Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘attualità/incontri’ Category

Roberto Latini: “I Giganti della montagna” di Pirandello

Posted by identitalterit su 27 luglio 2016

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Islam e Occidente

Posted by identitalterit su 21 aprile 2016

Massimo Campanini, “L’Islam, religione dell’Occidente”, Mimesis, Milano – Udine, 2016, pp. 153, euro 15.00.

Come sempre, come ogni guerra, anche quella che stiamo vivendo è anzitutto una guerra di bugie e di verità alterate, dimezzate, abusate e, come sempre, bisognerebbe fermarsi a riflettere su ciò che accade e sul senso profondo delle nostre azioni e reazioni prima di dar loro corso. È esattamente quanto non sta accadendo nella guerra terroristica con cui ci troviamo a confrontarci in questi anni ed è quanto vien fatto di pensare leggendo “L’Islam, religione dell’Occidente” (Mimesis, euro 15.00) di Massimo Campanini (orientalista di vaglia e docente nell’Università di Trento), un saggio di grande intensità e acume che, già nel titolo, si palesa in tutto il suo interesse. Seppur apparentemente paradossale il suo focus è chiaro: l’Islam, benché oggi appaia quanto mai e persino minacciosamente lontano dalla cultura di noi occidentali, è nato e si è sviluppato invece per secoli come una delle grandi spiritualità monoteistiche occidentali, in strettissimo rapporto con esse (e soprattutto col Cristianesimo delle origini in un complesso rapporto etnico, scritturale, teologico e quindi anche politico e di scontro militare) e solo dopo, col tempo e con l’incidenza di fenomeni storico-culturali ben definiti, si è allontano se non proprio separato dalla cultura occidentale. A favore di questa tesi Campanini, che si autodefinisce un hanif, ovvero un credente nell’unico dio e sua nella rivelazione profetica fino a Maometto, senza tuttavia riconoscersi del tutto in nessuna delle tre grandi religione monoteistiche, ripercorre le analogie delle figure e delle traiettorie profetiche di Cristo e di Maometto (nonché quelle di Giacomo “fratello del signore” e di Paolo di Tarso in ambito cristiano e di Ali in ambito musulmano) e illustra le assonanze delle teologie politiche che da queste esperienze religiose sono scaturite, per poi analizzare le cause dell’allontanamento che si è prodotto in età moderna. Campanini Copertina 001Di quali cause si tratta? Della rivoluzione scientifica, della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale, ovvero delle tre grandi rivoluzioni costitutive della modernità “occidentale”. «Relativamente alla rivoluzione scientifica – spiega lo studioso -, due fattori negativi sono stati determinanti: l’incapacità di sviluppare un “discorso sul metodo” e soprattutto, a monte di questo, l’ipertrofia del diritto che ha fagocitato le scienze speculative. […] Relativamente alla rivoluzione francese, la difficoltà di venire a patti con la modernità ha vincolato la ragione all’autorità e al taqlid cioè all’imitazione dell’autorità. Non si è avuta quella liberazione della ragione dai vincoli del conformismo preconizzata da Kant in “Che cos’è l’illuminismo?” […] Relativamente alla rivoluzione industriale, il mancato sviluppo del mercantilismo in capitalismo ha segnato il destino dell’arretratezza economica dei popoli musulmani». Eppure, spiega e dimostra ancora l’autore, confrontandosi con studiosi come i pensatori modernisti Muhammad Abduh (1849 – 1905) e Muhammad Iqbal (1877 – 1938) o col pensiero del biografo del Profeta, il grande intellettuale e scrittore, Muhammad Husayn Haykal (1888 – 1956), il Corano contiene «metodo e ragione» che consentono di sperare in una autoriforma dell’Islam. Un movimento che possa consentire un rinnovato e positivo dialogo con la cultura della modernità occidentale. Un libro affascinante, fecondo di ulteriori sviluppi insomma, se solo si tengono presenti le caratteristiche culturali (e materiali se è vero che “il mezzo è il messaggio”) non solo della modernità occidentale, ma anche della post-modernità e dei processi di globalizzazione che a questa sono intimamente connessi.

Paolo RANDAZZO

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Rugby in Edinburgh foto

Posted by identitalterit su 7 marzo 2016

Domenica 28 Febbraio 2016, Edinburgo.

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Se Emma Dante Parla a Polifemo

Posted by identitalterit su 16 novembre 2014

PALERMO – “Io, nessuno e Polifemo”, lo spettacolo con cui Emma Dante ha inaugurato a settembre scorso la sua direzione della stagione classica dell’Olimpico di Vicenza, ha debuttato a Palermo, in apertura di stagione delTeatro Biondo, dal 24 ottobre al 2 novembre. Si tratta di uno spettacolo che, dietro un’apparente e, in qualche modo, persino ostentata semplicità di elaborazione scenica, propone molte domande che afferiscono alla vicenda artistica di questa regista e, in generale, alle potenzialità della prassi teatrale contemporanea che non sfugge all’eterno dilemma del rapporto tra teatro e realtà. Lo spettacolo è costruito a partire da una intervista impossibile che la regista, insieme con altri autori, ha pubblicato nel 2008 nel volume antologico “Corpo a corpo”, e in esso figurano oltre a lei stessa, nel ruolo di regista-teatrante-intervistatrice, Salvatore D’Onofrio (Polifemo), Carmine Maringola(Odisseo), la cantante-musicista Serena Ganci (dotata di un’ energia artistica elevata) e le tre danzatrici Federica Aloisio, Giusi Vicari e Viola Carinci che, a commento di quanto accade nel corso dell’intervista, eseguono una bella coreografia, straniante, disarticolata, mai banale, disegnata da Sandro Maria Campagna.
Chi è il Polifemo che la Dante intervista?

Dante

È, al di là del suo eccentrico accento napoletano, il totalmente “altro”, l’altro che non può essere assimilato a noi, alla nostra vicenda umana e storica, alla nostra prospettiva sul mondo, persino a quanto noi conosciamo di noi stessi e che certo non può esser detto, profferito, esplicitato se non al prezzo di quella menzogna narrativa e mitologica (o forse meglio si direbbe mitopoietica e fondativa) che è il primo dei gesti violenti che, semplificando la realtà, hanno fondato e continuano a fondare la storia e a renderne possibile la narrazione. Questo Polifemo, che la tradizione mitologica (la prima forma di narrazione storica, prima di degenerare in folklore) tramanda esser siciliano (e di stanza nella costa Orientale dell’isola, appena sotto l’Etna e vicino all’attuale Aci Trezza, dove i cosiddetti faraglioni altro non sarebbero che i massi scagliati dal Ciclope accecato contro l’eroe greco che fuggiva dopo aver dichiarato – ultimo feroce inganno – di chiamarsi Nessuno) è invece napoletano, pacifico, «’nu babbasone… monocolo sì, ma armonioso», e il suo antro oscuro, la grotta che viene violentata dalla curiosità invadente e prepotente di Odisseo, si trova ai Campi Flegrei. Allora, l’intervista serve a cercare la verità e, se non proprio a ritrovarla, almeno a porsi il problema di essa con passione vera e necessaria, serve a lasciare che essa, magari sotto forma di dubbio e/o di saggezza perduta, illumini brevemente il nostro essere.

Dante 2

Ecco: la verità si nasconde, sfugge, resta fuori dal racconto, non può proprio esser raccontata e, se il racconto nella sua semplificazione del reale non può che trasformarsi in menzogna, forse resta solo l’accadimento teatrale a poterla tenere in vita, esprimendola come ferita, come rito ancestrale e infantile, come incendio primario dell’essere.
Sul versante opposto c’è la figura di Odisseo, intorno alla quale la Dante intreccia una riflessione complementare e parallela, efficace proprio sul piano che la regista dichiara esplicitamente di rifiutare, ovvero il piano dello spettacolo. Una riflessione che, tuttavia, non appare convincente e non riesce ad avere la stessa nitidezza concettuale della precedente: Carmine Maringola la incarna con la leggerezza strafottente e “adulta” di chi alla menzogna s’è abituato, alla menzogna come sorriso e seduzione, compromesso e mediazione, alla menzogna come segno politico vincente e come violenza, spettacolo e avanspettacolo. Ma anche in questo caso c’è una riserva di verità imprescindibile: è Penelope, la verità dell’amore vivificante di Penelope, dalla quale pur si allontana mille e mille volte (Circe, Calipso, le Sirene, Nausicaa) senza però poter tagliare definitivamente il cordone ombelicale che lo lega a lei: «Calipso mi rendeva immortale, certo, ma in cambio si prendeva la memoria».

Da qui, dall’incrociarsi esatto di queste due prospettive, deriva la necessità che sia proprio la regista a farsi lucida intervistatrice di Polifemo e partecipe sciamana di quanto accade in scena, da qui si snoda, nel suo asse principale, la riflessione sul teatro che, se non è particolarmente innovativa per quel che concerne la genealogia e la lingua del teatro italiano contemporaneo alla quale la regista si ispira (Eduardo, Carmelo Bene, sicuramente Pasolini, Scaldati), è sicuramente importante e chiarificatrice per quel che concerne la genesi del suo teatro fino all’ultimo lavoro, giustamente fortunato, “Le sorelle Macaluso”: il teatro è il luogo oscuro, dentro o fuori di noi, dove costantemente la verità può far sentire la sua voce (una voce sempre e comunque tenacemente dialettale e diretta, carnale e materna, maleducata e feroce) e può presentarsi in quanto tale superando, con l’inganno puntuale della finzione scenica, la menzogna del racconto che non è destinato ad accadere, ma a ripetersi sempre uguale a sé stesso. Il teatro è, insomma, la grotta di Polifemo prima che arrivasse Odisseo.

Si è scritto più volte e da parte di diversi osservatori che, sotto diversi profili, gli ultimi lavori di Emma Dante (prima de “Le sorelle Macaluso”, le regie liriche, la “Trilogia degli occhiali”, la ripresa della sua Medea, i lavori sulle fiabe) sembrano portare segni tangibili di un’avvenuta maturazione artistica e di un cambiamento della sua consueta (e meravigliosamente potente) scrittura scenica e probabilmente è vero ed ha una sua ovvia necessità, ma la domanda che questo “Io, nessuno e Polifemo” – non deve sfuggire l’eco pirandelliana di questo titolo – sollecita maggiormente è piuttosto un’altra: confessare in scena, esplicitamente e in prima persona, che è l’antro di Polifemo, con tutto il suo magmatico carico di oscurità, di positiva innocenza, di dolore, il luogo dove nasce e vive il suo teatro non è, in qualche modo e paradossalmente, un raccontare proprio ciò che in quanto tale si rifiuta d’esser raccontato e che forse, se raccontato e proprio perché raccontato, svelato, razionalizzato, rischia di svanire nel gorgo della menzogna che si fa storia e della degenerazione folclorica di ogni voce poetica autenticamente dialettale? Si tratta di una complicazione rischiosa (e dunque coraggiosa) del percorso di questa artista, ma certo interessante, necessaria, feconda.

Paolo Randazzo

Link. Rumor(s)cena

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Un sogno chiamato Gibellina. Intervista a Ludovico Corrao

Posted by identitalterit su 13 novembre 2014

Gibellina Senatore Corrao AFR foto Fabio Sgroi 27-08-08 001 (6)«Io dico che anche i cafoni siciliani hanno diritto all’arte». Sono undici parole chiare, nette, radicali: in queste undici parole è racchiuso tutto il senso di un sogno grande, un sogno che è stato senso ed orizzonte ultimo di una lunga serie di battaglie politiche, un sogno che è già diventato, almeno parzialmente, una realtà e che da circa 40 anni continua a realizzarsi e a prender forma. Il sogno di Gibellina Nuova, che ha sognato Ludovico Corrao, il sogno che ha assunto le sembianze di una lotta politica durissima, ancora non conclusa e combattuta con le armi del’arte e della cultura. Abbiamo incontrato Ludovico Corrao nella sede della Fondazione Orestiadi che di Gibellina è il cuore. Lo abbiamo incontrato in salottino arredato col gusto che è poi lo stesso che pervade l’intero paese: la luce, le forme dell’arte contemporanea e i segni della cultura araba e medio-orientale. Di questi tempi, chiedere a Corrao cosa pensi dell’attuale governo regionale di Raffaele Lombardo sarebbe quasi normale: Corrao, il senatore come lo chiamano a Gibellina, è stato uno dei principali protagonisti (assessore all’industria) della stagione autonomistica del governo Milazzo e per quell’esperienza, ebbe il coraggio di rompere la sua adesione alla Democrazia Cristiana per poi continuare la sua esperienza politica, lui cattolico democratico dossettiano, nei ranghi della sinistra italiana. Ma in fondo di quell’esperienza politica Corrao ha già detto tutto quel doveva, ha parlato molte volte e nei contesti più disparati. A noi interessava piuttosto capire il perché dell’arte a Gibellina, il perché un piccolo villaggio di contadini del Belice (è istruttivo per averne contezza fre un giro tra le rovine di Gibellina nuova), distrutto nel ’68 da un terremoto di bestiale violenza, rinasce non con palazzine e case a schiera, ma nel segno della’arte e della bellezza più audacemente e radicalmente contemporanea.

Ma qual è stato il segno primo e interiore di questa avventura politica e culturale? Quale la radice più intima?

La mia è stata un’avventura dello spirito, perché anche all’interno della DC io facevo parte del gruppo che si rifaceva a Dossetti e a La Pira, un gruppo caratterizzato dall’attenzione, motivata da una radicale adesione al messaggio evangelico, alle esigenze dei gruppi sociali più poveri piuttosto che, secondo la dottrina interclassista tipica della DC, attento alle esigenze di tutti i gruppi e le classi sociali e quindi, in quanto tale di fatto soggetto agli interessi dei grandi gruppi monopolistici. La DC in quel periodo andava chiudendosi alle esigenze di rinnovamento, pur presenti in diversi ambienti e settori del partito come la Fuci, le Acli o in coloro che si richiamavano direttamente alla esperienza e al pensiero autonomista di Don Sturzo. Parallelamente in quegli anni il PCI era invece attraversato da fermenti talmente vivaci che spingevano quel partito ad aprirsi ad altre culture e soprattutto a quella cristiana: non per nulla gente come Rodano, Ossicini, confluì nel PCI. In Sicilia quel desiderio di rinnovamento che attraversava il campo comunista era rappresentato dal Senatore Paolo Bufalini, il quale con grande lucidità capì che la fase delle grandi lotte contadine andava esaurendosi e che quindi occorreva schierare i Partito sul fronte delle lotte sindacali e dell’affrancamento della nostra terra dal dominio dei grandi monopoli industriali. MINOLTA DIGITAL CAMERAC’era insomma un campo di battaglie comuni in cui convergere da diverse collocazioni politiche e quando la Dc fece un provvedimento di espulsione contro di me ed altri amici che condividevano, fu del tutto naturale schierarsi, sempre da indipendenti, col PCI e aderire all’audace progetto Milazziano. E fu dolorosissimo subire il peso non solo dell’espulsione dalla DC ma della scomunica che la Chiesa ci (a me, a Peppino Celi, a Michele Anselmo a Domenico Novacco) inflisse in quanto, come diceva “Taviani” eravamo “comunistelli di sagrestia”. C’è da dire che negli anni anche la presenza nel campo della sinistra fu resa problematica e difficile dalla consapevolezza che il Pci, pur nella varietà delle posizioni interne (una cosa era appunto Bufalini o Macaluso o Pio La Torre, un’altra cosa era Li Causi) non vedeva spesso in noi altro che delle presenze esterne da cui, di fatto, non farsi contaminare ideologicamente o culturalmente.

Quindi la terribile esperienza del terremoto del Belice. Come e perché si arriva all’idea di ricostruire Gibellina nuova, così come la vediamo oggi?

Intanto perché io, da politico e da parlamentare, ero molto legato a queste popolazioni. Le mie motivazioni ideali e politiche erano tra l’altro arricchite dall’incontro con Danilo Dolci, che viveva a Trappeto, e col quale avevo instaurato un grande legame ideale che mi portava a condividerne molte battaglie contro la mafia e il sottosviluppo. Nei giorni successivi al terremoto fu naturale per me mettermi al servizio totale della mia gente per offrire ad essa prospettive e futuro, a fronte di uno stato Italiano che di fatto altro non faceva che proporre passaporti e navi per l’Australia e quindi per il definitivo abbandono di questi posti. C’erano continue assemblee serali tra le baracche dei terremotati, assemblee in cui si discuteva di come doveva essere il futuro: una buona urbanistica certo e le case e il tipo di edilizia popolare che si doveva realizzare. ingresso al BeliceIn queste assemblee continue nacque l’ idea di coinvolgere nella ricostruzione gli artisti coi quali io già da prima, per il mio personale percorso intellettuale, ero in contatto. Nacque all’ora il manifesto agli intellettuali stilato da Sciascia, contro il genocidio culturale, e non solo, che si stava perpetrando ai danni delle popolazioni del Belice. Mi chiede perché l’arte a Gibellina? Perché abbiamo provato a dimostrare che l’arte vale solo in quanto si impegna in un’opera di trasformazione reale, e quindi innanzitutto interiore, dell’uomo.

Per costruire Gibellina Nuova così però ci sono voluti molti soldi: come siete riusciti a farvi finanziare dallo Stato e dalla Regione?

Attraverso una lunga serie di lotte parlamentari, campagne giornalistiche e d’opinione, di scioperi, di manifestazioni. A Montecitorio, a Palermo davanti alla sede della Regione. Ma sempre, in ognuna di queste manifestazioni, era chiara ed evidente la nostra profonda motivazione culturale, una motivazione comune agli abitanti di Gibellina, contadini poverissimi che col terremoto avevano perduto tutto, e agli artisti e agli intellettuali che ne sostenevano lo sforzo. Così i nostri cortei erano sempre preceduti da manifesti e da labari creati dagli artisti che sostenevano la lotta per la rinascita, l’appello di Sciascia diventava un concreto percorso di liberazione e di ri-costruzione. E non è certo stato facile: i contadini che manifestavano e ricostruivano erano persone poverissime e di cultura elementare, non è stato facile trasformarli in artigiani (muratori, fabbri artigiani) che costruivano case e opere d’arte insieme e nello stesso tempo. È stata un impresa difficilissima ed esaltante: superare il momento del post terremoto, dar vita quasi quindi anni dopo ad una ricostruzione che avvenisse col contributo sostanziale degli artisti. Si pensi ad esempio alla vicenda di Alberto Burri, il suo “Cretto” è, forse con la stella di Consagra e qualche altra opera, forse il simbolo più noto e interessante di Gibellina Nuova, bene Burri era un uomo molto lontano dalle mie idee politiche, era sostanzialmente un uomo di destra,un nazionalista, eppure seppe capire e condividere lo spirito profondo che ci animava: ri-costruire con l’arte, creare dando però alla creazione un impronta profondamente umana che sapesse sfidare il tempo e guardare al futuro. Ribadisco non fu facile: lo stato proibì l’uso di fondi pubblici per le opere d’arte qui a Gibellina, e non fu facile convincere anche l’opinione pubblica nazionale, della bontà della nostra idea di ricostruzione. Spesso qualche giornalista si chiedeva (e si chiede ancora) e veniva a chiederci cosa c’ entrasse l’arte contemporanea con la cultura tradizionale della Sicilia contadina, come se, per il fatto che sei un contadino sei anche condannato all’ignoranza, all’incultura e a non poterti riconoscere nei monumenti artistici che arrivano dal mondo.Scultura per Gibellina - staccioli E in più tu da cafone siciliano paghi le tasse per mantenere i monumenti delle grandi città, i grandi enti lirici, le grandi manifestazioni della cultura, le mantieni ma non puoi volerle e se lo fai sei anche punito e dileggiato. La costruzione delle opere d’arte è stata tutta o in gran parte autofinanziata dagli artisti e resa possibile dal lavoro volontario degli abitanti. Piaccia o non piaccia Gibellina è invece oggi una testimonianza unica al mondo di quanto la cultura e l’arte italiane di quegli anni erano nella loro essenza più profonda.

Quale ruolo ha avuto il teatro in questa impresa?

Il teatro si inserisce perfettamente e si dall’inizio in quest’opera di ricostruzione e di riappropriazione della nostra cultura millenaria: non a caso nasce con la traduzione in siciliano dell’Orestea da parte di Emilio Isgrò e la messa in scena di Filippo Crivelli con la partecipazione di tutta la città. Non ci può essere un distacco tra politica e cultura se con questa parola si intende un processo di consapevolezza delle proprie radici culturali. Del resto pensare alla politica solo in termini di gestione del presente porta ai disastri che oggi stiamo vedendo. Porta al petrolio che insozza i mari e al petrolio che spiega le guerre in Medio Oriente.

Se oggi guarda la situazione politica della Sicilia lei, che è stato una delle anime più vivaci non solo dell’esperimento del governo regionale autonomista di Milazzo ma in fondo anche di tutta la vita culturale del secondo novecento siciliano, quale giudizio dà?

Ahimè credo che questo sia uno dei periodi più tristi della storia della Sicilia: per l’assoluta inadeguatezza del ceto politico che la guida e per la totale assenza di progettualità e di obiettivi culturali alti. Obiettivi raggiunti i quali la Sicilia possa ancora una volta riscoprire la sua dignità, la sua funzione e il suo millenario ruolo nel Mediterraneo: crogiolo e luogo di pacifico coagulo di tutte le culture del mediterraneo. Ovviamente questa assenza di profondità culturale e di progettualità è di tutto il ceto politico siciliano, ma è gravissima soprattutto nella sinistra. Una volta la sinistra era animata dalle grandi battaglie per la terra e contro la mafia, oggi vedo che ha come smarrito il senso profondo del proprio ruolo storico e va avanti di giorno in giorno seguendo parole d’ordine la cui fragilità si svela immediatamente. Sistema delle Piazze002Allora io penso che, per quanto mi riguarda, l’unico modo di far politica sia fare quel che io faccio quotidianamente: piantare semi di cultura e attendere con fiducia che essi possano germogliare. È necessario non dare alibi all’ignavia e continuare ad operare anche contro ogni evidenza: seppure può apparire vero che la “Sicilia – come ha detto Sciascia – è irredimibile” occorre tuttavia operare come se al contrario fosse possibile redimerla.

Quale è il suo giudizio politico sull’operato dell’attuale presidente Lombardo e sul tentativo di scompaginare gli schieramenti politici nazionali in nome degli interessi della Sicilia?

Il tentativo di Lombardo sarebbe anche potuto essere interessante, ma è negato da lui stesso alla radice nel momento in cui prima di prendere qualsiasi decisione va a Roma a consultarsi con Berlusconi o con altri. Qualche tempo fa, nel discorso che ho tenuto all’Assemblea Regionale Siciliana per commemorare il presidente Alessi, ho ricordato ch quando De Gasperi (che appunto era De Gasperi) chiamò Alessi a Roma per discutere dei problemi della Sicilia, Alessi rispose che la distanza tra Palermo e Roma era la stessa di quella tra Roma e Palermo e quindi venisse lui a discutere a Palermo. Una fierezza sostenuta solo da una consapevolezza culturale che oggi non riesco a trovare in nessun politico siciliano.

Qual è secondo lei il messaggio che Gibellina dà ai posteri e che rappresenta il suo spirito più profondo.

L’idea che cambiare è possibile davvero, che è possibile attraversare, con coraggio e cultura, la soglia che separa la servitù dalla libertà. Un’idea che è simboleggiata pienamente dall’arte e che, appunto, a Gibellina ha piena e visibile cittadinanza.

17 settembre 2010

PAOLO RANDAZZO

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