Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for giugno 2015

La magia nel mondo classico

Posted by identitalterit su 10 giugno 2015

Giulio Guidorizzi “La trama segreta del mondo, la magia nell’antichità”, Il Mulino, pp. 242, euro 16,00.

Quanto è importante e vivo l’approccio antropologico per la nostra conoscenza del mondo antico? Quanta conoscenza, quanta ulteriore intelligenza della civiltà classica esso riesce ancora a fornirci dopo decenni di ricerca? Facile rispondere positivamente a queste questioni dopo aver letto un saggio di Giulio Guidorizzi, il maggior esponente italiano, insieme con Maurizio Bettini, di questo genere di studi. Scriviamo in questo caso del libro di Guidorizzi “La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità”, pubblicato recentemente per i tipi de il Mulino. Nello specifico si tratta di un insieme omogeneo di interventi che affrontano il tema della magia nel mondo classico, riscontrandone la complessiva rilevanza strutturale per la comprensione delle origini della civiltà occidentale e dimostrando la potente vitalità del pensiero magico che è sottesa a molte espressioni mitologiche e poi letterarie, artistiche e più latamente intellettuali (la cultura materiale, la cultura religiosa, la cultura giuridica, la filosofia, la medicina).trama segreta copertina Il percorso che lo studioso propone si dipana dai due capitoli iniziali, in cui vengono affrontate alcune questioni teoriche e metodologiche generali (il pensiero magico e i principi della magia antica), sintetizzando il tutto nella definizione secondo la quale: «Ogni azione magica ha alla sua base un’idea: che tutto, microcosmo  macrocosmo, visibile e invisibile, sia connesso fittamente come un grande tessuto. Per il pensiero magico l’universo e le forze che lo governano formano un solo organismo che avvolge l’uomo in un cerchio di energie occulte, sulle quali possono intervenire alcuni iniziati, maghi o fattucchiere o sciamani, in possesso di conoscenze e poteri speciali. Chi è capace di agire su una cellula di questo organismo, può influenzarne un’altra, remota, come chi getta una pietra in un lago vede le onde allontanarsi circolarmente dal punto di caduta e raggiungere punti lontani. Pochi hanno questa facoltà; la parola fondamentale della magia è dynamis, “potere” – e in particolare “potere occulto” che ne è la premessa e la conseguenza. La magia funge da moltiplicatore di poteri; incrementa forze, crea nessi con l’invisibile, genera situazioni che alla normale attività umana sono precluse. Lo spirito magico è in grado di avvicinare ciò che è distante, rendere affine ciò che è estraneo e conciliare ciò che in apparenza diverge. Per credere a questo principio fondamentale bisogna però attivare una forma di mentalità che non si fonda su una logica conseguenziale; […] se uno scienziato pensa in termini di causa ed effetto, un mago pensa in termini di simpatie e corrispondenze». Si tratta di una base interpretativa solida e di grande efficacia euristica che permette allo studioso di attraversare e analizzare una vasta congerie di storie, leggende, figure più o meno mitologiche, rituali religiosi che davvero, in questa prospettiva, sembrano ricevere una luce nuova e interessante: dai Telchini, dai Cureti cretesi, dai Coribanti alla magia dei legami di Ermes (e di Afrodite, di Ares, delle Erinni), dalle magie amorose alle presenze magiche in Omero, dall’azione di sciamani e purificatori (personalità come Pitagora, Abari Iperboreo, Aristea di Proconneso, Epimenide di Creta, Zoroastro, Empedocle di Agrigento, Empedotimo di Siracusa) a figure di rilievo mitico assoluto come Circe e Medea, per finire con le varie tipologie di necromanzia. guidorizzi15Un vivido brulicare di presenze, attività e attitudini magiche che sicuramente getta una luce nuova (o, se non proprio nuova, certo notevole per organicità) sulla percezione del mondo classico: non solo dal punto di vista della tradizionale dicotomia tra razionalismo e irrazionalismo ma, ancor di più, relativamente alla comprensione profonda del rapporto di identità e alterità attraverso cui l’occidente contemporaneo, abbandonata o caduta ogni forma di neoclassicismo ideologico, è chiamato sempre più a confrontarsi con l’antichità classica. Basti pensare, ad esempio, ad un aspetto di questa cultura la cui ulteriore problematicità e complessità emerge in modo chiarissimo dalla lettura delle pagine di questo saggio, ovvero al rapporto tra religione e magia: quanto è realmente distinguibile dal pensiero magico l’esperienza religiosa degli antichi? È possibile individuare una chiara e definitiva linea di demarcazione tra questi ambiti e dove può essere situata? È davvero necessario, per comprendere il rapporto tra magia e religione nel mondo classico, tenere distante qualsiasi possibilità di accostamento con la religiosità e con la spiritualità cristiane dei secoli a venire? Si tratta di interrogativi che emergono con nettezza dalla lettura di questo saggio e che, al di là dell’interesse che esso può suscitare, lo rendono assai fecondo dal punto di vista scientifico.

Paolo RANDAZZO

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La Sicilia greca di La Cecla

Posted by identitalterit su 10 giugno 2015

Franco La Cecla “Andare per la Sicilia dei greci”, Il Mulino, pp. 153, euro 12,00.

La Sicilia greca, le sue poleis, i siti e i musei che ne ospitano le spoglie, la storia di questa vicenda plurisecolare e le storie di questi straordinari coloni, le idee che hanno attraversato queste città sin dalla fondazione e che, in qualche modo, in Occidente continuano ad essere attive e presenti: non è certo una semplice guida alla Sicilia greca “Andare per la Sicilia dei greci”, il bel saggio di Franco La Cecla, pubblicato di recente per i tipi de Il Mulino, ma un vero e proprio diario di viaggio. Un diario che attraversa il senso di una straordinaria presenza culturale e prova a raccontarlo con un linguaggio e delle immagini che, consapevolmente, si tengono a continua, e felicemente rischiosa, distanza da ogni logoro classicismo. Chi sono i Greci che sono arrivati in Sicilia? «Sono degli agricoltori, dei possidenti di terre che costruiscono città. Il loro essere agiati farmers – spiega da subito l’autore – consente loro di essere liberi per esercitarsi nell’unica attività che considerano degna di un uomo, l’essere cittadini militanti di una polis, fare della partecipazione alla vita politica della propria città la loro principale occupazione.».

la cecla sicilia greci 001La Cecla si muove e pensa da antropologo: si fa accompagnare da Bruce Chatwin («…solo se li pensi vivi li vedi vivi»); prova ad ascoltare la voce dei greci sicelioti mentre visita siti, musei, templi, teatri, grotte, fiumi, colline, segmenti di costa, pascoli erbosi e verdeggianti, campi assolati (da Kamarina e Gela ad Agrigento, Selinunte, Segesta, Motya, da Palermo a Himera, Tindari, Lipari per virare ancora fino a Naxos e finalmente a Siracusa); compara questa straordinaria esperienza culturale con quel poco che sappiamo delle altre popolazioni antiche che incontrarono i greci di Sicilia (Elimi, Sicani, Fenici) e ne furono sicuramente conquistate, con il lascito delle culture che hanno segnato l’isola nelle epoche successive, la compara infine col vissuto di noi siciliani di oggi: «…non spaventatevi della disorganizzazione. Molti siti sembrano quasi abbandonati, altri offesi dall’incuria. Oggi la Sicilia è abitata da popolazioni ostili ai Greci». L’effetto complessivo è interessante, gradevole, affascinante persino, mentre notevolissime sono le pagine che riguardano la fenicia, ma profondamente grecizzata, Motya (a parte l’estasi che può procurare la visione del “Satiro danzante”, la meraviglia di scoprire, percorrendone l’interno, la dimensione labirintica del suo impianto urbanistico), quelle che riguardano Lipari (col mistero delle sue maschere teatrali, probabilmente legate al culto di Dioniso), quelle, infine, che raccontano l’incontro Siracusa (con la ricchezza della sua storia antica, ancora visibile e percepibile nella luce del suo grande teatro greco o nel duomo che ingloba il tempio di Atena).lacecla14

Ma non si tratta soltanto di geografia, di topografia sentimentale, di archeologia pur visitata con intelligenza e sensibilità: la riflessione che La Cecla propone parte dall’idea che la Sicilia è stata per i greci il luogo ideale e naturalmente generoso dove poter impiantare e sperimentare al meglio il loro stile di vita («…non colonie, ma città da cui irradiare maniere di pensare e di stare insieme, e di espandere il proprio imperialismo e i propri commerci,, le proprie monete e i propri filosofi, vasai, scultori, pittori e cuochi»). In questa prospettiva s’è mosso e ha auscultato storie, tracce e monumenti, per concludere però, quasi ribaltando tale prospettiva, che «sono quei greci oggi a domandarci come mai abbiamo dimenticato che si può vivere bene, meglio, che si può costruire una convivenza umana basata su una raffinatezza e una profondità della coscienza del limite. Ci chiedono perché abbiamo perso il senso della misura, perché per noi la bellezza è solo retorica, cosa ci è successo perché perdessimo la sensibilità ai luoghi, al paesaggio, alle acque e alla luce. […] Quei greci – insomma – sono più stranieri al nostro presente di civiltà a noi molto più esotiche, aliene. […] Noi ci crediamo nipoti loro, ma molto probabilmente loro ci ripudierebbero». Ancora un viaggio insomma, un affascinante attraversamento delle dimensioni di identità e di alterità che connotano il nostro rapporto con la cultura classica.

Paolo RANDAZZO

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La guerra civile nel rapporto tra oikos e polis

Posted by identitalterit su 10 giugno 2015

“Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer II.2”, Ed. Bollati Boringhieri, Torino 2015, pp. 84, euro 14,00.

Che “Homo sacer”, nelle varie articolazioni che più o meno annualmente Giorgio Agamben realizza per diversi editori (Einaudi, Bollati Boringhieri, Neri Pozza, altri), sia una delle più importanti e imponenti costruzioni filosofiche della contemporaneità occidentale, è opinione diffusa anche tra quanti non amano particolarmente questa modalità di filosofare o non la condividono né nei presupposti né negli esiti. Al di là della pura teoresi, infatti, il lavoro di questo filosofo appare interessantissimo anche per chi voglia approfondire alcuni nodi della cultura umanistica la cui vitalità appare disgregarsi e spegnersi giorno dopo giorno se non addirittura piegarsi a usi nuovi e ideologicamente distorti. Da questo punto di vista, se appare abbastanza semplice, e fecondo concettualmente, affrontare il tema del rapporto tra contemporaneità e mondo classico lungo l’asse dell’alterità culturale, non altrettanto semplice appare declinarlo sul versante, opposto e complementare, dell’identità: a parte la superficialità dei luoghi comuni o l’insofferenza verso il rigore metodologico che lo studio del mondo antico presuppone, ci sono sicuramente dei nodi assai complessi da affrontare come l’osmosi tra cultura filosofica antica e cristianesimo (cultura filosofica e filosofia politica cristiane), la nascita e le caratteristiche culturali della modernità e l’operatività in essa di temi che datano all’antichità classica e/o al medioevo e, ancora, la complessità culturale dei fenomeni legati alla globalizzazione che non è riducibile ai soli temi dell’evoluzione tecnologica. stasis copertina

Ecco che appare evidente l’interesse di “Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer II.2” (Bollati Boringhieri, Torino 2015, pp. 84, euro 14,00), un libretto composto da appena due capitoli (desunti da due conferenze tenute a Princeton nel 2021) che affrontano il tema della guerra civile esaminandola da diverse prospettive: nel primo capitolo esaminando il concetto di stasis nel contesto della polis greca arcaica e classica, nel secondo con una lettura del Leviathan di Thomas Hobbes (1651) del quale, lungi dal ripercorrere la tipica lettura che lo vede all’inizio della moderna teoria dello stato, viene messa in luce la dimensione teologica e, più propriamente, escatologica.  Il primo capitolo, in particolare, è un commento e una rivisitazione di una tesi di Nicole Loreaux esposta in un saggio del 1986 (La guerre dans la famille, curiosamente non compreso nel celebre volume del 1997, La cité divisée): secondo questa tesi la stasis, ovvero la guerra civile ha il proprio luogo specifico non nella famiglia e nemmeno nella polis, ma nella relazione dinamica tra queste due istituzioni. Una tesi che Agamben sostanzialmente accetta, ridefinisce («La stasis […] non ha luogo né nell’oikos né nella polis, né nella famiglia né nella città: essa costituisce una zona di indifferenza tra lo spazio impolitico della famiglia e quello politico della città. Trasgredendo questa soglia, l’oikos si politicizza e, inversamente, la polis si ‘economizza’, cioè si riduce a oikos. Ciò significa che, nel sistema della politica greca, la guerra civile funziona come una soglia di politicizzazione o di depoliticizzazione, attraverso la quale la casa si eccede in città e la città si depoliticizza in famiglia») e poi dispiega nel tentativo di leggere altri fenomeni ivi connessi (la punizione con atimia, ovvero perdita dei diritti politici, per chi durante una guerra civile non si fosse schierato per nessuna delle due parti, la necessità dell’amnistia dopo la guerra civile). Dallo sviluppo di questo concetto deriva infine la lettura del fenomeno dell’ attuale “terrorismo mondiale” come “guerra civile mondiale” che appare connaturata al globalizzarsi dello spazio politico su scala mondiale; ovvero, con le parole dello stesso filosofo: «Proprio quando la polis si presenta nella figura rassicurante di un oikos – la “casa Europa”, o il mondo come assoluto spazio della gestione economica globale – allora la stasis, che non può più situarsi nella soglia fra oikos e polis, diventa il paradigma di ogni conflitto ed entra nella figura del terrore». Al di là del merito di questa tesi, è qui opportuno inoltre Giorgio_Agambenaggiungere una riflessione sul tipo di approccio con cui Agamben legge il mondo classico: si tratta infatti di andare molto oltre la filologia (anche quella più culturalmente e storicamente avvertita) e di portare alla luce la vitalità attuale di nodi concettuali che si ripresentano alla cultura occidentale nel pieno della loro intrinseca tragicità. In questa direzione non è incongruo pensare che tale metodologia (certo assai sofisticata e non sempre da tutti praticabile) può essere utilissima anche nell’ambito del teatro militante (e quindi vivo e consapevole della sua portata politica) quando si tenta un approccio, che sia sostanzialmente corretto e non solo formalmente, alla messinscena della drammaturgia antica: una drammaturgia che ha nella stasis, ed appunto nel rapporto tra oikos e polis (Supplici di Eschilo è una tragedia quasi paradigmatica in questo senso), uno dei suoi luoghi di nascita e uno dei suoi versanti di elaborazione certo più impervi, ma anche più densi e fecondi di senso attuale.

Paolo RANDAZZO

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Danzare la Nona di Beethoven

Posted by identitalterit su 10 giugno 2015

CATANIA – È stato un mese importante, questo maggio, per Roberto Zappalà, un mese importante per la sua Compagnia e per tutto quel mondo di artisti, appassionati, cultori e cittadini che (ormai da ogni parte della Sicilia) riempiono settimanalmente Scenario Pubblico: si festeggiano non solo i venticinque anni di attività della compagnia di danza contemporanea nata nel 1990 a Catania per volontà caparbia di questo artista, ma anche il riconoscimento ministeriale di Scenario Pubblico (teatro di residenza della compagnia) quale “Centro nazionale di produzione per la danza”. Per capire la portata di questo riconoscimento basti notare che esso è stato attribuito in tutta Italia solo ad altre due realtà analoghe (l’“Aterballetto” di Reggio Emilia e i fiorentini “Cantieri della Goldonetta” della compagniaVirgilio Sieni). Qualcosa di cui i siciliani hanno imparato ad essere orgogliosi.CZD_Nona_stampa_phSerenaNicoletti1Un mese importante, dunque, che ha avuto il suo culmine, dal 20 al 27 maggio, sul palcoscenico del TeatroMassimo Bellini, col debutto in prima assoluta del nuovo spettacolo “La Nona. Dal caos, il corpo”, terza tappa del progetto di ricerca e riflessione “Transiti Humanitatis e ispirata alla celeberrima e ultima sinfonia di Beethoven (quella dell’“Inno alla gioia” per intenderci), accostata però nella trascrizione per due pianoforti di Liszt e suonata splendidamente in scena da Luca Ballerini e Stefania Cafaro, mentre a cantare il testo di Schiller associato alla Sinfonia si esibiva il controtenore Riccardo Angelo Strano. Uno spettacolo che ha visto in scena la compagnia per intero e nel suo nuovo assettoLa regia, scene luci e costumi, sono dello stesso coreografo mentre, come sempre, appare importante il contributo drammaturgico di Nello CalabròCZD_Nona_stampa_phSerenaNicoletti3Un lavoro di grande respiro insomma, nel quale il coreografo catanese conferma la sua, ormai consolidata, concezione della danza come percorso di riflessione e di saggezza umana Il percorso si dispiega in due tempi: prima il conflitto e il dolore, il male della violenza (la danza tende a essere uniforme e i costumi dei danzatori, che sono tutti realizzati in varie tonalità di arancione, alludono alla violenza subita dai prigionieri di Guantanamo come dalle vittime dell’Isis), la negazione dell’umanità, della diversità e, in definitiva, il caos (non appare inutile qui notare l’apparente, ma feconda, contraddizione per cui proprio l’uniformità forzata – ideologica, spirituale, culturale – è il caos).  La gioia liberata e liberatoria della danza e dell’espressione di quanto di buono l’uomo può e sa essere (ritorna la diversità dei colori, la danza assume una dimensione più aperta, mentre la musica va aprendosi a sua volta nell’“Inno alla gioia”).

La riflessione si focalizza insomma su quella straordinaria e dolorosa contraddizione per cui proprio le religioni (tutte le religioni come sembra indicare la scenografia realizzata con l’immagine di una specie di vecchia soffitta o di un polveroso magazzino in cui giacciono, disordinatamente, i cascami simbolici di tutte le religioni), contraendosi in quei fanatismi e integralismi, di cui oggi abbiamo terribile e quotidiana notizia ed esperienza, e impedendo agli uomini di vivere un rapporto pacifico col loro essere anzitutto corpo, natura e diversità, si fanno potere e negano di fatto, ma paradossalmente certo rispetto alla loro originaria scintilla spirituale, ogni libertà, ogni autentica spiritualità, ogni gioia di vivere e amare e si trasformano in cause di odio, guerra, distruzione.

Sul piano formale forse si nota un po’ la sofferenza del coreografo per la grandezza della scena del Bellini in cui appare davvero arduo focalizzare e rendere percepibile l’intensità semantica di ogni singolo gesto, mentre non appare congruo rispetto alla potente poesia dell’intera costruzione l’uso delle maschere per connotare (anche se certo ironicamente) il versante politico di ciò che viene indicato come caos.

Crediti fotografici: Serena Nicoletti

Paolo Randazzo

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Quei drammi antichi che arrivano dal mare

Posted by identitalterit su 10 giugno 2015

SIRACUSA – Talvolta al teatro sarebbe bello lasciarsi rapire dalle emozioni, dalle sensualità della musica, dei colori, della danza, dei racconti e delle parole, attingere con serena tranquillità a quella norma di saggezza antica per cui davanti ad un’opera d’arte è saggio solo chi si lascia ingannare. Eppure, sin dalle sue origini il teatro obbedisce anche ad un’altra legge: la legge secondo la quale esso o è totalmente contemporaneo o, semplicemente, non è. Una legge, già in vigore ai tempi di Eschilo si badi bene e che perdura rigorosamente intatta ancora oggi, persino laddove si voglia costruire uno spettacolo a partire da un testo della drammaturgia classica. E che cosa significa che un lavoro è nostro contemporaneo? Difficile dire compiutamente, ma una prima risposta è sicura: uno spettacolo è nostro contemporaneo se non sfugge, già nel suo consapevole farsi forma, alla fatica del pensiero, al rasoio tagliente del pensiero critico. Raccontiamo del cinquantunesimo ciclo delle “Rappresentazioni classiche” dell’“Istituto nazionale del dramma antico”, in scena al Teatro Greco di Siracusa da venerdì 15 maggio e fino al 28 giugno.coro supplici_ballarino

Ponendoci in questa prospettiva c’è da dire subito che “Le Supplici”, realizzate da Moni Ovadia, con l’apporto decisivo di Mario Incudine, su testo di Eschilo (traduzione dal greco antico di Guido Paduano, adattamento scenico e versione in siciliano di Incudine e Pippo Kaballà) è uno spettacolo che non convince: se infatti le idee guida su cui i due artisti hanno lavorato, giustamente traendole dal testo antico, possono essere (e per quanto ci riguarda sono) totalmente condivisibili, ovvero il dovere politico, civile, umano, di accogliere nelle nostre terre e difendere i profughi e quanti cercano protezione e, al contempo, il dovere dell’autorità politica di verificare continuamente la propria legittimità democratica, non altrettanto motivate ci sembrano molte altre scelte che caratterizzano fortemente la resa scenica di questo lavoro.

Le Danaidi, quando si presentano in scena (Donatella Finocchiaro è la prima corifea, Angelo Tosto è Danao), dapprima alludono in modo abbastanza scoperto alle ragazze nigeriane rapite dalla violenza jihadista di Boko Aram, poi, pur mantenendo costumi, maschere e colori di foggia tribale, si trasformano nelle tante donne che sbarcano quotidianamente da noi, stremate, impaurite, destinate ad essere sfruttate, quindi sono accolte – ecco lo scarto politico della tragedia – da un’autorità regale (Pelasgo, impersonato dallo stesso Ovadia) che, certo, si consulta con l’assemblea popolare ed è consapevole del rischio di guerra a cui sottopone il proprio popolo, ma poi è così entusiasticamente assertiva che di quella doverosa consultazione popolare, tanto drammatica quanto necessaria in Eschilo, quasi ci si dimentica.Moni Ovadia_carneraIl tutto è introdotto e, nel dispiegarsi dello spettacolo, è commentato da un narratore (ancora Mario Incudine) che fa ilcunto siciliano, ed è proposto in scena quasi sempre in dialetto siciliano e poi in greco moderno, con una prevalenza del canto sulla recitazione che poco lascia al ragionamento e molto concede alla fascinazione dei sensi. Ma perché usare il dialetto? Per un omaggio allo spirito di ospitalità che i siciliani stanno dimostrando (ammesso che davvero così stiano le cose) nell’accogliere i profughi provenienti dall’Africa o dal Medio-oriente in guerra? O per l’idea di riproporre la poetica pasoliniana del dialetto come lingua non contaminata e di autentica umanità? È davvero ancora questo oggi il dialetto per noi? Conserva il suo legame con la vita? Possiede ancora questa potenzialità espressiva? Lo stesso vien da chiedersi per quel che concerne l’uso del greco moderno: perché questa scelta? Forse per alludere all’umiliante situazione in cui versa l’antica patria della nostra civiltà? Ed è poi proprio vero che la potenza politica di un dramma del genere non sia intaccata dalla poca comprensibilità del testo?

Nello spettacolo non mancano le risposte a queste domande, ma si tratta di risposte sostanzialmente facili, pacificate, che non aderiscono alla profondità (anche religiosa) del testo eschileo né danno ragione della tormentata difficoltà con cui i valori di ospitalità e accoglienza vivono nella realtà a noi contemporanea. E infine le musiche: melodie e sonorità (ben eseguite dal vivo) che oscillano tra il folklore, davvero troppo logoro, della “Baronessa di Carini” e un sound africaneggiante alquanto generico: sono in grado di offrire un contesto emotivo credibile allo svolgersi di un dramma del genere? Non mancano poi le inflessioni da cantore yiddish di Ovadia né passa inosservato il passo dell’oca (di chiara matrice nazista) dei soldati egiziani che vengono a riprendersi con la forza fino in Grecia le ragazze che erano state loro sottratte. Ecco, nel complesso questo spettacolo, pur sorprendente e importante per colori ed energia, appare una grande occasione sprecata, forse per eccessiva generosità politica, forse per mancanza di lucidità nel selezionare dal testo antico quanto bastava alla messinscena contemporanea.

Più solida appare l’“Ifigenia in Aulide” euripidea diretta da Federico Tiezzi (inutile ricordare qui la centralità di questo regista, insieme con Sandro Lombardi, nella vicenda della ricerca teatrale italiana). In scena Sebastiano Lo Monaco (un Agamennnone disciplinato, autorevole senza perdere di umanità e mai sopra le righe), Gianni Salvo(un duttile vecchio servitore), Francesca Ciocchetti e Deborah Zuin (corifee dalla solida presenza scenica),Francesco Colella (un Menelao antiretorico) Elena Ghiaurov (una Clitennestra elegante e misurata), Lucia Lavia(Ifigenia brava e capace di eseguire tutte le sfumature patetiche del testo e di superare in modo convincente la difficoltà che le brusche oscillazioni del personaggio euripideo implica) Raffaele Esposito (Achille), Turi Moricca(araldo), Giorgio Rizzo (musicista); impossibile citare uno per uno, per il loro gran numero, tutti gli artisti dei due cori maschile e femminile. Un allestimento di cui colpiscono soprattutto la nettezza del disegno registico, la sicurezza con cui vengono diretti gli attori e la sensibilità nella comprensione interna del testo, la pulizia e la discrezione quasi della presenza delle musiche (di Francesca Della Monica e di Ernani Maletta, con la consulenza di Sandro Lombardi).Lucia Lavia (Ifigenia)Il nodo tragico di questo dramma è racchiuso nella riflessione sulla disumanità feroce dell’ideologia e di ogni potere che da essa discende, e questo nodo Tiezzi sa rappresentarlo in tutta la sua vitalità e con geometrica esattezza. Detto questo per non si va comunque molto oltre e, se appare interessante l’elegante allusività con cui, specialmente nel coro e nel commento musicale si spinge, giustamente, il pubblico a riflettere sul tema della ferocia bellica che può sporcare qualsiasi purezza, proiettando questa riflessione su quanto sta avvenendo ad esempio nel contesto del conflitto russo-ucraino, non altrettanto convincenti appaiono però da una parte la scelta ancora “grecizzante” (anche il neoclassicismo però è una ideologia) dei costumi dei personaggi maggiori, dall’altra quella colorazione arancione dei pepli delle ragazze del coro e della stessa Ifigenia nel momento del sacrificio, che rimanda ai “sari” delle tante donne indiane vittime della violenza maschile, quindi, tanto tristemente quanto immediatamente, ai prigionieri di Guantanamo, e infine certamente alle vittime della follia omicida dei tagliagole dell’Isis. A sacrificare Ifigenia (sgozzandola) appare infatti il fantasma di un nerovestito terrorista Isis che esegue l’azione violenta (sacrificio, condanna, comunque menzogna) con un corto circuito di senso che lascia molto perplessi per la sua troppo esplicita, e quindi impoverita, referenzialità.

Di ben altro spessore è l’allestimento della “Medea” di Seneca diretto e adattato (su traduzione di Giusto Picone) daPaolo Magelli: questa volta la linea registica appare stagliarsi con chiarezza sin dalle prime battute e, giustamente, ogni elemento dello spettacolo a questa linea viene sottomesso. Il testo senecano è globalmente considerato e restituito alla luce dell’espressionismo tedesco primonovecentesco (non solo i costumi del coro si situano infatti in questa dimensione culturale, ma anche quelli dei protagonisti, mentre d’altro canto la scena appare una sabbiosa landa desolata che rispecchia la dimensione emotiva del dramma: in entrambi i casi si tratta di creazioni di Ezio Toffolutti) e della lettura che Wilhelm Reich, allievo di Freud, ne ha offerto analizzando il dispiegarsi della “Follia dell’amore”. Ovviamente appaiono vivissimi (persino in diversi intarsi del testo) il ricordo di Euripide e il magistero diHeiner Müller e si resta felicemente stupiti di come uno spettacolo così concettualmente complesso, politico e colto riesca a catturare l’attenzione del numerosissimo pubblico del Temenite che ne appare stregato.

valentina banci_filippo dini
Merito di una regia coraggiosa e senza compromessi certo, ma anche di un ensemble d’attori che ha saputo dare voce e corpo a questa lettura: Valentina Banci (una Medea febbrile e potente nel modulare il cozzare di un passato felice e luminoso nella Colchide oltremarina con un presente desertificato e devastato dal tradimento, nonché il suo lento scivolare nella follia), Filippo Dini (un Giasone forse eccessivamente contratto e di ascendenza troppo scopertamente letteraria), Daniele Griggio (Creonte), Francesca Benedetti (Nutrice) e ancora tutto il coro (Elisabetta Arosio, Simonetta Cartia, Giulia Diomede, Lucia Fossi, Clara Galante, Ilaria Genatiempo, Carmelinda Gentile, Viola Graziosi, Doriana La Fauci, Enzo Curcurù, Lorenzo Falletti, Diego Florio, Sergio Mancinelli, Francesco Mirabella) che fa un gran lavoro teatrale in armonia con la tessitura musicale, realizzata daArturo Annecchino: ispirata, insolita, sorprendentemente ampia nelle sue colorazioni (elettronica, jazz, tango, techno dub), seppur talvolta troppo ingombrante nella sua presenza da colonna sonora.foto 3

Paolo Randazzo

link da RUMOR(S)CENA

“Le Supplici” di Eschilo

Traduzione Guido Paduano. Adattamento scenico in siciliano e greco moderno di Moni Ovadia, Mario Incudine, Pippo Kaballà. Regia di Moni Ovadia. Regista collaboratore Mario Incudine. Scene di Gianni Carluccio. Costumi di Elisa Savi. Musiche di Mario Incudine. Movimenti coreografici di Dario La Ferla. Progetto luci di Elvio Amaniera.

Personaggi e interpreti (in ordine di apparizione): Cantastorie, Mario Incudine; Danao, Angelo Tosto; Prima Corifea, Donatella Finocchiaro; Corifee, Rita Abela, Sara Aprile, Giada Lorusso, Elena Polic Greco, Alessandra Salamida; Pelasgo, Moni Ovadia; Araldo degli Egizi Marco Guerzoni; Voce egizia, Faisal Taher; Musicisti, Antonio Vasta, Antonio Putzu, Manfredi Tumminello, Giorgio Rizzo. Coro delle Danaidi e uomini del popolo a cura dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico, sezione scuola di teatro “Giusto Monaco.

Crediti fotografici: Gianni Luigi Carnera, Maria Pia Ballarino.

“Ifigenia in Aulide” di Euripide

Traduzione di Giulio Guidorizzi. Regia di Federico Tiezzi. Scene di Pier Paolo Bisleri. Costumi di Giovanna Buzzi. Musiche di Francesca Della Monica e Ernani Maletta. Consulenza musicale di Sandro Lombardi. Progetto luci di Gianni Pollini. Progetto audio di Vincenzo Quadarella.

Personaggi e interpreti (in ordine di apparizione): Agamennone, Sebastiano Lo Monaco; Vecchio, Gianni Salvo; Corifee, Francesca Ciocchetti e Deborah Zuin; Menelao, Francesco Colella; Clitemnestra, Elena Ghiaurov; Ifigenia, Lucia Lavia; Achille, Raffaele Esposito; Araldo, Turi Moricca; Musicista, Giorgio Rizzo. Cori di donne e di uomini a cura dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico, sezione scuola di teatro “Giusto Monaco”.

Crediti fotografici: Franca Centaro

“Medea” di Seneca

Traduzione di Giusto Picone. Adattamento teatrale e regia di Paolo Magelli. Scene e costumi di Ezio Toffolutti. Musiche di Arturo Annecchino. Progetto audio di Vincenzo Quadarella. Progetto luci di Elvio Amaniera.

Personaggi e interpreti in ordine di apparizione:  Medea, Valentina Banci; Giàsone, Filippo Dini; Creonte, Daniele Griggio; Nutrice, Francesca Benedetti; Messaggero, Diego Florio; Corifee, Elisabetta Arosio, Simonetta Cartia, Giulia Diomede, Lucia Fossi, Clara Galante, Ilaria Genatiempo, Carmelinda Gentile, Viola Graziosi, Doriana La Fauci. Corifei: Enzo Curcurù, Lorenzo Falletti, Diego Florio, Sergio Mancinelli, Francesco Mirabella. Bambini Francesco Bertrand, Gabriele Briante

Crediti fotografici: Maurizio Zivillica.

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