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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

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Quando la democrazia dimentica l’interesse pubblico

Posted by identitalterit su 16 febbraio 2013

 

Ci sono libri che, pur dispiegandosi nella più rigorosa dimensione speculativa, riescono concretamente a inquietare il lettore per la loro capacità di leggere e interpretare la realtà che ci circonda. È il caso del saggio La democrazia infondata che Alessio Lo Giudice, giovane ricercatore dell’Università di Catania, ha pubblicato da qualche settimana per i tipi di Carocci. Il taglio, come si diceva, è strettamente speculativo: si tratta di una attenta disamina dei sistemi di governo e di esercizio del potere pubblico che dalle origini antiche e medievali della Respubblica Christiana e via via dai modelli contrattualistica, nati in età moderna, giunge a esaminare le attuali e nuove ipotesi e prassi di democrazia diretta, negoziale e concertata, giungendo alla conclusione che queste ultime presentano una grave carenza strutturale, legata a una debolissima, se non proprio assente o anche peggio rimossa, riflessione sulle basi di legittimità che questi nuovi sistemi di governance presentano.lo giudice copertina

Qual è il problema che Lo Giudice focalizza? È l’attuarsi, sempre più evidente e rumoroso del resto, di prassi politiche che, sospinte da processi storici di straordinaria potenza (primi tra tutti i processi di globalizzazione culturale ed economico-finanziaria e di velocizzazione e omogeneizzazione della comunicazione), tendono ad attuare un’impossibile identità tra governanti e governati e riducono, più o meno consapevolmente e in buona fede, il concetto d’interesse comune e generale a mera sommatoria di interessi particolari (appena ieri “la gente” al posto del popolo, oggi “i cittadini” al posto dei “politici”). Nessun patto sociale fonda, regola e rende feconda tale sommatoria, mentre la democrazia che ne deriva appare impoverita, falsamente a-problematica, a-ideologica e diretta, “infondata” appunto e incapace di muoversi verso obiettivi ideali che possano trascendere l’interesse privato. Dicevamo che si tratta di un libro che, al di là dell’ammirevole rigore concettuale, può inquietare il lettore: vi si legge infatti, seppur in controluce, la preoccupazione per la possibilità che il diffondersi e l’affermarsi di modelli populistici, che i gruppi dirigenti tendono a subire e che la ricerca del consenso spinge quasi naturalmente a emulare, possa indebolire, e addirittura distruggere dall’interno, quell’ideale di democrazia contrattuale che, per quanto certo da ripensare, appare ancora oggi quanto di più rispettoso della dignità dell’uomo sia stato mai concepito.

Paolo Randazzo

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