Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for aprile 2013

Il falco.

Posted by identitalterit su 22 aprile 2013

Talvolta, per chi scrive di teatro, usare gli aggettivi è complicato, certe volte sarebbe opportuno non usarli affatto, e comunque è sempre bene usarli con misura, con attenzione, sapendo che se un aggettivo può definire, moltiplicare, ampliare e persino tradire il senso di un sostantivo, la sua connotazione, è anche vero che esso può nascondere la sostanza del teatro, che è azione, accadimento (mimetico, se si vuole) prima che parola. Così vien fatto di pensare dovendo dire de “Il falco”, lo spettacolo che la compagnia del Teatro Libero di Palermo ha portato sulla scena del Teatro Comunale di Noto, sabato scorso 13 aprile: il testo, di respiro essenziale e poetico, è della drammaturga canadese francofona Marie Laberge (tradotto da Maria Teresa Russo), la regia pulita, consapevole e profonda di Beno Mazzone, scene, luci e costumi rispettivamente di  Raffaele Ajovalasit, Gianfranco Mancuso, Roberta Barraja, in scena ci sono Mirella Mazzerenghi (l’assistente sociale, di età matura), Massimilano Lotti (non sempre convincente nel ruolo del padre naturale, che torna per salvare il figlio), Rosario Sparno (l’adolescente in gattabuia). Ma dicevamo della difficoltà di usare gli aggettivi scrivendo di teatro, scrivendo di un accadimento teatrale come questo che ci troviamo a raccontare:  un diciassettenne si trova chiuso in carcere mentre si svolgono le indagini sull’uccisione del suo patrigno; è l’unico indiziato, è pienamente consapevole della situazione, ma non è colpevole; della sua innocenza sono convinti un’assistente sociale, che con tenacia prova a comunicare con lui, a rompere il muro di diffidenza di cui si è circondato, e il padre naturale che dopo anni di assenza si è ripresentato per aiutarlo e riprendersi (con una qualche misura d’insopportabile superficialità) il posto che gli spetta; la situazione è di grande durezza e di assoluta incomunicabilità, ma si sblocca quando arriva la notizia che dell’assassinio del patrigno è responsabile il fratellino undicenne e diventa chiaro che il ragazzo si è auto incolpato per tutelarlo e difenderne l’infanzia. Detta (e letta) così la vicenda è intrigante, ma non va oltre l’ovvio interesse del pubblico per i meccanismi che possono bloccare la comunicazione vera tra persone. E non apporta molto senso in più nemmeno la bella metafora del falco, simbolo di libertà, che si estende per quasi tutto il lavoro e funziona da cassa di risonanza (quasi archetipica) alla difesa della propria libertà e della propria dignità personale operate con decisione testarda dall’adolescente in scena. Appare evidente invece che è il silenzio l’asse drammaturgico centrale di questo spettacolo: il silenzio scoperto dai personaggi (è questa scoperta l’azione, la praxis dello spettacolo) come luogo di libertà autentica, di rispetto, di sperimentazione positiva della possibilità di comunicare con verità e oltre le parole e gli aggettivi. Sul silenzio Mazzone gioca bene la sua partita registica: così, da un lato le pause importanti, il diradarsi delle parole, l’ascolto attento e consapevole tra i personaggi (e potremmo aggiungere la generale pulizia dell’impianto scenografico), e dall’altro lato le accelerazioni e le intensificazioni verbali nella recitazione, soltanto a questo tendono e questa dimensione circoscrivono con esattezza ed efficacia. Non è poco.

Paolo Randazzo

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The END, Babilonia teatri

Posted by identitalterit su 22 aprile 2013

Se della vita non si ha ben chiara la fine, se persino si dimentica che una fine c’è, se la fine è un concetto da nascondere, se la morte è un concetto da evitare, rimuovere, della vita allora non si può aver chiaro l’inizio, il senso e nemmeno il percorso: «in my end is my beginning» ha scritto T.S. Eliott nei Four quartets e lo ha scritto, tra l’altro, recuperando,  riscrivendo, rivivendo l’antichissima e mai troppo salutare lezione sapienziale del Qoelet biblico. Un libro pieno di morte Qoelet, un libro che è una medicina potentissima contro ogni menzogna e in ogni tempo, un libro che ricorda all’ uomo che dalla polvere si viene e alla polvere si torna: tutti, gli uomini, le bestie, davvero tutti. Scriviamo di “The end”, lo spettacolo di Babilonia Teatri che si è visto sabato 6 aprile scorso nei Viagrande Studios, il nuovo (grande e molto bello) spazio di teatro e danza che sì è aperto da poco a Viagrande in provincia di Catania. Si tratta di uno spettacolo che ha ricevuto, certo meritatamente, un grandissimo successo di critica (premio Ubu 2011) e di pubblico e che questa volta viene portato in scena dall’ ensemble veneto con l’interpretazione di Enrico Castellani e non di Valeria Raimondi che fa soltanto una breve apparizione in scena.
Il baricentro dello spettacolo è il testo/monologo che Castellani recita, freddo e rabbioso, col respiro di un rap: un testo durissimo e colto, che da un ruvido dialetto veronese, impastato nella concretezza del nord-est “produttore” (uno dei tanti nel mondo), tracima in una lingua limpida e secca, paratattica, sincopata, in cui citazioni e materiali perdono di definizione per coagularsi in un unicum di corrosiva asprezza. Ironia, autoironia, dolore, rabbia, violenza. Citazioni e materiali che attraversano aree concettuali vastissime, da Cecco Angiolieri a De Andrè, da Quasimodo a Qoelet (appunto), dal quotidiano ciarpame televisivo alla liturgia cattolica pasquale («io credo non risorgerò, io credo cenere resterò»). Ma di teatro si tratta e il testo, pur bellissimo e potente, non basterebbe da solo se non si riflettesse nel contesto di una costruzione scenica in cui accanto alle parole ci sono dei segni, in cui tutto converge con ineluttabile climax verso un’azione (una specie di anti-liturgia della verità che vince la menzogna) e lascia persino intravedere una possibile catarsi. I segni: le mani dell’attore macchiate di sangue a guisa di laiche stigmati, un grande frigorifero/camera mortuaria, una statua di Cristo che viene ricomposta, una croce di tubi di ferro issata senza tanti complimenti e su cui quel Cristo viene fermato sbrigativamente, la morte che viene con la leggerezza semplice, “naturale”, d’una canzone (“Ciao, amore, ciao”) di Luigi Tenco, la morte salutata con un Hully Gully collettivo tanto insensato quanto liberante, la grossa testa di un bue e quella d’un asino, troncate e cruente di sangue rappreso, issate accanto a Cristo a far da ladroni e/o da materico presepe post mortem, una stella cometa finta, troppo finta e luccicante per non esser tristemente vera. E allora: la morte esiste e per evitare la menzogna che la nega («una volta i genitori invecchiavano, oggi scopano, trombano, poi scompaiono») meglio la blasfemia («piscio sulla vostra religione addomesticata»); meglio invocare il boia che affogare nel fetore di una menzogna disumana («non mi vedrete con le mutande piene di merda, nuotare nel mio stesso pisso», «…niente antidolorifici, protocolli… non sono Dorian Gray», ) che non ci consente nemmeno di morire nella verità e da uomini. E la catarsi, infine, una catarsi che giunge senza parole e sulle ali di una metafora trasparente (anche troppo trasparente forse – ma vedi ancora alla voce Qoelet – ed è questo l’unico difetto dello spettacolo): sulle note lunghe, struggenti, taglienti dei Doors (“The end”), entra in scena Castellani con un bimbo piccolo in braccio.

Paolo Randazzo

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Telemachia Ulyssage # 3 di Claudio Collovà

Posted by identitalterit su 22 aprile 2013

Labirinto e vertigine: con queste due parole si può forse sintetizzare il senso profondo di “Telemachia – Ulyssage #3”, lo spettacolo di Claudio Collovà tratto dall’Ulysses di Joyce, che s’è visto dal 14 marzo al 7 apri-le a Palermo sulla scena del Teatro Biondo Stabile (in Sala Sthreler). Sintetizzare il senso di uno spettacolo im-portante e raffinato che, oggettivamente, non si può e forse nemmeno si deve sintetizzare e che mette il cronista di fronte a una duplice, difficile, scelta: riassumere il tutto per tocchi veloci e lasciare allo spettatore il compito di riconoscere e decifrare la miriade di segni, oppure imbarcarsi in una descrizione analitica di quanto s’è visto, affrontando il rischio che, per quanto si possa esser capaci di leggere in profondità, non si giungerà mai ad apri-re del tutto la trama simbolica in cui ci si è imbattuti? Si tratta, in entrambi i casi, di scelte possibili, di percorsi che legittimamente possono seguirsi nel raccontare uno spettacolo, ma crediamo che siano insufficienti entram-bi a restituire il senso di un lavoro come questo che, denso e raffinato qual è, meglio si può comprendere se si parte da una considerazione attenta del metodo con cui esso è stato costruito a partire dal romanzo/capolavoro di Joyce. Ecco il nodo, ecco il rovello: trarre uno spettacolo teatrale da un romanzo, rendere evento e azione vi-va ciò che è racconto e, come direbbero gli specialisti, diegesi. Certo è possibile, è un’operazione che il teatro occidentale ha realizzato spesso, sin da quando la narrazione aveva la voce e le parole di Omero, e però davvero troppe volte l’ha realizzata con banalità e approssimazione: non si tratta di dar corpo, voce e parole a dei perso-naggi e poi seguire la traccia della narrazione o anche solo di un segmento della narrazione, no, si tratta piutto-sto di costruire (non ri-costruire) le possibilità interne di un accadimento conservando della narrazione non (tan-to) la concretezza dei materiali narrativi, ma lo sguardo sul mondo che l’ha resa possibile e, se si vuole, necessa-ria. Detto in altro modo, non si tratta di ricostruire, dal vivo e come in tridimensionale, un testo e un percorso narrativi ma sostanzialmente di mettere in scena il dato cognitivo ed emozionale che quella narrazione ha stimo-lato nel regista teatrale; non la narrazione, ma l’esperienza della narrazione e a partire dalla consapevolezza che di essa il regista teatrale realizza nel tempo.

Da questo punto di vista allora lo spettacolo di cui scriviamo appare esemplare: quello di Claudio Collo-và con Joyce non è un incontro tra i tanti possibili, ma un amore vero e profondo, un amore antico, radicato e disperato, quasi ossessivo, coltivato per anni. Per altro – è giusto dirlo – benissimo ha fatto il Biondo Stabile di Palermo a capire questa passione e a permettere al regista di tramutarla in teatro con un progetto di respiro triennale che ha già visto la messinscena di “Uomini al buio – Ade” nel 2010 e di “Artista da giovane” del 2011. telemachia 2Il percorso drammaturgico di questa Telemachia si dipana con ritmo costante e regolare amplificando, in repen-tine epifanie, gli smarrimenti e gli echi interiori che il testo joyciano (colto nei tre capitoli iniziali della cosid-detta “Telemachia”) suscita e che si sono sedimentati nella memoria artistica del regista. Una memoria artistica che tuttavia non è, né resta, inerte e che anzi, senza farsi sopraffare supinamente dalla grandezza letteraria del testo, attinge ad altre esperienze teatrali ed artistiche e giustamente interloquisce, a diversi livelli di profondità, con esse: anzitutto il mai troppo amato Amleto shakespiriano e la raffinata conoscenza della pittura che caratte-rizza il teatro di Collovà. Sicché, sin dall’inizio, Domenico Bravo mette in chiaro che di teatro vero si tratta, chiarisce che lui è l’irlandese Stephen Dedalus, certo nella Martello Tower, ma è anche Amleto in Danimarca e che la bellissima donna distesa, immobile, remota, sul catafalco davanti a lui (di chiarissimo, affascinante gusto preraffaellita) è sua madre, ma è anche Ophelia ed ancora è Molly Bloom. La complessità del registro linguisti-co, emozionale ed intellettuale, in cui Collovà innesta tutto lo spettacolo si dispiega da qui in poi, uniformemen-te e coralmente, segno dopo segno: nei gesti, nelle azioni, nelle parole, nella stessa straordinaria forza scenica di Sergio Basile (un Leopold Bloom/Ulysses, d’ironia amara e corrosiva) e di Luigi Mezzanotte (molto bravo nella sua capacità d’essere di volta in volta il compagno di stanza Buck Mulligan, il cinico preside Mr. Deasy, il Cit-tadino), nella sensibilità coloristica e nella perfetta rispondenza del taglio delle luci di Pietro Sperduti, nel denso respiro magmatico, allusivo e mai mimetico, delle atmosfere musicali di Giuseppe Rizzo, nella struttura artisti-ca, quasi autonoma nella sua bellezza, dell’impianto scenografico (una striscia d’acqua, che è la spiaggia di Sandymount strand e molto, molto altro, e una libreria-ragnatela abitata da fantasmi di vecchie carte sospese di diseguale dimensione) realizzato da Enzo Venezia.

PAOLO RANDAZZO

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La scuola democratica nell’era dei “nativi digitali”

Posted by identitalterit su 10 aprile 2013

Come affrontare la crisi del sistema scolastico e ripensare il futuro dell’istruzione in un saggio di Norberto Bottani

Quella di Norberto Bottani sul mondo della scuola è una riflessione scientifica che abbraccia da anni amplissime prospettive, sia diacroniche che sincroniche, e questo è un bene giacché consente di riflettere su questo importantissimo segmento della cultura contemporanea con quella libertà intellettuale e quella giusta distanza che, da sole, possono garantire di individuare linee di movimento profonde ed eventuali soluzioni, innovative ed efficaci, alla crisi evidente che attanaglia globalmente il mondo dell’istruzione pubblica e che è, anzitutto, una crisi di senso. Diciamo questa volta del bel saggio Requiem per la scuola?, pubblicato da qualche settimana per i tipi del Mulino, nel quale Bottani (funzionario Ocse, esperto di politiche scolastiche e oggi consigliere della Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo), parte da un’attenta lettura dei risultati dell’indagine internazionale Pisa (Programm for international student assessment), iniziata nel 2000 in trentadue paesi di ogni parte del mondo, proseguita nei dieci anni successivi e mirante a monitorare scientificamente l’efficacia dei sistemi scolastici statali, la loro capacità di migliorare il livello di istruzione della popolazione e, per questa via, contribuire significativamente, lavorando sui tre parametri dell’efficienza, dell’equità e dell’eccellenza, alla concreta diminuzione delle diseguaglianze e delle discriminazioni sociali.scuola1

Il percorso che Bottani propone si articola quindi in due grandi segmenti di elaborazione: nel primo si tratteggiano le coordinate socio-politiche e governative per comprendere l’attuale crisi (probabilmente irreversibile) di molti sistemi scolastici statali; nel secondo segmento si verificano invece le politiche scolastiche relative alle questioni (e agli obiettivi sostanzialmente mancati) dell’equità e dell’uguaglianza. Ed è una verifica quest’ultima estremamente coraggiosa che non lascia spazio a provincialismi né a facili indicazioni politicamente corrette. Per esemplificare, basta guardare agli esiti che, ad esempio, nella legislazione scolastica italiana ha avuto la scelta dell’autonomia degli istituti scolastici: una scelta feconda e potenzialmente ricca di grandi sviluppi nell’ottica di una reale rispondenza delle attività scolastiche alle reali esigenze e domande d’istruzione e formazione dei singoli territori, eppure sostanzialmente fallita e in qualche modo strangolata non solo (e forse non tanto) dalla carenza di risorse economiche, ma anche da ataviche abitudini culturali sia nell’organizzazione della scuola, sia nella percezione sociale delle istituzioni scolastiche, sia nelle prassi d’insegnamento.

Gli insegnanti, la cui condizione è attentamente esaminata nel saggio, hanno, spesso loro malgrado, un’assai scarsa consapevolezza della sostanza filosofica della loro didattica e della prevalenza della funzione educativa nel rapporto con gli alunni ed ancora, considerati una volta le “vestali della classe media”, sono oggi depressi da una generale perdita di prestigio della loro professione. Non così sotto diversi profili, a giudizio dell’autore, l’esperienza delle cosiddette “Charter schools” statunitensi, scuole statali ma del tutto autonome e indipendenti, o di alcune esperienze scolastiche coreane, finlandesi, canadesi: esperienze capaci invece di grandi risultati nel collegare strettamente e nel declinare equità, efficacia ed eccellenza. Esempi che inducono l’autore a propendere per un ripensamento globale del organizzazione centralistica della scuola pubblica e a consigliare una maggiore attenzione per l’esperienza delle scuole private e paritarie.

Resta tuttavia aperta – ci pare – la questione grave dell’impatto politico (se non addirittura ideologico) di tali eventuali e radicali riforme che assai difficilmente possono darsi se non nel contesto di istituzioni pubbliche che abbiano la capacità di autoriformarsi agevolmente e di re-interpretare il loro ruolo in una realtà di continuo e velocissimo cambiamento.

Paolo Randazzo

LINK DA EUROPAQUOTIDIANO.IT

 

 

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