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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for novembre 2015

Baccanti testo greco 215 – 287, da stampare.

Posted by identitalterit su 17 novembre 2015

Questi i versi di Baccanti della prossima lezione. Potete stamparli.

Baccanti testo greco 215 287

 

Baccanti11

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Aspetti della vita quotidiana nella Roma repubblicana. 2

Posted by identitalterit su 4 novembre 2015

IV LICEO CLASSICO, A.S. 2015 / 2016. RELAZIONI TRATTE DALLA LETTURA DI F. DUPONT “LA VITA QUOTIDIANA NELLA ROMA REPUBBLICANA”. LATERZA. 

Marta Ferlisi – Vivere la città

Al tempo degli antichi romani, Roma era la città della politica quotidiana per eccellenza, politica che mutava ogni giorno. La vita politica si svolgeva in spazi delimitati: il Foro, il Campidoglio, il campo Marzio, talvolta fino alla via Sacra. Vi partecipavano circa un centinaio di persone tra senatori, nobili, alcuni cavalieri ma anche i cittadini che, dopo aver votato ed eletto i magistrati, diventavano spettatori della vita politica e spesso decidevano la sorte degli eventi. Il Foro era il luogo per eccellenza dove si esercitava la censura sociale sulle persone: si sapeva tutto di tutti, anche le cose più intime. Spesso era la folla nel Foro che diventava una comunità politica: questo avvenne per la prima volta nel IV secolo a.C. quando un contadino che aveva chiesto aiuto a dei creditori per pagare le tasse venne imprigionato per non essere riuscito a ripagarle. Il vecchio chiese la pietà del popolo romano e un aiuto in nome della dignità. Convinse il popolo a fare in modo che la legge, secondo la quale il debitore era solo nelle mani del creditore, fosse abrogata. Tutto ciò provocò un grande clamore; altri debitori si riversarono nelle piazze per far valere le proprie ragioni. Alla fine la legge venne abrogata. Spesso avvenivano questi rituali che permettevano ai cittadini di opporsi allo Stato. In città c’erano momenti in cui tutti i cittadini si riconciliavano: accadde ai tempi dell’assedio di Veio, in cui i tribuni della plebe accusarono il Senato di prolungare per troppo tempo la guerra, lasciando i soldati al freddo e al gelo. Quando arrivò la notizia dell’attacco degli abitanti di Veio e della morte di molti soldati romani, i senatori erano terrorizzati del trionfo dei tribuni; ma le cose andarono diversamente. Molti cittadini si presentarono in Senato promettendo di prestare servizio militare con i propri cavalli, anche la plebe offrì volontariamente la propria opera allo Stato. A questo punto i senatori elogiarono pubblicamente cavalieri e plebe dicendo loro di aver superato in generosità e bontà il senato. Queste effusioni non furono altro che l’intromissione del sentimento nella vita pubblica. Alcune volte però non si arrivava ad un accordo e questo provocava la lacerazione del tessuto sociale romano: era la crisi; ma un modo che permise di uscire da questa crisi senza la guerra civile fu la secessione. Questo accadde nel V secolo, nei periodo in cui dieci magistrati, incaricati di redigere le leggi, si impadronirono del potere governando come tiranni. riforma_gracchiIl Senato si rifiutò di riunirsi in assemblea e il popolo si mobilitò. Lo scenario della vita politica faceva parte di questa vita. Quando un oratore parlava, il popolo vedeva il Foro, il Campidoglio, la Curia, se si trovava nel comitium, e il Campidoglio se si trovava nel Campo Marzio. Questi scenari potevano ribaltare completamente la decisione di un’assemblea. Come avvenne a Manlio, la cui condanna fu una storia di luoghi. Per dominare la situazione venne istituito un dittatore, Quinto Capitolino, che gettò in prigione Manlio. Il popolo così si vestì in lutto; il senato si impaurì e ordinò il rilascio di Manlio. Avviato il processo contro Manlio, la vista che si scorgeva danneggiava gravemente l’accusa. Infatti il Foro sovrastava dalla parte del Campidoglio il punto in cui Manlio aveva combattuto le sue imprese e ciò suscitava pietà tra gli spettatori. Trasferito il tribunale nel sacro bosco Petelino, Manlio fu condannato e condotto sul Campidoglio, dove venne fatto precipitare da una rupe, così che il luogo conservò il ricordo sia delle più felici imprese sia delle disgrazie. Cambiare lo scenario significava dare nuovi punti di riferimento ai discorsi degli oratori e degli uomini politici, che volevano lasciare la loro impronta. Nel II secolo furono costruiti edifici, basiliche e portici con l’intenzione di separare lo Stato dalla società. Da quel momento le strade divennero solo luoghi di passaggio e non più luoghi dove esercitare i riti politici. Dall’analisi della città di Roma ai tempi degli antichi romani, si nota cha la vita sociale e la vita politica erano strettamente collegate; infatti erano proprio i cittadini, pur non partecipando attivamente alla vita politica, a decidere come si dovevano svolgere le cose. Era  proprio il popolo a decidere le sorti della città; si può vedere nella grande riconciliazione durante l’assedio di Veio in cui si dimostrò buono e generoso e fu encomiato dal Senato. Viceversa, quando il popolo abbandonava la città, essa moriva come devastata da un incendio o dalla peste, senza cittadini e soldati, come il cuore senza più sangue.

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Saveria Spinello – I ROMANI E IL TEMPO

Il tempo non è una forza divina, questo è ciò che i Romani pensavano, esso veniva concepito come qualcosa che stabiliva degli inizi e non quindi come una forza divina, proprio per questo essi non credevano ad un tempo che potesse trasformare le cose e gli uomini, ma facevano affidamento solo al tempo trascorso. Il tempo è sempre la circostanza. L’anno era diviso in due stagioni: l’estate che va da marzo ad ottobre, che era la stagione della guerra e l’inverno, che va da ottobre a marzo e proprio in questo periodo  il cittadino torna a casa. L’estate è caratterizzata dal lavoro: il cittadino coltiva la terra, è chiamato alle armi, svolge i lavori agricoli fondamentali. La stagione estiva viene anche sfruttata per i viaggi, trasporti commerciali. La stagione del riposo invece è l’inverno ,principalmente perché le condizioni climatiche costringono spesso i cittadini a casa e di conseguenza i lavori diminuiscono. Nel periodo di novembre le elezioni animano la collettività, ma queste attività politiche spezzano in qualche modo il riposo successivo alla fine delle guerre. L’otium, così chiamato dai Romani, fa nascere il suo opposto, il negotium che tiene occupato il cittadino per qualche giorno al mese. Per quanto riguarda la giornata, è divisa in due: la mattina è la parte della giornata in cui tutti sono impegnati nelle loro faccende e la sera che è il tempo del riposo. Non appena sveglio, il romano  inizia a lavorare, chi si reca al Foro, chi nei campi. Verso mezzogiorno tutti si ritirano e il pomeriggio viene usato per riposarsi o per andare alla terme. La sera invece è la parte preferita dai romani, vestiti con tuniche, mantelli colorati, si recano a dei banchetti. La giornate volge al termine con il pasto più importante che è la cena e proprio in quel momento il cittadino si rilassa, beve in compagnia e dimentica tutta la stanchezza del mattino. Quando il tempo interviene nella vita del Romano ,è nel momento in cui questi deve cominciare qualcosa. Il tempo allora viene vissuto in modo drammatico; l’ansia dell’inizio è una delle malattie della cultura romana. Ci si chiede allora se sia meglio prendere precauzioni visto che tutto è deciso all’inizio. Roma non utilizzava oracoli o indovini, ma i presagi venivano manifestati tramite segni naturali che sono di tre tipi: quelli che si chiedono a Giove, ovvero gli auspici, alcuni vengono chiesti, altri compaiono ovunque senza essere stati richiesti. Ma chiedere un auspicio, non vuol dire sapere l’esito di un certo evento o di una certa azione ma solamente di assicurarsi che non ci siano problemi con gli déi. In questo compito i magistrati sono aiutati da un collegio di sacerdoti, gli auguri. In queste occasioni si inaugura un luogo, un uomo; inaugurare significa chiedere a Giove se sia il posto giusto o il momento giusto.NarniRomana01 I monstra invece, ovvero i prodigi, sono degli avvenimenti miracolosi che indicano che c’è del disordine nel mondo, annunciando altri tipi di disordini, quali le guerre o le rivoluzioni. Per poter schivare questi prodigi i Romani adottano dei riti e consultano degli aruspici, i quali sono dei sacerdoti etruschi che leggono i disordini e sanno spiegare i fulmini in base a dove cadono. Ma quando tutto questo non è possibile, ovvero la scienza degli aruspici risulta debole, il Senato chiede di consultare i libri Sibillini. Alcuni sacerdoti determinano, mediante delle pratiche sconosciute, quali riti espiatori vanno celebrati. Delle volte i Romani vengono presi da un grande timore, quello della fine del mondo, della decadenza della città e dell’abbandono degli dei. Per poter far cessare i prodigi e la peste del 367 a.C. che uccise moltissimi cittadini, nel 364 a.C. vennero istituiti i primi giochi scenici, per la prima volta vennero costruiti dei palcoscenici dove i danzatori potevano eseguire delle pantomime accompagnate da vari strumenti musicali, ma principalmente dai flauti. Per i Romani cambiò qualcosa, erano più sereni e felici per questa novità, ma nonostante ciò la peste persisteva. Quindi neanche le introduzioni dei teatri riuscirono a calmare l’ira degli dei e liberare i corpi dalla malattia che li affliggeva. Ma sotto il consolato di Gneo Genucio e Lucio Emilio Mamerco , alcuni anziani, rispolverando il passato, ricordarono come la peste fosse stata fermata da un chiodo infisso dal dittatore. Il chiodo venne infisso nel tempo di Giove sul Campidoglio, era questo l’errore che era stato commesso, così la peste cessò. Annualmente il chiodo veniva ripiantato e i giochi scenici non vennero abbandonati. L’innovazione  e la tradizione sono le due riposte possibili riguardo la paura della fine del mondo. Roma conserva tutte le ricette passate ed accoglie quelle nuove, doveva esserci un equilibrio tra i principi del passato e quello che nel presente poteva affermarsi, per questo nelle case di tutti i cittadini, venivano conservati dei libri vecchi, che ad ogni esperienza venivano arricchiti, per mantenersi pronti a qualsiasi eventualità.

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Francesca Mauciere –  IL CALENDARIO E LE FESTE

Il calendario a Roma ha una grandissima importanza, poiché organizza e scandisce la vita politica e religiosa del cittadino in ogni singolo giorno. Viene affisso sui muri dei templi e ogni giorno è contrassegnato da una lettera che indica se è fasto, in cui si può svolgere tranquillamente ogni attività grazie all’appoggio degli dei, comiziale, in cui si convocano le assemblee popolari o nefasto, in cui non si ha l’appoggio delle divinità ma si può comunque intraprendere qualcosa correndo però dei rischi. Alcuni giorni nefasti, i cosiddetti giorni neri impediscono ogni tipo di attività. Nel calendario vengono segnate anche le feste pubbliche, celebrate da tutto il popolo, ma esistono anche feste private, che riguardano la vita delle singole famiglie. GIANO-300x247L’anno romano è suddiviso in cicli festivi, in cui vengono celebrate le attività romane più importanti e i tre cicli principali riguardano la guerra, il lavoro dei campi e la politica. In marzo, che è anche il primo mese dell’anno secondo i romani, si inaugura la stagione guerresca che termina in ottobre ed in questo periodo hanno luogo delle feste come la purificazione degli scudi o la danza dei Salii. In aprile ci sono invece molte feste agricole che riguardano la crescita, la fioritura, ma anche la conservazione dei prodotti e fra quelle più importanti vi è la festa in onore di Cerere, dea della spiga matura, o le Fordicidie, occasione di un macello sacro. In dicembre si tiene la festa dei Saturnali, conosciuta come festa dell’apparenza, poiché è il contrario della vera vita dei cittadini e infatti gli schiavi vengono eguagliati ai padroni. In febbraio vi è invece la festa dei Lupercali, in cui i Luperci, ovvero sacerdoti di buona famiglia, corrono nudi, indossando solo un perizoma di pelle di capra. Incarnano la società primitiva, dove gli uomini-lupo costituivano una società senza donne. Ma i Romani dedicavano anche molto tempo ai giochi ed infatti i ludi romani, presieduti da Giove, venivano considerati la festa delle feste. In questi giorni di festa si assiste a processioni che attraversano la città, composte da magistrati, consoli e pretori in prima fila; poi i figli dei cittadini mobilitabili a cavallo o a piedi ed infine i ludiones, cioè i danzatori, poi anche fantini a cavallo, pugili, cocchieri sui carri, suonatori di flauto o lira e bande di pagliacci. La caratterista principale è la rappresentazione ludica della guerra, compiuta mediante imitazioni; infatti sono i bambini, imitando i propri padri, a inscenare la guerra. Gli spettacoli di circo durano mediamente un giorno, sono svolti nel Circo Massimo e radunano molte più persone rispetto agli spettacoli teatrali. I Romani erano però anche grandi appassionati di teatro e molti attori diventavano delle stars ricercate. Nelle tragedie gli eroi del mito greco si trasformano in  mostri e commettono atroci crimini accompagnati da musiche terrificanti; la commedia, come la tragedia, è anch’essa composta da danza, musica e finzione scenica, ma stavolta si assiste a storie melodrammatiche e romanzesche. Dal II secolo in poi il numero di giorni dedicato a feste e giochi aumenta notevolmente; questi piaceri infatti fanno gustare al popolo la propria città e il divertimento serve a far unire i cittadini e a fargli dimenticare almeno per un attimo le divisioni sociali; inoltre hanno lo scopo di mantenere la stabilità della Repubblica. Grazie a una testimonianza, ovvero le Odi di Orazio, sappiamo come il cittadino romano viveva personalmente le feste religiose. Per il poeta, infatti, la religione è l’insieme dei riti, delle feste, non le parole e la teoria e non fa altro che adattare il suo calendario personale a quello delle feste pubbliche. La vita religiosa, sia pubblica che privata, per i Romani non è un dogma o spiritualità individuale, ma un’integrazione alla cultura romana. Ne è un esempio Cesare che nel 44 a.C. aspira alla monarchia, ma teme di essere odiato dai Romani a causa della sua tirannia; infatti rifiutando il diadema durante i Lupercali, si conquista gli applausi del popolo e comprende che è meglio rifiutare il titolo di re.

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Martina Pagano – LE ETÀ DELLA VITA

I tre grandi periodi della vita nell’antica Roma sono tre; abbiamo il bambino, l’adulto e il vecchio. Il bambino, detto all’inizio lattante, deve essere desiderato e scelto, e il padre deve riconoscerlo come proprio figlio. Se è un maschio, il padre deciso a tenerlo lo solleva da terra, mentre se è una femmina ordina soltanto di nutrirla, dunque ottiene la ptima poppata dalla madre o dalla nutrice. Quando il padre non vuole il figlio, questo viene abbandonato o lasciato morire di fame; ciò avviene quando il neonato sia malforme o gracile. Il neonato viene svezzato a tre anni. Siccome alla nascita è molle bisogna indurirlo e modellarlo, a tal scopo viene isolato nella culla impacchettato nelle fasce molto strette all’altezza dei gomiti, dei polsi e delle caviglie. Le sue mani sono tenute aperte, delle stecche gli tengono le gambe tese e le braccia sono tenute accostate rigidamente al corpo. A due mesi si cominciano ad allentare le fasce e si libera il braccio destro per fare in modo che il bambino sia destro, e ogni giorno viene lavato in acqua fredda perché il calore infiacchisce. Se è sopravvissuto alla prima infanzia il bambino viene chiamato puer; comincia per lui il tempo degli insegnamenti. imagesLa prima cosa che si deve imparare è leggere e scrivere, la scrittura infatti è presente in tutto. Il modo di leggere dei Romani è diverso dal nostro, essi non usano punteggiature, le parole non sono separate, quindi per leggere un testo in modo corretto bisogna leggerlo ad alta voce. Al fanciullo va anche aggiunta la preparazione fisica del futuro soldato. Le grandi famiglie subiscono l’influenza greca e crescono i figli nell’amore delle belle arti. L’apprendimento dei fanciulli consiste nell’imitare i gesti del maestro, essi vengono educati a casa oppure mandati nelle scuole. La fine dell’infanzia è segnata da un’importante cerimonia: la vestizione della toga virile e il ragazzo a sedici o diciassette anni verrà dichiarato adulto. Diventerà cittadino a tutti gli effetti pur restando sottomesso all’autorità paterna. La cerimonia ha luogo il 17 Marzo in occasione delle feste di Libero. Dapprima il ragazzo consacra in casa ai Lari le insegne della sua infanzia e la toga pretesta, in presenza del padre, dopo fa un sacrificio agli dei della casa e infine si reca sul Campidoglio accompagnato da famiglia e amici per essere accolto da Giove. Per questi giovani, vestiti della toga virile, il tempo del gioco è passato, ed è arrivata l’ora di agire; ci si aspetta da loro un’impresa. Quest’impresa è un’anticipazione di quella che sarà la sua vita da uomo. Per i giovani nobili l’impresa consiste nel vendicare il padre, attaccando in tribunale uno di suoi nemici. Più il nemico è illustre e temibile, più importante sarà l’impresa. Il tempo dell’apprendimento è finito, ora il giovane Romano è un giovane uomo, iuvenis, e può essere soldato, oratore, innamorato e anche sacerdote. Il passaggio dall’infanzia alla giovinezza è tanto preciso e chiaramente individuabile nella toga virile quanto è sfumato quello dalla giovinezza alla vecchiaia; gli uomini dai quarantasei anni in poi sono considerati seniores, ai quali si fa appello in caso di gravi difficoltà. Ma quest’età non è un ostacolo, infatti non esistono limiti di età per l’esercizio delle magistrature. La vecchiaia esiste ma è ben lontana dall’escludere gli uomini dalle cariche pubbliche, anzi gli uomini più anziani hanno una saggezza che deriva dall’esperienza. A molti, però, la vecchiaia fisica serve da alibi perché in realtà aspirano soltanto al riposo. Ma i migliori continueranno ad agire fino all’ultimo respiro. Alcuni diventano degli specialisti di diritto privato o di diritto pontificale, altri di letteratura greca o di lingua etrusca. Vi è quindi la vecchiaia oziosa, ovvero quando gli anziani si ritirano dalla vita pubblica e si abbandonano agli agi e al riposo. Quando alla fine sono diventati troppo vecchi e troppo stanchi, i Romani si mettono a giocare e trascorrere tempo con i loro nipotini.

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Adriana BelfioreGLI ABITI, L’ACCONCIATURA E IL BAGNO

          A Roma c’erano due ragioni per vestirsi: il pudore e la distinzione sociale. Il Romano non doveva mai rimanere completamente nudo; inoltre, per la strada si doveva riconoscere attraverso i vestiti, il rango,la ricchezza e l’età. Il cittadino romano, quando si trovava fuori casa, si riconosceva dalla toga che indossava; la toga era in qualche modo l’uniforme della cittadinanza, era una grande pezza di lana grezza che copriva il Romano dalle spalle ai piedi. La toga, come dice l’etimologia, “toga” ha in latino la stessa radice della parola “tetto”, copriva l’uomo e lo rendeva decente per affrontare la vita pubblica. Le toghe si sono modificate secondo la moda: alla fine della Repubblica era elegante portare una toga molto larga di stoffa raffinata; non si poteva indossare da soli un simile abito, e per questo motivo degli schiavi pensavano a sistemare la toga in modo più ricercato sulle spalle del padrone. I romani si lamentavano che questo mantello non era confortevole, infatti non proteggeva né dalla pioggia o dal vento, impedendogli quasi ogni movimento. Un Romano, a differenza di un Greco, non ostentava la sua bellezza fisica,soltanto la mano destra era libera,perché la sinistra teneva il lembo sinistro della toga,ed era difficile correre o combattere. La toga era per eccellenza l’abito della pace,che si portava solo a Roma e i gesti misurati e lenti imposti dalla toga caratterizzavano un pacifico cittadino che viveva sereno nell’Urbe. La toga era il supporto delle distinzioni civili; la toga del semplice cittadino adulto era senza decorazioni, del colore naturale della lana, spesso brunastra per i più poveri. ob_dcf08a_abbigliamento-civile-maschile-antica-romaLa toga degli aruspici era gialla, quella dei magistrati superiori e dei bambini era bordata di una fascia porpora, e veniva chiamata toga pretesta. La porpora era il colore per eccellenza; il colore non era molto importante, quel che conta è che distingueva la persona che l’indossava. La porpora era come l’oro, cioè splendore e ricchezza; era per questo che insieme all’oro era simbolo del potere. Chi era vestito di porpora splendeva in mezzo agli altri uomini e attirava lo sguardo. Gli altri vestiti avevano una funzione completamente diversa: erano gli indumenti dell’intimità. indispensabili al pudore, proteggevano dal freddo e dal caldo; venivano portati sia a casa sotto la toga, sia fuori. La parte essenziale dell’abbigliamento era la cinta, infatti chi aveva la cinta più stretta era un uomo decente; al contrario, chi aveva la cinta allentata o non la portava affatto, era sinonimo di una vita corrotta e piena di vizi. Non si poteva separare l’abbigliamento da un insieme più vasto, il cultus , o culto del corpo. Un uomo veniva qualificato con la parola lautus , cioè bene lavato; la raffinatezza voleva dire emanare un buon profumo; l’uomo delicato combatte i cattivi odori, emana dalla bocca il profumo, mentre l’uomo che non si cura si sente dal sudore della ascelle. A Roma, il bagno aveva due ragioni d’essere: serviva a passare dalla fatica del mattino ai piaceri della sera e costituiva il momento in cui il Romano attendeva alla cultura del proprio corpo. Ogni volta che i Romani compivano un rito dovevano purificarsi, passando dal profano al sacro; infatti ogni santuario aveva una vasca con dell’acqua o spesso un impianto per il bagno. A Roma l’abbronzatura era tipica dei militari e dei contadini;al contrario, il pallore denotava un uomo che passava la sua vita al chiuso, a banchettare e a corteggiare le donne. I Romani portavano la barba e i capelli corti perché era sinonimo di cultus, a differenza dei Greci. Infatti, i Romani criticavano coloro ai quali dalla barba gocciolava vino. L’eccesso di cura del corpo caratterizzava gli uomini positivamente o negativamente. L’urbanità era ambigua come la rusticità. L’uomo di campagna, meno raffinato, mostrava un corpo più selvaggio, più naturale, a differenza di un uomo di città. L’uomo pulito lo si riconosceva perché era un uomo sano,non possedeva un alito corrotto da una vita disordinata ed era civilizzato, come un soldato.

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Chiara Di Martino – I LIBERTI

La concezione della schiavitù dell’epoca romana è molto differente rispetto a quella attuale: mentre noi infatti siamo abituati a ritenere la schiavitù qualcosa di abominevole, che porta all’annullamento morale e fisico di una persona, per i romani avere uno schiavo era del tutto normale e non lo tenevano nascosto. Roma, come sappiamo, è una città che dà molto spazio allo svago e ai piaceri e gli schiavi in questo contesto svolgevano dei lavori che i romani, reputavano disonorevoli, come: raccogliere l’immondizia, lavorare nelle miniere, prostituirsi e molto altro. Lo schiavo è sempre presente nella vita dell’uomo libero; senza uno schiavo il cittadino è nudo come un soldato senza armi. Egli lo segue e gli è fedele in ogni occasione. Il servo, secondo i romani, ha l’animo servile sicché, lo schiavo agisce solo quando gli vengono impartiti ordini. 1357036554Certamente è ritenuto un uomo, ma un uomo senza autonomia morale, un uomo della memoria morta, senza quindi, animus. Non esisteva a Roma un uomo libero senza uno schiavo che ad un certo punto possiamo ritenere anche compagno di vita, fra loro non vi era un rapporto d’amore né di amicizia ma di una specie di compassione reciproca che li legava. Insomma possiamo affermare che lo schiavo era molto importante per un cittadino il quale, poteva arrivare anche a provare una profonda tristezza alla perdita di questo. Come abbiamo già detto lo schiavo non ha animus e l’unica gloria che egli poteva aspirare era morire per il suo padrone come ci ha dimostrato la storia di Urbino Panapione, nella quale lo schiavo rifiuta di svelare il nascondiglio del suo padrone pagando con la propria vita. Tuttavia, alla fedeltà dello schiavo corrisponde la fedeltà del padrone, come si può vedere nella storia di Planco, il quale provando pietà per i propri schiavi torturati (una pratica molto comune a Roma), decise di morire per loro. Tale atteggiamento è visto come una debolezza, tipica di un effeminato, un uomo che si dà ai piaceri e allo svago e non ai doveri civili. Lo schiavo poteva tradire il proprio padrone solo per la cupidigia, mai per ragioni politiche, poiché è incapace di un giudizio morale e incurante delle questioni pubbliche. Non dobbiamo poi confondere lo schiavo con il soldato. Il soldato romano non si batte per obbedire al suo generale, la disciplina militare non è una forma di sottomissione, essi sono uniti a lui tramite un giuramento, che rispettano in quanto soldati e non in quanto individui. Lo schiavo non potrà mai fare il soldato, perché non capisce cosa significa l’attaccamento alla città che si fonde con la libertà. Durante i suoi anni di schiavitù, il servo, può avere delle terre e bestiame poiché, la condizione di schiavo a Roma non è definitiva. Con il volere del padrone o pagando lo schiavo può comprare o ottenere la propria libertà, e così utilizzare le terre e il bestiame a proprio vantaggio. Lo schiavo così diventa un liberto. Esistono due tipi di uomini liberi a Roma: i nati liberi (ingenui) e i liberti. La differenza sostanziale tra liberti e i nati liberi è che i liberti non hanno accesso agli onori qualunque sia il loro patrimonio, mentre i nati liberi hanno questo accesso a patto che abbiano il censo sufficiente. libertiEssi vengono considerati i figli della fortuna poiché il destino dei liberti è sempre frutto del fato. In quanto figlio della fortuna, perde ogni cosa molto velocemente, allo stesso modo in cui si è arricchito, egli è vulnerabile alla lussuria, a quel modo sconsiderato di spendere soltanto per soddisfare i piaceri. Tali figure nella società Romana sono fondamentali, per la visione della vita romana poiché rendono la vita più comoda e il cittadino romano si sente più grande e più potente grazie alla loro presenza. Liberti e schiavi tracciano per i Romani i limiti che non devono superare e disegnano una concezione della vita che va solo odiata e non ammirata. La libertà, del resto, non può essere concepita indipendentemente dalla servitù. Il mondo è mondo perché c’è la vita e la morte, il giorno e la notte, gli uomini liberi e gli schiavi.

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Aspetti della vita quotidiana nella Roma repubblicana. 1

Posted by identitalterit su 4 novembre 2015

IV LICEO CLASSICO, A.S. 2015 / 2016. RELAZIONI TRATTE DALLA LETTURA DI F. DUPONT “LA VITA QUOTIDIANA NELLA ROMA REPUBBLICANA”. LATERZA. 

Irene Cutrufo, IL NOME E L’ONORE

Era l’anno 46 a.C ed era l’anno in cui regnò Cesare, Catone scelse di morire visto che l’esercito repubblicano era stato sconfitto e i Romani avevano perso la libertà. Aveva preferito morire che non essere un cittadino libero in una città libera, proprio lui che era vissuto per la gloria. Infatti solo con la morte poteva costringere Cesare ad attribuirgli tutti gli onori con il nome di Marco Porcio Catone Uticense. La morte esemplare di Catone rispecchiava l’uomo romano, cioè quello di essere un cittadino fino in fondo. A Roma c’erano i cittadini e gli altri. Gli altri esistevano solamente perché erano legati per qualsiasi motivo ad un cittadino. Il nome era la forma di dignità civile. Essere riconosciuti cittadini significava ricevere dalla propria città un titolo: il proprio nome. Per far riconoscere la sua identità e la sua cittadinanza, il cittadino, ogni cinque anni, doveva presentarsi a Roma per essere censito. Il censimento permetteva non solo di contare i cittadini o gli eventuali militari, ma di strutturare la città come una collettività politica e militare. Il compito di censire era affidato non solo agli scribi ma anche a due censori, uomini valorosi e incorruttibili. Giudicavano un uomo partendo dai meno abbienti in base ai loro beni per poi valutare le posizioni più levate nella gerarchia sociale, valutando anche la vita privata. Questo permetteva loro di attribuire una classe. Al grado più alto c’erano i senatori; al di sotto c’erano cinque classi chiamati dei plebei ed in fondo alla scala i senza terra. Questo sistema era detto dell’”uguaglianza geometrica”cioè i doveri erano proporzionali ai diritti. I diritti erano soprattutto politici e quindi solo i senatori potevano accedere alle magistrature superiori. La libertà per un cittadino romano non era piena se non vi era una città dove esercitarla. L’uomo per restare umano aveva bisogno della mediazione di una collettività che viene chiamata civiltà. La città romana era anche cultura, l’uomo si poteva realizzare come cittadino all’interno della città per mezzo delle istituzioni. Ma gli uomini migliori per realizzare la loro grandezza d’animo avevano bisogno del contesto cittadino. Quindi più grandi erano gli uomini tanto più grande doveva essere la città. Roma ha conquistato la terra grazie allo spirito dei romani. Lo spirito, cioè l’“animus” in latino, era l’insieme degli stimoli morali di un uomo che faceva del bene. Esso corrispondevano ai valori culturali interiorizzati che formavano la personalità romana. Il concetto di cittadinanza però faceva sottostare il romano ad una concezione psicologica che non considerava l’uomo giudice di se stesso, perciò l’uomo per conoscersi aveva bisogno dello sguardo degli altri che lo spiavano e lo giudicavano per le sue buone o cattive azioni. 22018-13_29Quindi, per essere nobile si doveva essere conosciuti o illustri a ciò servivano gli sguardi dei testimoni e le voci che si trasformavano in onore e gloria. Gli uomini, che appartengono alla classe politica Romana, conducevano una vita di restrizioni e sforzi. La loro esistenza doveva coincidere con l’immagine che proponevano gli uomini “austeri”. La vita politica esigeva dal cittadino coraggio, intelligenza, costanza, severità. Se poi, un romano era di famiglia nobile, l’attività politica diveniva la sua esistenza, in quanto tutta la vita pubblica era dedicata alla carriera. Chi apparteneva a una famiglia nobile entrava a far parte del novero dei senatori, che non erano altro che antichi magistrati in carica con il compito di verificare che  le leggi votate dal popolo erano adeguate alle tradizioni della città. Ad essi veniva riconosciuta l’autorità morale e l’appartenenza all’elite della città. Fin dalla giovinezza i figli dei nobili erano preparati a un vita di competizioni. Il giovane nobile era sottoposto alla vita militare sotto lo sguardo di tutti. Egli doveva sostenere una guerra diversa, il campo era il tribunale e l’arma la parola. Il nobile per poter ottenere la carica politica aveva bisogno di una rete di conoscenze e di appoggi; questa rete era costituita da parenti, amici e clienti. A Roma c’erano due grandi partiti i“popolari”e i“senatori”.I popolari volevano le terre, la soppressione dei debiti e l’estensione del diritto di cittadinanza, invece i senatori si opponevano ad ogni innovazione. Il potere era in mano ai magistrati,questo rendeva nobile l’uomo e per questo gli anziani magistrati venivano commemorati attraverso delle maschere funerarie .Tuttavia il romano nella società aveva dei dovere rinunciarvi voleva dire tradire. Il solo modo per liberarsi era quello di lasciare la vita pubblica e godere della felicità della vita morale. Solo la filosofia prometteva al cittadino di sbarazzarsi della politica senza impedirgli di realizzarsi come uomo. L’uomo stoico non cercava di integrarsi nella città e non voleva il riconoscimento delle sue virtù. Anche l’epicureismo sfuggiva al giudizio popolare attraverso l’astensione dall’attività politica.

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Simonetta Di Stefano – LA RICCHEZZA E L’OPULENZA.

La città della società romana non è basata solo sul potere politico o militare, ma si occupa dei cittadini e mette in risalto la differenza tra ricchi e poveri. Per capire tale differenza bisogna comprendere che non esiste una classe media che spesso viene riferita al ceto equestre e ai cavalieri che, come afferma Finley, è errato descriverli come uomini d’affari. Un Romano può essere tanto ricco da poter permettersi qualsiasi cosa e ritenere che sia inutile risparmiare o può possedere delle ambizioni politiche ed essere avaro. L’avarizia romana è una mancanza nei confronti della società, l’avaro priva se stesso e gli altri di lussi; viene allontanato dalla società e tale crimine viene considerato alla pari dello spendere senza ritegno, Per evitare che ciò avvenga, i padri devono consigliare i figli. La povertà dolce è quella campestre. Il proprietario di una terra vive umilmente e non c’è differenza tra un proprietario di sette iugeri e uno che possiede una cinquantina di ettari. L’uso di cibi ricercati avviene  in caso di feste e banchetti, e risparmiare in queste circostanze significa comportarsi  da avaro. L’avaro è incultus, incapace di avere un giusto rapporto con gli altri. Il contadino romano povero vive con la famiglia in una modesta proprietà che basta al fabbisogno di tutti. I romani sono molto attenti alla terra e la curano. Un contadino possiede un orto, un gregge di pecore, e tutto ciò che serve per trattare degnamente un ospite e fare sacrifici sull’altare domestico. Il povero della campagna e il povero della città vivono allo stesso modo; il primo è felice ed è ricco perché la povertà significa mancanza e a lui non manca nulla. Il romano è un contadino-soldato, le dimensioni della sua terra sono calcolate per mantenere i figli e mantenersi un mese di guerra ed armarsi. Tuttavia però questo non basta per realizzare la propria vita. Il contadino della città è un uomo che sa trovare il tempo per vivere, è un brav’uomo e sa dare il giusto posto al lavoro che gli serve per vivere e riesce a trovare il tempo  per dedicarsi alla vita sociale. cache-cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_74baf605d7b652ef20471c6f1c90de02La povertà virtuosa, nella quale ci si arricchisce attraverso la virtus, la vita di Spurio Ligustino ne è un esempio. Ligustino era troppo povero per trovare una moglie al di fuori della sua famiglia tanto da sposare una sua cugina che essendo anch’essa povera non lo fece salire di grado nella scala sociale. Per arricchirsi, e dare il censo necessario ai suoi figli, dovrà arruolarsi. Ligustino si arruolò nel 200 a.C e il bottino di guerra gli permise di ingrandire la sua proprietà e far sposare le figlie. Nel corso della sua carriera ricevette numerosi titoli di gloria. Si può dedurre tuttavia che Ligustino ha un modo di vedere le cose come quello dei nobili, per lui sono molti importanti la virtù e l’onore. Ligustino è l’esempio del contadino-soldato che grazie alla guerra crebbe in dignitas. Infine c’è la povertà opulenta; per spiegare il concetto si povero opulento dobbiamo dare riferimento alla vicenda di Cincinnato. Egli, appartenente al rango patrizio dei Quinzii, era il padre di Cesone un appassionato sostenitore del partito aristocratico, Cesone viene accusato di aver ucciso un plebeo e il padre è costretto a rimborsare colore che avevano pagato la cauzione, ciò tuttavia comporta la vendita da parte di Cincinnato di quasi tutte le sue terre, lasciando per se una terra per vivere dignitosamente e nonostante fu eletto console e poi dittatore, visse poveramente dall’altra parte del Tevere.  Il suo tessuto sociale rimase invariato e Cincinnato ottenne il trionfo ed ebbe successo nella sua dittatura riempendo le casse del Tesoro e conquistando una vasta clientela. Ciò dimostra che la povertà non esclude l’opulenza. Per i contadini poveri va tutto bene fino a quando possiedono la terra necessaria per vivere, in caso contrario si trovano in difficoltà, ciò fa riferimento alla questione agraria e alle leggi dei Gracchi che promuovono la creazione di colonie per dare terre ai plebei. Ciò dimostra che la fame di terre è fame di onorabilità. Inoltre la povertà del contadino è connessa alla civiltà. Per i romani l’agricoltura è un culto a differenza dell’allevamento poiché il bestiame si nutre delle terre facenti parte all’ager publicus. Se i contadini non conoscessero la povertà autarchica, il potere li attirerebbe a Roma, ma in realtà i cittadini hanno altri motivi per riunirsi, come i banchetti. Il banchetto è un investimento a fondo perduto poiché un avaro non è capace di compiere sacrifici. I Romani vedono più appropriato al guadagno praticare l’allevamento. Il dovere dei ricchi sta nell’offrire. La guerra contribuisce ad accrescere la ricchezza pubblica ed i nobili che ne sono depositari ne ricavano la parte più grande. Per Roma ogni vittoria deve essere definita e per un Romano la guerra si combatte fino alla vittoria o alla morte. Crasso simboleggia l’uomo senza scrupoli e Catone la virtù, ne consegue che alla fine della repubblica essere ricchi diventa difficile.

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Dalila Cavarra – GLI SPAZI DELLA VITA

Per i Romani è molto importante la vita al di fuori della casa, visto che è al di fuori di essa che il romano si realizza. Trascorrono la maggior parte della loro vita fuori dalla casa, la quale viene usata per banchetti e ricevimenti. I Romani vivono e pensano secondo lo spazio, più che secondo il tempo. A Roma si sacralizzano i luoghi: il ricordo affonda le radici nel suolo sacro dell’Urbe. Passeggiare per Roma significa dunque ripercorrere il suo passato e rimembrare le storie che si raccontano. A Roma hanno una fondamentale importanza gli dei: essi sono presenti sul suolo romano, ma non ovunque, perché ognuno ha un luogo sacro diverso dall’altro e colui che crede deve compiere dei sacrifici per il proprio dio,  se vuole ricevere un beneficio. Questa forma di politeismo implica delle regole da rispettare: ad esempio Venere è la dea della bellezza e dell’amore e, fare l’amore in un luogo pubblico, sarebbe una profanazione, dato che la dea come unica illuminazione preferiva quella di una lanterna. Si capisce così come Roma fosse il centro del mondo, da cui tutto partiva e tutto ritornava. Nell’Urbe si sono create grandi personalità: Ennio intraprese qui la carriera di poeta drammatico, Roscio vi andò per studiare e avere degli sbocchi lavorativi,  riuscendo a fondare una scuola di teatro. Da tenere in considerazione era anche la presenza di schiavi, che speravano di poter trovare lavoro e condurre una vita migliore; è questo il caso di Livio Andronico, schiavo comprato da Livio Salinatore e divenuto poi il primo poeta drammatico latino. Foro_RomanoA partire dal I secolo a.C. Roma divenne una megalopoli e ciò fu dovuto a diversi motivi. Mettendo a confronto una città greca con una romana, vediamo che i greci, quando le loro città erano troppo piene, mandavano parte degli abitanti altrove, in colonie lontane e costretti a condurre uno stile di vita totalmente diverso da quello a cui erano prima abituati. I Romani, invece, se le loro città erano troppo piene, mandavano i cittadini in colonie collocate in luoghi più vicini, solitamente in pianura, per mantenere una relativa compattezza tra il popolo. Queste piccole città vengono riprodotte a immagine e somiglianza di Roma, essendo essa un modello, infatti in molte vi era anche un formato ridotto del Foro. Un’usanza romana significativa era rappresentare le loro vittorie, più che raccontarle; infatti molti comandanti, sfilando sui loro carri, avevano con sé delle carte o degli stendardi, nei quali vi erano rappresentate scene o scritte riguardanti la loro vittoria, dimostrando che Roma era il ‘centro assoluto’, padrona di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. I Romani insomma amavano Roma tanto che il loro amore era quasi violento, non potevano separarsene; c’è però da dire che la città non sarebbe mai stata la stessa se in contrapposizione non ci fosse stata anche la campagna, un altro luogo in cui il romano trascorreva il suo tempo. Nascono così i valori dell’urbanitas e della rusticitas, il primo appartenente alla città e il secondo alla campagna. Solitamente era la città ad essere privilegiata, ma spesso la campagna prevaleva: tutto dipendeva dallo stile di vita che veniva condotto, infatti bastava poco ad un ricco per diventare povero e viceversa. Si riteneva inoltre che chi non era cittadino di Roma, fosse un provinciale, e così fu ritenuto anche Cicerone, essendo di Arpino. Ogni spazio aveva dei limiti: non linee visibili, ma zone dalle quali per passare doveva essere compiuto un rito al dio Termine, offrendo un dolce o una preghiera. Quando veniva celebrato un banchetto in suo onore, tra i vicini doveva crearsi un rapporto di fiducia e amicizia; se veniva varcato un confine straniero, ci si poteva considerare nemici o ospiti: hostis e hospes hanno infatti la stessa radice. Ogni confine ha un dio: il recinto che delimita Roma,il pomoerium,ha Giove; la porta da cui tutti passano per spostarsi, ianua, ha Giano. Per passare dalla porta non si deve trascurare alcun avvertimento, o si può essere puniti, come accadde a Tiberio o a Pompeo. Secondo i Romani l’Oceano, considerato un fiume, segna i confini del mondo: vi abitano esseri metà uomini, metà dei, in lande solitarie; dall’Oceano avanzò ferocemente un popolo, quello dei Galli, che con la sua forza intimorì i Romani a tal punto che alcuni si uccisero da soli. Eppure i Galli fecero paura solo finché nessuno si oppose loro; quando un uomo, Camillo, osò andarvi contro, divennero delle bestie indifese e i Romani ebbero la loro rivincita. I combattimenti tra gladiatori avvenivano nel Foro: nel duello uno era armato (le armature erano esotiche), l’altro era più vulnerabile e non vi era mai equità; il vincitore beveva infine il sangue del vinto. I Romani, tuttavia, non erano soliti partecipare.

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Claudia Zagarella – LA FAMIGLIA.

Era di uso comune per i romani abitare nella stessa casa con tutti i figli, nipoti e pronipoti, con le loro spose e un antenato comune ancora in vita, tutti costoro venivano chiamati parentes. A capo della famiglia c’è una sola autorità, quella del genitore che mantiene economicamente e giuridicamente i figli, che sia un padre, un nonno o un bisnonno, spesso è lo stesso padre che emancipa i figli in modo tale che possano trattare affari per proprio conto e possedere qualcosa.  Crasso, come altri personaggi noti, prima di fare carriera, abitava ancora a casa del padre ; figure come Cicerone e Silla lasciano ben presto le case native per abitare vicino al Foro,  diventando facile preda delle donne di malaffare o di amicizie politiche ambigue. La famiglia romana è inglobata in una comunità più vasta, la stirpe, la cosiddetta gens. La stirpe appare accanto al nome ma non conferisce nessuna nobiltà e nessuna dignità.  La nobiltà non è questione di stirpe o di nome, ma si costruisce e si distrugge nell’ambito della casa. Per i romani una famiglia nobile è una casa in cui tutti gli uomini hanno esercitato delle magistrature superiori, basta un’interruzione di tre generazioni per perdere la nobiltà. famiglia-romaantica-f@mu-bambini-romaPer i Romani non c’è cosa peggiore che sposarsi. A Roma si sposano quelli che non possono fare altrimenti dovendo continuare la discendenza, oppure quelli che decidono di crearne una. Un matrimonio romano è un evento di grande importanza e con varie tradizioni, come il rito di portare una donna in braccio oltre la soglia di casa o quello del padre che affida la sposa al marito congiungendo le mani dei due sposi. Dopo la prima notte di nozze la ragazza, che prima era virgo, indossa il costume di matrona, di mater. Il matrimonio viene sancito dalla nascita  del primo figlio ma purtroppo spesso a causa di complicazioni le donne muoiono durante il parto. A partire dal II secolo sempre di più saranno i divorzi o la pratica dell’adozione. Ma se il frequente passaggio di una donna da un marito all’altra viene preferito all’adozione, è perché permette all’uomo che ha una moglie feconda di dare figli a chi non ne ha, invece di dividerli con lui. Ecco perché molti divorzi avvengono quando la moglie è incinta come nel caso di Livia, moglie di Claudio Nerone, data ad Ottaviano quando era incinta di sei mesi. In seguito, il bambino apparterrà all’uno o all’altro padre a seconda del loro volere. Una donna feconda potrà avere quattro o cinque figli anche se non tutti nella stessa famiglia; mentre una donna sterile verrà ripudiata e si occuperà di alcuni affari minori che la distrarranno dal suo inadempimento nel ruolo di matrona. Essendo i romani quasi sempre costretti a sposarsi, di certo il loro non era un matrimonio d’amore. Fatta ad eccezione di casi straordinari, come quello di Pompeo che amò le sue tre mogli passionalmente e questo nocque alla sua reputazione, il matrimonio romano è perciò generalmente fatto di indifferenza e di numerose noie quotidiane e soprattutto in pubblico l’esibizione dei sentimenti è indecente. Gli sposi dunque evitano di incontrarsi nell’intimità, occasione di ogni tipo di contrasto. Infatti gli sposi dividono raramente la stessa stanza, e il letto dell’atrio-usato per la prima notte di nozze- non è che simbolico. I rapporti amorosi fra sposi si limitano  a quelli per la procreazione e basta, infatti durante e dopo la gravidanza le donne si astengono dai rapporti sessuali. Una buona moglie, per un romano, è colei che rispetta la lealtà che deve al marito: non deve tradirlo, né tenere in pubblico un comportamento scandaloso, né tantomeno allearsi ai suoi avversari politici.  Nei momenti critici  l’uomo troverà conforto nella donna. Uno dei momenti più significativi è sicuramente quello del lutto: mentre la città l’onora, la casa lo piange. Non avendo regolarmente rapporti sessuali con le mogli, gli uomini romani tendevano a sollazzarsi con altre donne, per lo più schiave. La sessualità romana non crea alcun rapporto fra i partners e non ci sono divieti in funzione di età o di sesso ovviamente senza sconfinare nell’abuso di piacere sessuale, che è, come tutti gli altri abusi, un crimine morale. Per la donna invece, è più importante avere dei figli del piacere sessuale, poiché una donna senza figli non può raggiungere la felicità secondo i romani. L’amore delle madri e dei figli è particolarmente forte, poiché numerose sono le mogli che allevano da sole la progenie dopo la morte del marito. Esse esercitano su di loro una tutela inflessibile in modo tale che sappiano poi cavarsela. Un esempio è sicuramente Cesare che fu allevato dalla madre Aurelia ,che gli permise più tardi di essere un generale fermo e frugale.

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Vincenzo Forestieri – L’ESERCITO

Ci sono due modi di lasciare la casa e abbandonare la vita domestica: la politica e l’esercito. Il cittadino romano quando è povero si realizza nella guerra, egli non può diventare soldato se non ne affronta almeno una e da essa ne otterrà gloria, terre e monete d’oro. L’esercito e la guerra sono la stessa cosa poiché non esiste esercito se non vi è in atto una guerra. Infatti in tempo di pace non vi è traccia di soldato romano. Quando Roma è in guerra nella città sventola un vessillo rosso. Il messaggio si trasmette in tutta la città e si ordina ai mobilitabili di riunirsi entro i trenta giorni. Sul Campidoglio, una volta che i consoli, aiutati dai tribuni militari, scelgono gli uomini, circa quattromila per legione, dovranno affrontare un giuramento. A Roma esistono diversi tipi di giuramento, quello dei soldati è terribile. E’ un “sacramentum”, e soltanto la morte o la fine della guerra possono liberarli da esso. Ancient_Times,_Roman._-_017_-_Costumes_of_All_Nations_(1882)Da quando l’esercito viene riunito alla smobilitizzazione, il soldato vive negli accampamenti da essi stessi costruiti. Gli accampamenti vengono costruiti in uguale modo tutte le volte, seguendo una forma rettangolare. I soldati possono vivere negli accampamenti anche per più di un anno se le ostilità non vengono aperte. Gli accampamenti sono formati da diverse tende dentro le quali vivono i soldati e la tenda del comandante è un “templum”. Per quanto riguarda il cibo, i soldati non fanno che mangiare pane da loro stessi preparato, ogni altro cibo è considerato umiliante per un soldato, cibo duro per uomini duri. Quando i comandanti non hanno più grano da dare alle truppe si distribuisce l’orzo o peggio ancora le fave provocando lamentele da parte dei soldati. I soldati romani sono retti da una terribile disciplina. Il soldato si muove solo se gli viene comandato e se non si rispettano i ruoli, dai comandanti assegnati, vengono sottoposti a terribili pene e non possono tornare in patria. Un vero soldato non sopporta la vergogna. Quando al giorno d’oggi si leggono i discorsi pronunciati dai generali, si prova una sensazione di artificio letterario: come se la guerra fosse un’arte della parola. Per un generale difatti l’eloquenza è indispensabile per convincere i soldati che la sua strategia sia quella giusta. Il dialogo fra il generale e l’esercito non può prendere la forma politica di un duello oratorio, fra lui e un centurione portavoce dei soldati, dal momento che il dialogo rientra nell’ambito dell’imperium. Il soldato Romano non può tornare a casa sconfitto poiché la sconfitta non è più un’eventualità accettabile. Roma trasforma i propri soldati in veri e propri conquistatori. Fino alla fine del IV secolo, Roma è una città latina che regolarmente si batte con le città sorelle che hanno creato una sorta di competizione. Questo tipo di guerra, tuttavia, non mette in discussione né l’esistenza di ogni città belligerante, né l’estensione del suo territorio. Ogni pretesto è buono. La dichiarazione di guerra ha luogo seguendo un rituale, il sacerdote della città che scatena la guerra lancia un giavellotto nel territorio nemico come segno di provocazione e trenta giorni dopo iniziano le ostilità nei confini delle città. Dopo qualche combattimento uno dei due contendenti si riconosce sconfitto e torna casa ma Roma a partire dalla metà del IV secolo diventa sleale, non riconosce mai di aver perso e le guerre in cui essa è coinvolta non hanno via d’uscita. I Romani non si stancano mai di raccontare meravigliose storie di soldati e imprese. La guerra con i suoi uomini più duri, la sua durissima disciplina che hanno fatto si che Roma diventasse così grande. Vengono raccontate storie di soldati il cui coraggio e indifferenza verso il dolore li trasforma in eroi ammirevoli, quasi spaventosi. Si raccontano anche quelle storie in cui il padre punisce il ufficiale che è contravvenuto alla disciplina.

Abbildung aus dem Buch "Rom" von Wilhelm Wägner (1877) Regensburg, Universitätsbibliothek

Abbildung aus dem Buch “Rom”
von Wilhelm Wägner (1877)
Regensburg, Universitätsbibliothek

Tito Manlio era a capo di un esercito che combatte contro i Latini. Egli aveva mandato in perlustrazione nel campo nemico il figlio Tito e un gruppo di soldati. Quest’ultimo incontra un Latino nelle vicinanze che lo provoca. Tito cede alle provocazioni e si batte in duello con lui davanti a tutti gli altri cavalieri che fanno cerchio. Tito uccide il cavallo dell’avversario e inchioda a terra il Latino bloccato sotto l’animale. Tito, vincitore, torna all’accampamento nella tenda del padre carico delle spoglie del nemico. Il console però riunisce l’esercito e condanna a morte il figlio Tito poiché non aveva ubbidito alle leggi che il padre aveva dato a tutto l’esercito. Il littore lega il giovane ufficiale al palo per l’esecuzione e gli taglia la testa davanti gli uomini atterriti ma messi a tacere dall’obbedienza.

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Davide Sgandurra – ABITARE A ROMA

“Per i romani, il luogo di vita per eccellenza è Roma, l’Urbe” È cosi che questo brano, diviso in 10 paragrafi, si apre. Il primo paragrafo inizia con una frase che ci fa capire come i romani del I sec. A.C. vedevano la propria città. Roma all’apparenza sembra una città molto caotica, non assomiglia a nessun altra, case diroccate situate accanto ad abitazioni nobiliari, il macellaio lavora vicino al giudice, non c’è una piazza principale, un piano regolatore, insomma tutto è in preda ad un grande disordine. Ma come si passa da questo disordine cronico alla Roma “Caput Mundi” che tutti conosciamo? È ovvio che non può essere stato un singolo avvenimento a cambiare la città, ma, essendo sempre in costruzione, più avvenimenti portarono Roma a grandi cambiamenti fino a raggiungere la perfezione tanto ammirata. Uno dei luoghi più importanti e vissuti di Roma è il foro. Consiste in una piazza, pubblica, lastricata e inghiaiata, lunga centosettanta metri e larga settantacinque. La parola “Forum” significa entrata, vestibolo, ed è indicato come il luogo della vita della città. È qui infatti che si svolgono tutti gli avvenimenti importanti della città, avvengono riti, comizi, assemblee e riunioni varie, ma è anche un semplice luogo d’incontro per i cittadini. Il foro romano è un avvallamento circondato da alture. Ma non solo il foro è centro di vita, altre zone come il campidoglio, il palatino, l’Aventino sono luoghi di vita. Nel campidoglio sono situati alcuni templi, sui colli Aventino e Palatino le abitazioni di nobili e plebei. Ai piedi del Campidoglio è situato invece il Campo Marzio, un campo lasciato volutamente incolto e consacrato al Dio Marte, questo luogo accoglie le legioni in armi e l’assemblea riunita per votare secondo il sistema dei comizi centuriati. La struttura di Roma si basa su un equilibrio tra gli spazi che la costituiscono e la delimitano, infatti, tutti i progetti di urbanizzazione devono rispettare questa “regola”. Cesare, nel 45 a.C. voleva spostare il campo  Marzio oltre le rive del Tevere e costruire nella terra ormai sconsacrata alcune abitazioni, a causa del sovraffollamento dell’Urbe.ROMA ANTIA MAPPA Ma questo non gli fu possibile, perché il Tevere era considerato come un confine naturale tra Roma e le altre terre, quindi sarebbe stato come costruire fuori Roma. I quartieri romani, per chi non li conosce, sono dei veri e propri labirinti, formati da una strada principale e dei vicoletti, sono senza nome e le case non hanno numero civico, quindi gli unici punti di orientamento sono i grandi palazzi e i monumenti. Nello stesso quartiere gli abitanti praticano lo stesso lavoro, quindi ogni quartiere ha il suo odore, le sue particolarità e i suoi abitanti. Non solo il centro dell’Urbe è abitato, ma anche la periferia. Infatti molti nobili hanno delle case nelle varie colline attorno Roma, si ritirano qui, senza preoccuparsi della vita del foro, dato che hanno chi la controlla per loro. Questo succede un po’ anche ai giorni nostri, molte famiglie nei giorni di ferie si ritirano nelle case in campagna o vicino al mare per avere un po’ ti tranquillità. Ci sono zone ricche e zone povere di Roma, una di queste è la città bassa. I quartieri di questa zona sono abitati dalla plebe, è molto affollato. A causa del sovraffollamento molte persone sono costrette a vivere in delle abitazioni chiamate “Insulae”. Simili a palazzi, ma costruiti con materiali molto più scadenti, come paglia e argilla, le insulae sono abitazioni povere, di passaggio. Chi ci abita o è molto povero, o deve restare a Roma per poco. Sono brutte e puzzolenti, chi ci abita appena ha qualche soldo in più invece di migliorare, si compra una casa migliore. Ogni romano tende ad avere una propria casa, con orto e salatoio per i beni primari. Roma, dal punto di vista igienico, è una città molto pulita. L’acqua scorre giorno e notte, e tutti i rifiuti prodotti dagli uomini vengono gettati al di la del pomerio, come ordinato dal dio Giove. Nei santuari, subito dopo un sacrificio, gli uomini devono pulire gli eventuali residui gettando acqua e segatura sul pavimento. Inoltre c’è una fitta rete fognaria, con una botola in ogni casa, in modo che ognuno posso gettare i propri rifiuti. Roma è una città straordinaria, diventata famosa per le sue conquiste, assunse molto potere fino a raggiungere la fama e la grandezza di Caput mundi. Ancora oggi è una città meravigliosa, ma dopo questa lettura, capisco che molto tempo fa lo era ancora di più, era mistica, favolosa, una città magica, questa lettura mi ha fatto camminare per le strade di Roma con la fantasia, facendomela comprendere non più da visitatore, ma come cittadino.

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Don Quijote, o dell’essenza della danza

Posted by identitalterit su 1 novembre 2015

CATANIA – Che il linguaggio della danza contemporanea sia oggi, tra le arti, il vero regno della polisemia e dell’allusività ci vuol poco a capirlo e che esso, nel ritmo e nella connotatività emotiva e politica dei corpi, sia affine alla poesia è altrettanto evidente. Ciò che tocca la danza contemporanea può insomma davvero diventare poesia, ma questo accade efficacemente solo nel contesto di una piena e lucida consapevolezza estetica. Ci sono diverse linee di riflessione che s’intersecano, e che quindi vanno esplorate, nel raccontare il “Don Quijote” realizzato daLoris Petrillo con la (consueta) consulenza drammaturgica di Massimiliano Burini e prodotto da Cie Twain. Una coreografia che s’è vista a Catania il 24 e 25 ottobre scorsi, nello spazio danza di Scenario Pubblico. On stageYoris Petrillo, Nicola Simone Cisternino, Giacomo Severini Bonazelli; musiche realizzate e assemblate dallo stesso Petrillo con la collaborazione di Pino Basile. Uno spettacolo complesso, colto, divertente persino.

La prima linea di riflessione non può che riguardare il soggetto letterario a cui l’autore dichiara, già nel titolo, di volersi ispirare: l’immortale storia del cavaliere Don Chisciotte (col fido scudiero Sancho Panza) di Cervantes, un classico inesauribile della cultura occidentale, una storia archetipica e molto complessa che si dischiude ad accogliere il senso profondo della nascita della società capitalistica e, d’altra parte, la fine di ogni idealismo non utilitaristico. Don Chisciotte è colui che non si arrende e – folle, saggio, sognatore, fantasma o marionetta – trova comunque il modo di combattere le sue buone battaglie. Da notare anche che l’aver scelto di costruire una coreografia entro i limiti esatti di una storia molto conosciuta, non limita la creatività dell’artista ma anzi ne esalta la capacità di espandere dall’interno le possibilità simboliche.petrillo2

La seconda linea di riflessione tocca un livello più profondo dello spettacolo e s’intreccia profondamente alla prima , pur restando assolutamente visibile: sembra che il coreografo voglia provare a portare la sua danza, il suo linguaggio coreografico, il suo stesso spettacolo nelle vaste terre del comico. Terre che Petrillo scopre facilmente nel testo di Cervantes in tutta la loro fertilissima consistenza e che restituisce nella loro straordinaria bellezza, attivando (ma talvolta non controllandoli del tutto) i meccanismi basici su cui si fonda il comico: ovvero il ritmo avvolgente dello spettacolo e il ribaltamento della realtà normata (l’emersione del basso-corporale, la caduta anzi il capitombolo, lo schiaffone, il grottesco, la disarmonia, l’ambiguità, l’ironia, la sberleffo esplicitamente rivolto al prepotente).

Ma come è noto, e come del resto lo stesso Petrillo sembra aver chiaro, la comicità è parente stretta della rivolta politica e dell’utopia ed ecco che all’interno di questa stessa linea di sviluppo s’innesta un serrato confronto verbale con la realtà contemporanea, con la pervasività delle dinamiche economiche (e/o finanziarie) che azzerano ogni tensione ideale dell’individuo. La terza linea di riflessione è più che altro la stessa carta d’identità di Petrillo, la sua storia e la sua tensione a vivere la danza non tanto come una disciplina o come uno specifico linguaggio artistico, quanto come scelta radicale: da questo punto di vista questo lavoro può in qualche modo esser definito una meta-coreografia, laddove molti segni di esso (sin dall’attacco iniziale con i tre danzatori che giocano col tutù in testa) stanno proprio ad indicare che in fondo il don Chisciotte che qui viene ad esser immaginato è in qualche modo il danzatore, colui che sceglie di concedere al corpo la facoltà di esprimersi e comunicare in piena autenticità.

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Paolo Randazzo

Link da rumorscena

 

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Agamennone, se il mito danza.

Posted by identitalterit su 1 novembre 2015

CATANIA – Forse è destino che ogni forma ed esperienza d’arte che si sviluppa in Occidente prima o poi debba confrontarsi col mito. È un destino che accomuna ogni forma d’arte ogni esperienza, ogni percorso, mentre sono pochissimi quelli che a questo destino si sottraggono. Non è certo questo il luogo per riflettere sui motivi (storici, culturali, antropologici) per cui ciò accade, ma è chiaro che, se ci si trova ad assistere al debutto di una coreografia intitolata “Agamennone (criminal case) di una compagnia siciliana, che negli anni ha fatto del rapporto col mistero della contemporaneità la sua primaria ragion d’essere, qualche domanda occorre porsela. Parliamo della coreografia di Petranura Danza che ha debuttato in prima assoluta a Catania a Scenario Pubblico il 16 ottobre scorso: in scena Salvo Romania (che della coreografia è l’autore, insieme con Laura Odierna), Valeria Ferrante (altra colonna della compagnia) ed ancora Jessica Eirado Enes e Filippo Domini; disegno luci e costumi rispettivamente di Mario Villano e Debora Privitera; le musiche, in gran parte originali, eseguite dal vivo in scena da Carlo Cattano (al sassofono) e da Raffaele Schiavo (voce e percussioni).

agamennone 2Dunque Agamennone: l’antichissimo mito che ci riporta all’Iliade e all’Orestea di Eschilo, il mito che si e ci interroga sul senso della giustizia basata sulla vendetta, che può a sua volta innescare un’infinita catena di vendette e può essere interrotta solo dall’avvento, sacrale e politico, di una giustizia che sa riconoscere le ragioni degli altri, o forse anche – sembra chiedersi Romania – da una considerazione del coacervo emozionale entro il quale nasce anche la violenza. Ecco lo scarto che rende interessante questa lettura: per interpretare e, quindi, per por fine alla violenza non basta capire le ragioni degli altri, comprenderle razionalmente, occorre anche, primariamente, capire le emozioni che ne costituiscono l’humus. E qual è la sede primaria delle emozioni (dolore, delusione, orrore, sete di vendetta, ferocia) e della comunicazione basica di esse se non il corpo? Ecco quindi la possibilità della danza, ecco la possibilità che l’intelligenza del corpo e delle emozioni trovi la sua lingua privilegiata e quasi necessaria nel linguaggio della danza: ecco la possibilità di questo spettacolo.

Uno spettacolo che è ben costruito, solido, equilibrato nei suoi vari segmenti: segue il mito (sostanzialmente negli snodi della versione eschilea: l’arrivo glorioso di Agamennone ad Argo, la trappola ordita da Clitennestra ed Egisto, la vana premonizione di Cassandra, l’assassinio, il trionfo degli assassini), lo attraversa e se ne serve liberamente senza restarne abbagliato e prigioniero. Sono le emozioni a guidare (e a comunicare) la costruzione del gesto e dei movimenti, anche nei momenti in cui è massimo il pathos, mentre il linguaggio coreografico di Romania sembra essersi alleggerito, depurato da ogni ansia, affettazione, venato di sana ironia. Un discorso a parte va fatto questa volta per le musiche, giacché esse davvero danno una marcia in più, in profondità e respiro culturale, a questo lavoro: sono respiri e sono echi lontani, dolore e gioia, voli e tonfi dell’anima, sono bisbigli e sono frastuono di navi, mercati, viaggiatori. Anche in questa dimensione musicale insomma, si scrive Agamennone  si legge uomo.

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Paolo Randazzo

link da Rumorscena.

 

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