Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for giugno 2014

Aristofane contro l’Utopia platonica

Posted by identitalterit su 3 giugno 2014

Le parole talvolta nascondono trappole di senso e, a prenderle alla leggera, spesso si scivola nella banalità: ad esempio, si ha un bel dire che oggi per ricostruire il senso del nostro rapporto col mondo classico (un senso culturalmente fecondo) occorra ripartire da una corretta esplorazione di quanto in esso è totale “alterità” rispetto a ciò che siamo diventati.

Il rischio è che, mentre gli specialisti studiano ed esplorano, il resto della società scivoli in una delle due antitetiche semplificazioni: rifugiarsi nella percezione del mondo classico inteso come radice unica della nostra identità culturale (l’eterno neoclassicismo ideologico e rassicurante) o scivolare in un antropologismo d’accatto che finisce col nascondere la complessità degli effetti che da quella radice continuano a sgorgare.

Ovviamente i primi campi in cui questo rischio deve essere combattuto sono la scuola, l’università, le istituzioni politiche e culturali, ma anche la pubblicistica ha un ruolo centrale in questa battaglia in Italia sono rari gli autori in grado di elaborare una scrittura che sia scientificamente avvertita e al contempo godibile sul piano della lettura.

canfora

Piccola premessa per dire che La crisi dell’Utopia, Aristofane contro Platone (Laterza), l’ultimo saggio di Luciano Canfora, non solo è un libro interessantissimo nel merito dell’argomento di cui tratta, ma è anche di godibilissima lettura da parte di un pubblico di non specialisti. Canfora ricostruisce con rigore e straordinaria dovizia di fonti, informazioni, particolari, la vicenda di una polemica (politica e culturale) scoppiata tra Platone e Aristofane nei primi anni del IV secolo a.C., subito dopo la traumatica condanna a morte di Socrate da parte del nuovo governo democratico di Atene.

Motivo della polemica è l’utopia comunistica che Platone andava delineando e che probabilmente aveva già fatto circolare (in forma scenica) prima del suo primo viaggio a Siracusa (388) e molto prima della sua definitiva pubblicazione nel V libro della Repubblica.

Canfora dimostra che la commedia Ecclesiazuse altro non è che un feroce attacco proprio a questa utopia platonica. Un attacco in cui Aristofane prende di mira non tanto gli aspetti più tradizionali di questa costruzione utopica e che risalivano alla tradizione culturalmente filospartana dell’aristocrazia ateniese, ma la scandalosa parificazione della condizione delle donne a quella degli uomini nella nuova Kallipolis guidata dai filosofi che, in una società maschio-centrica come quella di Atene e dell’intera Grecia classica, appariva appunto una pericolosissima utopia.

Un attacco feroce, cui Platone sembra rispondere già con la definitiva stesura della Repubblica e, ulteriormente, nel Simposio e nelle Leggi.

Ma la auto-difesa di Platone non sortirà gli stessi effetti dell’attacco del commediografo ispirato al senso comune: se l’utopia comunistica continuerà ad avanzare nel percorso della storia culturale europea, ripercorrendo quasi sempre le orme di Platone (dal mito di Atlantide alla rivolta antiromana di Blossio di Cuma, dal racconto del viaggio di Giambulo nelle “Isole del sole”, contenuto in Diodoro Siculo, alla durezza con cui Lattanzio e altri scrittori cristiani stroncano ogni tentativo di lettura comunistica del messaggio evangelico, dalla Città del sole di Campanella ai Viaggi di Gulliver di Swift, fino a giungere alle vicende del socialismo utopistico e della costruzione politico-filosofica “scientifica” di Marx ed Engels), allo stesso modo la stroncatura aristofanesca e poi aristotelica dell’utopia platonica si ripresenta nei secoli come il necessario lato scettico di quello sguardo luminoso ed ottimistico sulla realtà.

E resta aperta insomma la domanda da cui questo splendido saggio prende le mosse: «I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile, dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione e l’ingiustizia?».

Paolo Randazzo

Link da Europaquotidiano.it

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Lampedusa Beach

Posted by identitalterit su 3 giugno 2014

Non ci vuole molto a capire che, se c’è un aspetto dell’attuale realtà mediterranea che merita d’esser raccontato, questo non può che essere l’imponente fenomeno migratorio che, dalle coste africane e mediorientali, sta toccando in questi anni e ogni giorno di più le coste meridionali dell’Europa e, al primo impatto, la Sicilia e le sue isole minori. Un fenomeno imponente, troppo spesso tragico, denso d’implicazioni di senso e i cui effetti demografici, già visibili, annunciano grandi cambiamenti sociali, politici e culturali. Disinteressarsi di un fenomeno del genere, girarsi dall’altra parte, far finta di niente, significa non aver voglia di capire come funziona il mondo (per ignoranza, pregiudizio razzista, egoismo in malafede) e però l’arte non può essere indifferente al mondo. Da questa prospettiva, al contrario, Lina Prosa, drammaturga e regista palermitana ha da sempre vista lunga e sguardo profondo: la sua ricerca ha intersecato negli anni frontiere che riguardano i segmenti più vivi, mobili e fecondi della cultura contemporanea: le migrazioni, il corpo, la diversità, la malattia. E la sua scrittura teatrale ha già avuto i riconoscimenti che merita, ma in Francia, dove è stata accolta (non per la prima volta) con una messa in scena, nella primavera scorsa, del testo “Lampedusa Beach” sulla scena parigina della Comédie Française e, sempre in questo teatro, con la realizzazione dell’intera “Trilogia del Naufragio” (oltre “Lampedusa Beach”, anche “Lampedusa Snow” e “Lampedusa Way”), presentata tra gennaio e febbraio scorsi. Detto ciò, non può che far piacere constatare che dal 21 marzo al 17 aprile e poi dal 6 al 18 maggio, “Lampedusa Beach” è stato, finalmente, in scena anche in Sicilia, a Palermo, con un nuovo spettacolo firmato dalla drammaturga, anche in veste di regista, e con l’interpretazione della giovane Elisa Lucarelli (una prova di maturità espressiva); a produrlo e ospitarlo il Teatro Biondo con un’operazione meritoria alla quale è quasi ovvio sperare che si dia seguito con la produzione degli altri due testi di questa trilogia. Lo spettacolo si dispiega come monologo: il monologo terso e tremendo di una giovane nordafricana, immigrata clandestina, di nome Shauba che affoga nel mare proprio di fronte alla costa di Lampedusa. Shauba affonda inesorabilmente e quasi paradossalmente, affoga e rievoca la sua breve esperienza di vita, i suoi affetti, i colori del suo paese, le sue speranze, le motivazioni che l’hanno indotta a fuggire dalla sua terra («non si può rimanere nel luogo in cui si nasce, se hai la certezza che in quel luogo vive pure il tuo carnefice»): il tempo di uno spasimo, pochi istanti che si dilatano ad accogliere e ricapitolare il senso di una vita, di un viaggio, di un futuro stroncato, il senso del tradimento nei suoi confronti dell’occidente “capitalista” (in cui lei era pur pronta a integrarsi). Rievoca gli istanti tremendi della sua caduta in mare Shauba, dal rovesciarsi di quel barcone zeppo di settecento immigrati, di quella carretta che si ribalta proprio mentre lei sta per esser violentata dagli scafisti, cani che s’azzuffano per il suo corpo di giovane donna come per un pezzo di carne, fino al momento in cui lei (ma il suo corpo è già un’altra cosa), stremata ed esanime, tocca il fondale. La scrittura scenica è pulita, i colori netti, non ci sono musiche (scelta davvero interessante), né ridondanze espressive che tradirebbero la tremenda semplicità dell’accadimento, quasi ogni parola respira col suo tempo esatto e la profondità che questa vicenda implica in quanto tale: si percepisce chiaramente che coincidono regista e drammaturga. Eppure, se qualcosa appesantisce questo lavoro, è proprio l’esplicitarsi della riflessione critica e apertamente politica, il ragionare sul tradimento dell’occidente e sulla sua ostile indifferenza rispetto a quanto accade nel Mediterraneo: quel che succede a Shauba, il suo corpo che affonda e diventa pasto per i pesci, è un urlo politico in sé, lacerante e durissimo, non occorrono parole per spiegarlo, per definirlo e situarlo. Se noi italiani, se noi europei non capiamo il senso di quel che accade a Shauba siamo già perduti; se il Mediterraneo si è trasformato, in questi ultimi anni soprattutto, in uno sterminato cimitero sottomarino, forse dovremmo capire davvero che questo cimitero altro non è che l’immagine reale che l’Occidente dà di sé riflettendosi nel mare. «Il mare è innocente» dice, a un certo punto dello spettacolo, Shauba ed ha ragione.

Paolo Randazzo

Link da Dramma.it

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Inda 2014, cento anni di riflessione sulla drmmaturgia antica

Posted by identitalterit su 3 giugno 2014

Che tipo di esperienza è quella del teatro antico sulla scena contemporanea? Si portano in scena vicende la cui formalizzazione mitica risale al secondo millennio a. C., le si rimettono in forma teatrale, si ascolta la voce di una tradizione che ha accompagnato il fulgore della vicenda ateniese nel V secolo.

Però parliamo di teatro e allora è necessario che quanto si porta in scena sia vivo e abbia a che fare con la contemporaneità: interpelli la nostra vita, la vicenda attuale delle nostre comunità, ci emozioni e, al contempo, ci solleciti intellettualmente. In via di principio non ci sono alternative: o così o nient’altro di artisticamente notevole. Ma il teatro è arte concreta, fatta di persone in carne e ossa, di tempi definiti, di contesti storico-politici, di tradizioni culturali, di progetti che solo nella realtà trovano espressione e attuazione. Quel che vale in linea di principio diventa processo e tensione, si stempera e si va avanti. Questo è quanto vien fatto di pensare nel raccontare dei tre spettacoli della cinquantesima edizione delle “Rappresentazioni classiche” di Siracusa, organizzata al Teatro Greco dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico giunto quest’anno al ragguardevole traguardo dei cento anni dalla sua fondazione. Gli spettacoli, che hanno debuttato il 9, 10 e 11 maggio scorso e resteranno in scena fino al 22 giugno, sono: Agamennone, per la regia di Luca De Fusco (il testo di Eschilo è tradotto da Monica Centanni), Coefore Eumenidi, regia di Daniele Salvo (traduzione ancora della Centanni), infine le Vespe di Aristofane, regia di Mauro Avogadro, traduzione e adattamento di Alessandro Grilli. La scenografia, unica ma variamente riattata, è del grande Arnaldo Pomodoro che ha curato anche il disegno dei costumi.

L’Agamennone di De Fusco è uno spettacolo solido: la sua costruzione predilige chiarezza e intelligibilità, non pone troppe domande né proietta troppe ombre sul presente, non sollecita emozioni estreme, non sviluppa fino in fondo motivi che pure individua (l’oppressione della donna nel mondo greco, il ristabilimento di giustizia e pace dopo una lunga catena di vendette, la presenza della morte come elemento della vita, la solidarietà verso gli stranieri), aggancia alla magistrale duttilità dell’interpretazione di Elisabetta Pozzi e alle musiche (di Antonio Di Pofi) la possibilità di una riproponibilità contemporanea del testo eschileo. Ma le musiche (un bel pianismo d’intonazione novecentesca) non conservano la rigorosa astrattezza iniziale e si stemperano in accenni narrativi che poco aggiungono allo spettacolo. Resta notevole l’immagine del coro dei vecchi argivi che entra in scena e si auto-seppelisce per riemergere non appena il dramma si avvia: quasi a dire che quanto accadrà nello spettacolo è conservato e continua a vivere nelle viscere della terra, della storia e della storia del teatro. Il resto è solido mestiere, comprese le prove di Mariano Rigillo (Araldo), di Massimo Venturiello (Agamennone), di Giovanna Di Rauso (una Cassandra straordinariamente intensa) e dei corifei (Francesco Biscione, Massimo Cimaglia, Piergiorgio Fasolo, Gianluca Musiu); grandissimo mestiere, e però da veri professionisti ovvero senza tracotanza, senza superficialità.

Ben più imponente e suggestiva è la prova di Daniele Salvo. Imponente perché fonde in un solo spettacolo due tragedie di Eschilo, Coefore ed Eumenidi, e affronta le due azioni che stanno al cuore dei testi eschilei, ovvero l’uccisione di Clitennestra (Elisabetta Pozzi) da parte del figlio Oreste (Francesco Scianna) e la fondazione del tribunale dell’Areopago attraverso l’assoluzione di Oreste, con un piglio ed un’assertività che nulla lasciano alla consapevolezza dell’alterità del mondo classico rispetto a noi. Ecco il punto: ciò che è in scena accade in quanto tale e nessuna domanda sembra porsi il regista sul senso di quella vicenda e sul senso stesso del riattivare dei testi antichi e capitali. Certo, la nascita politica della giustizia, il superamento delle faide tra clan, la feconda ritenzione nel contesto della polis dell’ancestrale elemento negativo delle erinni trasformate in benevole eumenidi: sono tutti elementi che Salvo mette in luce, con potenza e nettezza, ma manca lo spessore di chi dubita e si pone (e pone al pubblico) domande, lasciando aperta la porta a risposte più o meno univoche. Ad esempio: il demos, che avoca a sé la giurisdizione penale, è davvero sovrapponibile a ciò che definiamo popolo? Una giustizia fondata sul potere maschile e che rivendica questa cifra ideologica può davvero definirsi tale? Perché il regista sceglie di esporre l’uccisione della madre da parte di Oreste in piena scena, con un’infrazione evidente e notevolissima dell’antica prassi teatrale tragica? Evidentemente non scandalizza l’infrazione in sé, ma la sua gratuità. Insomma una messinscena colossal che rapisce il pubblico con la sua grandiosità, con la facilità della cifra iconica, con l’avvolgente colonna sonora di Marco Podda (anche qui il segno è più cinematografico che teatrale), con effetti di luci e fumi, con un ritmo scenico incalzante sin dalle prime battute di Elettra (Francesca Ciocchetti), col gran numero di presenze in scena, con la bravura (va da sé) di grandi attori come Ugo Pagliai (Apollo), Paola Gassman (profetessa), Antonietta Carbonetti (nutrice), Piera degli Esposti (interessantissima nel ruolo di un’ Atena più saggia e dubitante che guerriera), Graziano Piazza (Egisto), ma non scava né in direzione della comprensione dell’antico, né in direzione della problematicità del rapporto tra quel mondo e la nostra realtà.

La commedia, firmata da Mauro Avogadro, è uno spettacolo pulito e arguto per un testo, le Vespe di Aristofane, tra i più difficili da mettere in scena nell’ambito della commedia antica. Se nella prima parte della drammaturgia infatti il nodo comico è chiaro e ben definito, ovvero la passione/ossessione tipica del demos ateniese per processi e giurie popolari, nella seconda parte la trama si sfilaccia e perde tensione teatrale. Avogadro sceglie per il rapporto tra il vecchio padre (seguace di Cleone, appassionato, severissimo giudice popolare che non riesce a vivere senza qualcuno da inquisire e condannare) e il figlio (odiatore di Cleone e di quanto l’ideologia democratica impone) spazientito e preoccupato per il padre, il tono di tenerezza affettuosa dei figli che provano nel proteggere e accudire i genitori anziani. Un rapporto ben incarnato dall’interpretazione di Antonello Fassari (Vivacleone, il padre bisbetico, conosciuto dal grande pubblico come protagonista della serie televisiva dei Cesaroni) e di Martino D’Amico (Abbassocleone, il figlio). Intorno a questo nucleo affettivo e al contrasto politico tra i due, si dispiega quindi tutto il fervore della fantasia di Aristofane la cui cifra viene bellamente espressa non solo dall’intero ensemble degli attori (tra gli altri Sergio Martinelli, Sosia, e Enzo Curcurù, Santia) e del coro, quanto, soprattutto, dalle musiche quasi interamente suonate dal vivo della “Banda Osiris”. Musiche capaci d’interpretare le diverse fasi dello spettacolo e trascinare il pubblico in una percezione dell’arte aristofanesca che supera qualsiasi piccolo aggiornamento delle battute su questo o quel politico e va dritto al segno di ciò che questo grande poeta rappresenta per il teatro occidentale: ovvero una straordinaria, inesauribile enciclopedia della comicità.

Paolo Randazzo

foto Carnera, Centaro, Aureli

Link da Dramma.it

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