Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for aprile 2016

Relazione su: “La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità” di Giulio Guidorizzi

Posted by identitalterit su 28 aprile 2016

La magia, materia che ha sempre affascinato l’uomo, è diversa secondo le società e le epoche e non va confusa con la religione. Secondo Frazer infatti la magia non proviene dalla religione: mentre quest’ultima è infatti una sottomissione alle entità a cui si attribuisce il potere di dominare i fenomeni, la magia vuole invece costringere queste forze a sottomettersi al potere di un mago. Sempre secondo Frazer il mago non supplica nessuno e non si abbassa davanti a nulla, invece le religioni tendono a creare qualcosa di sacro a cui si rivolge con le preghiere. Inoltre nessuno stregone inventa la magia, ma attiva tradizioni e formule che gli sono state tramandate. Le parole pronunciate in una formula devono essere corrette, poiché basta che cambi un minimo elemento che diventa inefficace. La magia presuppone in alcuni momenti una fessura che permette di entrare in un mondo parallelo e occulto. Per la magia hanno importanza anche i sogni, questi infatti hanno funzioni diverse in base alle popolazioni, vediamo che ad esempio i Maori pensavano che i sogni fossero un tramite per un viaggio che porta l’anima a contatto con i defunti. In tutto ciò il mago non attribuisce i risultati di una magia alla sperimentazione umana, ma al contatto con un potere soprannaturale. Ogni azione magica ha alla sua base un’idea che è connessa al tutto come una grande tela. Il mago può agire sulla materia e può produrre dolori e sofferenze ma non può fare nulla sulla parte alta dell’anima. Frazer afferma che la magia si basa su due principi: il primo è la legge di similarità, in altre parole il simile produce il simile, la seconda è la legge di contatto o contagio nella quale le cose sono state una volta a contatto continuo agiscono insieme; queste definizioni sono piuttosto schematiche e tendono ad abbracciare i fenomeni della cultura entro determinati schemi.6123048_393637 Un fenomeno comune è la contaminazione ovvero l’idea che influssi maligni e invisibili si trasmettano per contatto: Eric Dods infatti, studiando la mentalità greca, nota in Omero l’evitare il contatto con la morte, anche se è un tratto che non è molto marcato. In Omero la magia vera e propria è circoscritta ad alcuni episodi però il confine tra invisibile e visibile è continuamente scavalcato, poiché i mortali e gli dei si muovono fianco a fianco. I guerrieri Omerici percepiscono che il loro cuore prova paura o le membra diventano più agili o più pesanti a causa di un dio che opera invisibilmente per loro. L’ingresso del mago nella società greca lo possiamo vedere ad esempio nell’ “Edipo re” sofocleo, nel quale il re di Tebe parlando con veemenza contro il cieco Tiresia, lo accusa di essere un mago. La magia è spesso legata al mito, e si dice anche che ai primordi dell’umanità fossero esistite corporazioni di maghi esperti come i Dattili Idei, i Curati, i Telchini e i Ciclopi; in parte esseri umani e in parte creature demoniache. Ma, tra tutte, la magia più potente è quella dell’amore, quella che da agli uomini la follia erotica, un dono di Eros ed Afrodite, la quale legò ai quattro raggi di una ruota l’uccello della follia  e la trasmise agli uomini, insegnando a Esone incantesimi e formule.

Frasca Rosanna, VA

AS. 2015/2016

LINK: J. Frazer

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Il limite di Remo Bodei

Posted by identitalterit su 21 aprile 2016

Remo Bodei, “Limite”, Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 128, euro 12.00.

C’è stato un tempo in cui la filosofia, prima d’essere soltanto o soprattutto pura teoresi o discorso accademico, è stata, sostanzialmente, incessante ricerca di umana saggezza. Una saggezza che si proiettava nella considerazione e nell’interpretazione della natura, della storia, del rapporto tra gli uomini, nella ricerca della felicità individuale o in dimensione collettiva; o piuttosto scaturiva da esse, poco importa. E forse, in fondo, è ancora così o forse no, ma sta di fatto che fa bene al cuore leggere il piccolo e densissimo saggio di Remo Bodei “Limite” (Mulino, pp. 128, euro 12,00).  Fa bene al cuore non solo perché affronta con una semplicità adeguata all’ampio target di lettori immaginato per la collana “Parole controtempo”, ma soprattutto perché nello scorrere le pagine di questo libretto si avverte una certa partecipazione emotiva dell’autore rispetto a quanto può provocare nel lettore la sana (leopardiana) durezza di ciò che viene esposto. Perché negarlo, del resto? Ci sono cose che tutti gli uomini sanno da sempre, ma preferiscono dimenticare o lasciare in ombra e silenzio per paura. Per paura si vive, oggi più che mai, immaginando che il nostro corpo possa non invecchiare, per paura non si pensa che prima o poi toccherà a noi di morire, per paura non si avverte che è appunto “il limite”, ogni limite, il punto d’arrivo e di partenza di ogni nostra attività intellettuale. Il limite, o meglio l’essere consapevoli di esso, è insomma in ogni tempo la prima scaturigine di ogni umana saggezza. Bodei s’interroga anzitutto sui nostri limiti fisiologici: sulla percezione che abbiamo di essi in relazione alle scoperte della medicina e delle biotecnologie, sul tentativo contemporaneo di spostare il più avanti possibile il momento della morte, un tentativo concreto che supera la sola soglia del desiderio senza tuttavia varcarla definitivamente, sulle ricadute culturali e psicologiche che ciò comporta. copertina limiteQuindi ad essere affrontato è il concetto di limite nel rapporto tra natura e civiltà: ovvero nel suo dispiegarsi nel pensiero filosofico occidentale antico e moderno, nel suo sostanziare internamente la straordinaria stagione delle scoperte geografiche, nel suo reale o apparente disgregarsi nell’età della globalizzazione: «come orientarsi e dar senso alla propria esistenza in situazioni caratterizzate da un costante allargamento degli orizzonti individuali, ma anche, simultaneamente, dall’incremento esponenziale del tasso di complessità e conflittualità tra persone e popoli? Come inserire la coscienza del singolo nella trama concettuale in fieri del proprio tempo, aiutandolo a trovare un qualche equilibrio tra la dimensione psicologica privata e quella pubblica, renderlo sempre più aperto alle vicende comuni e più capace di fronteggiare il corso non sempre piacevole degli avvenimenti?». L’esito di questa interrogazione non può che sfociare, nella terza parte del libro, in un ragionato invito a “Imparare a distinguere”: a osservare cioè e a discernere con intelligenza critica il resistere, il disgregarsi, il trasformarsi dei limiti esistenziali, dei riti di passaggio, delle frontiere geo-politiche, delle differenze e delle misure. Forse, al rispetto e all’entusiasmante e inesauribile scoperta dell’alterità si affiancherà nell’uomo la nascita (o meglio la rinascita) di un senso di “ulteriorità” e di onnipotenza al quale si potrà (si deve già adesso) contrapporre soltanto «l’attitudine a riconoscere e a distinguere i limiti lasciandosi guidare nello stesso tempo dall’adeguata conoscenza delle specifiche situazioni, da un ponderato giudizio critico e da un vigile senso di responsabilità. Ma, di nuovo, fin dove spingersi nelle proprie scelte? Si potrebbe rispondere che ciò dipende dalla capacità di commisurare gli obiettivi alle energie intellettuali e morali di cui si dispone e sostenere la tesi di Max Weber secondo cuoi, se gli uomini non tentassero continuamente l’impossibile, il possibile non verrebbe mai raggiunto. Eppure, non saremmo già moderatamente soddisfatti se tutti seguissero il monito che Marco Aurelio, padrone di un immenso impero, rivolgeva a se stesso: – E non attendere la giusta Città di Platone; ti deve bastare una cosa: un po’ di miglioramento, anche minimo -».

Paolo RANDAZZO

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Islam e Occidente

Posted by identitalterit su 21 aprile 2016

Massimo Campanini, “L’Islam, religione dell’Occidente”, Mimesis, Milano – Udine, 2016, pp. 153, euro 15.00.

Come sempre, come ogni guerra, anche quella che stiamo vivendo è anzitutto una guerra di bugie e di verità alterate, dimezzate, abusate e, come sempre, bisognerebbe fermarsi a riflettere su ciò che accade e sul senso profondo delle nostre azioni e reazioni prima di dar loro corso. È esattamente quanto non sta accadendo nella guerra terroristica con cui ci troviamo a confrontarci in questi anni ed è quanto vien fatto di pensare leggendo “L’Islam, religione dell’Occidente” (Mimesis, euro 15.00) di Massimo Campanini (orientalista di vaglia e docente nell’Università di Trento), un saggio di grande intensità e acume che, già nel titolo, si palesa in tutto il suo interesse. Seppur apparentemente paradossale il suo focus è chiaro: l’Islam, benché oggi appaia quanto mai e persino minacciosamente lontano dalla cultura di noi occidentali, è nato e si è sviluppato invece per secoli come una delle grandi spiritualità monoteistiche occidentali, in strettissimo rapporto con esse (e soprattutto col Cristianesimo delle origini in un complesso rapporto etnico, scritturale, teologico e quindi anche politico e di scontro militare) e solo dopo, col tempo e con l’incidenza di fenomeni storico-culturali ben definiti, si è allontano se non proprio separato dalla cultura occidentale. A favore di questa tesi Campanini, che si autodefinisce un hanif, ovvero un credente nell’unico dio e sua nella rivelazione profetica fino a Maometto, senza tuttavia riconoscersi del tutto in nessuna delle tre grandi religione monoteistiche, ripercorre le analogie delle figure e delle traiettorie profetiche di Cristo e di Maometto (nonché quelle di Giacomo “fratello del signore” e di Paolo di Tarso in ambito cristiano e di Ali in ambito musulmano) e illustra le assonanze delle teologie politiche che da queste esperienze religiose sono scaturite, per poi analizzare le cause dell’allontanamento che si è prodotto in età moderna. Campanini Copertina 001Di quali cause si tratta? Della rivoluzione scientifica, della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale, ovvero delle tre grandi rivoluzioni costitutive della modernità “occidentale”. «Relativamente alla rivoluzione scientifica – spiega lo studioso -, due fattori negativi sono stati determinanti: l’incapacità di sviluppare un “discorso sul metodo” e soprattutto, a monte di questo, l’ipertrofia del diritto che ha fagocitato le scienze speculative. […] Relativamente alla rivoluzione francese, la difficoltà di venire a patti con la modernità ha vincolato la ragione all’autorità e al taqlid cioè all’imitazione dell’autorità. Non si è avuta quella liberazione della ragione dai vincoli del conformismo preconizzata da Kant in “Che cos’è l’illuminismo?” […] Relativamente alla rivoluzione industriale, il mancato sviluppo del mercantilismo in capitalismo ha segnato il destino dell’arretratezza economica dei popoli musulmani». Eppure, spiega e dimostra ancora l’autore, confrontandosi con studiosi come i pensatori modernisti Muhammad Abduh (1849 – 1905) e Muhammad Iqbal (1877 – 1938) o col pensiero del biografo del Profeta, il grande intellettuale e scrittore, Muhammad Husayn Haykal (1888 – 1956), il Corano contiene «metodo e ragione» che consentono di sperare in una autoriforma dell’Islam. Un movimento che possa consentire un rinnovato e positivo dialogo con la cultura della modernità occidentale. Un libro affascinante, fecondo di ulteriori sviluppi insomma, se solo si tengono presenti le caratteristiche culturali (e materiali se è vero che “il mezzo è il messaggio”) non solo della modernità occidentale, ma anche della post-modernità e dei processi di globalizzazione che a questa sono intimamente connessi.

Paolo RANDAZZO

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Baccanti a.s. 2015 /2016

Posted by identitalterit su 21 aprile 2016

Baccanti vv. 1 – 63 LINK

Baccanti vv. 215 – 287 LINK

Baccanti vv. 660 – 774 LINK

E. Dodds su Baccanti: articolo LINK
dioniso nave

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