Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for marzo 2013

Teatro: due passi sono

Posted by identitalterit su 22 marzo 2013

A Enna lo spettacolo rivelazione della compagnia Carullo – Minasi

È sempre difficile descrivere uno spettacolo teatrale ed è difficile darne un giudizio rispettoso: c’è in esso lo sguardo sul mondo di persone che si esprimono costruendo in scena un congegno in cui tutto si tiene e in cui è davvero difficile separare un elemento dall’altro. Scriviamo questa volta di “Due passi sono”, lo spettacolo/rivelazione della giovane compagnia messinese “Carullo-Minasi” che, meritatamente vincitore del “premio scenario per Ustica” nel 2011, continua a girare con successo per le piazze teatrali italiane e s’è visto domenica scorsa, 17 marzo, sulla scena del Teatro Garibaldi di Enna nel contesto della rassegna “Inondazioni”. Si tratta di uno spettacolo interessante e davvero molto poetico (scene e costumi di Cinzia Muscolino, Luci di Roberto Bonaventura, produzione de “Il castello di Sancio Panza”). Interessante perché presenta in scena la quotidianità faticosa di una coppia (Pe e Cri) alle prese coi problemi, piccoli o grandi che siano, del rapporto con la realtà e con la distorsione, spesso comica e paradossale, che questi problemi subiscono nel contesto di un menage coppia. Poetico perché, al di là delle immagini, dell’atmosfera minimalista, dei colori e degli inserti musicali che rimandano ironicamente alla cultura francese novecentesca, ci sono due elementi in questo spettacolo che emulano e riproducono l’essenza stessa del lavoro poetico: il ritmo di scena (sempre brioso, ma capace di valorizzare anche i silenzi) e la capacità di moltiplicare il senso di ogni singolo elemento senza perderne, al contempo, il controllo autoriale e registico. carullo minasi 2Tutto si tiene segretamente e tutto parla e si ribalta in ironia, un’ironia tanto sottile e delicata quanto amara: nutrirsi solo con pillole che hanno sapore di tutto, litigare e gioire per un colorato fiore di plastica, aver paura di toccarsi, di uscire, e poi i costumi, le parole, i dialoghi serrati, gli oggetti di scena, i motivi, i sentimenti, le paure, le insopportabili fragilità, gli slanci interrotti, i colori, gli elementi metateatrali. Mentre la calata siciliana e reggina della dizione degli attori spegne sul nascere ogni rischio di leziosaggine e d’ inautenticità. Non è poco. Non è poco perché lo spettacolo s’impone immediatamente, già dalle prime battute, agganciando il pubblico, costringendolo a capire quanto accade in scena e, ben oltre il lieto fine del matrimonio (tenerissimo certo, ma quasi accidentale e quindi venato d’inquietudine e d’amarezza), lasciando passare l’idea esatta di un piccolo congegno scenico che potenzialmente, alla stregua d’un carillon, potrebbe suonare all’infinito.

PAOLO RANDAZZO

LINK DA DRAMMA.IT

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Pindaro

Posted by identitalterit su 21 marzo 2013

Pìndaro (gr. Πίνδαρος, lat. Pindărus). – Poeta lirico greco (Cinoscefale, Beozia, 518 a. C. – Argo 438 a. C.). Discendente della nobilissima famiglia degli Egidi (Αἰγεῖδαι) di origine dorica, P. ricevette nella sua patria la prima educazione musicale e letteraria; la tradizione lo mette in rapporto con le poetesse Mirtide e Corinna, ma la sua formazione fu complessa, come dimostra il fatto che in Atene fu allievo di Apollodoro, Agatocle e del musicista Laso di Ermione. La sua educazione intellettuale e morale risaliva alla tradizione familiare, dorizzante, aristocratica e conservatrice, e il suo spirito religioso si nutrì del culto di Apollo e di Zeus (sembra che P. fosse molto legato al clero delfico). Le tormentate vicende della Grecia nei primi decennî del sec. 5° influirono fortemente sulla sua vita: Delfi e gran parte della Grecia settentr., compresa Tebe, la più importante città della Beozia, anche se neutrali nella lotta contro gli invasori barbarici, mostrarono di propendere verso i Persiani, e P. fu con loro. Alla vittoria ateniese (480-478) dovette seguire un periodo abbastanza difficile per P., che aveva in qualche modo condiviso la responsabilità del governo tebano. Sebbene il poeta mostrasse ormai di comprendere i valori della guerra contro il barbaro celebrando Atene e l’alleanza attico-spartana (e per questo fu onorato dagli Ateniesi con la prossenia), nel 476 abbandonò la Grecia recandosi ad Agrigento presso Terone che lo ospitò, e per il quale compose epinici e treni. Fu poi a Siracusa, alla corte di Gerone cui dedicò altri epinici.220px-Pindar_statue

In Sicilia P. incontrò i maggiori poeti lirici del suo stesso tempo, Simonide di Ceo e il nipote Bacchilide, suoi rivali non solo nell’arte, ma nei favori della corte. Presto tornò in Grecia, dove però mantenne buone relazioni con gli ospiti siciliani, per i quali continuò a comporre. Probabilmente nel soggiorno in Sicilia venne a contatto con le dottrine pitagoriche ivi diffuse, e la sua fede religiosa si arricchì di elementi misterici. Oltre che con i tiranni siciliani, P. fu in buone relazioni con Arcesilao IV, re di Cirene, della dinastia dei Battiadi, e per lui compose l’ampia Pitica 4ª, in forma di poemetto epico-lirico di tipo stesicoreo. Tra il 480 e il 460 si pone il periodo della sua più ampia produzione, ma egli continuò a esercitare la sua arte probabilmente fino al 446, quando compose la Pitica 8ª in cui riafferma i suoi ideali aristocratici parlando ai giovani nobili di Egina. Fino alla fine il poeta si mostrò fedele ai valori del suo mondo interiore che con profonda e consapevole tristezza vedeva di giorno in giorno declinare. ▭ Dei lirici greci, P. è l’unico di cui si sono tramandati interi libri di carmi, tutti del genere epinicio, nel quale si riconobbe l’espressione più alta e caratteristica del suo genio poetico.

continua su TRECCANI.IT (link)

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Le anfizionie

Posted by identitalterit su 14 marzo 2013

RELAZIONE: Anfizionie, comunità, concorsi e santuari panellenici

(dal saggio omonimo di P.Leveque, Storia dei greci e dei Romani , vol. 4, pp. 1111 -1131, Einaudi ).

I Greci hanno sempre avuto difficoltà a cogliere il problema della propria identità. Basti pensare ai nomi con cui sono chiamati in Omero, differenti da quello arcaico di Elleni o da quello di Greci dato loro dai Romani. Allo stesso modo, fino a un periodo piuttosto tardo i Greci non parlano la stessa lingua, ma diversi dialetti di una medesima lingua. Tali dialetti  riportano non solo ad un genere linguistico ma a una storia e a una cultura. Numerose furono le strutture politico-culturali che tentarono di far prevalere l’unità sulla diversità delle città. Anfizionie, comunità, concorsi e santuari panellenici ci introducono in un mondo in cui accordo e confronto vanno di pari passo.apollo

Il termine “anfizionia” significa: coloro che abitano intorno. Il Musti la definisce “una lega sacrale fra popoli abitanti in uno spazio geografico coerente”. Bisogna ricordare l’anfizionia di Onchesto in Beozia in cui si praticava un’insolita forma di divinazione consistente nell’attaccare i cavalli a carri senza auriga; quella di Calauria è famosa per un noto santuario di Posidone in cui la funzione sacerdotale era esercitata da una vergine fino al giorno delle nozze. Meglio conosciuta è l’ anfizionia che ha inizialmente avuto sede presso il santuario di Demetra ad Antela. Dapprima raggruppa i Tessali e i loro alleati, nel VII secolo estende il suo controllo su Delfi. In particolare quest’anfizionia ha una struttura organizzativa: il consiglio si riunisce due volte l’anno per amministrare e difendere il santuario e le sue ricchezze e per organizzare i giochi pitici ogni due anni. Circa l’origine delle anfizionie, si rilegga Strabone: “Essendo unite dalla vicinanza e dal bisogno reciproco, esse celebravano insieme feste e adunanze di popolo”.

Un termine molto importante del vocabolario politico dei Greci è “koinòs” (comune), di origine indoeuropea. Intorno ad esso si sviluppa poi un vocabolario politico, perché la città stessa è una comunità, come afferma anche Aristotele. Nelle regioni meno evolute della Grecia la comunità politica non è la città ma il popolo (ètnos). A una Grecia meridionale, quella delle città, si oppone una Grecia settentrionale, quella dei popoli, la cui organizzazione politica è il kòinon. Anche la Grecia centrale è strutturata in koinà, soprattutto in Arcadia. In epoca ellenistica compaiono alcuni stati federali organizzati su basi differenti, per il fatto che in essi l’elemento etnico è piuttosto debole. L’aggettivo koinòs viene anche usato in senso non politico, ma sempre con connotazioni positive: socievole, affabile, imparziale. Ed è proprio da quest’ultima analisi che il Lèveque coglie l’atteggiamento positivo dei Greci verso ciò che è comune o comunitario.

delfi1I veri luoghi di ritrovo dei Greci sono rappresentati da alcuni santuari,  denominati panelleci proprio per la visibilità della loro funzione di luoghi di reciproco incontro. I Greci applicano il nome di panellenico soprattutto a quattro grandi insiemi sacri in cui si celebrano determinati concorsi: in onore di Zeus a Olimpia e a Nemea, in onore di Posidone sull’istmo di Corinto e di Apollo a Delfi. Caratteristica fondamentale è il fatto che vi si celebrassero concorsi a scadenze periodiche. I concorso celebrano la morte di un fanciullo, si tratta dunque di una cerimonia funebre finalizzata a risuscitare la forza vitale di un fanciullo morto con una serie di prove di resistenza fisica, che nel contempo permette ai vincitori di figurare come i primi del gruppo sociale dei giovani. Tuttavia a Delfi i concorsi procedono anche a una rianimazione dell’universo vegetale e anche l’universo astrale sembra venire resuscitato da tali ricorrenze, giacché la scadenza di otto anni rappresenta il grande anno, quello in cui avviene la riconciliazione tra l’anno solare e quello lunare. La tradizione mitica è molto forte: a Nemea, per esempio, i giochi sono istituiti in Onore di Ofelte-Archemoro, il fanciullo regale ucciso da un serpente per l’imprudenza della nutrice, mentre a Delfi l’istituzione dei giochi è legata alla morte di Pitone, non a quella di un principe Si comprende da ciò perché le vittorie ai grandi concorsi avessero tanta risonanza. Il vincitore è un “fortunato”, caratteristica che Pindaro mette particolarmente in rilievo: “A voi, figli d’Alete, le fiorite ore diedero lustro/ di trionfi per eccelse virtù di chi vinse nei giochi sacri,/ e posero nel cuore astuzie antiche,/ l’inventiva è tutto”. Dunque i concorsi panellenici sono un elemento costitutivo della comunità. Lisia attribuisce al più greco tra gli eroi il merito di aver organizzato questa comunione:  “Eracle ha diritto al nostro ricordo, o Greci, perché nel suo amore verso i Greci, per primo li riunì a questa festa. Istituì questa solennità, una gara di forza, uno sfoggio d’ intelligenza, nel luogo più bello della Grecia, perché ci raccogliessimo insieme a vedere tutte queste meraviglie; egli riteneva che l’incontro avrebbe segnato per  Greci l’inizio di una reciproca amicizia.” Ricordiamo che i concorsi giocano un ruolo determinante nella genesi di una cultura nuova. Per cantare le lodi dei vincitori i poeti adoperano forme del lirismo corale (si ricordi Pindaro, tra i massimi lirici dell’umanità). Inoltre fiorisce l’eloquenza nei discorsi. Con le decorazioni l’arte, assume un ruolo determinante, si pensi alle ricche decorazioni fatte di frontoni, acroteri, fregi. Anche la scultura atletica ha un forte sviluppo, grazie al fatto che le città erigono statue ai vincitori per perpetuarne la gloria nel marmo o nel bronzo. Ma i santuari sono anche sede di rituali finalizzati al conseguimento di un responso il più delle volte consolatorio. Nei grandi centri, quali Dodona o Delfi, la mantica si è sviluppata come forma di specializzazione religiosa al servizio delle comunità. Si è oggi in grado di distinguere due tipi di mantica: quella che nasce dall’osservazione della natura e quella che si esprime attraverso un sacerdote o, più spesso, una sacerdotessa posseduta dalla divinità.

Corrada CACCAMO

III liceo classico, sez. A,  Di Rudinì, Noto, a.s. 2012/2013

CHI E’ PIERRE LEVEQUE? LINK TRECANI.IT

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