Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for marzo 2015

Assassina

Posted by identitalterit su 30 marzo 2015

Parliamo di uno spettacolo importante per diversi motivi, parliamo di “Assassina”: il lavoro della Compagnia Scaldati che s’è visto a Noto al Teatro Comunale “Tina Di Lorenzo”, venerdì scorso 20 marzo, nel contesto della rassegna di teatro contemporaneo “Esplora”. In scena con Melino Imparato (che della compagnia, dopo la scomparsa del grande drammaturgo, è un po’ guida e capocomico) Serena Barone, Aurora Falcone, Salvatore Pizzillo, Vito Savalli, la regia è di Umberto Cantone. Prossima occasione per vederlo: il 22 maggio a Villafrati vicino a Palermo. Perché uno spettacolo importante? Perché è uno spettacolo pulito, lineare nella scrittura scenica, capace di rievocare tutti gli odori, i suoni, le parole, i colori, le ombre, i fantasmi e i misteri che promanano dalla scrittura del poeta dei quartieri di Palermo. E non è poco, perché se è ormai pacifico per tutti il giudizio sulla grandezza artistica di Franco Scaldati drammaturgo e teatrante tout court, resta dubbia la possibilità che altri artisti (data la visceralità con cui Scaldati costruiva e interpretava i suoi testi) possano realizzare spettacoli che, autonomamente da lui, possano avere valore d’arte. Certo, in questo caso ci si trova in presenza di artisti che per anni sono stati vicini a Scaldati, hanno lavorato con lui e che del suo teatro conoscono ogni umore, ogni segreto, ma evidentemente la scommessa resta intera e non c’è dubbio che in questo spettacolo sia stata vinta. Due figure, una vecchina e un omino, vivono da anni la loro povera quotidianità nello stesso buio tugurio piantato in un antico quartiere di Palermo senza mai essersi incontrate, senza nemmeno sapere l’una dell’altra. Hanno condiviso tutto (persino gli animali domestici) e tuttavia sono restati totalmente estranei l’uno all’altra. E però l’incontro è ineluttabile e sorprendente: ne scaturisce una situazione surreale, ma tipicamente e magnificamente teatrale, una situazione che consente il dispiegarsi di un confronto serrato che, sovrapponendo e confondendo i piani di realtà e sogno, identità e alterità, giovinezza e vecchiaia, vita e morte, tocca ogni tonalità della comicità e di quel particolarissimo grottesco che è la cifra più tipica di Scaldati. Perché il titolo “Assassina”? ci si chiede ovviamente a fine spettacolo, dato che esso resta sospeso e nulla sembra darne ragione: «forse è la vita ad essere assassina – spiega Melino Imparato –, assassina di sogni, di illusioni e di gioie grandi e piccole, assassina di se stessa».

Paolo Randazzo

Link da dramma.it

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Lampedusa Snow

Posted by identitalterit su 20 marzo 2015

C’è una tensione interna che rende interessante “Lampedusa Snow”, lo spettacolo scritto e diretto dalla palermitana Lina Prosa e intrepretato da Federico Lima Roque (scene, luci e video design di Paolo Calafiore, videomapping di Alessio Bianciardi, voce fuori campo del griot Bakary Sangaré): spettacolo che s’è visto al Teatro Biondo di Palermo (Sala Streheler) dal 26 febbraio all’8 marzo. Si tratta, dopo “Lampedusa Beach” dell’anno scorso, del secondo episodio di quella “Trilogia del naufragio” che, prodotta e realizzata in Francia dalla Comedie Française, è ora (giustamente) realizzata anche a Palermo grazie alla produzione del Teatro Biondo. Una tensione interna che si attiva, da una parte, per la complessità del testo che riflette la straordinaria mole di simboli, contenuti politici e sentimenti che l’attuale enorme fenomeno della migrazione in Occidente dall’Africa e dal Medio-Oriente suscita e porta con sé (l’autrice dichiara esplicitamente che il testo è ispirato da un reale fatto di cronaca) , dall’altra, per l’altrettanto cogente necessità artistica che induce a esprimere tutto ciò con un linguaggio scenico che sia netto, essenziale, pulito, tendenzialmente privo di ogni orpello retorico che comunichi un qualunque tradimento della verità. Una tensione lacerante che, come nello spettacolo precedente, non sempre appare risolta positivamente nella forma semplice dello spettacolo (non convincono soprattutto le parti più esplicitamente politiche, proprio perché il soggetto è già interamente e straordinariamente politico), ma che, nondimeno, innerva questo lavoro conferendogli urgenza e necessità d’arte. Ma andiamo per ordine: Mohamed è un giovane africano, migrante e naufrago che, da Lampedusa dove è sbarcato in seguito a un naufragio, viene trasferito (meglio: viene deportato) in un centro di “accoglienza” a 1800 metri d’altezza. Un ambiente montano, innevato, ostile, che difficilmente può accogliere quel giovane ingegnere elettronico; da qui, ben presto, matura in Mohamed la decisione di fuggire; una fuga, per attuare la quale il giovane decide di agire, di darsi forza, di salire ancora più in alto rispetto al centro di accoglienza, di valicare quella montagna, trascinandosi prima mezzo nudo (solo un paio di pantaloni leggerissimi e una vecchia felpa usata e troppo grande per lui) e poi nudo del tutto nella neve e fino a morire assiderato (l’immagine, tratta dal capolavoro pittorico del Perugino, è quella di un san Sebastiano ucciso dai dardi del gelo). Ma questa estrema fuga verso l’alto è anche l’occasione per riconsiderare da una parte la sua vita, la sua storia, la storia della sua gente, la storia di quell’Annibale, africano come lui ma fortunato conquistatore, la fragilità del suo corpo, le occasioni di felicità mancate, le delusioni, le menzogne e i desideri frustrati, dall’altra per un incontro fantasmatico con un vecchio partigiano che gli insegna (ci insegna ancora), insieme col canto “Bella ciao”, l’arte “montanara della rivoluzione”. Detta così è semplice, ma nella costruzione scenica tutto diventa più complesso ed estremamente interessante: i simboli si susseguono e si affastellano (il freddo di una realtà diversa da ciò che s’era immaginato, il freddo che “incide l’intimità”, le tracce di un capitalismo che non può che tradire i suoi sogni – come aveva tradito quelli di Shauba -, la ricerca della libertà come “ascesa”, il sogno politico di una nuova rivoluzione “partigiana”, la nudità finale che è segno di un’umanità che, pur nella più disarmata fragilità creaturale, deve prescindere da tutto ciò che le è esterno); la costruzione del personaggio parte dal suo vissuto culturale (la presenza sonora della narrazione epica tradizionale di un griot africano, il continuo risalire alla coscienza dell’identità islamica); infine il continuo entrare e uscire dall’ espressione diretta e in prima persona, per entrare nell’ambito della narrazione in terza persona o della mimesi del dialogo (“Il vecchio dice…, Saif dice…, io dico…) che è una scelta politica prima che estetica e mette il pubblico (proprio noi, assuefatti come siamo all’orrore quotidiano delle migliaia di morti in mare) nella scomoda situazione di dover intervenire, rispondere con verità a Mohamed, prendere posizione rispetto a quanto di terribile sta accadendo, e non solo sulla scena.

Paolo Randazzo

link da Dramma.it

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alle radici della danza contemporanea

Posted by identitalterit su 6 marzo 2015

Ci sono dei saggi che risultano pregevoli non solo per l’intrinseco valore delle tesi esposte o delle argomentazioni apportate a un dibattito scientifico e/o disciplinare, ma per la capacità di catturare l’attenzione del lettore con una scrittura che, pur essendo consapevolmente complessa, non rinuncia mai ad essere perspicace. È il caso di “Follia e disciplina” il saggio dello studioso palermitano Roberto Giambrone, recentemente pubblicato per i tipi di Mimesis edizioni. L’argomento del saggio appare espresso da subito e con chiarezza: si tratta del percorso di trasformazione e di trasferimento del fenomeno dell’isteria femminile, studiato per la prima volta e “messo in scena” dal famoso neurologo Jean-Martin Charcot nell’ ospedale della Salpètriere di Parigi nella seconda metà dell’ottocento, in unapathosformel, un archetipo, che sta alla base di molte (se non proprio di tutte) tra le più importanti espressioni della danza e del teatrodanza occidentali novecenteschi; una vera e propria «epidemia».

Per volgere tuttavia questa ipotesi di ricerca in una tesi che potesse avere reale solidità scientifica, occorreva non soltanto mettere in fila tutti quegli episodi della storia della danza e del teatro che con questo archetipo formale potessero avere attinenza (da Isadora Duncan in poi), ma esser in grado di fare un lavoro di vera e propria archeologia culturale, cosa che è davvero raro trovare in saggi del genere.Follia e disciplina 001 Giambrone, studioso e critico militante di teatro e danza, riesce felicemente in questo intento, mettendo a frutto non solo le sollecitazioni che gli provengono da una vastissima biblioteca (da Ippocrate a Paracelso, dalle ninfe di Aby Warburg alle baccanti di Erik Dodds, dai classici della psicologia moderna e della teoria della danza e del teatro al pensiero filosofico Giorgio Agamben, da Heinrich von Kleist a Foucault, solo per fare qualche esempio), ma anche riflessioni che possono sorgere, sedimentarsi e diventare euristicamente feconde soltanto nel contesto di una intensa attività di osservatore e di critico militante.

Riflessioni che convergono nella focalizzazione di quella dura e lacerante dialettica tra follia (il mistero doloroso dell’isteria) e formalizzazione disciplinante di essa che è restata viva e che sembra stare al cuore del pensiero teatrale di Artaud, del rivoluzionario linguaggio artistico di Pina Bausch, delle grandi esperienze di Jan Fabre e di Alain Platel e, scendendo per li rami, di molte altre esperienze coreografiche e teatrali, italiane e internazionali che Giambrone è in grado di citare nel loro esatto peso specifico artistico.

Bellissima, per concludere, la metafora del funambolo che l’autore, traendola da Artaud, usa per illustrare con esattezza il rilievo e il senso profondo di questa dialettica: «Il funambolo, in effetti, è un particolare tipo di performer che non simula vestendo i panni di un personaggio o interpretando pensieri, parole e gesti altri. Egli se ne sta sospeso su un filo, appeso tra la vita e la morte, non potendo far altro che sintonizzarsi in quel preciso punto di equilibrio al di qua o al di là del quale cascherebbe irrimediabilmente nel vuoto. Il funambolo appare, dunque, come il performer perfetto, l’unico che non è costretto a mentire, riuscendo a trovare nel proprio equilibrio quella verità così affannosamente ricercata dai teorici e dai maestri della scena novecentesca».

Paolo Randazzo

Roberto Giambrone, Follia e disciplina, Mimesis Edizioni, 2014, Milano – Udine.

 

Link da Rumor(s)cena.

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