Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for dicembre 2013

Danza: anticorpi

Posted by identitalterit su 25 dicembre 2013

Ogni spettacolo di danza contemporanea pone degli interrogativi cui è impossibile evitare di dar risposte o, almeno, di provare a dar risposte, di cercarle. Interrogativi che riguardano non solo il senso specifico dell’uno o dell’altro spettacolo, ma proprio della danza in sé in quanto prassi artistica. Ed anzi, più uno spettacolo apre il range delle sue possibili significazioni, più si moltiplicano gli interrogativi che è legittimo porsi: ad esempio, fino a che punto è possibile lasciare agli spettatori, a ciascun spettatore, libertà di interpretazione senza che la molteplicità delle letture possibili intacchi, o azzeri del tutto, la possibilità stessa che uno spettacolo esista in quanto tale e unitariamente come oggetto di percezione estetica. Ovviamente né questa interrogazione, né altre simili (la scelta o la necessità di fornire al pubblico un figlio di sala che contenga, oltre agli estremi materiali del lavoro, anche delle indicazioni di senso, oppure la dialettica tra struttura e improvvisazione che è centrale nella costruzione di molte coreografie), sono nuove ed anzi tutta l’arte contemporanea, a partire dal ‘900, sembra dispiegarsi criticamente a partire domande del genere e da ragionamenti di tal fatta. È dunque inutile o superfluo porsi questo genere di interrogativi? No, no davvero, perché essi restano incardinati, ed anzi sono impliciti e centrali, nella operatività stessa del coreografo o, più generalmente, dell’artista che realizza questo tipo di lavori. anticorpi8_phAlfredoAnceschiQuesta brevissima premessa per riflettere (su) e riferire di “Anticorpi”, la coreografia di Roberto Zappalà (ma diventa via via più significativo ed evidente l’apporto di Nello Calabrò, discreto dramaturg della compagnia), che, come tassello specificamente coreografico del più ampio progetto “Sud-virus o dell’appartenenza”, s’è vista a Catania a Scenario Pubblico dal 6 all’8 e dal 13 al 15 dicembre; in scena a danzare Gaetano Badalamenti, Maud de la Purification, Alain El Sakhawi, Valeria Zampardi, Roberto Provenzano, Fernando Roldan Ferrer, Ilenia Romano; il tappeto sonoro ad andamento ciclico e l’affascinante costruzione del percorso musicale (con inserti di Bach, Herbert, Paganini, Vivaldi) sono di Salvo Noto e non appaiono certo di rilievo secondario nella costruzione dello spettacolo. In qualche modo l’idea è questa: come negli esseri viventi gli anticorpi reagiscono ai virus e si muovono per comprenderli, indebolirli, assimilarli, abbatterli, così nella danza, in questa danza, i danzatori si muovono, autonomamente e/o insieme (e il caos dei movimenti è solo apparente perché la finalità è comune), per comprendere, indebolire, assimilare e abbattere i tanti virus della “normalità” corporea e gestuale, i virus di ogni automatismo percettivo, i virus che rendono inautentica insomma la nostra vita. In questo caso la riflessione si orienta sui virus tossici e contagiosi (oppure se si vuole, in una diversa prospettiva, anche benefici) dell’appartenenza. Virus che si muovono a diversi livelli della nostra quotidianità, che assediano e stringono le nostre giornate, impongono limitazioni insormontabili alla consapevolezza con cui proviamo a vivere la totalità del nostro essere: le appartenenze sentimentali, familiari, interpersonali (la danza vissuta e proposta insieme tra allineamenti, duetti, corse, piani e corpi che s’intersecano, improvvisazioni che precipitano e si cristallizzano in emozioni), le appartenenze sociali, territoriali, urbane, nazionali, politiche, culturali o etniche (suggerite dagli nazionali francese, italiano, europeo o da un antico e tenerissimo scioglilingua in dialetto siciliano). Ecco, entro queste coordinate suggerite più che imposte, si muove con libertà e intensità costante questa coreografia di Zappalà e del suo ensemble creativo: un’intensità e una libertà che, tuttavia, non danno mai la sensazione d’essere concluse, perfette, appagate di sé stesse, laddove invece sembrano permanere un oltre e un’alterità che val la pena di esplorare.

Paolo Randazzo

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Gli Asintoti della danza.

Posted by identitalterit su 10 dicembre 2013

Forse certi pensieri occorrerebbe maneggiarli con cura, gestirli con adulta leggerezza, mettere distanza, ironia e affetto tra essi e noi, affinché non diventino ossessioni. Ossessioni che, per altro, crescono su sé stesse, si aggrovigliano, ci rendono cupi, seppur talvolta persino affascinanti. Affascinanti ma sterili: impieghiamo tutte le nostre energie vitali a rincorrere il fantasma dell’unione assoluta, senza valorizzare invece le dimensioni feconde della pluralità e dell’alterità. Forse non bisognerebbe mai pensare di trovarci in una situazione di unità assoluta tra noi e l’oggetto del nostro amore: non accadrà mai, non saremo mai la stessa cosa, non ci capiremo mai del tutto, non vedremo mai gli stessi colori, i nostri passi avranno sempre direzioni che non collimeranno totalmente e non ci incontreremo mai, mai del tutto, se non in una terra straniera per entrambi e costruendo una casa che è altra, terza e nuova per entrambi. La condizione di uomini e donne, la condizione delle persone che si amano è spesso, insomma, definibile usando per analogia il concetto matematico degli “asintoti”: linee rette a cui una curva può avvicinarsi indefinitamente senza mai toccarle. Ed è questa analogia che innerva l’ultima creazione coreografica di Salvatore Romania e Laura Odierna, per “Petranura Danza”, intitolata appunto “Asintoti” che s’è vista il 23 e 24 novembre nello spazio scenico di Scenario Pubblico a Catania: in scena, oltre allo stesso Romania (maturo in scena, capace d’ironia e ormai davvero padrone di sé), Claudia Bertuccelli, Valeria Ferrante (entrambe, sia pur con caratteristiche diverse, mobilissime e affascinanti nei loro disperati soliloqui corporei) e, in una posizione laterale e più d’attrice, Ginevra Cicatello (scene e costumi sono di Debora Privitera). Asintoti 1Uno spettacolo interessante e denso di senso la cui base d’immaginario è un estenuato e insostenibile ménage à trois mentre, all’interno di questa relazione, scorrono le acque di una quotidianità ch’è fatta di suoni, di musiche e di film, di parole e risate, di luci e d’ombre e di corpi, di corpi soprattutto: di corpi che si cercano, si allontanano e s’incrociano, corpi che si annusano, si desiderano, si tradiscono e si amano, corpi che si stancano nel cercare d’incontrarsi, si affannano nel costruire (o, più spesso, riparare) dimensioni di dialogo e unione. Forse davvero la danza è un’arte ideale per esprimere questo continuo e modernissimo tendere all’altro senza mai raggiungerne l’essenza, questo desiderio di appartenersi senza potersi concedere del tutto, questo incessante piegarsi, dispiegarsi e ripiegarsi nel corpo dell’altro senza mai potervi accedere totalmente: bene hanno fatto Odierna e Romania a intraprendere questa direzione di ricerca coreografica ed è sicuramente interessante lo spettacolo che hanno presentato a Catania, ma resta chiaro che solo la scoperta e l’accettazione dell’alterità assoluta può sbloccare positivamente il percorso di due asintoti… Anche nella danza.

Paolo RANDAZZO

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Le radici dell’ebraismo di padre in figlia

Posted by identitalterit su 10 dicembre 2013

Amos OZ e Fania SALZBERGER, “Gli Ebrei e le parole”,

Feltrinelli, 2013, pp. 237.

“Gli ebrei e le parole” di Amos Oz e Fania Oz-Salzbeger, edito in Italia da Feltrinelli, è un libro che, a una lettura superficiale, può persino infastidire tanto è zeppo di storie, vicende, racconti, aneddoti, witze, episodi e personaggi storici, figure bibliche e/o più o meno mitiche. Poi però occorre ragionarci su, mettere a fuoco il filo che tiene insieme questa abbondanza di storie ed allora, già a partire dalla doppia prospettiva (storica e meta-testuale) da cui si dispiega, esso assume un senso fecondo e capace di parlare anche a lettori non ebrei. L’assunto è chiaro ed è esposto con nettezza sin dall’inizio: quella degli ebrei non è una tradizione basata su un continuum etnico o politico, su un’identità culturale (o religiosa) forte, gelosamente custodita e rivendicata, no, quella ebraica è una cultura “testuale”. «La continuità ebraica si fonda da sempre su parole dette e scritte, su un labirinto di interpretazioni, dibattiti e dissensi in continua espansione, su una relazione umana unica – si legge ad apertura di volume -. In sinagoga, a scuola, ma soprattutto a casa ha coinvolto attivamente nel dialogo due o tre generazioni. La nostra è una lingua non di sangue ma di testo». ozDetta così la faccenda è abbastanza semplice e la miriade di storie (attinte dalla Bibbia anzitutto, ma anche da ogni epoca, contesto e segmento dei tre millenni di storia ebraica) che, con competente e divertita leggerezza, vengono riproposte dai due autori sembra star lì a dimostrare l’assunto. Storie che, per altro, vengono declinate su quattro versanti di senso: il continuum testuale della cultura ebraica, la rilevanza in essa della presenza femminile, la concezione (o, meglio, le concezioni) del tempo e il rapporto tra individuo e comunità. Ma, come si diceva, è la prospettiva che rende interessante l’operazione, o, meglio l’incrociarsi dialogico di due prospettive: Oz è un narratore, Fania Salzberger, sua figlia, è una storica ed è appunto l’incrociarsi continuo, fluido e consapevole di queste due prospettive («il narratore di noi due… lo storico di noi due») a far sì che questo libro offra al lettore una bellissima e nient’affatto ingenua riflessione sul senso della storia e delle identità culturali che nella storia si sono sviluppate e continuano a svilupparsi. In qualche modo viene in mente Aristotele laddove distingueva tra la narrazione dello storico, legata alla comprensione, all’interpretazione e al racconto di una vicenda particolare, e la narrazione d’arte, che è “cosa più filosofica” (philosophoteron) perché nel raccontare guarda al senso universale delle vicende storiche. Ecco, nel progredire di questo dialogo tra lo scrittore e la storica, il particolare della storia ebraica, compresa la sua millenaria fedeltà a un patrimonio di racconti che si ripropongono e rinnovano, e l’universale di un atteggiamento di apertura critica (talvolta persino iper-critica e petulante), ad ogni possibile interpretazione e contestazione sembra suggerire che l’identità ebraica può definirsi, oltre che come identità testuale, come coscienza critica (laica e liberale) di un mondo che, per sopravvivere e prosperare in pace, deve (ancora e continuamente) liberarsi da ogni tentazione assolutistica.

PAOLO RANDAZZO

LINK DA EUROPA

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