel termine “mei” con cui si traduce “bello”, questo termine è solo moderno, rarissimo nella tradizione cinese e comincia a definirsi in questo significato proprio per la necessità di esprimere un concetto così caro alla cultura europea con cui i cinesi entrano dall’età moderna in poi in sempre più frequente relazione.
Spiega Jullien: «I greci ci insegnano prima di tutto che quando ammiriamo una statua e giudichiamo che è “bella” in realtà vogliamo dire che sebbene sia la sua forma sensibile che stiamo contemplando, essa tuttavia non appartiene al sensibile. La forma separa la statua dalla dimensione del sensibile a la eleva a un piano diverso, cioè quello dell’“Essere”, dell’“eterno”, dell’“intellegibile”: col suo limitare, circoscrivere e quindi contenere il sensibile, la forma rivela la sottomissione di quest’ultima all’idea, che è a sua volta delimitazione e “definizione”. (…) Per il tramite della forma il Bello pervade il mondo senza però compromettersi con esso, e forse senza neanche abitarlo veramente. Sicuramente senza integrarsi e, così, rimanendogli estraneo».
In modo assai diverso l’arte cinese (e Jullien si occupa soprattutto della pittura), essendosi sviluppata all’interno di una cultura che non ha privilegiato la riflessione sull’essere ma ha ragionato, e probabilmente ragiona ancora, in termini di processi e polarità energetiche, non ha mai sentito la necessità di confrontarsi con la “forma” in quanto rappresentazione statica di una realtà ideale e separata. «In Cina dipingere significherà dunque far apparire, attraverso ciò che si mostra e si reifica, il processo interiore che produce e muta tale manifestazione e reificazione liberandone la dimensione di spirito: rendendo non tanto delle qualità ma delle capacità, non tanto la creatività della composizione, quanto le interazione in virtù delle quali un tratto genera l’altro “per attrazione e repulsione”».
È evidente quanto sia interessante tutto ciò, ma l’utilità di questo saggio appare ancor più chiaramente se lo si legge in chiave metodologica, laddove insomma le modalità di questo confronto lasciano trasparire la possibilità feconda che esse possano applicarsi non solo all’analisi del rapporto tra cultura europea e cultura cinese, ma anche all’analisi dell’arte contemporanea e della sua genesi ed ancora all’interpretazione delle modalità ideologiche, più e oltre che filosofiche, con cui la cultura occidentale s’è andata costruendo nei secoli. Basti pensare, per esempio, a quella regoletta che studiando la lingua latina s’impara presto: ovvero che la lingua e la cultura latine privilegiano tendenzialmente i termini concreti piuttosto che i concetti astratti. La cosa bella e la pluralità delle cose belle dunque, non “il bello” con tutto ciò che poi ne è derivato o non ne è derivato. Appunto.

Link da Europaquotidiano

 

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