Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for aprile 2014

Una Bugia ci salverà

Posted by identitalterit su 24 aprile 2014

Con “Bugiardi nati” Ian Leslie ci porta in un viaggio nel mondo della menzogna
Una bugia ci salverà

La bugia insomma, in tutte le sue varianti e declinazioni, intesa, indagata e spiegata come elemento costitutivo dell’intelligenza umana sin dal suo primo rapportarsi creativo col mondo.

È sostanzialmente questa la tesi che Ian Leslie, studioso, giornalista ed esperto di marketing londinese, sviluppa nel bel saggio Bugiardi Nati. Perché non possiamo vivere senza mentire (di Bollati Boringhieri, traduzione di Barbara Del Mercato): un saggio interessante, ben documentato (i campi di approfondimento sono soprattutto la psicologia, l’antropologia, le neuroscienze) e, soprattutto, di lettura gradevole e divertente, data la facilità con cui l’autore riesce a intrecciare in un percorso coerente dati provenienti da autorevoli studi scientifici (anche dal sapore paradossale, come la media di 1,5 menzogne al giorno che ciascuno preferisce secondo i calcoli della psicologa statunitense Bella De Paulo) con una straordinaria quantità di aneddoti e affermazioni attribuibili a filosofi, politici, scrittori, registi e artisti di quasi ogni era, ambiente intellettuale e latitudine.

bugiardi nati copertina

 

C’è invero da premettere un “quasi” alla vastità documentaria di questo saggio, perché in esso, al contrario, appare del tutto assente la vastissima riflessione che su questo tema è sorta nel mondo classico sia dal punto di vista dell’elaborazione filosofica, morale e antropologica (Platone e Aristotele su tutti), sia dal punto di vista del pensiero estetica; basti pensare al detto celeberrimo del sofista Gorgia secondo cui: «La poesia è un inganno in cui chi inganna è più onesto di chi non inganna e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare».

Ovviamente il rovescio della medaglia della menzogna è la verità e quindi la possibilità che essa possa essere attinta ed espressa fino in fondo, la possibilità in altre parole di “vivere con sincerità”. Una possibilità che l’autore sottrae ad ogni sguardo utopistico ed esamina da una concreta prospettiva minimale, totalmente laica e relativistica, invitando a perseguirla comunque attraverso l’esplicitazione di tre principi generali: condividere il lavoro e quindi sforzarci di «progettare e sostenere ambienti sociali che premino il più possibile la verità e chi la dice»; relativizzare la fiducia nelle nostre più solide certezze; «accettare un necessario margine di illusione».

Paolo Randazzo

Link da Europa

 

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Ambra Senatore, A posto

Posted by identitalterit su 24 aprile 2014

danza

A posto”, lo spettacolo di Ambra Senatore che s’è visto nello spazio danza di Scenario Pubblico a Catania, il 23 e il 24 febbraio scorso, sollecita immediatamente una domanda: fin dove si può spingere una coreografia elidendo, gesto dopo gesto, quadro dopo quadro, proprio la sostanza della danza? Inutile girarci: si può dire quel che si vuole di questo lavoro (che certo è raffinato, e ironico, leggero, inquietante, e poi denso, colto, esatto nel disegno eppure surreale) e lo si può persino, ordinatamente, provare a raccontare e interpretare ma, se non si risponde (ancora, certo) a questa domanda, se non la si affronta nella sua semplice rudezza, se non si corre davvero il rischio critico di provare a rispondere ad essa, restano parole vuote che, sostanzialmente, non meritano nemmeno il tempo che s’impiega a leggerle.

Invece partiamo da un particolare: se si tratta di danza appare, o meglio potrebbe apparire, ovvio il suo dispiegarsi nel contesto di un tappeto ritmico, sonoro e/o, sopratutto, musicale che è insieme respiro e narrazione, ambiente e motore del movimento; in questo spettacolo invece la musica, insieme con rumori casalinghi, voci e motivetti televisivi o radiofonici, compare, scompare e ritorna a volume bassissimo, non viene mai in primo piano, accarezza quasi da dietro lo spettacolo, lo sfiora e non lo segna né domina mai. Il segnale è chiarissimo e resta comunque in primo piano il movimento delle tre danzatrici e, col movimento, una larga mimesi della relazione che va costruendosi lentamente, di gesto in gesto, di parola in parola, di sguardo in sguardo, fra tre giovani donne (tre danzatrici) fino ad assestarsi in una vaga gerarchia e trascolorare, infine, in una specie di pic nic dall’inquietante (tragico, tragicomico) risvolto finale.

danza 2

Il soggetto della mimesi lo si lascia sostanzialmente creare allo spettatore, mentre ciò verso cui lo spettacolo si volge con decisione è, con buona evidenza, la costruzione di uno spettacolo dalla drammaturgia possibile o potenziale rispetto alla quale la danza, la tradizione (in positivo e in negativo) del suo linguaggio, il dispiegarsi ritmico, sensato o simbolico del movimento, restano come paradossali allusioni, frammenti preziosi, indizi e indirizzi di stile e comunicazione più che sostanziale medium artistico. Indizi e indirizzi che vanno riconsiderati alla luce di una ricerca espressiva meta-coregorafica e meta-teatrale che non solo infrange ogni separazione tra le (due) arti, ma esplora liberamente territori linguistici, semantici e concettuali che attraversano la realtà, lasciandosene sporcare, e si stagliano prima e dopo lo spettacolo.

In questa esplorazione viene dunque aggirata felicemente e svuotata di senso la domanda che ci si poneva prima: non si tratta di elidere la danza ma di ripensarla e re-inventarla criticamente all’interno di uno spettacolo (di una dinamica forma-spettacolo) che non si dà tanto come prodotto concluso, quanto piuttosto come libera partitura di corpi, suoni, movimenti, gesti, aperta al senso (seppure un po’ troppo algida e intellettualistica dal punto di vista della comunicazione emotiva). In scena, con la stessa coreografa e danzatrice torinese, ci sono Claudia Catarzi e Caterina Basso (co-autrici dello spettacolo, laddove non appare casuale la necessità di una gestazione plurale di un lavoro di questo tipo), il disegno luci è di Fausto Bonvini, mentre le musiche sono di Brian Bellot, Gregorio Caporale, Ambra Senatore, Jimi Hendrix, Temptations.

 (crediti fotografici di Viola Berlanda)

“A posto” (2011), visto a Catania, Scenario Pubblico, il 23 febbraio 2014.

Coreografia Ambra Senatore, in collaborazione con Caterina Basso, Claudia Catarzi; con Ambra Senatore, Caterina Basso, Claudia Catarzi; luci Fausto Bonvini; produzione ALDES-SPAM, con il sostegno di MiBAC – Dipartimento Spettacolo dal vivo; Regione Toscana – Sistema Regionale dello Spettacolo; Fondazione Monte dei Paschi di Siena; Torinodanza; CCN Ballet de Lorraine; Château Rouge – Annemasse; Scènes Vosges avec le soutien d’Action Culturelle du Pays de Briey.

Paolo Randazzo

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Emma Dante, Le sorelle Macaluso

Posted by identitalterit su 24 aprile 2014

È sempre interessante vedere come il mondo poetico di un artista si possa espandere nel tempo, possa dispiegarsi, aprirsi, scoprire altri territori di forma e senso, appropriarsene e, pur restando fedele a sé stesso, accogliere nella sua trama nuove istanze e suggestioni. “Le sorelle Macaluso”, l’ultimo lavoro di Emma Dante che abbiamo visto a Palermo (e si potrebbe dire finalmente..) nel grande palcoscenico del Teatro Biondo, sede dello Stabile, appare soprattutto notevole, perché pur restando totalmente nel solco della poetica e del linguaggio scenico, di una grande interprete del teatro italiano contemporaneo, sa esser nuovo e fecondo, solcato com’è da elementi di novità che non mancheranno di suscitare altri spettacoli ed altre meraviglie. Una veglia funebre che si svela per quel che è a poco a poco fino a definirsi compiutamente soltanto alla fine: quella di una famiglia di sette sorelle, un padre e una madre e un nipote; una festa e uno schianto, un uscire lento dal buio della vita, un ritrovarsi, tra vita e morte che si confondono, a ripercorrere le gioie e i dolori di una vita vissuta insieme e insieme attraversata, combattendo giorno per giorno la fatica della quotidianità (il segno sono gli scudi da opera dei pupi di Gaetano Lo Monaco Celano), e ancora un attraversare ombre e ricordi che si materializzano in presenze ti mettono le mani addosso e subito scompaiono, fino a quando la morte non si rivela nella sua dura necessità.

dante 2

La morte di una sorella, morta bambina al mare mentre si giocava, la morte di un padre amoroso e sudicio di lavoro, un uomo debole forse e lontano, la morte di una madre forte, bellissima e tenera e caduta troppo presto – le loro ombre resteranno per sempre legate in un abbraccio, la morte di un nipote, un futuro nel calcio certo e innamorato di Maradona ma troppo debole di cuore, e infine la scoperta della morte, celebrata in scena, della morte della sorella più grande, di colei che aveva accudito tutti e che, per quella rumorosa e stramba famiglia, aveva finito col rinunciare del tutto a se stessa, al suo sogno grande di diventare una ballerina.

Tutto si ricapitola e chiarisce alla fine, l’oscurità e la luce si fondono e si fondono il nero del lutto e i colori sgargianti dei miseri vestitini estivi, tutto perde peso e tempo, i nodi si stringono, la morte è contemporaneamente “exitus et transitus” come dicevano gli antichi. Apparentemente Emma Dante è ritornata sui suoi passi, ha ripercorso strade di senso che aveva scoperto coi suoi primi spettacolo (‘Mpalermu, Carnezzeria, Vita mia): il vibrare della schiera degli attori, il ritmo come elemento cardine, l’oscurità e i colori che l’accendono, la famiglia come luogo di violenza e di dolore, lo schianto della morte e del lutto, la scelta della musica (d’intonazione popolare e poi classica) a dare profondità e respiro ampio a ciò che accade in scena e ancora il corpo che si disarticola e parla, la poesia aspra del dialetto.

dante 1

Tutto: c’è tutto il grumo nero del mondo poetico di Emma Dante in questo spettacolo, ma è una bestia che l’artista ormai ha imparato a riconoscere perfettamente, a maneggiare senza perder l’equilibrio: ciascuno di questi elementi è come rivisitato, come se portasse, con sé, in sé, le tracce di una maturazione artistica avvenuta e certo non ancora esaurita, le tracce di un equilibrio nuovo che le consente di osservare il dolore, capirlo, senza però lasciare che esso si impadronisca della vita. E poi c’è anche molto altro, e molto altro di nuovo: intanto c’è una capacità (nuova) di riempire e far vivere lo spettacolo nello spazio di un grande palcoscenico pur mantenendo l’intensità originaria dei primi spettacoli concepiti in e per spazi scenici di ridotte dimensioni, c’è una nuova pulizia nell’assetto dello spettacolo, c’è la scoperta di una dimensione di pietas familiare che va molto oltre il disagio e la primitiva violenza, come cifra assoluta della famiglia, e incontra l’amore, la tenerezza (esattamente), la gioia, la follia, il desiderio.

Ed ancora la lingua che non è più soltanto il dialetto di Palermo, ma anche quello barese di una delle sorelle e l’accento, siciliano ma straniato e dissonante, di Alessandra Fazzino, quasi a dire che non sono più soltanto le viscere di Palermo a riscaldare e sciogliere la lingua a questo teatro, ma una visione più ampia e consapevolmente più profonda del sud. Tutte molto brave e da citare le sette attrici in scena: la danzatrice Alessandra Fazzino (nel ruolo di Maria, la sorella più grande) innanzitutto, e poi Serena Barone (Lia), Elena Borgogni (Antonella), Italia Carroccio (Gina), Marcella Colaianni (Cetty), Daniela Macaluso (Pinuccia), Leonarda Saffi (Katya), e con esse Davide Celona (Davidù, il nipote), Sandro Maria Campagna (il padre) e Stephanie Taillandier (la madre).

Lo spettacolo è molto bello ma averlo visto a Palermo è motivo di gioia vera. Ed è, soprattutto, motivo di speranza. Emma Dante è stata per anni una voce di riscatto (una voce libera e dolorosa) per gli uomini e le donne che in questi anni hanno scelto di restare a vivere in Sicilia a lottare, ciascuno al proprio posto, perché in questa terra martoriata dalla mafia e da una politica sorda, ignorante e cialtrona si possano avere le stesse opportunità di crescita culturale che altrove. Ha viaggiato, ha girato il mondo col suo lavoro e con lo straordinario e meritato successo dei suoi spettacoli, una nuova generazione di artisti e teatranti siciliani le è sbocciata a fianco ed è cresciuta assorbendo la sua voglia di lottare, prima ancora che il rigore e la forza del suo linguaggio artistico, ma Emma è restata piantata in Sicilia a lavorare anche in spazi improbabili e piccoli teatri di provincia e oggi è artista residente al Biondo Stabile di Palermo: una cosa che sarebbe stata normale già da tempo in un paese civile, ma per anni non è stato così e se oggi è così questo – senza eccedere nella retorica – è segno di una vittoria (piccola, certo) nel contesto di una guerra più grande. Una guerra che non è finita e che però oggi qualcuno ritorna ad aver voglia di combattere. Visto il 1 marzo 2014 al Teatro Biondo, Stabile di Palermo .

Paolo Randazzo

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Roma, una sintesi illuminata

Posted by identitalterit su 24 aprile 2014

Nel saggio di Peter Jones un brillante ed efficace excursus nella storia romana dal VIII secolo a.C. al V secolo d.C.
Roma, una sintesi illuminata

Qualunque idea si abbia del concetto di “storia” (ammesso che nei tempi che ci troviamo a vivere, dominati dal demone dell’istantaneità, sia ancora utile o necessario averne una), se a questo concetto si dà ancora importanza e se ad esso si attribuisce o meno una qualsiasi teleologia, occorre tuttavia che un po’ di storia la si conosca: fatti storici, protagonisti, traiettorie, dinamiche politiche, eventi.

Banale constatazione? Certo che sì, ma forse neppure più di tanto se si osservano non tanto, o non solo, le frequenti iniziative editoriali che ripropongono collane storiografiche variamente assortite, quanto piuttosto la preoccupante ignoranza storica con cui le opinioni pubbliche valutano le dinamiche socio-politiche del presente.

Ora, se è vero che la diffusione della cultura storica è (o dovrebbe essere) obiettivo primario anzitutto della scuola, è anche vero che l’editoria deve fare la sua parte e non solo con saggi di sicura rilevanza scientifica, ma anche con opere di sana divulgazione che consentono un’ampia e corretta conoscenza della storia umana.

breve storia di roma copertina

È in questa direzione che va considerato Breve storia di Roma, tutto quello che avreste sempre voluto sapere dello storico e antichista inglese Peter Jones (Bollati Boringhieri): un excursus che, in dodici capitoli, traccia una rapida ed efficace sintesi della storia romana, dagli inizi del VIII secolo a.C. avvolti nel mito fino al V secolo d.C. col trionfo del Cristianesimo.

Una sintesi che, senza essere superficiale, è rapida, spesso illuminata da un sorriso di affettuosa leggerezza e, di capitolo in capitolo, arricchita da curiosità, miti, episodi, citazioni che, attenuando la monumentalità di ciò che si racconta, consentono al lettore di rendersi conto di quanto grande sia il nostro debito di civiltà e di cultura nei confronti della vicenda latina.

Si troveranno in questo libro, infatti, i miti della fondazione di Roma (il mito troiano, sostanzialmente, e i tanti racconti che tramandano la grande apertura dei romani agli apporti stranieri nel contesto della formazione della città), quindi i tradizionali capisaldi del costume romano di origine agricola, i primi passi del diritto e della costruzione istituzionale, l’accrescersi della Res Pubblica e il dispiegarsi della sua potenza militare, l’apporto economico e culturale dell’enorme presenza servile, il tormento delle guerre civili, la dittatura cesariana, l’affermarsi del principato augusteo e poi dell’impero, fino ai rapporti, sempre più duri, con le tribù barbariche che premevano ai confini del territorio imperiale.

Ma, accanto a queste vicende, ecco «l’invenzione delle tasse», il significato dei nomi, il potere del «gossip», le dinamiche sessuali ed affettive, la presenza e l’incidenza della cultura letteraria, la «fauna» urbana, la mania per il circo e per i combattimenti gladiatorî, la corruzione, il potere delle donne e le donne al potere, le terme, l’onnipresente salsa di pesce, le peculiarità caratteriali dei singoli imperatori.

Paolo Randazzo

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