Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for dicembre 2012

Salvatore, favola triste per voce sola.

Posted by identitalterit su 25 dicembre 2012

Silvio20

Una celebre canzone di De Gregori dice “la storia siamo noi”: certo, una grande verità che bisognerebbe sempre tener presente e non solo quando la nostra vita incrocia eventi che possono cambiare il mondo, ma anche nel suo dispiegarsi ordinario, anonimo, quotidiano, anche quando il nostro agire non produce effetti che cambiano modificano la realtà e non finisce sui giornali, né tantomeno nei libri di storia. In qualche modo vita e storia sono intrecciate, si appartengono reciprocamente, si attraversano e, l’una sull’ altra, riflettono continuamente la loro verità. Ecco il nodo di “Salvatore, favola triste per voce sola”, lo spettacolo/monologo di e con Silvio Laviano (attore catanese formatosi nella scuola dello Stabile di Genova) per la regia del napoletano Tommaso Tuzzoli, che s’è visto venerdì scorso sulla scena della Sala Lomax a Catania: la verità di una vita qualunque che diventa sulla scena la verità di una città, di un mondo, grande o piccolo che sia, di una generazione intera. Avete presente Catania? è una città luminosissima e rumorosa, sensuale, brulicante di suoni e odori, una città nera eppure mai spenta, mai vinta, una città strutturalmente ed emotivamente provinciale eppure capace sempre di trovare, nel magma incandescente della sua vitalità, voci che sanno raccontarla e ricollegarla amorosamente al mondo intero. È questa città/comunità che Laviano racconta con intelligente capacità di usare il dialetto catanese, entrando e uscendo con grande fluidità e rigore dall’ impasto emotivo e culturale che esso implica, ed ancora ottima presenza scenica, ritmo e grande tecnica attoriale: in cinque quadri (la nascita precoce, l’infanzia e la famiglia, l’adolescenza e la scoperta dell’amore, la morte che entra nella vita e la taglia e la definisce, il lavoro in un centro commerciale e il nuovo volto della città) la vita di Salvatore, un giovane catanese, dal nome tanto comune quanto pregnante, si dispiega nella verità di una città che passa dalla continua ed ancestrale invocazione a Sant’Agata alle lunghe giornate passate in spiaggia (ai lidi della Plaja) a giocare e a mangiare pastalforno e cotolette e peperoni fritti e angurie con la famiglia, allargata alle zie, ai cugini e all’intero quartiere, dalla scoperta del crescere impetuoso del proprio corpo (sotto la doccia col “pino silvestre”) ai lunghi giri col motorino, ai primi amori, dall’incontro con la morte del padre che senza tanti complimenti ti schianta e ti rende adulto, al lavoro infine. Un lavoro qualunque certo, eppure anch’esso del tutto tipico: direttore del reparto giardinaggio in un enorme centro commerciale: ovvero la contemporaneità più velenosa che entra nella nostra vita, il consumismo fatto religione colorata, rigorosa ed assoluta, il feticismo ossessivo della merce, la mistica dell’acquisto massivo che quasi annulla le credenze più ancestrali, gli affetti, i colori e i sapori della nostra esistenza, che occupa militarmente la vita fino a far perdere l’equilibrio al giovane Salvatore, fino a condurlo sull’orlo della follia e del delitto. Il tutto dentro un percorso drammaturgico solido, ricco di toni (dal comico all’ironico, dal tragico al grottesco), composito, e però incapace, quasi per amore della storia raccontata, di dire di no a particolari ridondanti che appesantiscono eccessivamente la piece e poco aggiungono al senso complessivo del lavoro.

Paolo Randazzo

Link da dramma.it

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La confusion

Posted by identitalterit su 21 dicembre 2012

Che il linguaggio del teatro sia oggi pienamente contaminato dai segni di altre forme d’arte (la poesia ovviamente, ma anche danza, pittura, performing art, video art) è ormai di diffuso senso comune, com’è purtroppo di altrettanto senso comune che, da Pirandello in poi il teatro italiano – tolte rare eccezioni e per motivi che qui sarebbe impossibile riepilogare -, non presenti una tradizione drammaturgica che possa competere, almeno per ampiezza, con altre tradizioni del mondo, sicché succede di sentirsi piacevolmente sorpresi quando, vedendo uno spettacolo, è soprattutto la drammaturgia a colpirti. La drammaturgia della parola, quell’ordito di parole e azioni che prende per mano il pubblico e sa portarlo con determinazione all’intelligenza di quanto accade in scena. In questo senso è davvero positivo e interessante il lavoro IMG_5104di confronto (studio, analisi, traduzione, messinscena) con la drammaturgia francese contemporanea che in questi anni il regista catanese Salvo Gennuso sta portando avanti in collaborazione con la Cattedra di letteratura francese dell’ Università Etnea. Frutto di questo lavoro sono stati diversi spettacoli su testi di autori molto conosciuti in Francia e nei paesi francofoni ed assai meno nel nostro Paese. Nasce in questo contesto di studio e apertura culturale lo spettacolo “La Confusion” che, costruito sull’omonimo testo di Marie Nimier (tradotto da Nina Gugliemino), Gennuso ha presentato sabato sera scorso come “work in progress”, nella Sala “Beyond” a Floridia (Sr) e che colpisce soprattutto per la potenza della costruzione drammaturgica: Simon e Sandra non sono fratelli, ma da fratelli sono cresciuti nella casa dei loro rispettivi genitori, Pierre e la sua compagna, si sono innamorati immediatamente. Un amore vissuto e rifiutato, feroce ed impossibile, che non li ha mai abbandonati fino alla catastrofe finale. In scena la vicenda è rivissuta e attraversata dallo stesso Gennuso (Simon), ma soprattutto, con energia e straordinaria ricchezza di colori e toni, dalla bravissima Elaine Bonsangue (Sandra). IMG_5278_1Interessante è sopratutto la dialettica della concezione (tutta consapevolmente teatrale e meta teatrale) e dell’ interpretazione di questi due ruoli: in qualche modo, un Giasone e una Medea urbani che vivono la loro fragilità e la loro necessità amorosa al di fuori di qualsiasi protezione mitica e che per questo – anche per questo – ci toccano nel profondo.

articolo centonove del 20.97.2012

Paolo RANDAZZO

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Stefano Codolo, Il clandestino

Posted by identitalterit su 10 dicembre 2012

 

Ogni spettacolo, se non è banale, include in misura diversa tutta una serie di problemi estetici che lo rendono più o meno interessante e lo legano alla prassi e alla tradizione teatrale. Occorre partire da qui per provare a capire e a descrivere il senso de “Il clandestino” lo spettacolo proposto venerdì 30 novembre nello spazio ZO, a Catania (il contesto è la rassegna “Altro scene”), dal friulano Stefano Codolo

(autore del testo e interprete) con la regia di Piero Ristagno. Si tratta di un monologo/flusso coscienza in cui Codolo attraversa i due mesi di delirio seguiti all’operazione d’impianto di cellule staminali, tratte da suo figlio, per guarire da una rara e gravissima forma tumorale (linfoma di Hokgkin) che lo ha dilaniato per cinque lunghi anni. Il monologo è proposto con semplicità, con atteggiamento dimesso, senza alcun tentativo di sedurre il pubblico; tra un modulo e l’altro della narrazione solo degli stacchi musicali (fantastici però: Bob Dylan, Supertramp, Van Morrison, The Clash, Talking Heads, King Krimson, Pink Floyd) che danno respiro, sapore, profondità ad un racconto ch’è un vortice di colori, suoni, eventi, inquietudini, paure, deliri appunto di cui però, ed è questo a rendere il tutto affascinante, l’autore non riconosce l’origine nel proprio vissuto. Ecco allora l’interrogazione centrale di questo spettacolo: di che pasta è fatta la nostra coscienza? Quali sono i materiali che la compongono? È veramente estranea alla complessione della nostra personalità, alla costruzione del nostro essere, la marea di fatti, persone, gesti, racconti, immagini, sensazioni, odori, parole, situazioni che c’investono quotidianamente (nella realtà e nella comunicazione) e che noi pensiamo di non aver registrato nella memoria come dati significativi? In altre parole, in che misura ci conosciamo davvero e totalmente? Ecco questo è il nodo di senso da cui, senza attardarsi in psicologismi o patetismi, si dispiega questo spettacolo: quanto siamo estranei a noi stessi, clandestini nella nostra esistenza? Perché dalle viscere del nostro vissuto scaturisce il delirio di una storia oscura che, come precisa lo stesso Codolo, può assomigliare persino a quella di Roy, il replicante di Blade Runner che «fugge per salvare la propria vita “a termine”?» Poi, certo, se si guarda la qualità teatrale è chiaro che ci sono difetti seri in questo lavoro: una certa debolezza nella sostanza attoriale di Codolo e una certa prolissità del testo che andrebbe corretta e asciugata, magari in direzione di una ulteriore presa di distanza dall’elemento autobiografico.

Paolo Randazzo

Link pezzo su dramma.it

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Padroni delle nostre vite

Posted by identitalterit su 10 dicembre 2012

Certo il teatro è forma, azione, finzione e certo occorre sempre stare in guardia quando qualcuno si mette lì, su un palcoscenico, a raccontarti una storia: bisogna stare attenti perché la retorica è sempre pronta a irretirti e a levigare questo o quel particolare, a rendere antipatico l’uno e simpatico l’altro. E tuttavia il teatro è stato sempre un’arte politica, sempre, sin dalle sue origini ed anzi, quando questa sua qualità diventa esplicita, il teatro sa parlare con autentica passione civile e sa far zittire la retorica, ogni cattiva retorica. Parliamo di “Padroni delle nostre vite”, lo spettacolo di e con Ture Magro (alla riduzione scenica ha partecipato anche Emilia Mangano), prodotto dalla compagnia siculo-emiliana “Sciaraprogetti” (teatro e sopratutto cinema), con in scena, oltre allo stesso Magro (bravo, pulito, intenso), le presenze e le voci in audio e video di altri attori (tra cui Fiorenzo Fiorito), che si è visto al Comunale di Noto sabato 24 novembre scorso. Il testo è tratto dal libro di Pino Masciari (“Organizzare il coraggio”, scritto insieme con la moglie Marisa), l’imprenditore edile calabrese che nel 1993 seppe trovare il coraggio (un coraggio netto, umanissimo, straordinario) di denunciare con nomi, cognomi, fatti e atti, le ‘ndrine della mafia calabrese permettendo alla giustizia e allo stato di condurre un battaglia, in quel caso vittoriosa, contro la ‘Ndrangheta. Masciari, in seguito a quelle denunce divenne un “testimone di giustizia”, il primo testimone di giustizia nella storia della lotta alle mafie. Fu sottoposto a un programma di protezione e la vita sua e della sua famiglia ne fu radicalmente sconvolta: per anni in giro per l’Italia a nascondersi, cambiando casa di volta in volta repentinamente, con la polizia e i carabinieri che, irretiti da una burocrazia opaca e spesso sorda, a loro volta non capivano bene la differenza tra testimoni di giustizia (ovvero cittadini liberi e benemeriti della giustizia) e pentiti; e poi le lunghe traversate dal nord Italia fino in Calabria per partecipare ai processi, denunciare, confermare le accuse e guardare negli occhi, ancora e senza abbassare lo sguardo, i malavitosi che avevano provato a strangolargli la vita. Un prezzo altissimo, un’ingiustizia subita per avere fatto soltanto il proprio dovere. Ma anche una storia straordinaria, una storia di coraggio e di paura vinta, per sé stesso e per gli altri; una storia che fa bene conoscere e che è giustissimo portare in teatro, dove ci sono persone in carne e ossa: perché il coraggio non è solo una qualità intellettuale ma una virtù civile e politica, che ha bisogno d’essere conosciuta, condivisa, apprezzata e necessita di fatti e testimoni prima che di vuota retorica e applausi.

Paolo Randazzo

Link: Pezzo su dramma.it

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Lisbona, Madredeus, Wenders

Posted by identitalterit su 5 dicembre 2012

 

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