Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for novembre 2012

Ludovico Corrao, Gibellina

Posted by identitalterit su 27 novembre 2012

Bellissimo documentario, un uomo grande, una grande utopia.

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Internat mon amour

Posted by identitalterit su 27 novembre 2012

Una drammaturgia interessante, ben congegnata, intensa, una regia pulita e però capace di intrigare, un attore/autore che a un solido mestiere aggiunge una evidente ed autentica sensibilità umana e politica per la vicenda che propone: si può sintetizzare così lo spettacolo “Internat mon amour” di e con Liborio Natali, regia di Salvo Piro, che s’è visto dal 16 al 18 novembre sulla scena del Teatro Machiavelli di Catania. Non è la prima volta che Natali si confronta col tema dell’infanzia negata, violentata, abusata, ma questa volta il suo sguardo si è posato sulla Bielorussia, ovvero sulla tremenda crisi di una paese che in pochi anni è passato, senza significative soluzioni di continuità, dalla dittatura sovietica alla mai troppo conosciuta tragedia di Chernobyl e quindi alla povertà, alla peste dell’alcolismo massivo, al più plumbeo degrado sociale e culturale; una realtà in cui sono stati i più deboli ad essere schiacciati, e tra più deboli sicuramente i bambini. I bambini bielorussi abbandonati, rinchiusi a migliaia negli orfanotrofi di stato (“internat”) e, a migliaia, portati via, adottati (talvolta con colpevole distrazione e senza troppa attenzione per le loro condizioni esistenziali) da famiglie occidentali, assai spesso italiane. Una drammatica vicenda storica che sicuramente merita d’essere seriamente raccontata. E bene ha fatto Natali a farla rivivere con gli strumenti del teatro e anzitutto con una azione/finzione scenica che, nella sua ispirazione, parte da un oscuro episodio avvenuto all’interno di un orfanotrofio (la morte di due bambini per suicidio), per poi dispiegarsi in un lacerante monologo/flusso di coscienza del direttore di quell’orfanotrofio morbosamente interessato alle vite di due bambini e, insieme vittima e carnefice, violentemente implicato in esse. Come si è detto, tolto qualche accenno d’eccessivo patetismo, qualche psicologismo gratuito e qualche diapositiva volta ad ampliare il raggio di riflessione politica sulla violenza ai minori oltre i confini della tragedia degli “internat” bielorussi, si tratta di un buon spettacolo che meritatamente ha riscosso il convinto plauso del pubblico. Un ultima parola su “Ingresso Libero” la compagnia diretta da Lamberto Puggelli che in questi ultimi due anni, grazie alla possibilità di gestire lo spazio dell’antico teatro Machiavelli ha saputo proporre gratuitamente (o con un contributo libero a fine spettacolo) lavori di buon livello: un’esperienza interessante e, se non paradigmatica, certo feconda d’implicazioni per il futuro della ricerca teatrale in una situazione in cui i contributi pubblici per il teatro d’arte sono fortemente ridimensionati se non proprio azzerati.

 

Paolo Randazzo

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Articolo su dramma.it

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Il coraggio è una cosa, Neon Teatro

Posted by identitalterit su 27 novembre 2012

Tra le cose più interessanti che possono accadere a chi si occupa con costanza di teatro c’è sicuramente la possibilità (e la gioia) di vedere concretamente e lucidamente come il linguaggio teatrale di un artista, o di un ensemble di artisti, si vada dispiegando, strutturando e chiarendo nel tempo, di spettacolo in spettacolo. È quanto vien fatto di pensare vedendo “Il coraggio è una cosa”, l’ultimo lavoro di Piero Ristagno e Monica Felloni realizzato con la compagnia composita (attori diversamente abili e attori normodotati) degli artisti di Neon Teatro. Uno spettacolo che ha debuttato il 6 novembre scorso nello spazio scenico di ZO, a Catania, con in scena Patrizia Ficara, Stefania Licciardello, Manuela Partanni, Maria Stella Accolla, Giuseppe Calcagno, Luca D’Angelo, Marco Cinque, Pietro Russo, Danilo Ferrari. Già altre volte si è notato come sia la poesia il vero motore degli spettacoli di questa compagnia: e certo non si dice della poesia in senso letterale (come produzione letteraria) e nemmeno in senso lato, emotivo e, in definitiva, banale; no, la poesia intesa è giustamente intesa qui come principio interno e funzionale, come dispiegarsi ritmico e spaziale di una forma nel tempo o, meglio, degli elementi significanti e diversi che costruiscono una forma. Da tale punto di vista, questo spettacolo, pur potente e capace di emozionare, non presenta apparentemente molte diversità con gli altri che lo hanno preceduto negli ultimi anni: ironia, leggerezza, coraggio nelle scelte formali, lavoro sugli artisti a partire dalla valorizzazione della loro straordinariamente significante (e liberante) diversità, dalla unicità di ciascuno di essi (e ovviamente qui non è importante, e non si deve affatto, precisare chi sono gli artisti normodotati chi sono quelli diversamente abili). Tutti elementi insomma che si trovano solitamente in ogni spettacoli di “Neon teatro”. In questo lavoro, invece, ci sono due elementi ulteriori che si impongono ad uno sguardo attento e consapevole: la scelta di professare apertamente, anzitutto in una specie di prologo/intervista di Piero Ristagno e poi nel corso dello spettacolo, il debito globale di questa esperienza artistica nei confronti della poesia di Roberto Roversi (il testo è liberamente tratto da “L’Italia sepolta sotto la neve”) ed in secondo luogo, conseguentemente, la scelta di considerare la poesia come azione coraggiosa e responsabile nel mondo e del mondo. Sembra una sottigliezza ma sostanzialmente non lo è: non si tratta infatti soltanto di usare le parole (quelle di Roversi e le parole sorte nel contesto dell’attività laboratoriale e di costruzione della scrittura scenica), al pari degli altri segni significanti (musiche, colori, gesti, stupore, danza, sguardi, attrazioni, sensualità, repulsioni, abbracci), nel contesto di una partitura ritmica, ma si tratta questa volta di usare proprio “quelle” parole poetiche, quelle di Roversi insomma, per un confronto serrato e coraggioso che finisce con l’essere anche verifica di un percorso artistico: una verifica vitale per Ristagno certo (poeta lui stesso e dramaturg della compagnia), cresciuto per anni proprio nel rapporto col grande poeta bolognese, ma una verifica per tutto l’ensemble chiamato a riflettere sul coraggio che ci vuole a vivere di poesia, a vivere e a costruire vita poeticamente, malgrado tutto, malgrado la diversità, malgrado il male e le difficoltà. «Mi verrebbe da dire che senza un atto di coraggio non cominceremmo neanche a vivere – spiega Danilo Ferrari, che di questo lavoro è forse il protagonista principale -, affacciarsi al mondo fa paura: ce ne vuole di coraggio a convincerci a percorrere l’ignoto, da bambini tutto è sconosciuto e ogni nuova scoperta è un rischio, poi crescendo ho avuto paura di addormentarmi perché pensavo che non avrei avuto il coraggio di svegliarmi, che i miei occhi non si sarebbero più aperti; mi addormentavo sempre accompagnato dalla paura, ma dovevo trovare il coraggio di farlo. Poi, quando ho capito che mi sarei risvegliato, non ho avuto più questa paura, in compenso ho cominciato ad avere paura della gente, non avevo il coraggio di affrontare i loro sguardi indagatori, ho dovuto trovare la forza, il coraggio, di guardarli fissi negli occhi».

PAOLO RANDAZZO

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articolo su dramma.it

Roberto Roversi

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spettacolo x ragazze che pensano.

Posted by identitalterit su 15 novembre 2012

La MERDA

A Castrovillari il 5 novembre lo spettacolo  di Ceresoli .

Ci sono spettacoli che attraversano il presente con la forza e la compatta struttura interna di una lama, spettacoli semplici e solidi che sembrano figli diretti delle migliori teorizzazioni della cultura teatrale contemporanea e novecentesca, eppure vengon fuori e arrivano al pubblico con l’urgente e necessaria immediatezza di un urlo. Parliamo di “La merda”, spettacolo scritto e diretto da Cristian Ceresoli e interpretato da Silvia Gallerano che, dopo aver debuttato a Milano a marzo e aver vinto quindi il Fringe di Edimburgo, riprende a girare per i teatri italiani cominciando dal Festival Primavera dei teatri” di Castrovillari, dove s’è visto il 5 novembre scorso e dove, tra l’altro, è stato premiato dall’Associazione nazionale dei critici di teatro. Si tratta di un denso monologo/flusso di coscienza, dedicato ai centocinquanta anni dell’unità d’Italia, che Silvia Gallerano, nuda e seduta su un altissimo e largo sgabello, interpreta con potenza e sorprendente varietà di toni. L’immagine è feroce e grottesca, la postura, l’ acconciatura dei capelli, il trucco esagerato sulle labbra, la luce verde che investe quel corpo, tutto richiama il segno di quelle meravigliose donne disegnate da Altan: non è un caso, come per le vignette Altan è infatti il disgusto (il disgusto dell’intelligenza) per l’attuale realtà italiana il filo conduttore di tutta l’operazione. In scena è l’ossessione per un’idea di corpo femminile che piace ai maschi che dominano il mondo: un mondo in sé rivoltante, eppure vissuto con spasmodico, paradossale, desiderio; un mondo desiderato che di quella ragazzina rifiuta però l’altezza minuta e le cosciotte di bambina; un mondo che la costringe a provare le diete più strambe, a oscillare tra anoressia e bulimia. E, su tutto, l’ansia di riuscire a farcela, costi quel che costi ma farcela, l’ansia di vincere, di sfondare nel mondo della televisione e quindi esser riconosciuta per strada, entrare in qualche salotto televisivo, trovarsi un piccolo posticino, perché certo è così che si comincia e poi una volta che si è dentro…, l’ansia febbrile d’imparare a esser forte (forte di stomaco soprattutto) e furba e tenace e coraggiosa e disinvolta, l’ansia di superare il ribrezzo per ogni cosa, per ogni mano che si allunga, per ogni sesso maschile che ti punta, e dunque a tutto esser pronta e tutto riuscire a mangiare, ingoiare, digerire. Tutto. Questa è la linea principale di sviluppo del monologo e su di essa poi s’innestano altri motivi come la retorica patriottica, quella dell’ inno nazionale certo ma anche quella repubblicana e resistenziale, il rapporto col padre, molto interessante, il rapporto con la morte, con l’idea e la presenza della morte, e la malattia e, ancora, altre linee di riflessione, risolte talvolta con esiti affettati, se non gratuiti, e passaggi politicamente scorretti messi lì, abbastanza scopertamente, tanto per epater le bourgoesois. Ma seppure tutto si condensa nella metafora centrale della “merda”, è nell’urlo finale, stremato e poetico, che questo spettacolo trova il suo compimento esatto e la sua dimensione più feconda e aperta: a volerla dire tutta, se si trattasse solo di una immaginifica ripresa teatrale ad esempio de “Il corpo delle donne”, il bellissimo e intelligente documentario/pamphlet di qualche anno fa di Lorella Zanardo, si tratterebbe solo di un’operazione, come dire, fuori sincrono, in ritardo ormai sulla sostanza culturale di un presente che oggi sembra aver superato la mitografia delle veline e di tanto porno-ciarpame televisivo, mentre quel grido sa andare oltre il presente e il passato prossimo: oltre e avanti. Quel grido sa parlarci, sa parlare a noi di noi stessi, sa dirci della sterilità di una cultura che se, strutturalmente, tradisce e mercifica l’umanità non può più esser riscattata da nessuna retorica e finisce col divorare se stessa, imputridire, trasformarsi inevitabilmente in merda. Appunto.

pezzo da DRAMMA.IT

PAOLO RANDAZZO

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1952, a Danilo Dolci.

Posted by identitalterit su 11 novembre 2012

A Castrovillari debutta il nuovo spettacolo di Tino Caspanello

 04.11.2012

“1952, a Danilo Dolci”, scritto e diretto dal messinese Tino Caspanello e realizzato insieme da Pubblico Incanto e dalla Compagnia dell’Arpa di Filippa Ilardo, è uno spettacolo complesso, raffinato e assai poetico. Lo s’è visto al debutto, in prima nazionale, venerdì scorso a Castrovillari nel contesto del Festival “Primavera dei teatri 2012 (fioritura tardiva)”. Si tratta di uno spettacolo tutto giocato sulle corde della sensibilità artistica di Caspanello che lavora alla sua elaborazione da più di un anno e che davvero si è innamorato della figura e dell’opera di Danilo Dolci, fino a costruirci uno spettacolo che non racconta tanto dei fatti della vita di questo straordinario protagonista della cultura italiana novecentesca (sociologo, poeta, pedagogo, instancabile organizzatore politico, inesausto testimone non violento) ma prova a sintetizzarne il senso profondo attraverso il respiro della scena e della poesia. In scena, nel mood ritmico, sonoro ed emotivo di un viaggio in treno verso la Sicilia (un viaggio dll’anima), ci sono Cinzia Muscolino (bravissima e potente, come sempre, nel ruolo di una madre/signora tutta d’un pezzo, spigolosa e frustrata portatrice sana di un tipo di educazione repressiva e bigotta ai danni del suo bambino), Tino Calabrò (nei panni di un soldato che subisce inerte le direttive della cultura violenta, fascistoide e machista che ha permeato per anni le forze armate del nostro paese), lo stesso Caspanello (un politico che fa dell’ambiguità, del sofisma intimidatorio, del ricatto obliquo la sostanza e la ragione del suo mestiere), Elisa Di Dio (una madre che reclama, muta, disperata, la possibilità di poter nutrire il figlio) e infine, bravo e intenso come sempre, Filippo Luna a interpretare lo stesso Dolci nel momento in cui assume definitivamente, nel 1952, la decisione di restare in Sicilia (a Trappeto e a Partinico, in particolare) a condividere la sua vita con quella dei disperati e degli ultimi della nostra Isola. Uno spettacolo molto poetico, come s’è detto: e non tanto per l’eleganza rarefatta dei testi (e questa non sarebbe certo una novità nel teatro di Caspanello), quanto perché è nella poesia che viene rintracciato (e quindi proposto al pubblico) il senso profondo dell’avventura umana e politica di Dolci. Uno spettacolo perfetto allora? No, non del tutto, in quanto al di là della proposta al pubblico, della fascinazione innamorata, al di là insomma della riscoperta stupefatta di una interessantissima (e rimossa) personalità, appare abbastanza chiaro che è carente in esso quell’azione centrale che possa sostenere la drammaturgia dell’intera operazione.

 

PAOLO RANDAZZO

Pezzo dramma.it Danilo Dolci

Danilo Dolci, treccani.it

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