Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for ottobre 2013

Ma la tragedia non è mai una sola

Posted by identitalterit su 20 ottobre 2013

Andrea Rodighiero “La tragedia greca”, il Mulino, 2013, pp. 144.

 Cosa rende interessante e fecondo un saggio? Non solo il valore del suo contenuto scientifico ma anche, o forse soprattutto, la sua collocazione, consapevole e dialettica, in una tradizione di studi più ampia e profonda, una consapevolezza che ne supporti l’elaborazione teorica, e poi l’intelligenza con cui sa dialogare col contesto attuale e con la cultura dei lettori cui si rivolge. È quanto vien fatto di pensare leggendo “La tragedia greca” (il Mulino), il saggio di Andrea Rodighiero volto illustrare, ordinatamente e organicamente (ma senza scadere nella manualistica), le origini politiche e rituali, il funzionamento materiale (la scena, le tradizioni artistiche, la testualità), la costituzione e gli sviluppi della drammaturgia attica del V secolo a.C. L’argomento certo non è nuovo, ma Rodighiero propone il suo studio avendo cura di non dimenticare, dall’introduzione fino all’ultimo paragrafo, il peso e la viva presenza culturale delle innumerevoli rielaborazioni teatrali, artistiche, critiche, estetiche e, più ampiamente, filosofiche (solo per citare alcune tra le più importanti, da Wilamowitz a Hegel, da Nietzesche a Benjamin, da Szondi a Steiner, da Di Benedetto a Nicole Loreaux) dei concetti di “tragedia” e “tragico”; concetti che, come chiarisce subito l’autore, non sono affatto, e non sono stati, sempre sinonimi. Né lo studioso sembra dimenticare che si rivolge a un contesto, quello dell’Italia attuale, in cui gli studi classici appaiono di anno in anno sempre più rodighiero copertinatrascurati se non proprio obsoleti. E quindi? Quindi occorre davvero riscoprire l’originalità, la ricchezza e l’utilità profonda della tradizione europea e precipuamente italiana degli studi intorno alla tragedia antica e, più generalmente, intorno alla cultura classica, partendo dal presupposto che questo richiede di confrontarci seriamente non tanto con la nostra identità (o con un’idea statica e sterile, per quanto rassicurante, di essa) ma, sostanzialmente, con una “alterità” che, se diventa strutturale, digerita ed accettata profondamente, può diventare il fondamento e l’ossatura stessa di un nuovo e assai fertile approccio agli studi classici in ambito accademico, in ambito scolastico ma anche (perché no?) nell’ ambito del mondo teatrale italiano che continua a confrontarsi con la vitalità della tragedia (o meglio delle diverse tipologie di tragedia) e del concetto di tragico (anche questo plurale) a partire da una superficialità di approccio che troppo spesso è davvero deprimente.

PAOLO RANDAZZO

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Giacomo Il giusto che parlava agli Ebrei

Posted by identitalterit su 20 ottobre 2013

Claudio Gianotto “Giacomo, fratello di Gesù”, il Mulino, 2013, pp. 144, euro 13.00

C’è un segmento della storia cristiana che non solo meriterebbe una maggiore attenzione da parte degli studiosi, ma che probabilmente avrebbe meritato anche una maggiore presenza nel dispiegarsi della tradizione della Chiesa: si tratta della vicenda degli ebrei cristiani del I e II secolo d. C. e del protagonista più significativo di questa vicenda, ovvero Giacomo “fratello di Gesù”, detto “il giusto”, primo vescovo di Gerusalemme e martirizzato per lapidazione nel 62 su ordine del sommo sacerdote Anano. Una vicenda complessa che è ben raccontata e definita in tutti i suoi risvolti (documentarî, storici, politici, teologici) da Claudio Gianotto nel volume “Giacomo, fratello di Gesù” (il Mulino). Infatti, non solo l’identificazione di questo personaggio è questione di difficile definizione, giacché sono cinque i soggetti che si chiamano Giacomo (Iakob, Iakomos, Iacomus) nel contesto del Nuovo Testamento (tra i quali è da citare almeno Giacomo il maggiore, apostolo e fratello di Giovanni, che la tradizione lega al processo di evangelizzazione della penisola iberica), ma già il primo epiteto che accompagna il nome di questa personalità, ovvero “fratello di Gesù” comporta, in quanto tale, una serie di complicazioni storiche e teologiche (la verginità perpetua di Maria, anzitutto) tra le quali è difficile districarsi e che la stessa tradizione della Chiesa fatica a chiarire. Anche dando per corretta infatti l’impostazione cattolica che giacomo fratello del signore copertinasostanzialmente vede in questo Giacomo un cugino di Gesù da parte di padre, (il Catechismo, al paragrafo 500, ne parla come di un parente prossimo), restano aperte altre questioni che si legano a questo personaggio: ovvero quali furono le motivazioni della tensione nei rapporti tra i cristiani di Gerusalemme e il mondo ebraico che resisteva e si opponeva all’oppressione romana (col massimo delle tensione raggiunta nelle grandi e traumatiche rivolte anti-romane del 66 e del 132-135 d.C.) e il resto del movimento cristiano che si sviluppava impetuosamente, soprattutto tra i gentili, sulle orme delle linee teologiche fissate con determinazione soprattutto da Paolo? ed ancora, qual è il lascito spirituale del giudeo-cristianesimo di cui l’eco maggiore giunge, nel contesto del Nuovo Testamento, nella cosiddetta “Lettera di Giacomo”? Un altro aspetto infine è degno d’interesse: il rapporto tra quello che appare il pensiero di Giacomo (il concentrare l’interesse religioso su Dio piuttosto che su Gesù, il rispetto per la legge mosaica e le tradizioni ebraiche a partire dalla circoncisione, l’attenzione alle opere, piuttosto che alla fede, come strumento essenziale di salvezza) e la nebulosa dello gnosticismo giudeo-cristiano che, come risulta da diversi testi, sembra privilegiare questa personalità come depositaria di verità esoteriche piuttosto che il collegio apostolico e la tradizione (ancora in fieri) dei vangeli sinottici.

PAOLO RANDAZZO

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