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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for maggio 2013

Relazione: Lo scudo di Achille

Posted by identitalterit su 29 maggio 2013

Nel ‘900 gli studiosi britannici di Oxford e Cambridge hanno dato un contributo notevole agli studi omeristici con i Commentari all’Iliade e all’Odissea. “The Iliad: a Commentary”, pubblicato a più riprese a Cambridge dal 1985 al 1993, è opera di G. S. Kirk, Regius Professor Onorario di Cambridge per i primi otto libri e degli studiosi Hainsworth, Janko, Edwards, Richardson per i rimanenti.

Le questioni affrontate dai critici e soprattutto da Kirk che ha il merito di aver integrato i contributi dei vari studiosi in una visione organica e coerente, sono quelle riguardanti l’oralistica e l’antropologia, cioè la trasmissione orale dei poemi, lo stile formulare, secondo la tesi dell’americano A. Parry e gli studi sulle società riflesse nei poemi. La lettura storico-antropologica, secondo gli studiosi, aiuta a risolvere il problema del rapporto tra i poemi epici e la diacronia di civiltà che hanno attraversato. Gli autori del Commentario all’Iliade hanno determinato sequenze narrative, microcontesti, entro i quali hanno cercato di trovare coerenze con il narrato principale. L’Iliade che ha una sua struttura interna ha subito un processo di aggregazione che ha messo insieme, in modo artificiale, ma poetico, racconti, episodi non concepiti in modo organico. Argomenti minori entrano così a fare parte del grande racconto, il narrato principale, ed hanno l’effetto di ritardare o di contraddire lo svolgimento dell’azione principale, come l’episodio odissiaco della cicatrice di Odisseo, riconosciuta dalla nutrice Euriclea e quello della fabbricazione delle nuove armi di Achille da parte di Efesto.

scudo2Il più recente interprete di ∑, cioè del libro 18° del ”Commentario Cantabrigense dell’Iliade”, M. Edwards distingue varie sequenze narrative prima di arrivare alla fabbricazione delle armi (LINK ILIADE 18, 468-608)vera e propria:

• La visita di Teti alla casa di Efesto per chiedere le armi per il figlio Achille;

• Il breve discorso della dea che presenta tre storie distinte;

• Il tema mitologico del suo matrimonio con Peleo;

• La storia di Achille, privato del dono di guerra, Briseide, dell’amico Patroclo e delle armi;

• La microstoria di Patroclo, che è l’elemento motore.

Teti svolge con il suo racconto una doppia funzione perché riassume argomenti già narrati e prepara alla nuova sequenza. Scudo ed armi sono essenziali perchè Achille possa riprendere il suo status di eroe. Efesto grato per i benefici un giorno ricevuti dalla dea la rassicura, le promette le armi e si mette subito a lavorare.

Nella panoplia è importante l’esame dello scudo, specchio di un’intera civiltà. Lo scudo è descritto non nel suo essere, ma nel suo farsi con particolari tecnici e fantastici, come i tripodi e i mantici che si muovono e lavorano da soli al comando del dio, secondo una tendenza arcaizzante che mescola elementi reali del presente con quelli immaginari del passato. La descrizione è ad anello, Ringkomposition.

Nel primo segmento descrittivo al centro dello scudo il dio ritrae l’universo: terra, cielo, mare, sole, luna, costellazioni. E’ un’ enciclopedia astronomica con istruzioni utili ai ritmi stagionali dell’agricoltura e alla navigazione, presente già nell’Odissea e negli Erga esiodei. Gli elementi possono essere testimonianza di un’unica tradizione storica.

Seguono le varie scene di vita con il secondo segmento descrittivo di due città, una in pace e l’altra in guerra che si potrebbero riferire, a Eleusi e Attica, oppure alla Feacia e ad Itaca come esempi di buongoverno e di anarchia. La prima città descrive un quadro di vita sociale gioioso con nozze, banchetti, spose in corteo, giovani danzatori, suono di flauti e di lira. Passive, spettatrici, donne sulla soglia delle case. Mancano elementi di culto e qualunque richiamo alla famiglia come entità sociale, affettiva ed economica. Nella seconda parte vi sono uomini armati nell’ “agore”, cioè nella piazza, per una lite, che ha provocato un’uccisione di cui deve essere fatta ammenda. Tra i cittadini vi è un giudice-arbitro con gruppi di “gherontes “ e come premio due talenti d’oro da dare al vecchio che esprimerà la sentenza più retta. Il significato globale è che la città in pace è presentata come capace di ricomporre le sue interne contraddizioni senza ricorrere alla vendetta di sangue, in contrasto con l’etica guerriera e con il mondo degli eroi iliadici. Poi viene descritta la città in guerra intorno a cui vi sono due eserciti. Non è chiaro se sono entrambi assedianti oppure l’uno assediante e l’altro assediato. Tra di loro iniziano delle trattative: o gli assediati cedono metà dei loro beni o la città sarà saccheggiata. I cittadini della città assediata tentano una sortita un agguato presso il fiume a danno di due pastori con greggi e mandrie. Per l’arrivo degli assedianti all’agguato segue la battaglia con tumulto e morte. efesto

Il quadro successivo cambia perché rappresenta la campagna antropizzata, piena di uomini. E’ la parte più didascalica del poema che presenta azioni compiute, secondo Edwards, da uomini della stessa società gioiosa della città senza guerra volta alla produzione necessaria alla sussistenza. Vi sono scene di vita rustica: aratura, mietitura, vendemmia. Per quanto riguarda l’aratura il termine “tripolon”: un campo arato tre volte è di difficile interpretazione.

Lo studioso Hainsworth sostiene che ha un valore magico-religioso e allude ad un’aratura di tre solchi come parte del rituale magico. Efesto pone un terreno regale nel segmento della mietitura con tre categorie di mietitori: i tagliatori che falciano il grano e lo gettano sul solco a mannelli; i ragazzi che li raccolgono e i legatori che li legano in fasci.

Non lavora solo il “basileus”che sta nel suo campo con lo scettro, segno della sua condizione sociale di privilegio. La proprietà, secondo l’omerista, potrebbe essere di un re o di un aristocratico.

Il quadro successivo rappresenta la vendemmia in una vigna d’oro con pali d’argento, fosse di smalto e siepe di stagno. E’ un quadro di gioventù e di gioia. Fanciulli e fanciulle “con pensieri non gravi” portano il dolce frutto della vigna in canestri. Alcuni saltellano, danzano e gridano al suono di una cetra.

Dal quadro georgico si passa a quello bucolico. Infatti nella quarta zona appaiono scene di vita pastorale: i buoi al pascolo, l’assalto dei leoni, le pecore sparse nella valle. Nasce il problema se terre e mandrie fanno parte di un’ unica proprietà, quella regale o aristocratica. La critica formalistica tende ad escludere ciò basandosi sul cambiamento del verbo usato precedentemente ogni volta che veniva descritta una nuova scena.

Infine Efesto ritrae il quadro della danza cretese con il luogo “choros” dove giovinette “del valore di molti buoi” e giovani danzano acrobaticamente con coltelli d’oro. La folla assiste con piacere mentre due acrobati, al centro del cerchio, avviano la festa. La scena sembra, secondo lo studioso, una contaminazione di due realtà, quella presente della danza “corale” e quella passata della Grecia remota, della Creta dedalea con il matrimonio per acquisto, come fa pensare l’epiteto delle fanciulle “alfesiboiai”, del valore di molti buoi. L’ultima immagine dello scudo, ellenica più di ogni altra, è quella del fiume Oceano che circonda la terra abitata. Efesto porta a compimento lo scudo, poi compie la “panoplia” l’armatura completa, la pone dinanzi a Teti che, come uno sparviero, la porta giù dall’Olimpo per consegnarla al figlio. La narrazione dello scudo è coerente con la tecnica compositiva dell’epica, ma non con l’ideologia e il mondo degli eroi che assediano Troia. Vi è un contrasto grandioso tra il mondo eroico e quello operoso dei quadri dello scudo.

Ciò fa pensare, secondo l’omerista Edwards, ad una lunga tradizione che affida a questo luogo il suo messaggio e che crea la diacronia dell’epica.

Beatrice Lanteri,

III a Liceo Classico Noto, a.S. 2012 – 2013.

Da R. Di Donato -Omero -Forme della narrazione e forme della realtà: Lo scudo di Achille.

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Fratellini

Posted by identitalterit su 27 maggio 2013

Come si percepisce, come si sente davvero, come si esprime con verità il dolore di chi si ama? Come si fa a star vicini a chi soffre? Forse occorre dimenticare distanza e paura, e imparare ad avere coraggio e follia quanto basta, occorre provare a toccarle con le mani le piaghe di chi soffre: dei malati, dei poveri, dei sofferenti, degli altri. È chiaro che questi interrogativi stanno alla base di un’interpretazione libera e autentica del Cristianesimo ed è chiaro che non si sta dentro la fede cristiana se non avendo risposto positivamente e con slancio a questi interrogativi. Tutto il resto è secondario. Questo è quanto vien fatto di pensare dopo aver visto “Fratellini”, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Francesco Silvestri con in scena anche Vincenzo Tumino, ch’è andato in scena a Modica, sabato e domenica 18 e 19 maggio, nello spazio scenico dell’ex chiesa di San Niccolò ed Erasmo. Silvestri (classe 1958) è un attore e drammaturgo napoletano, un artista di vaglia che, trasferitosi a Modica da qualche anno, ha accettato di rimettersi in gioco nella cittadina siciliana e dirigere la giovane accademia teatrale “Clarence”. Foto di Scena - Fratellini (3)Nello spettacolo (un pezzo teatrale che ha avuto successo di pubblico e critica negli anni scorsi) interpreta Gildo, un giovane affetto da una lieve menomazione psichica, che ogni giorno, col pretesto di andare a messa, va a trovare in ospedale il fratello malato terminale di Aids. Non va a messa però ma a trovare in ospedale il fratello e ciò che accade in quella stanza d’ospedale è una cristianissima e lacerante liturgia d’amore: Gildo parla con quel cristo di suo fratello, cerca di farlo mangiare, gli recita la messa a modo suo, gli canta le canzoni che a messa avrebbe sentito, gli sistema il letto, si chiede perché non gli hanno mai dato un preservativo, ovvero l’unica medicina che avrebbe potuto aiutarlo, e poi lo pulisce, gli cambia lenzuola e pigiama, gli cura le piaghe, gli pulisce la stanza, quella stanza che per gli altri è infettata e impraticabile, prova a farlo sorridere, a farlo ridere e volare col dono di un coloratissimo aquilone, e ci riesce davvero, miracolosamente. E tuttavia si tratterebbe di un miracolo afasico, sterile e davvero impossibile da vivere e far vivere nella sua meravigliosa semplicità se a dargli voce, corpo, parole e ipnotica, teatralissima, musicalità, non fosse la splendida prova d’attore cui Silvestri dà luogo, recitando questo (quasi) monologo in uno stretto dialetto napoletano che è tutto materia e struttura musicale e quindi comprensibilissimo nella sua forza teatrale e nella capacità di comunicare anche quando le parole non appaiono intellegibili. Ma le parole non servono alla follia dell’amore e possono essere persino superflue in teatro.

Paolo Randazzo

link da DRAMMA.IT

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Noto Infiorata 2013

Posted by identitalterit su 20 maggio 2013

 

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Tra Edipo, Antigone e Prassagora, Inda 2013

Posted by identitalterit su 20 maggio 2013

Mettere in scena la drammaturgia classica resta un esercizio di ermeneutica artistica di straordinaria profondità: la distanza che ci separa dai testi dei drammaturghi antichi è oggettivamente incolmabile e questo li rende fecondissimi in ordine alla possibilità di esplorare, attraverso la pratica viva del teatro (che è contemporaneo o non è), le profondità e le infinite possibilità dell’umano. Non si mette in scena semplicemente un testo antico, ma la relazione tra quel testo e un artista (un regista, un ensemble, un drammaturgo) contemporaneo: quanto più sarà consapevole, profonda e meditata (nel tempo) questa relazione, quanto più saprà evitare la trappola ideologica di ogni tipo di neoclassicismo, tanto più sarà denso di significazioni lo spettacolo allestito e capace di parlare all’uomo d’oggi dell’uomo d’oggi. Da questo punto di vista gli spettacoli che ogni anno vanno in scena nel Teatro greco di Siracusa, nel contesto delle “Rappresentazioni classiche” dell’Istituto nazionale del dramma antico, continuano a rappresentare un punto di riferimento indiscusso e, malgrado la sensibile diversità di livello degli allestimenti che si susseguono ed alternano negli anni, indiscutibile. Quest’anno, nel contesto della XLIX stagione Inda, è la volta delle tragedie sofoclee “Edipo Re” (traduzione di Guido Paduano) e “Antigone” (traduzione di Anna Beltrametti) e della commedia “Le donne in assemblea” di Aristofane (traduzione di Andrea Capra), che hanno debuttato rispettivamente l’11, il 12 e il 13 maggio e andranno in scena a giorni alterni fino al 23 giugno (la commedia è in scena ogni lunedì fino al 17 giugno).

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L’“Edipo re” diretto da Daniele Salvo, si dispiega con compatta assertività in un immaginario contesto post moderno di devastazione e morte: le suggestioni esterne sono innumerevoli, eccessive, e soprattutto quelle cinematografiche appaiono trasparenti e poco problematizzate. Qui basti situarle tra i generi del cinema horror e fantasy. Su questo abbrivio tonale si muove lo spettacolo che vede in scena Daniele Pecci (un Edipo, giovane, energico, capace di pathos, ma privo di una sua precisa caratterizzazione), Laura Marinoni (Giocasta), Maurizio Donadoni (Creonte), Ugo Pagliai (Tiresia), Mauro Avogadro (servo di Laio, sacerdote), Francesco Biscione (nunzio), Melania Giglio (spettro della sfinge), Graziano Piazza (secondo nunzio). Attori esperti e di solida presenza scenica, anche se particolarmente convincenti sono apparsi Donadoni e, con la sua generosa sensualità, la Marinoni, mentre il pur grandissimo Pagliai è sembrato interpretare più sé stesso che Tiresia. Scene e costumi sono di Maurizio Balò, musiche di Marco Podda (interessanti per la loro sensibilità contemporanea), movimenti di Antonio Bertusi. Il coro dei vecchi tebani è reso da attori (Antonietta Carbonetti, Andrea Pietro Anselmi, Raffaele Berardi, Marco Bonadei, Massimo Cimaglia, Simone Ciampi, Michele Costabile, Elio D’Alessandro, Michele Digiacomo, Adriano Evangelisti, Alessio Genchi, Marco Imparato, Francesco Laruffa, Giancarlo Latina, Raffaele Latagliata, Sergio Mancinelli, Marcello Montalto, Alessandro Romano, Andrea Francesco Romero, Giuliano Scarpinato, Gianluca Ariemma, Antonio Bandiera, Carmelo Alù) che indossano maschere di gomma di fattezze grottesche, simili eppure tutte diverse: è forse la cosa migliore dello spettacolo e partecipa, come è giusto, organicamente e dinamicamente all’azione. Edipo, PecciNon possono tuttavia non rilevarsi, anche per il coro, alcune cadute di stile come la rotazione “sufi” dei coreuti che appare del tutto gratuita nell’economia dello spettacolo. Nel complesso si tratta di un lavoro concepito con l’impegno e la serietà che contraddistinguono questo regista ma che non affronta con la dovuta profondità e/o chiarezza il nodo artistico di fondo non tanto del testo sofocleo (il dolore infinito connaturato alla scelta coraggiosa della conoscenza), quanto della consapevolezza (meditata con tempi giusti, e quindi lucida, presente, coerentemente operativa) della possibilità che questo testo possa ancora parlarci. Certo appare evidente il lavoro serrato sul testo sofocleo, ma questo da solo non basta giacché, ovviamente, il linguaggio dello spettacolo include e oltrepassa, e in qualche modo persino riscrive, il testo drammaturgico e quindi, senza un’idea di regia chiara e linearmente perseguita, le soluzioni sceniche che possono essere più o meno interessanti (il carro dei monatti a inizio di spettacolo, le carcasse dei morti per la peste disseminate sulla scena, i costumi neri dei guerrieri tebani che sanno tanto di immaginario “ninja”, il bacio sensuale molto rimarcato tra Giocasta ed Edipo e più avanti l’abbraccio materno e quasi da “pietà” figurativa tra i due), finiscono spesso col ridursi al rango di trovate autonome e prive di reale sviluppo.

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Una consapevolezza che invece appare più chiaramente delineata nel lavoro di Cristina Pezzoli su Antigone: si tratta di uno spettacolo rigoroso, pulito, quasi minimalista, capace di evidenziare il percorso intellettuale che la regista ha compiuto nel confrontarsi col testo sofocleo, con la sua oscura lontananza, senza dimenticare d’essere una donna del nostro tempo e senza provare a colmare lo iato di quella radicale alterità con facili scorciatoie spettacolari e/o patetiche. Non è un percorso facile ovviamente, le ideologie neoclassiche e la tradizione teatrale sono freni potenti, e non tutto va al posto giusto. In scena ci sono Natalia Magni (l’ombra di Giocasta), Ilenia Maccarrone (un’Antigone convincente, seppure un po’ acerba), Valentina Cenni (Ismene), Maurizio Donadoni (ancora Creonte e ancora padrone assoluto della scena), Francesco Biscione (corifeo), Enzo Curcurù (corifeo), Oreste Valente (corifeo), Simonetta Cartia (corifea), Gianluca Gobbi (decisamente comico, fino a un inappropriato macchiettismo, nel ruolo della guardia), Matteo Cremon (un po’ legnoso nel ruolo di Emone), la grande Isa Danieli (un Tiresia costruito su un evidente rimando alle streghe di Machbet), Paolo Li Volsi (il messaggero), Elena Polic Greco (Euridice). Le scene sono ancora di Balò, i costumi di Nanà Cecchi, i movimenti di Walter Leonardi e le musiche (con scelta coraggiosa, ma poco sfruttata, da parte della regista e della stessa Inda) di Stefano Bollani. Antigone p.p.Il coro (Francesco Biscione Oreste Valente, Alessandro Aiello, Raffaele Berardi, Enzo Curcurù, Lorenzo Falletti, Sebastiano Fazzina, Sergio Mancinelli, Massimo Tuccitto, Eugenio Maria Santovito, Giuliano Scarpinato, Giuseppe Orto) appare invece poco congruo rispetto al rigore del resto dello spettacolo: sembra esser separato e non avere un nucleo forte di ispirazione ed ancora, a partire dai suoi stessi costumi (le cui fogge e colorazioni non si adeguano al rigore dello spettacolo), non riesce a respirare e muoversi col ritmo delle musiche, pur drammaturgicamente sensibili, di Bollani. Non è un difetto da poco ed anzi è un vero peccato perché, per il resto, lo spettacolo appare, come si è detto, convincente e capace, già dal prologo, ricavato dalle “fenice di Euripide, e affidato a un fantasma di Giocasta, che ripercorre con esemplare linearità di recitazione l’antefatto della tragedia, già dallo spostamento del focus su un Creonte che ragiona e accoglie il peso tragico della sua (nostra) adulta e difficile responsabilità politica, piuttosto che su Antigone con la radicalità giovanile della sua scelta. Così come appare interessante e felicemente problematica la forza attribuita a Ismene: non più pavida fanciulla di fronte al potere, ma decisa già da subito nell’accettare la sua subalternità.

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Ben riuscita e convincente invece la prova di Vincenzo Pirrotta nella direzione delle “Donne in assemblea” di Aristofane. In scena Anna Bonaiuto, nel ruolo centrale di Prassagora, lo stesso Pirrotta (un Blepiro, eroe comico potente ma sempre misurato) e poi Doriana La Fauci, Carmelinda Gentile, Elena Polic Greco, Enzo Curcurù, Alessandro Romano, Antonio Alveario (bravo), Melania Gigli, Simonetta Cartia, Sara Dho, Antonietta Carbonetti, Clelia Piscitello, Amalia Contarini; le scene sono ancora di Balò, ma assai alleggerite rispetto a quelle delle tragedie, i costumi (molto belli e colorati, capaci di veloci cambiamenti di tono) di Giuseppina Maurizi, le musiche ariose e mai fuori luogo sono di Luca Mauceri (ormai un punto sicuro di riferimento per il teatro di Pirrotta)e i movimenti, infine, della brava coreografa siracusana Alessandra Fazzino. Prassagora e CoroUn allestimento intelligente, capace di tenere insieme con naturalezza, equilibrio ritmico e colorata levità, lo sfrenato comico basso-corporale tipico del grande drammaturgo ateniese e un consapevole aggancio della sua potente vis politica, polemica e utopistica, con la nostra realtà: complici sono certo la forza interpretativa e il sicuro rigore della Bonaiuto anzitutto, ma anche degli altri attori, mentre decisiva appare la capacità di Pirrotta di auto-governarsi (senza esagerare nell’utilizzo, pur presente e percepibile, del suo consueto linguaggio teatrale tratto dal cunto e dalla tradizione dialettale siciliana) e di governare, divertendosi e divertendo, la complessa e cangiante macchina scenica. Unica pecca, qualche eccesso un po’ ruffiano di politically correct (il “se non ora quando” che diventa lo slogan delle donne nel fuoco della ribellione contro i maschi, i burqa che ne imprigionano vitalità, bellezza, saggezza), che probabilmente sarebbe spiaciuto alla cattiveria comica di Aristofane ma che il pubblico ha mostrato di apprezzare.

Paolo RANDAZZO

link da dramma.it

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Marylin, 5 agosto.

Posted by identitalterit su 13 maggio 2013

Da persona a star, da ragazza insicura e tanto americana a colorato e indiscutibile mito planetario: è stato questo, a pensarci bene, il destino, tanto straordinario quanto fulmineo, di Norma Jeane Mortenson in arte Marylin Monroe. Un destino, davvero «uno strano copione», così denso di significati da diventare, immediatamente dopo la sua morte (verificatasi in circostanze ancora oggi misteriose il 4 agosto del ’62), paradigma di quella che generalmente viene definita la cultura Pop e che forse nessuno ha mai saputo capire e ritrarre meglio, nella sua ripetitività tragica e ossessiva, di Handy Warrol. Scriviamo questa volta di “Marylin 5 agosto”, lo spettacolo che la compagnia siculo-bolognese “Trame perdute” ha portato in scena, sabato 4 maggio, a Noto nel contesto della stagione del Comunale “Tina Di Lorenzo”: la regia è curata da Giuseppe Liotta, il testo è dell’indimenticato poeta e drammaturgo Gregorio Scalise, mentre l’interpretazione è affidata alla giovane e pur brava Martina Valentini. In scena Marylin si racconta, si confessa, attraversa e scandaglia dolorosamente i giorni della sua vita: gli uomini, i suoi amori innanzitutto (Arthur Miller, Joe Di Maggio, Lee Strasberg, i fratelli Kennedy), e poi il suo insopprimibile bisogno d’essere amata, e gli oggetti, e i vestiti, la sua bellezza bambina, la sua sensualità, ed ancora il cinema, i sogni, le ambizioni, i viaggi, lo star system, le menzogne, le fughe, lo champagne e le sue mille e mille fragilità. Marilyn 045Il monologo assume, nel suo dispiegarsi, il respiro tormentato e quasi la concretezza di un dialogo, un dialogo con sé stessa certo, ma soprattutto coi fantasmi che hanno attraversato la sua vita e, perché no, col pubblico. Sì, col pubblico: perché guardare a questa vita come alla vita di una donna semplice («gelosa e prodiga della mia intimità»), percepirne il dolore e la fragilità, non è facile affatto, anzi è doloroso giacché comporta la possibilità non solo di guardare dritto negli occhi un mito, guardarlo senza abbassare lo sguardo, quasi sfidandone la capacità mistificatoria e normalizzatrice, ma anche di guardare dentro noi stessi, alla nostra fragilità, al nostro stesso bisogno di avere e di costruire miti che, pur mentendoci spudoratamente (o forse proprio per questo), danno forma e senso alla nostra vita, miti su cui proiettare i nostri desideri e le nostre ansie. Una proiezione che per altro non teme d’essere intrinsecamente violenta (e in qualche modo masochista) perché si nasconde dentro al respiro d’immagini seducenti e di grandissimi movimenti di massa. Una complessità umana e drammaturgica, un raggio di movimenti interiori e una quantità di significazioni davvero enormi per un semplice monologo teatrale che, pur soffrendo complessivamente per una certa discontinuità del tono e del ritmo, tuttavia Liotta sa gestire con sicurezza e rendere emozionante.

Paolo Randazzo

link da dramma.it

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