Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for novembre 2014

L’Inside and OUTside di Elio Gervasi

Posted by identitalterit su 27 novembre 2014

CATANIA. Non uno spettacolo concluso, non il disegno di una coreografia, ma la messinscena di un processo (ancora) aperto, la ricerca in atto di una forma che possa dispiegarsi dalla ricerca di un equilibrio e dalla scoperta e dall’esplorazione di una o più possibilità di relazione. Parliamo di “Inside and outside” la performance di danza che la viennese “Tanz Compani Gervasi”, diretta da Elio Gervasi, ha presentato in anteprima a Catania, dopo un periodo di residenza creativa, sul tappeto di Scenario Pubblico il 22 e 23 novembre 2014, nell’ambito di un progetto di scambio artistico con Zappalà Danza. Più specificamente sono di Elio Gervasi il concept, la direzione coreografica e la scelta musicale di questo lavoro con l’assistenza di Nicoletta Cabassi  e i costumi di Maiko Sakurai Karner, mentre sulla scena danzano Yukie Koji, Nanina Kotlowski, Hannah Timbrell, Leonie Wahl, Clarissa Omiecienski e Risa Larsen. Ma si diceva equilibrio e relazione: sono queste le due coordinate all’interno e all’ esterno delle quali si muove la performance. foto Catania 3 (1)L’equilibrio di ciascuna danzatrice/performer che, soggettivamente, ricerca o smarrisce una propria dimensione nello spazio e la relazione che ciascuna danzatrice prova, o è costretta, a stabilire con le altre. In entrambi i casi si tratta di esplorare un mistero di alchemica composizione: la soggettività non può darsi senza relazione con l’altro (è interessante notare come siano rispettate e rese evidenti le caratteristiche autonome del gesto di ciascuna danzatrice) mentre la relazione con l’altro (il confronto reciproco, l’ascolto e il silenzio, il reciproco accogliersi, il colmarsi e mai riempirsi, l’allontanarsi e il ritrovarsi, il mistero dei rapporti di potere) non può realizzarsi se non a partire da una consapevolezza della propria individualità e dei limiti di essa, limiti oggettivi, fisici, spazio-temporali (e, perché no, anche sociali e politici). Il movimento resta però sempre binario: entrare in sé stessi e uscire da una relazione, entrare in una relazione e uscire da sé stessi, oppure anche scoprire sé stessi entrando nella dialettica di una relazione o smarrire sé stessi uscendo dalla dialettica di una relazione. in&out3Il tutto posto a respirare nel contesto di un paesaggio sonoro, astratto, allusivo, di grande fascino che sembra spostare questa ricerca di senso da un’ iniziale e vaga eco di rumori naturali (vento, mare) all’eco di voci urbane e suoni lontanissimi che ne sottolineano la drammaticità e comunque il legame con la realtà. Questo studio coreografico insomma, pur nella sua eleganza rarefatta e misteriosa e pur tenendosi giustamente lontano da ogni tentazione di banalizzazione simbolica, appare concentratissimo nell’indagare queste interessanti traiettorie di senso ma, complessivamente, non convince: non convince perché per gran parte del suo dispiegarsi la danza appare eccessivamente trattenuta da una esasperato intellettualismo che la depotenzia fin quasi a renderla afasica.

Paolo RANDAZZO

link da Rumor(S)cena

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Nel fuoco.

Posted by identitalterit su 26 novembre 2014

Riferiamo di “Nel fuoco”, l’ultimo lavoro del regista e drammaturgo palermitano Giuseppe Massa che, dopo un debutto a Piacenza, è andato in scena domenica 23 novembre, a Catania nello spazio di Zo e nel contesto della rassegna di teatro contemporaneo “Altre scene”. Uno spettacolo politico che possiede la durezza di un pugno nello stomaco e la ruvida, diretta, forza di un’arte che vuol restare ben piantata nella realtà senza rinunciare a schierarsi e denunciare. Nel caso in specie, la denuncia riguarda la persistenza tra di noi di un razzismo violento e tanto più gretto quanto più mescolato a ignoranza e ad atteggiamenti mafiosi o para-mafiosi: lo spunto drammaturgico è l’ episodio reale, accaduto a Palermo nel febbraio del 2011, del suicidio di un marocchino, il ventisettenne Nourredine Adnane, venditore ambulante che, esasperato dalle continue vessazioni della polizia municipale, decide ad un certo punto di darsi fuoco per gridare al mondo la sua rabbia, la sua disperazione. È un episodio dolorosissimo che il drammaturgo ricostruisce e propone mediante il flashback con cui il personaggio (è molto efficace la resa dell’attore iraniano Maziar Firouzi), giunto ormai agli ultimi tragici istanti della sua vita (i vestiti sono già zuppi di benzina), da una parte ripercorre la sua storia di migrante e la sua quotidianità di povero venditore ambulante di una miserabile, benché luccicante, mercanzia e, dall’altra parte, prova a rassicurare la sua bambina (Habibi), restata in Marocco, che il suo papà è sempre grande e coraggioso come lei lo ha conosciuto. La lingua con cui questa vicenda è ripercorsa è un misto di arabo, italiano malfermo, francese e siciliano: una lingua che, nella sua dolcezza, sa comunicare emozioni e sdegno, sa comunicare il male ed essere implacabile nel denunciarlo. Sono due i rischi che potevano indebolire fino a falsificare un’ operazione teatrale de genere: un eccesso di pathos, soprattutto nella tenerezza con cui Nourredine si rivolge alla figlia, e un eccesso di facile ideologia antioccidentalista, nella pur sacrosanta condanna del razzismo. Due rischi che Massa è bravo a focalizzare nel loro nucleo d’immoralità e che quasi sempre riesce a evitare, grazie ad una scrittura che lascia che sia il grumo di dolore, esasperazione, solitudine, rabbia e spaesamento a dire (a urlare) se stesso. Gli elementi di contesto (la violenza sottile del quartiere che gli impone di rinunciare al suo vero nome, Noureddine, e accettare di farsi chiamare Franco, il giovinastro vigliacco e mafiosetto che lo insolentisce per noia, i vigili urbani ignoranti e razzisti, accecati dal loro piccolo miserabile potere, che lo assillano gratuitamente), pur rappresentati nitidamente, sono invece semplificati ed assolutizzati, quasi a dire che non si tratta di fatti esclusivamente palermitani. E del resto basta sfogliare i giornali di questi giorni per capire quanto ciò sia ancora brutalmente vero dovunque nel nostro paese e in ogni angolo del mondo occidentale.

Paolo Randazzo

Link da Dramma.it

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Doppio Fronte

Posted by identitalterit su 23 novembre 2014

È passato un secolo da quando è scoppiata la Prima Guerra Mon­diale: tradizionalmente, infatti, l’episodio che ne segna l’inizio è rappresentato dall’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono dell’Impero Austriaco, a Sarajevo nel giugno del 1914.Probabilmente non c’è più alcuno in vita dei combattenti di questa guerra ma, a parte la copiosa storiografia e la letteratura (Ungaretti, su tutti), molti italiani ne ricordano ancora oggi i racconti vivi e dolorosi fatti dai nonni, dai bisnonni, dagli anziani dei paesi e delle città. Una guerra di confini e lunghe e profonde trincee fangose, di cecchini e fanterie (povera gente, soprattutto, contadini e ragazzi di ogni parte d’Europa e d’Italia), una guerra di lunghe attese, al freddo dei ghiacciai o lasciati i soldati a marcire nel fango e sotto la pioggia. Una guerra di assalti improvvisi, assalti in cui gli uomini, solo carne da macello, venivano spinti da dietro e costretti ad avanzare dagli ufficiali (che, armi in pugno, spesso nascondevano la loro disumana ferocia e la loro vigliaccheria nelle menzogne del più bieco militarismo e della più assurda disciplina), e falciati a migliaia dalle mitragliatrici e dalle artiglierie. Una guerra di potere e menzogne, un’infame avventura pensata e voluta da minoranze fanatiche e guerrafondaie (basti pensare al turpe motto del futurista Marinetti: «la guerra sola igiene del mondo») che ben presto si rivelerà in tutta la sua tragica, miserrima, realtà. Una guerra di miseria infine, vissuta anzitutto dalle donne e dalle famiglie che restavano senza mezzi di sostentamento e poi dai reduci che, tornati alle terre d’origine, spesso storpi e sfigurati, faticavano a reinserirsi o non ci riuscivano affatto, magari col vergognoso e miserabile ben servito mensile di una pensione di “una lira e 58”. Un evento di così straordinaria e disumana violenza insomma che davvero sembra incredibile che, dopo di esso, dopo la ferita che esso ha impresso nella cultura europea, possano esserci state altre guerre, e ancora ce ne siano, che abbiano visto, e vedano, protagonisti i paesi dell’ Occidente, proprio i nostri paesi (Francia, Inghilterra, Austria-Ungheria, Serbia, Russia, Italia, Belgio e Stati Uniti). Solo “una disumana carneficina”: è giusto che questo evento oggi sia rammemorato e che, lasciata cadere ogni vuota maschera retorica e nazionalistica, sia chiamato col suo nome. A ricordarci, doverosamente, tutto questo uno spettacolo di narrazione e canti, co-prodotto dal “Biondo” di Palermo e da Promo Music (in collaborazione col Ravenna Teatro Festival) che ha debuttato in prima nazionale venerdì 13 e sarà in scena a Palermo fino a domenica 23 novembre, per iniziare subito dopo la sua lunga tournee. Teatro politico e civile, nella migliore delle accezioni, teatro popolare e, in qualche modo, anche “epico” (ovvero teatro che costringe a pensare) proprio nel senso brechtiano del termine: in scena Moni Ovadia e Lucilla Galeazzi che spendono senza risparmio la loro energia d’interpreti coi giovani del coro del Conservatorio “Bellini” di Palermo e con quattro musicisti che suonano live (Paolo Rocca, Massimo Marcer, Alberto Florian Mihai, Luca Garlaschelli). Uno spettacolo che, al di là della commovente bellezza dei canti (tra tutti, la bellissima canzone “Gorizia”), al di là della potenza della narrazione, fa giustamente parlare i numeri prima di tutto: «tra il 1914 e il 1918 morirono ogni giorno sul campo di battaglia più di 2000 uomini, fino a portare il totale delle vittime a circa 8 milioni e mezzo di caduti, ai quali poi si devono aggiungere i soldati morti in seguito e le vittime civili. Si arriva perciò a scoprire che più del 50% degli uomini impegnati nel conflitto furono fatti prigionieri, feriti o uccisi. Per quanto riguarda il quadro delle perdite per classi di età, il 12% circa del totale degli uomini caduti in combattimento aveva meno di 20 anni, mentre il 60% del totale degli uccisi aveva tra i 20 e i 30 anni. Se si applicano queste stime al totale delle perdite subite dalle potenze centrali e alleate, si ottiene un totale spaventoso di quasi 4 milioni e 750.000 morti di età inferiore ai 20 anni».

Paolo Randazzo

Link da Dramma.it

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Su ‘ddocu

Posted by identitalterit su 23 novembre 2014

Su’ddocu spettacolo perfomance ideato e realizzato da Margerita Ortolani (in scena insieme con Valentina Lupica), è un piccolo, potente, congegno teatrale che ha numeri per coinvolgere e stupire il pubblico. Lo si è visto sabato 15 novembre, col titolo “Su’ddocu!… Omaggio al soffitto n.1.1 (La reprise)”,

nello spazio della galleria d’arte contemporanea “Le nuvole”, nel cuore antico di Palermo. Si tratta di un lavoro difficile da raccontare perché, sin dalle sue prime battute, svela la sua filiazione non tanto da una concezione tradizionalmente drammaturgica e/o letteraria del gesto teatrale, quanto da una ricerca formale vera che lambisce ed attraversa i territori della poesia e della performance e prova a rapportarsi, forse già nel calembour del titolo (che significa “esse/i sono proprio lì”), col contesto vitalissimo della città e del teatro palermitano contemporaneo a partire da una voce che appare realmente autonoma. Non è facile, non è poco e che sia un lavoro in cui l’autrice si metta in gioco profondamente lo dimostra il fatto che si tratta appunto di una “ripresa” dopo un primo allestimento che risale al 2009. Un mettersi in gioco che per altro coinvolge quasi una vera e propria piccola comunità di artisti: tra gli atri, a parte Ortolani e Lupica, Vito Bartucca (per i costumi) Paolo Roberto D’Alia (per le maschere), Manfredi Clemente (per le musiche). Due donne, simili e insieme diverse tra loro (l’autrice suggerisce possano essere madre e figlia, o forse un’unica donna colta in due fasi diverse della propria esistenza), in scena dialogano, si confrontano, si scontrano vivacemente e, però, il loro parlare, il ritmo e la musicalità interna del loro parlare, la loro comunicazione verbale quasi evapora sulla soglia del senso, si disintegra nell’atto stesso del dire, mentre lascia che siano i due corpi, siano le due voci a esprimere tutto quel che è urgente e necessario dire. Urgente: autentico, necessario. È così: quelle voci rivelano l’inquietudine del loro essere implicate in una trama di suoni, echi dialettali, parole, colori e sapori che rimandano all’attuale contesto urbano di una grande città del sud (Palermo certo, ma anche oltre e più di Palermo), ma poi sanno liberarsi e librarsi, sanno raggiungere una propria voce autonoma. Un movimento solo, preciso, che, decostruendo e rifiutando ogni ovvietà, linguistica, strutturale e tematica, pone davanti agli occhi dello spettatore l’evidenza di una drammaturgia tagliente, colta senza esser pedante, autonoma: una drammaturgia del desiderio, dell’ironia e dell’inquietudine il cui senso e la cui profondità stanno prima e dopo le parole che la occupano senza esaurirla.

FOTO DI TAZIO IACOBACCI

Paolo Randazzo

 

Link da Dramma.it

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Pixel (Evolution). Petranura Danza

Posted by identitalterit su 16 novembre 2014

CATANIA –  È sempre interessante, a margine di un lavoro di danza contemporanea, riflettere su quella che è, o sembra essere, la sua struttura concettuale: diciamo struttura concettuale perché appare abbastanza evidente che la libertà con cui i segni della danza vengono elaborati e comunicati rende improponibile una lettura univoca di qualunque coreografia. E però poi ogni lavoro viene proposto con un titolo ed è quindi da questo che, gioco forza, occorre partire per interpretare quanto accade in scena. Nel caso specifico dello spettacolo “Pixel (Evolution)” diPetranura Danza (coreografi Salvo Romania e Laura Odierna, danzatori lo stesso Romania, Valeria Ferrante, Judith Nagel, Roberto Provenzano, Pau Estrem Tintore), visto nello spazio danza di Scenario Pubblico Catania l’8 e il 9 novembre scorsi, il punto di riferimento concettuale sono i pixel, ovvero gli atomi coloristici (realizzati alla fine degli anni sessanta del secolo scorso) che, tramite strutture triadiche, vanno a comporre le immagini digitali dei nostri schermi: un punto di riferimento concettuale che porta con sé, nella costruzione coreografia di Romania e Odierna, tutta una serie di motivi e associazioni che si rincorrono in un’ora abbondante di danza (dal luccichio dei varietà televisivi alle storie d’amore virtuali, dalla comunicazione compulsiva per mezzo dei telefoni cellulari all’infinità delle forme dei rapporti umani) che, peraltro, appare complessivamente molto fisica ed energetica.

Pixel

Ma, come si diceva, in tutto ciò non va cercato un senso e un significato ma piuttosto una struttura concettuale complessa all’interno della quale lo spettatore è invitato a vivere la sua esperienza estetica. E, se questo è vero, allora della struttura di questo spettacolo non possono non far parte integrante anche le musiche elaborate da Romania e suonate in scena da Salvo Amore (chitarre), Michele Conti (lyra) e Alessandro Borgia (percussioni): un tappeto sonoro davvero potente e intrigante seppur diseguale nelle sue tante digressioni. Ci sono dunque tre elementi (almeno tre, soprattutto tre) che s’intersecano dinamicamente: lo spunto tematico della tecnologia dei pixel, come portatori digitali di luce e forma e quindi di un tipo di esperienza umana che si basa sulla virtualità e sulla mancanza di corporeità, la vitale fisicità della danza, con la costruzione di un linguaggio che sempre più sembra svilupparsi sulla consapevolezza liberante che ogni gesto è un micro-racconto e che sembra far sempre più leva sull’ironia e sull’auto-ironia, la corposità pervasiva e profonda, infine, di una musica che sembra nascere piuttosto dalla terra e dalla storia antica e complessa dei luoghi d’origine di questa compagnia, ovvero il sud est della Sicilia.

pixel 2

Il risultato che ne scaturisce oltrepassa la numerologia che pure i due coreografi suggeriscono ed è forse una fotografia (alquanto sfocata però e dai margini aperti) della condizione, infelice o forse felicissima e densa di sviluppi, dell’uomo contemporaneo e occidentale, attratto irreversibilmente dalla virtualità ludico-erotico-compulsiva degli strumenti di comunicazione, imbrigliato ancora in contesti storico-antropologici portatori quasi automatici di visioni tradizionali e di significati politici e tuttavia ancora capace di trovare una sua dimensione di autenticità proprio nella scoperta auto-ironica della felicità e della libertà dei corpi che danzano.

Paolo Randazzo

Link. Rumor(S)cena

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