Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for gennaio 2013

Un’impresa difficile

Posted by identitalterit su 28 gennaio 2013

Torna al teatro “Machiavelli” di Catania la drammaturgia contemporanea di taglio internazionale: diciamo ancora una volta dell’attività artistica dell’associazione “Ingresso Libero” e parliamo, in particolare, di “Un’impresa difficile”, lo spettacolo (che s’è visto dal 4 al 31 gennaio) diretto da Emanuela Pistone su testo del grande drammaturgo israeliano Hanoch Levin (1943 – 1999), tradotto da Paola De Vergori. In scena, oltre alla stessa Pistone, Francesco Foti e Mauro Serio. Non è per caso che evidenziamo l’attenzione rivolta alla drammaturgia contemporanea che questa associazione, che gestisce il piccolo e glorioso “Machiavelli”, dispiega meritoriamente da qualche anno nel capoluogo etneo: in Italia infatti la drammaturgia pura, ormai da decenni, conta pochi cultori e spesso di talento diseguale, sicché diventa interessante vedere come invece nel resto del mondo la scrittura di testi teatrali continui ad essere un’arte assai vitale e capace di confrontarsi efficacemente col mondo e raccontarlo con profondità.IMG_0588

Nel merito dello spettacolo: ci si trova di fronte ad una pièce che vede in scena una buffa coppia di cinquantenni (Yona e Levinah Popokh, rispettivamente Serio e Pistone) ormai stanchi della loro pluriennale relazione: una vita divenuta ripetitiva e banale, senza sorprese, senza possibilità che qualcosa accada davvero a rompere la monotonia dei giorni che passano privi di senso e fervore. Litigano stancamente eppure non riescono a lasciarsi: lui soprattutto, goffo nel suo desideri odi vita, di donne e di nuove avventure, ha paura di morire e non riesce ad andarsene, ma anche lei è profondamente impaurita e, seppur spazientita, non riesce a farlo andar via, fino a quando, del tutto casualmente, un estraneo (Foti) non s’infila in quel ménage, fino a quando insomma Gounkel, strano e spiritato vicino di casa, spinto da un forte mal di testa non interrompe una delle loro solite, scontate, velenose, litigate notturne: è l’estraneo che viene a dirti chi sei davvero, che ti mostra come ti sei ridotto, il perturbante che apre la porta e permette di avvertire con precisione il baratro di banalità che occupa la vita di uomini e donne, la sciupa, la scuote, la ingrigisce, ma non riesce a coprirne la dimensione essenziale d’avventura che val la pena di affrontare. Lo spettacolo è gradevole e, con buona varietà d’accenti e toni (dal grottesco al comico, dall’affettuoso al corrosivo, dal sornione al caricaturale), legge con intelligenza un testo che merita d’esser conosciuto.

Paolo RANDAZZO

Link da dramma.it

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Il guerriero, l’oplita, il legionario.

Posted by identitalterit su 22 gennaio 2013

G. Brizzi, IL GUERRIERO, L’OPLITA, IL LEGIONARIO, Mulino Bologna.

O Edizione: IL GIORNALE, BIBLIOTECA STORICA

RECENSIONE di Federico SPINELLO.

Questo libro, scritto da Giovanni Brizzi, professore ordinario di Storia Romana a Bologna, può non apparire come un imponente manuale di guerra del mondo classico data la sua contenuta dimensione e invece si dimostra un libro molto completo che descrive a grandi linee, ma con minuziosità, gli eventi storici antichi più importanti a partire appunto,come ci suggerisce il titolo, dal famigerato guerriero omerico dell’età classica fino ad arrivare alla quasi perfetta macchina legionaria Romana.copertina brizzi

Iniziando a descrivere il comportamento del guerriero greco, che ha come paradigma Achille e successivamente anche Ulisse, Brizzi spiega che in Grecia la guerra era un fatto quotidiano, usuale e ricorrente; infatti la guerra si poteva paragonare a qualcosa di stagionale come il ciclo di raccolta, la coltivazione dei campi e tutto ciò che di quotidiano si trovava nella Grecia antica: da ciò possiamo dedurre che il combattente greco (che non era specializzato solo in questo campo) era sempre in allerta per un’improvvisa guerra. Possiamo dire anche che la guerra nel mondo ellenico assume un valore “sacro” ed “etico” in quanto fa parte integrante della vita di un guerriero che rispetta le tradizioni.

Per quanto riguarda invece l’aspetto tecnico-tattico della guerra in sé, il guerriero classico si scagliava in battaglia individualmente portando con sé un maggior numero di uomini per poter avere la meglio sul nemico; quindi possiamo dire che le qualità belliche di uno solo bastavano a poter decidere l’esito di una battaglia. C’è da sottolineare inoltre che la maggior parte delle volte le battaglie avvenivano come scontri di due eserciti, fisicamente ammassati l’uno sull’altro, fino a quando uno dei due non cedeva e si ritirava o per mancanza di uomini o per averli persi tutti. Si capì però, quasi subito, che bisognava a volte ricorrere a stratagemmi per vincere un nemico che sulla carta era molto più forte e numeroso: infatti il guerriero teneva una condotta ambigua a volte fondata sul valore dell’aretè altre volte sulla “metis”.

oplitiE ci avviciniamo adesso all’ideale del guerriero oplitico (da “hòplon” che era lo scudo argivo) il quale non agisce più in maniera esclusivamente individuale ma facendo parte di un gruppo ben definito e compatto dove l’uno copre l’altro per mezzo appunto dello scudo che ha in dotazione; inoltre veniva impiegata in modo sia offensivo che difensivo la lancia: nacque così la falange oplitica, dove non prevaleva l’importanza del singolo bensì la forza dell’intera squadra schierata.

Senz’altro il più grande esempio di falange oplitica, ben riuscita e costruita, ce lo fornisce Filippo di Macedonia (382 – 336 a. C., padre di Alessandro Magno) che con questo ordine riuscì a sconfiggere le città greche che a quel tempo sembravano imbattibili e impenetrabili e non dimentichiamoci del figlio Alessandro che ne perfezionò ancor più l’uso creando un vasto impero: infatti il Grande si servì della falange oplitica per accerchiare i suoi nemici con una manovra innovativa che fu sperimentata anche da grandi condottieri come Santippo, Annibale e Scipione. Evidentemente però, spiega Brizzi, questa tattica che sembrava perfetta non solo all’apparenza ma stando ai fatti e alle guerre, non riuscì più tuttavia a contrastare nel tempo un altro ordine militare anch’esso potente e versatile: la legione romana.

L’autore inoltre ci tiene molto a sottolineare il valore profondamente etico dei romani, il rispetto dei costumi, il cosiddetto “bellum iustum” e la “fides”; inoltre Brizzi dedica un capitolo intero alla politica estera romana nei periodi di guerra e di pace che a mio parere ben si può riassumere in questa frase di Vegezio: “Igitur qui desiderat pacem praeparet bellum” (chi aspira alla pace,prepari la guerra).

Su quale sia l’ordine più efficace e potente tra questi due molti storici antichi e contemporanei si sono interrogati a lungo;in questo libro Brizzi giunge alla conclusione che bisogna valutare molte cose tra cui, secondo lui, la più fondamentale, la natura dei luoghi degli scontri in cui un ordine poteva avere la meglio sull’altro, non perché era più forte bensì perché era favoreggiato e aiutato dalle caratteristiche del territorio.

Nel corso della storia infatti gli eventi non mancarono di dimostrare quale dei due sistemi fosse il più efficace e nel suo libro Brizzi ci illustra alcune battaglie (le più importanti rappresentate graficamente) come quelle di Bagradas, Canne, Campi Magni, Zama, dove a confrontarsi furono proprio la falange e la legione romana. Nel libro troviamo inoltre la descrizione delle guerre che Roma dovette combattere contro Cartagine, le capacità belliche di alcuni condottieri che fecero la storia della falange come Amilcare, Asdrubale e Annibale e di altri combattenti che fecero la storia della legione romana come Publio Cornelio Scipione il quale pose fine all’egemonia cartaginese.legionari romani

Dopo questa sezione,  dedicata alle guerre romane e ai suoi svolgimenti, Brizzi mostra come l’esercito romano non si sia fermato al modello usato contro i Punici ma si sia evoluto sempre di più con innovazioni e cambiamenti che, nel corso del tempo, lo hanno reso quasi imbattibile; alcune di queste rettifiche sono: la nascita della coorte, “l’inserimento nei ranghi a livello di unità minori arcieri e frombolieri che garantissero un efficace sbarramento rispetto ai colpi da lontano”, la suddivisione dei legionari in piccole unità autonome e l’uso del pilum (giavellotto con una punta di ferro che in seguito fu alleggerita); alcune di queste innovazioni furono elaborate da Traiano. Importante fu anche la nascita dell’esercito “professionale”, con una serie di riforme (sia tattiche che politico amministrative) attuate gradualmente da Gaio Mario,Silla e Cesare. Il saggio si protrae fino alle battaglie combattute dai Romani contro i Parti descrivendo passo per passo la battaglia di Carrhae, la conseguente disfatta dell’esercito di Crasso,la resistenza romana e le ribellioni in Mesopotamia. Prima di concludere vorrei far notare la completa e ragionata bibliografia che si trova nel libro sia nelle note all’interno dei capitoli, sia alla fine dei capitoli con molte pagine a disposizione del lettore.

Detta quest’ultima cosa, devo ammettere che il libro mi è piaciuto nel suo complesso, nonostante all’inizio abbia riscontrato alcune difficoltà di lettura non essendo io abituato a questo tipo di lessico; tramite la lettura di questo volume si possono conoscere in modo dettagliato importanti guerre che hanno segnato la storia antica, il loro svolgimento, i loro condottieri più famosi e, appunto, anche l’evoluzione nel tempo della guerra e dell’antica arte militare.

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Il mestiere dello storico. Luciano Canfora.

Posted by identitalterit su 19 gennaio 2013

 

 

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I poeti giambici: Semonide e Ipponatte

Posted by identitalterit su 18 gennaio 2013

Semònide (gr. Σημονίδης, lat. Semonĭdes) di Amorgo. – Poeta giambico greco della seconda metà del sec. 7º a. C.; nato a Samo, condusse ad Amorgo una colonia di concittadini. A noi restano, oltre a pochi frammenti, due carmi interi, tutti in giambi; di questi il più lungo (118 versi) è la famosa satira contro le donne, ricca di elementi popolarescamente favolistici, raro esempio in quest’epoca di satira non personale. L’altro carme è improntato a un pessimismo amaro e sconsolato, come il frammento elegiaco che gli è attribuito mentre prima era ritenuto di Simonide di Ceo. È ricordata di S. anche una Storia di Samo (Σαμίων ῾Αρχαιολογία) in metro elegiaco. Per il suo pessimismo S. piacque a Leopardi, che lo tradusse.

Semonide, link da treccani.it

Ipponatte (gr. ῾Ιππώναξ, lat. Hipponax -actis). – Poeta giambico greco (seconda metà sec. 6º a. C.), di Efeso. Per aver preso parte alla lotta contro i tiranni della sua città, dovette esulare a Clazomene, dove passò il resto della sua vita. La tradizione del suo odio implacabile contro lo scultore Bupalo, che lo avrebbe effigiato brutto e deforme, è leggendaria, nonostante che un Bupalo sia spesso colpito nei suoi versi. Della raccolta dei giambi di I. restano brevi frammenti; un più esteso frammento (dai papiri di Ossirinco) descrive una scena di lupanare, confermando l’ambiente triviale rappresentato dalla poesia di I., notevole del resto per una sua spontaneità rude e violenta. 220px-Hipponax_of_EphesusOltre a invettive sanguinose e amari lamenti di miseria, I. compose anche due epodi (papiro di Strasburgo) già attribuiti ad Archiloco. Il dialetto, ionico, è colorito di parole lidie e frigie, il metro più frequente è il coliambo, o giambo zoppo, detto anche scazonte o ipponatteo. I. ebbe molta fortuna presso i comici, e nell’età ellenistica presso Fenice di Colofone, Callimaco, Eroda; in Roma, tra i neoteroi, presso Calvo, Cinna e Catullo.

 Ipponatte, link da treccani.it

 

 

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I poeti giambici: Archiloco

Posted by identitalterit su 18 gennaio 2013

Archìloco (gr. ᾿Αρχίλοχος, lat. Archilŏhus). – Poeta greco, il più antico dei poeti greci di cui conosciamo la personalità (di Callino, forse di poco più anziano, sappiamo troppo poco), fiorito intorno alla metà del 7° sec. a. C. (in uno dei suoi frammenti è ricordata da lui stesso l’eclissi di sole del 6 apr. 648 o 647) e considerato il poeta giambico per eccellenza. Ad A. molto debbono i poeti eolici e a lui risale molto della metrica oraziana. Grandissimo fu l’influsso di A. sui poeti posteriori, greci e latini. A noi sono giunti meno di 300 versi; nessun carme intero.

Vita e opereNato nell’isola di Paro e figlio (o pronipote) di Telesicle (o Tellis) e di una schiava tracia, Enipo, emigrò spinto dalla povertà a Taso dove partecipò come mercenario alle guerre contro i Traci, i Sai e contro le colonie delle città rivali: e in combattimento contro i Nassi trovò la morte. Dei ricordi della vita di guerra abbondano i frammenti poetici: da quando egli si dichiara al servizio di Ares e delle Muse fino alle descrizioni di avvenimenti bellici, tra cui ben nota quella sull’abbandono del proprio scudo. Durante la vita A. errò a lungo da Carpato a Creta, all’Eubea, a Lesbo, forse al Ponto, forse anche in Italia. L’avventurosa esistenza di A. è vivamente rispecchiata nella sua opera: primo fra i poeti greci egli fa oggetto di canto sé stesso, le proprie gioie e sofferenze. L’amore, parte essenziale della lirica archilochea, si esprime talvolta violentemente, con linguaggio e immagini realistiche; con delicatezza però A. sa ritrarre soavi figure di giovinette. Dalla sua passione per Neobule e dal rifiuto opposto dal padre di lei, Licambe, a concedergliela in sposa contro la precedente promessa fattagli, scaturisce un sentimento alternato di amore e di odio, che culmina nella più acerba invettiva. 361px-Archilochus_01_pushkinQuesta è appunto la più forte caratteristica della poesia di A., il quale si getta contro i propri nemici toccando il culmine della violenza, mettendoli in ridicolo o vituperandoli, sfidando i valorosi, insultando i vili, invocando su essi i peggiori guai. Ma una parte non trascurabile della poesia archilochea ebbe anche carattere obiettivo e addirittura narrativo, connesso con innovazioni musicali di complesso accompagnamento strumentale. Essa comprenderebbe peani, ditirambi, inni, epinici e componimenti di soggetto mitico rispetto ai quali, anzi, il parallelo tra A. e Omero era un luogo comune della critica letteraria antica; e si sa che i rapsodi dell’età aurea recitavano A. come Omero ed Esiodo. Accanto al mito, A. trattò anche la favola di origine popolare (per es., quella della volpe e dell’aquila, della scimmia e della volpe) e ne fece uno strumento per la sua invettiva.

La personalità di A. quale emerge dal complesso della sua poesia ci mostra una morale tendente al fatalismo; da ciò l’invito a godere la vita, affogando il dolore in feste e banchetti, ma quando il poeta riflette e si piega su sé stesso spunta l’invito al proprio cuore di sollevarsi sopra le avversità, di saper contenere l’eccessiva gioia e il troppo profondo dolore. La lingua di A. fu il dialetto ionico delle Cicladi con influssi omerici e neologismi; lo stile ha brevità ed efficacia espressiva con geniale ricchezza di tropi, preludente alla commedia. Nella metrica A. fu geniale creatore. Oltre alla grande varietà del distico elegiaco, è suo merito l’assunzione nell’uso letterario del giambo, con tecnica vigorosa e perfetta che si valeva delle forme popolaresche anteriori elaborate con ricchezza e varietà. Vari schemi dattilici, giambici, trocaici, portano il suo nome; a lui il merito della creazione della prima strofe, con l’accoppiamento di un verso semplice o composto con uno generalmente più breve (epodo).

Negli ultimi decenni sono stati recuperati alcuni documenti epigrafico-archeologici di notevole interesse per la biografia e la cronologia del poeta, tra i quali la scoperta, a Taso, dell’iscrizione funeraria (fine 7° secolo a. C.) di Glauco, amico di A. e condottiero dei Pari, e, più importante, il ritrovamento a Paro (1949) di un’iscrizione dell’Archilochèion (recinto sacro costruito in onore del poeta da un certo Mnesiepe verso la seconda metà del 3° secolo a. C.), dalla quale risultano dati leggendari intorno alla figura di A., oltre a citazioni di alcuni suoi versi. Apporti considerevoli alla conoscenza della poesia di A. si sono avuti a partire dal 1954 con la pubblicazione di trimetri giambici, tetrametri trocaici ed epodi in testi papiracei che vanno dal 1° al 3° secolo d. C.; tra questi senza dubbio il più interessante è il Papiro Coloniense 7511 (2° sec. d. C.), pubblicato nel 1974, contenente un epodo di 35 versi, attribuibile con grande verosimiglianza ad A., su un. avventura erotica del poeta probabilmente con la sorella minore di Neobule, sorprendente per il realismo della descrizione.

link treccani.it

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