Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for luglio 2013

Danzare di fronte al dolore, Gibellina 2013.

Posted by identitalterit su 26 luglio 2013

Scrivere di danza, raccontare di uno spettacolo di danza contemporanea, è un’operazione paradossale: si tratta in qualche modo di verbalizzare un accadimento scenico concepito dal suo creatore proprio rifuggendo – quasi programmaticamente – ogni possibile verbalizzazione, ogni concettualizzazione mimetica esatta o troppo stringente. Per scriverne, o parlarne, è quindi quasi giocoforza percorrere la via delle metafore e/o delle similitudini, cercare di decrittare le allusioni, oppure costeggiare le periferie dello spettacolo rielaborando i materiali extra scenici che il coreografo mette a disposizione del pubblico per offrire qualche appiglio a un tipo di comprensione che non vuol fermarsi all’impressione, al racconto dell’emozione, alla sensualità di ciò che si coglie in scena. Poi, certo, è anche vero che la danza, come ogni arte, non è solo creazione di realtà, ma è anche legame profondo con una tradizione, è essa stessa un linguaggio che si tramanda, ch’è fornito di una propria sintassi, che si possiede o no, e che e si può insegnare ed apprendere. Tuttavia il problema resta intero, e resta soprattutto se ci si vuol porre in spirito di autenticità di fronte ad una coreografia della quale pur si avverte chiaramente l’impegno morale, la profondità della lettura del mondo da cui sgorga, l’intensità comunicativa.IMG_6309

È esemplare da questo punto di vista “Sonate Bach di fronte al dolore degli altri”, la straordinaria e complessa coreografia di Virgilio Sieni che s’è vista il 12 luglio scorso al Baglio Di Stefano di Gibellina, nel contesto della XXXII edizione delle Orestiadi. Sono quattro gli elementi, concettuali prima che linguistici, che l’artista mette dinamicamente in relazione: la densità colta e carnale delle sonate di Bach (BWV 1027, 1028, 1029, suonate in scena da Mariodavide Leonardi alla viola e da Alessia Zanghì al pianoforte) in rapporto a un uso sapiente dei silenzi; uno spazio scenico manifestamente ridotto e definito; undici epigrafi che rammemorano luoghi (Sarajevo, Kigali in Rwanda, Srebrenica, Tel Aviv, Jenin, Baghdad, Istanbul, Beslan, Gaza, Bentalha, Kabul) e date di eventi bellici sanguinosi accaduti nel ventennio appena trascorso (ed in questa direzione va anche il frammento del bellissimo documentario girato nel ’94 da Adriano Sofri “I cani e i bambini di Sarajevo”); una sensibilità pittorica per l’impasto luce/buio/colori che rimanda all’arte tardo-medievale o quella rinascimentale e manierista; una danza (interpeti all’altezza: Giulia Mureddu, Sara Sguotti, Jari Boldrini, Nicola Cisternino) che resta strutturalmente composta, pur contendo fremiti, contorsioni, blocchi, stupori, lacerazioni, e che si dispiega su almeno due macro-direttrici gestuali fondamentali: il sostenere e l’abbandonarsi di corpi attraversati dal dolore e la memoria viva di una dimensione popolare, sociale, persino ingenua del danzare. Il risultato è una coreografia che, tenendosi estranea a ogni forma di pathos facile, costringe il pubblico a interrogarsi sul senso del male che è insito nelle pieghe più recondite della cultura occidentale (anche in quelle delle pagine più straordinarie e struggenti come può essere la musica di Bach) e che da essa può deflagrare in orrore e disumanità. Un orrore e una disumanità che solo la memoria può alleviare e solo il grado zero del corpo e del gesto può inserire in un respiro di compassione, di rinascita e di speranza.

* * *

IMG_6606Una temperie intellettuale simile è quella che ha caratterizzato il secondo spettacolo di Sieni a Gibellina (in scena, sempre al Baglio Di Stefano, il 13 luglio), “Di fronte agli occhi degli altri”: una serie di improvvisazioni di e con lo stesso coreografo (accompagnato in scena dalla straordinaria poesia del violoncello di Naomi Berrill) nata come progetto di lungo respiro teso a legare il lavoro dell’artista a momenti e luoghi del dolore, della sua condivisione e della sua memoria: «Lo spettacolo – spiega lo stesso Sieni – nasce su invito del Museo della Memoria di Bologna, come testimonianza e denuncia della tragedia di Ustica del 27 giugno 1980 dove morirono 81 passeggeri innocenti durante uno scontro militare aereo, come accertato dalla magistratura. E’ dunque partendo dall’esperienza commossa di Bologna che nasce l’intenzione di continuare questo percorso attraverso altre opportunità d’incontro. Il titolo dello spettacolo si ispira al libro di Susan Sontag “Davanti al dolore degli altri”, riflessione sul senso della bellezza nella fotografia come documento degli eventi tragici. Voler incontrare queste persone che con la loro esistenza ci rammentano la necessità di condivisione negli eventi e nelle tragedie, diviene per me un “gioco del tatto” che continuamente vuol rendere dignità, libertà e riscatto alla condizione di appartenere ad un corpo». Nel segmento di Gibellina il nodo propulsivo è stato, ovviamente, il dialogo con una comunità attraversata dalla devastazione naturale del terremoto del Belice (del gennaio del ’68) e dall’umiliazione di una ricostruzione mai completata. In scena con Sieni persone anziane e di mezza età protagoniste di quella terribile vicenda e dalle quali, dal colloquio tattile e corporeo con le quali, l’artista ha tratto linfa e pensiero per le sue improvvisazioni. Un’operazione coreografica complessa certo, e non del tutto convincente, eppure comprensiva di alcune stimmate del DNA più autentico delle maggiori esperienze dell’arte contemporanea: l’ autoconsapevolezza critica di una prassi che è continuamente attraversata dalla domanda su cosa è arte in questo mondo, la dimensione processuale del fare artistico che rimanda ogni formalizzazione definitiva, l’attraversamento politico, moralmente responsabile e consapevolmente meta-teatrale di ogni barriera di verosimiglianza che sposterebbe l’arte sul piano della menzogna.

Paolo RANDAZZO

Link da DRAMMA.IT

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L’omelia del Papa a Lampedusa

Posted by identitalterit su 9 luglio 2013

«Chi ha pianto per i migranti morti? No alla globalizzazione dell’indifferenza»

Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza.

E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!lampedusa2011

Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti.

«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!

Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

immigrati-a-lampedusa«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.

«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. immigrati_lampedusa1

«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?

Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!

Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

Al termine della Celebrazione il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole:

Prima di darvi la benedizione voglio ringraziare una volta in più voi, lampedusani, per l’esempio di amore, per l’esempio di carità, per l’esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. Il Vescovo ha detto che Lampedusa è un faro. Pope FrancisChe questo esempio sia faro in tutto il mondo, perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore. Grazie per la vostra testimonianza. E voglio anche ringraziare la vostra tenerezza che ho sentito nella persona di don Stefano. Lui mi raccontava sulla nave quello che lui e il suo vice parroco fanno.

Grazie a voi, grazie a lei, don Stefano.

 

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LINK DA AVVENIRE DELL’8 LUGLIO 2013

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