Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for gennaio 2014

Ebraismo, il dizionario “innamorato” di Attali

Posted by identitalterit su 27 gennaio 2014

Conoscere per non dimenticare: un saggio ricco di informazioni culturali, storiche e teologiche, filtrate dall’esperienza personale del poliedrico economista.

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Oggi, mentre leggiamo sui giornali di odiose e oscene provocazioni negazioniste indirizzate alla comunità ebraica di Roma, si confermano come urgenti e necessari per il vivere civile e per la stessa sopravvivenza di ciò che chiamiamo Occidente i doveri della memoria e della conoscenza.

Doveri che includono e superano quello di ricordare la Shoah e a cui risponde, con acume e affettuosa leggerezza, Jacques Attali, l’economista socialista, consigliere di stato e banchiere francese che ha legato tra l’altro il suo nome alla commissione speciale per lo sviluppo voluta nel 2007 da Sarkozy, col suo Dizionario innamorato dell’ebraismo (Fazi editore): «Da parte mia io, nato ebreo nell’Algeria francese appena liberata dai nazisti e dai loro tirapiedi francesi grazie allo sbarco delle truppe americane, nel momento in cui tanti altri morivano in Europa, avrei potuto dimenticare me stesso, scomparire nella società francese come hanno fatto tanti israeliti francesi il cui ebraismo non è oggigiorno una dimensione ingombrante della loro personalità. Io ho scelto di non farlo. (…) Perché credo che ciascuno debba render conto di ciò che ha ricevuto e debba trasmetterlo (…) e anche perché il giudaismo è inseparabile dalle persone che mi sono più care e ho il dovere di essere leale nei loro confronti, di trasmettere ciò che ho ricevuto da loro».

Bastano queste poche righe della corposa e densa introduzione a questo libro per capire il senso delle cose di cui si parla: ovvero il dovere (dovere di tutti e per tutti gli uomini liberi) di non dimenticare la vicenda millenaria e le tragedie dell’ebraismo e di conoscerle concedendo spazio e ascolto ai racconti che di esso si fanno e che innervano la nostra cultura.Attali copertina

Racconti che tuttavia, non sono soltanto mitologia culturalmente fondativa, ma hanno sempre avuto, e continuano per altro ad avere, il pregio di un’affettività interna che tramanda efficacemente il senso di una grande comunità che ha sofferto ma continua a mantenersi salda nei suoi principi.

Ecco perché dizionario “innamorato”: perché non si può parlare davvero, con autenticità e senza luoghi comuni e banalità, se non di ciò che si ama. Ed ecco perché le pagine di questo libro sono interessanti: perché non trasmettono soltanto informazioni (le principali istituzioni culturali e cultuali dell’ebraismo nonché le storie degli eroi biblici e dell’intera storia giudaica), ma raccontano il senso di una cultura che malgrado tutto ha superato di secolo in secolo la minaccia del male, il rischio di scomparire e s’è preservata nel calore di una straordinaria e tormentata fedeltà amorosa.

Nel raccontare del biblico Qoelet e del dovere dell’uomo di confrontarsi col tempo, Attali conclude: «(…resta da) imparare ad accettarsi come un anello nella catena della storia della specie, con l’onere di trasmettere alle generazioni successive un mondo un po’ migliore da quello ricevuto dai nostri padri».

Paolo Randazzo

Link da Europa

 

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Le metamorfosi della modernità

Posted by identitalterit su 27 gennaio 2014

Amedeo Quondam rivede in maniera diversa e originale il Rinascimento e i classicismi.

quondam copertina

Novembre del 1337, Francesco Petrarca – come egli stesso racconta in una lettera indirizzata a Giovanni Colonna – passeggia per Roma in compagna di un amico: attraversano ammirati gli insignes loci urbis, si fermano infine alle Terme di Diocleziano, salgono sul tetto del grandioso edificio e da qui contemplano, in pace ed emozionato silenzio, le immense rovine della città.

La sterminata distesa di quelle rovine è, da sola, in grado di fornire al grande poeta e intellettuale l’intuizione definitiva di quel che dovrà essere l’esatto parametro, sentimentale prima che intellettuale, del rapporto tra Moderni e Antichi: – Quanta Roma fuit ipsa ruina docet – scrive.

Il racconto di questo episodio si trova in una delle pagine più affascinanti e concettualmente più dense del saggio Rinascimento e classicismi. Forme e metamorfosi della modernità che Amedeo Quondam ha di recente pubblicato per i tipi del Mulino.

A fronte di una vita intera dedicata a studiare la genesi, lo sviluppo, l’estensione spazio-temporale, le coordinate culturali e simboliche del Rinascimento, certo non possono sorprendere la densità e la straordinaria ricchezza di questo saggio, ciò che sorprende, e piacevolmente, è invece il percorso che lo studioso propone per far comprendere al lettore la complessità culturale e antropologica del fenomeno del classicismo in quella che gli storici chiamano modernità.

Un percorso che ha come filo conduttore il modificarsi dei costumi e delle virtù ad essi soggiacenti dei nobiles che da guerrieri (bellatores) si vanno facendo signori, un percorso che si dipana dall’osservazione “morfologica” di alcuni castelli tirolesi (Schloss Reifenstein, Schloss Wolfsthurn, Churburg) alla riflessione su episodi e personalità intellettuali (Lovato Lovati, Petrarca appunto, Vasari) che segnano la svolta culturale del classicismo rinascimentale in consapevole e polemica discontinuità con la cultura precedente che, solo allora, diviene “Medievale”, dalla nascita e dall’affermarsi di una nuova ratio studiorum omogenea per la formazione culturale della nobiltà europea alla polemica “romantica” di Victor Hugo che (nel terzo libro del romanzo Notre-Dame de Paris) si scaglia contro il nuovo classicismo urbanistico e architettonico, che sta distruggendo la potente facies gotica di Parigi, e ribalta in negativo la prospettiva della tradizione culturale moderna, per terminare con l’osservazione di alcuni elementi minori (o apparentemente tali) della rinascita artistica e architettonica di Roma in età moderna (per esempio l’iscrizione apposta nel 1782 da Marcantonio Borghese all’ingresso della celeberrima Galleria da lui stesso fatta restaurare in splendidiorem formam), oppure le leges hortorum volte a disciplinare il comportamento e richiamare le virtù (decor, magnificentia, splendor, honestas) connaturate al rango dei nobili visitatori dei grandi giardini romani (quelli ancora di Villa dei Borghese, oppure quelli di Villa Giulia, Villa Medici, Villa Paolina) o implicite nella forma stessa dei castelli, dei palazzi e delle ville della aristocrazia Ancient regime.

Un saggio di grande levatura insomma, che val la pena di leggere e studiare e che, proprio per il suo respiro ampio e il taglio antropologico, stimola riflessioni ulteriori e di qualche amarezza riguardo al presente e al futuro del nostro paese: se infatti è questo, almeno questo, il livello di conoscenze e competenze che si richiede a chi dovrà occuparsi, fra appena qualche decennio, della nostra tradizione umanistica e del patrimonio letterario, artistico e architettonico che ad essa è legato, allora, viste le condizioni in cui versano oggi in Italia gli studi umanistici, anche solo dal punto di vista della percezione sociale diffusa della loro inutilità, le prospettive non appaiono incoraggianti.

Paolo Randazzo

Link da Europa

 

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La scuola è anche teatro

Posted by identitalterit su 9 gennaio 2014

Ci sono tante prospettive da cui guardare il mondo della scuola italiana: è davvero un mondo complesso e multiforme, una realtà ricca e difficilissima da semplificare, nel bene e nel male. E questa complessità non va considerata soltanto in prospettiva sincronica, in un “qui e ora” che tenti di fotografarne la realtà, ma della nostra scuola occorre osservare anche la trama storica e culturale dei mille fili che ne compongono e vivificano l’intreccio: nei comportamenti dei docenti, in quelli degli alunni, nelle aspettative dei genitori, nei piani di studio, nelle tradizioni vive, nei metodi della didattica e nelle difficoltà che si incontrano ad aggiornarli, ammesso che poi davvero valga la pena di aggiornarli sempre e comunque.

copertina laboratorio teatroCosì vien fatto di pensare dopo aver letto Laboratorio teatro il libro di Alessandra Nardon, pubblicato per i tipi della “Dino Audino”: il teatro è, infatti, una pratica antica della nostra scuola, una pratica educativa viva, diffusissima e sana che incrocia la normale didattica curriculare delle scuole di ogni ordine, e questo libro ne è una preziosa testimonianza.

Una pratica spesso colta e nient’affatto velleitaria o naif: non per nulla è stata riconosciuta più volte da specifici protocolli del ministero. Nello specifico di questo libro non si ha una trattazione organica dell’argomento, né un (altro) manuale, questo saggio si presenta invece nella forma viva di una narrazione («Forza, ragazzi un bel cerchio!»), o meglio di un diario in cui si ripercorre lo svolgimento di un laboratorio teatrale intensivo di una settimana tenuto con dei ragazzi di una scuola media: spazio e improvvisazione, gesto, gioco, fiducia, ritmo, corpo, voce.

Nulla di straordinario, se non fosse che nella narrazione si intrecciano felicemente e, soprattutto, consapevolmente una pluridecennale esperienza d’insegnante e di educatrice (con l’interesse vivo per l’osservazione dei ragazzi e del loro mondo, con l’attenzione intelligente e creativa agli strumenti educativi e alle opportunità di crescita che la scuola, malgrado tutto, può e sa ancora offrire) e la sua passione (oltre e prima della conoscenza) per il teatro, per la pedagogia teatrale e per la straordinaria mole di elaborazione teorica che, intorno al senso e alla fisiologia dell’evento teatrale, ha attraversato almeno tutto il secolo scorso.

Un’elaborazione teorica e quindi metodologica che (da Stanislavskij a Artaud, Grotowski e Barba) ha messo al centro della pratica teatrale proprio il concetto di “laboratorio”: ecco il punto in cui prassi educativa scolastica e teatro s’incontrano perfettamente. Al di là degli esiti finali del laboratorio teatrale, è l’esperienza educativa che si propone ai ragazzi che ha, e deve avere (è bene tenerlo presente), un valore educativo autonomo: un valore che si declina nei motivi della partecipazione, della collaborazione, dell’autocontrollo e della disciplina, del riconoscimento degli altri, della relazione positiva e del rispetto delle regole comuni.

Paolo Randazzo

Link da Europaquotidiano

 

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“Atlantico”, l’immensità è un racconto straordinario.

Posted by identitalterit su 9 gennaio 2014

Se vi piacciono i libri grandi, i libri da leggere piano, senza sentir voglia di finirli in fretta e gustandone anzi le pagine una dopo l’altra, Atlantico, dell’inglese Simon Winchester (Adelphi, tradotto in italiano da Jacopo M. Colucci), è quel che fa per voi. Uno straordinario racconto/affresco geografico che ha per oggetto l’immensità dell’Oceano Atlantico sia in senso geografico e spaziale, sia in senso temporale, sia in senso – ed è quel che più conta – antropico.

Del resto è lo stesso autore (giornalista fecondo, geografo, viaggiatore, storico di scuola erodotea) che trova nella poesia, solo nell’immaginifica profondità della poesia di Shakespeare una cornice adatta ad accogliere, seppur parzialmente e mai in modo automatico, la massa sterminata di informazioni e storie che ha raccolto in anni di lavoro: si tratta di una celebre pagina dell’As you like it del Bardo in cui la vita dell’uomo viene ripartita e raccontata in sette grandi età/scene: «Primo, il bambino che sbava e piange in braccio alla nutrice e poi lo scolaro piagnucoloso; l’amante che sospira come una fornace e poi il soldato, pieno di strampalate imprecazioni, sempre alla ricerca di una reputazione da quattro soldi; poi il giudice che recita la sua parte; la sesta scena che ti trasforma in un pantalone in ciabatte; l’ultima scena infine, una seconda infanzia, senza denti, gusto, occhi, senza niente».COPERTINA ATLANTICO

Ecco che, da qui in poi, si dispiega una serie infinita di racconti che, per quanto possano essere interessanti anche informazioni come le formazioni geologiche che dallo stadio di Panthalassa e Pangea hanno condotto all’attuale forma del nostro pianeta, o la durata complessiva dell’Atlantico, conteggiata in 370 milioni di anni, o il peso totale delle sue acque di 1,3 miliardi di miliardi di tonnellate, rendono l’affresco di Winchester interessante e godibilissimo.

Come le allusioni mitologiche al gran mare che si apre oltre le colonne d’Ercole (già in Omero Oceano è figlio di Urano e Gea e padre di una lunga serie di divinità fluviali) e le prime esplorazioni atlantiche dei Fenici con la fondazioni di Cadice nell’XI sec. a.C., i costumi e le straordinarie imprese di Vichinghi e Norreni e il loro approdo, a bordo di minuscole imbarcazioni chiamate knaar, nel nord di quel continente che, solo secoli dopo, Colombo avrebbe pensato di scoprire per primo.

E, ancora, come la vicenda plurisecolare della (ri)scoperta delle Americhe e della loro cruenta colonizzazione da parte degli europei, le migliaia di guerre (fino a quella incredibile delle Falkland) e i milioni di morti che giacciono nell’abisso, l’infamia dello schiavismo e la vicenda della pirateria, la fisionomia urbanistica e culturale delle tantissime città atlantiche (tra le altre Città del Capo, Rio De Janeiro, Cadice, Rotterdam, Santo Domingo, New York, Jamestown nell’isola di Sant’Elena) e delle terre che dall’Atlantico prendono vita, clima e respiro (dalle remote isole Faeroer alla Patagonia, dalle coste africane a quelle brasiliane), ed ancora l’arte che all’Atlantico s’è ispirata (i fiamminghi soprattutto), la poesia (Shakespeare forse, ma sicuramente John Donne, e Milton), le narrazioni, le leggende, le religioni che vi sono fiorite, le migliaia di lingue parlate lungo le coste atlantiche.

E poi, ovviamente, le marinerie con le loro tradizioni e le loro tecniche, le centinaia di storie di navigazione che quell’infinita distesa d’acqua grigia, sublime, rombante e apparentemente immobile hanno avuto come scenario e protagonista.

Paolo Randazzo

Link da Europaquotidiano

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