Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘antropologia’ Category

Pinuccio – Aldo Rapè

Posted by identitalterit su 6 marzo 2019

PALERMO. In ogni tradizione letteraria o teatrale o anche, genericamente, artistica ci sono dei motivi che ritornano, dei luoghi dello spirito e della riflessione/mimesi/invenzione letteraria o teatrale che negli anni hanno assunto un valore paradigmatico, sono diventati topoi che occorre conoscere ma che poi è difficilissimo usare quando si costruiscono nuove narrazioni che in qualche modo devono contenerli. È questo certo il caso delle grandi miniere di zolfo siciliane e della loro presenza, non solo nella memoria di tante famiglie siciliane e nella cultura popolare di buona parte dell’isola, ma anche in numerose e celeberrime pagine della letteratura siciliana (Verga, Pirandello, Sciascia, Rosso di San Secondo): luoghi di sfruttamento bestiale, di schiavitù, luoghi di lavoro e sacrificio, di dolore, di lutto e di affetti stroncati, luoghi di costruzione di ricchezza e di lotta politica, di economia proto-capitalistica, luoghi capaci di generare racconti e fantasmi. È questa la prima difficoltà che affrontano opere come “Pinuccio”, lo spettacolo che Aldo Rapè (attore, regista, teatrante a tutto tondo e da qualche tempo anche direttore del Teatro pubblico di Caltanissetta), ha presentato sabato 23 febbraio scorso sulla scena dello “Spazio Franco” a Palermo. Si tratta della storia di Peppino, un bambino rinominato Pinuccio appena prima di cominciare a lavorare nella miniera di zolfo di Gessolungo a Caltanissetta, a dieci anni: rimasto orfano di padre (zolfataro morto nel buio di quella stessa miniera), diventa “carusu di miniera” e scende a lavorare nudo nelle viscere della terra con gli altri due suoi fratellini (rispettivamente di otto e sei anni). Inutile dire l’orrore che può suscitare oggi il pensiero di un così violenta pratica di sfruttamento che si è abbattuta su bambini inermi nelle nostre terre, in Europa, nel cuore del Mediterraneo, sino a pochi decenni fa. Ciò che conta politicamente è che pratiche del genere siano state abolite e siamo giustamente rifiutate ed esecrate moralmente. Dal punto di vista artistico ne scaturisce il rischio, presente e pressante, di cadere nel già visto/già sentito e quindi, sostanzialmente, di lavorare su qualcosa che non ha vera necessità estetica. Un rischio paralizzante e non facile da evitare del tutto. Aldò Rapè sa trovare però il modo per venirne fuori (quasi) indenne: è il modo è lo stile dell’attore, la cura del linguaggio teatrale e del ritmo, il sorvegliato e lentissimo dispiegarsi della parola d’attore che è suono, corpo, ritmo, consapevolezza storica, incantamento. Interessante, densa di echi e ben calibrata anche la presenza degli apporti sonori prodotti da vivo da Sergio Zafarana. Uno spettacolo insomma lieve e ben fatto, che suscita emozioni e domande che afferiscono, con autenticità, alla sostanza storico-politica del nostro presente e della nostra umanità globalizzata. Certo ci vuole intelligenza e un bel mestiere per arrivare a questo punto ed è la bella sorpresa che in questo lavoro Rapè riserva al suo pubblico.

Paolo RANDAZZO

PINUCCIO, di e con Aldo Rapè, musiche originali dal vivo Sergio Zafarana, Zafarà. Produzione Prima Quinta Teatro. Crediti fotografici di  Lillo Romano.

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L’ammazzatore / Palazzolo – Cutino

Posted by identitalterit su 6 marzo 2019

PALERMO. “L’Ammazzatore” di Rosario Palazzolo, drammaturgo e interprete insieme con Salvatore Nocera, e del regista Giuseppe Cutino è uno spettacolo importante. Ha debuttato al Biondo dal 19 al 24 febbraio e subito dopo s’è visto a Milano sulla scena del Teatro della Contraddizione. È uno spettacolo importante perché in esso due linguaggi creativi, diversi e distanti tra loro, si sono incontrati positivamente dialogando, ascoltandosi con attenzione e rispetto, valorizzando reciprocamente le peculiarità artistiche. È possibile cogliere in esso infatti l’esatta concretezza del linguaggio registico di Cutino, che sa stare coi piedi ben piantati per terra senza smarrire al contempo una buona dose di leggerezza e senza nascondere un autentico spessore culturale che non indugia in citazioni né, tantomeno, in auto-citazioni. Dall’altra parte di questo allestimento si accampa invece l’amore incontinente e corrosivo di Palazzolo per la dimensione paradossale della realtà e del linguaggio: prima che gli opposti della realtà arrivino a incontrarsi, questo teatrante con la sua feroce e innocente percezione del mondo, col suo pietoso sarcasmo (e tanto più pietoso quanto più ferreo), con la sua intelligenza veloce e divertita, ne ha già doppiato il giro (il testo è stato pubblicato nel 2007). Questa è la caratteristica più singolare e feconda del teatro di Palazzolo ed è stato bravo Cutino a riconoscerla, a valorizzarla, senza smettere per questo di fare il suo lavoro di regista. Una percezione della realtà feroce e innocente: non c’è nulla, ad esempio, nel personaggio (Ernesto Scossa) di questa piéce che solleciti umane simpatie, tenerezza, comprensione, giustificazioni, nulla. L’ammazzatore è esattamente ciò che appare: un balordo diventato assassino per sfangarsela, un balordo che usa tutta la sua ferocia, necessaria e innocente, grottesca e delirante, per crescere nella sua professione, per “essere” prima ancora di “diventare” qualcuno o qualcosa. Ma siccome nemmeno quella di un balordo è una vita semplice, neppure se sai usare la pistola, neppure se poi ti innamori e provi a scappare, a fuggire, a diventare altro da quel sei (perché lo hai voluto o perché altri lo hanno voluto per te), ecco che il personaggio che dovrebbe rappresentarla è destrutturato, vistosamente duplicato, affidato a due attori, a due corpi, a due parole che s’inseguono e respingono, e non per racchiuderla in una dualità accessibile e rassicurante, ma per moltiplicarla, disperderla, dissiparla si direbbe meglio, in una pluralità di prospettive, voci, storie, di vittime e carnefici, di morti ammazzati ch’erano già morti prima di morire, com’era già morto l’ammazzatore stesso prima che iniziasse lo spettacolo. Ritmo vertiginoso e avvolgente, narrazione post mortem, denuncia sociale, sogno perturbante, black comedy, commedia dei fantasmi, teatro siciliano contemporaneo nell’accezione più colta e aperta: da non perdere. Visto a Palermo, nella Sala Strehler del Teatro Biondo, il 23 febbraio scorso.

Paolo RANDAZZO

 

L’ammazzatore

Di Rosario Palazzolo, regia Giuseppe Cutino, con Salvatore Nocera e Rosario Palazzolo, scena e costumi Daniela Cernigliaro, disegno luci Petra Trombini, aiuto regia Simona Sciarabba, produzione A.C.T.I. Teatro Indipendente, in collaborazione con M’Arte Movimenti d’Arte, Teatrino Controverso, T22, durata 60 minuti circa. Dal 19 al 24 febbraio al Teatro Biondo di Palermo. Dal 28 febbraio al 3 marzo al Teatro della Contraddizione di Milano. Dal 9 al 10 marzo al Clan Off di Messina. Crediti fotografici: Giuseppe Cutino.

 

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A. Semu tutti devoti tutti – Zappalà danza

Posted by identitalterit su 6 marzo 2019

CATANIA. “A. Semu tutti devoti tutti?” rappresenta un episodio importante della vicenda artistica di Roberto Zappalà. Così dieci anni fa, quando fu presentato per la prima volta, così anche oggi, riallestito e presentato al pubblico del Teatro Verga nel contesto della stagione in corso dello Stabile Etneo. Perché importante? Perché, al di là del pur straordinario dato formale, si tratta sostanzialmente di una una messa a fuoco concettuale, di un chiarimento definitivo, di un prender le misure e mettere le giuste distanze tra l’intelligenza creativa, potente, feconda, raffinata e cosmopolita di Roberto Zappalà e di tutto il suo ensemble e il magma incandescente della sua Catania, della cultura popolare in cui è cresciuto e che in qualche modo, madre e matrigna, continua ad abbracciarlo. Un chiarimento positivo, più che affettuoso ma al contempo severo e senza ambiguità, un chiarimento che si dispiega su una linea di faglia molto antica, tormentata, delicata: il culto antico e rovente di Sant’Agata, ovvero ciò che nessun catanese potrebbe mettere agevolmente in discussione criticamente continuando a definirsi tale. Un chiarimento con una parte ancestrale del nostro essere, una parte che magari sottovalutiamo, ma che si ripresenta viva e vibrante ogni volta che ci troviamo immersi in una di quelle masse di fedeli che rinnovano l’antichissima religiosità popolare (pagana e cristiana insieme) del Mediterraneo. Una religiosità rovente, impura, feroce, capace di accogliere nel suo ventre largo il bene e il male in ogni possibile declinazione. Il concept di questo spettacolo nasce dieci anni fa quando Zappalà decide di riflettere sulla vicenda del controllo mafioso di ampi segmenti dell’organizzazione pratica della festa di Sant’Agata (le bancarelle, la cera delle candele, le scommesse clandestine). Un controllo accettato spesso supinamente dal popolo, quasi come un fatto normale. Una sottocultura malata e mafiosa che sporca ancora – come anche alcuni fatti di quest’anno hanno dimostrato (fatta salva la determinata e coraggiosa reazione del vescovo) – un culto che invece è intriso non solo di sincera pietas religiosa, ma anche di grande partecipazione e teatralità barocca. Il tutto scritto (e oggi riscritto e riallestito) con i segni forti di una danza che si apre e vive e respira nei corpi e nei movimenti dei danzatori (Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Salvatore Romania, Fernando Roland Ferrer, Antoine Roux-Briffaud, Massimo Trombetta, il nuovo e giovane Alberto Gnola), nella loro tensione muscolare, nella lotta, nel corpo abbandonato, sensuale e mistico, totalmente e meravigliosamente nudo, di Maud De La Purification (ma in altre repliche di Valeria Zampardi), che è mosso in scena dai danzatori senza che mai possa toccare terra: un corpo che è sogno, desiderio, fantasma, fatica, opera d’arte. Sostanziale appare ancora l’apporto drammaturgico, in senso ampio, di Nello Calabrò: «È vero che siete innocui singolarmente e che imbarbarite nella folla? Diventate crudeli se costretti dalle circostanze?… Non è forse scritto? la mia casa sarà riguardata come casa di preghiera per tutte le genti. Chi ne ha fatto una caverna di ladri? una spelonca di ladri, una caverna di briganti…».E ancora, a far da contrappunto alla danza, a riempirne le vibrazioni, a inseguirne o anticiparne i percorsi, ecco le musiche raffinate, ma concrete e carnali anch’esse, dell’ensemble de “I Lautari” presenti in scena (Peppe Nicotra, Puccio Castrogiovanni e Salvo Farruggio). Un magma incandescente questo spettacolo in cui, se pur si conferma la presenza di alcuni elementi di debolezza (uno su tutti la chiusura con il video di Carmen Consoli), il segno di maggiore interesse appare senza dubbio l’accresciuta maturità dei danzatori che dopo ben dieci anni lo reinterpretano con una vigoria, un’intelligenza del gesto e una solidità artistica davvero straordinarie. Doti che Zappalà ha saputo cogliere di nuovo e mettere a frutto da par suo. Visto il 6 Febbraio al Teatro Verga di Catania.

Paolo Randazzo

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A. Semu tutti devoti tutti”, 3° tappa dal progetto “re-mapping Sicily” coreografia, regia, scene e luci di Roberto Zappalà; musica originale (eseguita dal vivo) di Puccio Castrogiovanni (Lautari); costumi di Marella Ferrera e Roberto Zappalà; drammaturgia di Nello Calabrò e Roberto Zappalà; testi di Nello Calabrò; realizzazione scene e costumi e assistenza Debora Privitera.
Interpretazione e collaborazione dei danzatori: Adriano Coletta, Maud del La Purification
Alain El Sakhawi, Alberto Gnola, Salvatore Romania, Antoine Roux-Briffaud Fernando Roldan Ferrer, Massimo Trombetta, Valeriaa Zampardi.  Musicisti: Peppe Nicotra, basso, Puccio Castrogiovanni, corde, marranzani e fisarmonica, Salvo Farruggio, percussioni, Peppe Nicotra, chitarre
Produzione Teatro Stabile di Catania, Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza, Centro di Produzione della Danza, in collaborazione con il Festival MilanOltre. Spettacolo vincitore del premio Danza&Danza 2009 come miglior spettacolo italiano. Crediti fotografici: Serena Nicoletti.

Link a Rumor(s)cena: 

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Aldes, danza: In girum imus nocte et consumimur igni

Posted by identitalterit su 8 febbraio 2019

CATANIA. Ci sono spettacoli perfettamente formalizzati ma non chiusi: non raccontano una storia definita, non l’attraversano, non la riflettono, piuttosto attirano lo spettatore in un campo più o meno ampio di sensi, di simboli, di significazioni e lì lo lasciano a smarrirsi, a interrogarsi, a ritrovarsi. Un campo, si badi bene, ben pensato e perfettamente costruito e delimitato dal magistero artistico dell’autore o – come in questo caso – dell’ensemble. È quanto vien fatto di pensare in relazione a In girum imus nocte et consumimur igni, il misterioso spettacolo di danza di Roberto Castello e della sua Compagnia Aldes, che si è visto a Scenario Pubblico, a Catania, il 19 gennaio scorso. Si tratta di un lavoro del 2015 ma vivo, vibrante, potente, ancora straordinariamente capace di parlarci. In scena a danzare ci sono Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Ilenia Romano; le luci, i costumi e la musica soprattutto (minimalista, ossessiva, fondamentale nella concezione di questo lavoro), sono dello stesso Castello. Uno spettacolo misterioso, circolare nella sua apparente immobilità, ipnotico nel ritmico dispiegarsi dei quadri viventi, dei movimenti, delle cellule coreografiche e del tappeto sonoro. È evidente che va in questa direzione anche la scelta del titolo (quel palindromo misterioso e antichissimo che sembra alludere, forse iniziaticamente, alla caducità della vita come ad uno stabile e circolare susseguirsi di bagliori che si consumano bruciando nel breve volgere di una notte). E ancora, si tratta di uno spettacolo “numinoso”, come direbbero gli antropologi: numinoso perché, negli infinitesimali spazi vuoti, bui e/o silenziosi che le cellule ritmiche e coreografiche implicano nel loro avvicendarsi, s’inseriscono come divinità bizzarre e sotterrane, necessari frammenti di senso e umanità che poi si rivelano per bagliori e illuminazioni e rendono intellegibile questo lavoro: indirizzano, suggeriscono legami segreti, parentele artistiche più o meno scoperte (esperienze internazionali di danza contemporanea e di teatro, la pittura dei fiamminghi, il cinema in bianco e nero, esperienze di graphic novel), rendono evidente la dimensione dell’assoluta mancanza di senso in cui si trova ad essere tragicamente gettata l’umanità, l’impossibilità oggettiva della speranza nella storia dell’uomo, la necessità di una dimensione minimale e fuggevole della gioia, l’impossibilità del cambiamento se non come fragile illusione necessaria prima del prossimo naufragio.

 

Di Roberto Castello/ALDES in collaborazione con la Compagnia. Interpreti: Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Ilenia Romano; luci, musica, costumi di Roberto Castello. Assistente: Alessandra Moretti; costumi realizzati da Sartoria Fiorentina, Csilla Evinger. Produzione: ALDES, con il sostegno di: MiBACT/Direzione Generale Spettacolo dal vivo, Regione Toscana/Sistema Regionale dello Spettacolo.

Crediti fotografici: Paolo Porto, Cristian Rubbio, AlessandroColazzo.

 

https://www.rumorscena.com/05/02/2019/vivere-bruciare-amare-il-successo-dello-spettacolo-di-roberto-castello-e-aldes-a-catania

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Stagione INDA 2018. Tra Eracle e Edipo, la tragedia greca parla al presente.

Posted by identitalterit su 8 febbraio 2019

SIRACUSA. La messinscena contemporanea di un testo tratto dall’antica drammaturgia attica non può essere solo un’operazione artistica, ma implica sempre una riflessione più ampia di natura antropologica e filosofica. Una riflessione che ha come oggetto “un’alterità”, lontana eppure storicamente e culturalmente determinata (quella classica), che diventa segno e simbolo di quell’alterità assoluta che, oggi più che mai, è il cuore di ogni più avvertito pensiero dell’uomo su sé stesso. Una riflessione che assume, quasi per necessità, la forma del dialogo tra un testo antico (spesso bellissimo ma che può essere compreso appieno solo a partire dalla conoscenza di un contesto che in gran parte ci sfugge) e una poetica contemporanea che non può che attrarlo a sé tradendolo, distorcendolo, maltrattandolo. E quanto più importante, profondo autentico è questo dialogo, tanto più profondo, fecondo e necessario diventa lo spettacolo che da esso scaturisce. Può sembrare pretenzioso o strano premettere tali considerazioni ad una semplice recensione giornalistica, eppure si tratta di considerazioni necessarie se davvero si vuol capire il senso di spettacoli, grandi e importanti, come quelli che vanno in scena annualmente nel contesto delle Rappresentazioni classiche del Teatro Greco di Siracusa. Raccontiamo questa volta degli spettacoli della Cinquantaquattresima stagione Inda diretta da Roberto Andò (dal 10 maggio, a giorni alterni, fino al 24 giugno, lunedì riposo), raccontiamo dell’Eracle di Euripide diretto da Emma Dante e dell’Edipo a Colono di Sofocle diretto dal regista greco Yannis Kokkos.

Lo spettacolo di Emma Dante è tutto giocato sul ritmo, sulla coralità, su forme, stilemi e colori che caratterizzano in modo costante e da decenni il teatro di questa artista. Il testo parte dalla traduzione elaborata da Giorgio Ieranò, le scene (molto belle e luminose) sono di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le musiche di scena di Serena Ganci, le coreografie di Manuela Lo Sicco, il disegno luci di Cristian Zucaro: al di là del traduttore, si tratta ovviamente di una equipe, affiatatissima e ben rodata da anni di lavoro comune, che sa rendere perfettamente e in ogni minimo elemento la poetica della Dante. In scena ci sono Serena Barone (Anfitrione), Naike Anna Silipo (Megara), Patricia Zanco (Lico), Maria Giulia Colace (Eracle), Francesca Laviosa (Iris), Arianna Pozzoli (Lyssa), Katia Mirabella (Messaggero),  Carlotta Viscovo (Teseo), Serena Lippi, Arianna Pozzoli ,  Isabella Sciortino (figli di Eracle), Samuel Salamone (Corifeo), Sabrina Vicari, Mariella Celia, Silvia Giuffrè  (danzatrici), Serena Ganci e Marta Cannuscio (musiciste), il coro maschile dei vecchi Tebani realizzato (ancora un ribaltamento ma questa volta al femminile e con toni comico-grotteschi) dai giovani dell’Accademia d’arte del Dramma Antico di Siracusa. Il segno primo e principale da cui sembra dispiegarsi la lettura che si dà del testo euripideo è la bellissima scenografia firmata da Maringola: un cimitero di marmo bianco con decine e decine di ritratti e di foto e con sepolcri che il tempo ha svuotato e la pioggia ha riempito d’acqua. In questa scenografia, in cui il biancore del marmo non è mai (o non è più) astratto neoclassicismo ed anzi rimanda immediatamente ad un dolore familiare e ancora caldo d’affetti, un dolore privato o comunque di una comunità definita (e siamo proprio nel pieno della poetica della Dante), ecco stagliarsi la distruttiva prepotenza del potere e subito dopo la violenza assurda della follia e della fragilità umana. Tre grandi momenti: Lico con violenza prova a usurpare il trono di Eracle che si trova fuori città (impegnato nella fatica contro Cerbero); Eracle ritorna e, dopo aver ristabilito il suo legittimo potere in città, colpito all’improvviso, tramite Iris e Lyssa, dalla follia di Era, stermina la sua famiglia uccidendo moglie e figli; Teseo ritorna e aiuta Eracle a ritornare in sé, non suicidandosi come la morale eroica probabilmente avrebbe richiesto (si pensi ad Aiace), ma accettando di restare in vita e di portare per sempre il fardello del dolore che certo è poco eroico, ma è totalmente, profondamente umano. La regista ha saputo leggere il testo di Euripide con occhi limpidi e attenti, è riuscita a penetrare con intelligenza questo dispositivo di senso, a convertirlo con energia e delicatezza in un potente e saporito spettacolo mediterraneo che riesce a trasmettere coralmente la potenza del mistero tragico. Coralmente: uscendo da teatro si ricorda lo spettacolo non il singolo attore interprete (sebbene vi siano state delle solidissime prove d’attrice nelle interpretazioni di Naike Anna Silipo e di Katia Mirabella). Va intesa in questa direzione di coralità anche la scelta di ribaltare al femminile l’intero cast della tragedia: nessuna rivendicazione femminista e/o politicamente corretta, ma probabilmente il desiderio di riscrivere e il dramma euripideo senza alcun sacro timore e, allo stesso tempo, di ri-mescolare nello spazio della sua lingua teatrale i tanti elementi della complessa teatralità euripidea: la terribile paradossalità del fato, la forza oscura, negativa e persino violenta dell’azione degli dei nel mondo, la comicità involontaria e goffa, se non proprio volgare, del (di ogni) potere privo di nobiltà, l’incapacità della morale (eroica) tradizionale tradizionale di parlare al presente di costruire il futuro, la accettazione della umanità come unica misura della realtà. Cosa non convince di questo spettacolo? La quantità eccessiva di segni che, se inseguiti nella loro puntale e persino interessante significatività o allusività (la divaricazione nella tipologia delle musiche scelte, l’allusione ripetuta al mondo dell’Opera dei pupi come a quello dei cartoni animati giapponesi, dei video giochi, dei super eroi, le danze che sono insieme vagamente dervisce e vagamente brasiliane, l’uso ludico dell’acqua quale simbolo di vita e di vitalità tradita), sviano, distraggono e talvolta spengono l’incandescenza del mistero tragico proposto da Euripide, in ogni caso non aggiungono alcunché di significativo all’economia complessiva della messinscena.

Assai diversa, eppure anch’essa affascinante, è la messinscena dell’Edipo a Colono di Sofocle diretta da Kokkos che di questo allestimento ha curato anche le scene: si tratta di uno spettacolo giocato sulla bravura degli attori, sulla capacità degli interpreti di inerpicarsi tra le vette poetiche del grande, enigmatico e paradigmatico insieme, testo sofocleo. Le musiche sono di Alexandros Markeas, i costumi di Paola Mariani, il disegno luci di Giuseppe Di Iorio. In scena ci sono Massimo De Francovich (Edipo), Robeta Caronia (Antigone), Sergio Mancinelli (Straniero), Davide Sbrogiò (Corifeo), Eleonora De Luca (Ismene), Sebastiano Lo Monaco (Teseo), Stefano Santospago (Creonte), Fabrizio Falco (Politice), Danilo Nigrelli (Messaggero), Massimo Cimaglia, Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Tatu La Vecchia, Eugenio Maria Santovito, Carlo Vitiello (coro recitante dei vecchi ateniesi) e ancora i ragazzi e le ragazze dell’Accademia d’arte del Dramma Antico per il resto del coro e delle presenze sceniche. L’impianto scenografico e i costumi riportano a un confine, a una frontiera europea di un vago secondo dopoguerra, tra durezze e resistenze, tentazioni autoritarie e/o derive poliziesche, doverose difese di valori politici nobili e, su tutto, una grande statua d’uomo che, schiena rivolta al pubblico, sovrasta la scena intera e ne rappresenta (ne vuol rappresentare) in qualche modo la sintesi. Viene in mente l’aforisma di Sant’Agostino che alla domanda “Quid est veritas?” rispondeva con l’anagramma della stessa domanda “Est vir qui adest”: l’uomo che c’è, quello che sovrasta, appunto. Varrà per Cristo certo, vale già per Edipo. Che dire? Gli attori sono tutti all’altezza del grande testo e la messinscena, tagliata elegantemente nel silenzio, appare semplice, rigorosa, intelligente, aderente all’altezza della poesia sofoclea che ondeggia continuamente tra l’emozione e l’interrogazione filosofica, tra la luce del coraggio (o della miseria umana) e l’oscurità imperscrutabile della realtà e del destino. Lo spettacolo è tenuto per mano dagli attori: dal protagonista, De Francovich che, pur nella piena padronanza e intelligenza del personaggio, sembra restare sempre estraneo a qualsiasi posa da mattatore (e questo è un bene che va sottolineato) a Sbrogiò che è un corifeo energico e sensibilissimo, da Sebastiano Lo Monaco (che, pur nella sua consueta dimensione di generosità attorale, dà prova nel ruolo di Teseo di sapersi contenere e autodisciplinare) a Santospago (che è un Creonte scafato e però capace di far balenare una straordinaria complessità di  sotto-testo). Uno spettacolo rigoroso, pulito, senza però quel colpo d’ala – occorre dirlo – che avrebbe consentito di trovare, insieme con l’allusività politica che è giusta, pervasiva e ben giustificata, un oltre necessario di sapienza e di spiritualità. Un oltre necessario che, ad esempio, sviluppasse da un lato più concretamente il motivo del confine evocato dalla scenografia e dall’altro focalizzasse meglio la profondità magico-rituale presente (soprattutto, ma non solo) nell’episodio conclusivo del testo ma poco e mal visibile nello spettacolo.

 

Paolo RANDAZZO

 

 

Crediti fotografici per l’Eracle: Franca Centaro e Tommaso Le pera. Crediti fotografici per l’Edipo a Colono: Gianni Luigi Carnera e Franca Centaro.

 

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