Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘AUTORI MODERNI’ Category

Don Quijote, o dell’essenza della danza

Posted by identitalterit su 1 novembre 2015

CATANIA – Che il linguaggio della danza contemporanea sia oggi, tra le arti, il vero regno della polisemia e dell’allusività ci vuol poco a capirlo e che esso, nel ritmo e nella connotatività emotiva e politica dei corpi, sia affine alla poesia è altrettanto evidente. Ciò che tocca la danza contemporanea può insomma davvero diventare poesia, ma questo accade efficacemente solo nel contesto di una piena e lucida consapevolezza estetica. Ci sono diverse linee di riflessione che s’intersecano, e che quindi vanno esplorate, nel raccontare il “Don Quijote” realizzato daLoris Petrillo con la (consueta) consulenza drammaturgica di Massimiliano Burini e prodotto da Cie Twain. Una coreografia che s’è vista a Catania il 24 e 25 ottobre scorsi, nello spazio danza di Scenario Pubblico. On stageYoris Petrillo, Nicola Simone Cisternino, Giacomo Severini Bonazelli; musiche realizzate e assemblate dallo stesso Petrillo con la collaborazione di Pino Basile. Uno spettacolo complesso, colto, divertente persino.

La prima linea di riflessione non può che riguardare il soggetto letterario a cui l’autore dichiara, già nel titolo, di volersi ispirare: l’immortale storia del cavaliere Don Chisciotte (col fido scudiero Sancho Panza) di Cervantes, un classico inesauribile della cultura occidentale, una storia archetipica e molto complessa che si dischiude ad accogliere il senso profondo della nascita della società capitalistica e, d’altra parte, la fine di ogni idealismo non utilitaristico. Don Chisciotte è colui che non si arrende e – folle, saggio, sognatore, fantasma o marionetta – trova comunque il modo di combattere le sue buone battaglie. Da notare anche che l’aver scelto di costruire una coreografia entro i limiti esatti di una storia molto conosciuta, non limita la creatività dell’artista ma anzi ne esalta la capacità di espandere dall’interno le possibilità simboliche.petrillo2

La seconda linea di riflessione tocca un livello più profondo dello spettacolo e s’intreccia profondamente alla prima , pur restando assolutamente visibile: sembra che il coreografo voglia provare a portare la sua danza, il suo linguaggio coreografico, il suo stesso spettacolo nelle vaste terre del comico. Terre che Petrillo scopre facilmente nel testo di Cervantes in tutta la loro fertilissima consistenza e che restituisce nella loro straordinaria bellezza, attivando (ma talvolta non controllandoli del tutto) i meccanismi basici su cui si fonda il comico: ovvero il ritmo avvolgente dello spettacolo e il ribaltamento della realtà normata (l’emersione del basso-corporale, la caduta anzi il capitombolo, lo schiaffone, il grottesco, la disarmonia, l’ambiguità, l’ironia, la sberleffo esplicitamente rivolto al prepotente).

Ma come è noto, e come del resto lo stesso Petrillo sembra aver chiaro, la comicità è parente stretta della rivolta politica e dell’utopia ed ecco che all’interno di questa stessa linea di sviluppo s’innesta un serrato confronto verbale con la realtà contemporanea, con la pervasività delle dinamiche economiche (e/o finanziarie) che azzerano ogni tensione ideale dell’individuo. La terza linea di riflessione è più che altro la stessa carta d’identità di Petrillo, la sua storia e la sua tensione a vivere la danza non tanto come una disciplina o come uno specifico linguaggio artistico, quanto come scelta radicale: da questo punto di vista questo lavoro può in qualche modo esser definito una meta-coreografia, laddove molti segni di esso (sin dall’attacco iniziale con i tre danzatori che giocano col tutù in testa) stanno proprio ad indicare che in fondo il don Chisciotte che qui viene ad esser immaginato è in qualche modo il danzatore, colui che sceglie di concedere al corpo la facoltà di esprimersi e comunicare in piena autenticità.

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Paolo Randazzo

Link da rumorscena

 

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La guerra civile nel rapporto tra oikos e polis

Posted by identitalterit su 10 giugno 2015

“Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer II.2”, Ed. Bollati Boringhieri, Torino 2015, pp. 84, euro 14,00.

Che “Homo sacer”, nelle varie articolazioni che più o meno annualmente Giorgio Agamben realizza per diversi editori (Einaudi, Bollati Boringhieri, Neri Pozza, altri), sia una delle più importanti e imponenti costruzioni filosofiche della contemporaneità occidentale, è opinione diffusa anche tra quanti non amano particolarmente questa modalità di filosofare o non la condividono né nei presupposti né negli esiti. Al di là della pura teoresi, infatti, il lavoro di questo filosofo appare interessantissimo anche per chi voglia approfondire alcuni nodi della cultura umanistica la cui vitalità appare disgregarsi e spegnersi giorno dopo giorno se non addirittura piegarsi a usi nuovi e ideologicamente distorti. Da questo punto di vista, se appare abbastanza semplice, e fecondo concettualmente, affrontare il tema del rapporto tra contemporaneità e mondo classico lungo l’asse dell’alterità culturale, non altrettanto semplice appare declinarlo sul versante, opposto e complementare, dell’identità: a parte la superficialità dei luoghi comuni o l’insofferenza verso il rigore metodologico che lo studio del mondo antico presuppone, ci sono sicuramente dei nodi assai complessi da affrontare come l’osmosi tra cultura filosofica antica e cristianesimo (cultura filosofica e filosofia politica cristiane), la nascita e le caratteristiche culturali della modernità e l’operatività in essa di temi che datano all’antichità classica e/o al medioevo e, ancora, la complessità culturale dei fenomeni legati alla globalizzazione che non è riducibile ai soli temi dell’evoluzione tecnologica. stasis copertina

Ecco che appare evidente l’interesse di “Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer II.2” (Bollati Boringhieri, Torino 2015, pp. 84, euro 14,00), un libretto composto da appena due capitoli (desunti da due conferenze tenute a Princeton nel 2021) che affrontano il tema della guerra civile esaminandola da diverse prospettive: nel primo capitolo esaminando il concetto di stasis nel contesto della polis greca arcaica e classica, nel secondo con una lettura del Leviathan di Thomas Hobbes (1651) del quale, lungi dal ripercorrere la tipica lettura che lo vede all’inizio della moderna teoria dello stato, viene messa in luce la dimensione teologica e, più propriamente, escatologica.  Il primo capitolo, in particolare, è un commento e una rivisitazione di una tesi di Nicole Loreaux esposta in un saggio del 1986 (La guerre dans la famille, curiosamente non compreso nel celebre volume del 1997, La cité divisée): secondo questa tesi la stasis, ovvero la guerra civile ha il proprio luogo specifico non nella famiglia e nemmeno nella polis, ma nella relazione dinamica tra queste due istituzioni. Una tesi che Agamben sostanzialmente accetta, ridefinisce («La stasis […] non ha luogo né nell’oikos né nella polis, né nella famiglia né nella città: essa costituisce una zona di indifferenza tra lo spazio impolitico della famiglia e quello politico della città. Trasgredendo questa soglia, l’oikos si politicizza e, inversamente, la polis si ‘economizza’, cioè si riduce a oikos. Ciò significa che, nel sistema della politica greca, la guerra civile funziona come una soglia di politicizzazione o di depoliticizzazione, attraverso la quale la casa si eccede in città e la città si depoliticizza in famiglia») e poi dispiega nel tentativo di leggere altri fenomeni ivi connessi (la punizione con atimia, ovvero perdita dei diritti politici, per chi durante una guerra civile non si fosse schierato per nessuna delle due parti, la necessità dell’amnistia dopo la guerra civile). Dallo sviluppo di questo concetto deriva infine la lettura del fenomeno dell’ attuale “terrorismo mondiale” come “guerra civile mondiale” che appare connaturata al globalizzarsi dello spazio politico su scala mondiale; ovvero, con le parole dello stesso filosofo: «Proprio quando la polis si presenta nella figura rassicurante di un oikos – la “casa Europa”, o il mondo come assoluto spazio della gestione economica globale – allora la stasis, che non può più situarsi nella soglia fra oikos e polis, diventa il paradigma di ogni conflitto ed entra nella figura del terrore». Al di là del merito di questa tesi, è qui opportuno inoltre Giorgio_Agambenaggiungere una riflessione sul tipo di approccio con cui Agamben legge il mondo classico: si tratta infatti di andare molto oltre la filologia (anche quella più culturalmente e storicamente avvertita) e di portare alla luce la vitalità attuale di nodi concettuali che si ripresentano alla cultura occidentale nel pieno della loro intrinseca tragicità. In questa direzione non è incongruo pensare che tale metodologia (certo assai sofisticata e non sempre da tutti praticabile) può essere utilissima anche nell’ambito del teatro militante (e quindi vivo e consapevole della sua portata politica) quando si tenta un approccio, che sia sostanzialmente corretto e non solo formalmente, alla messinscena della drammaturgia antica: una drammaturgia che ha nella stasis, ed appunto nel rapporto tra oikos e polis (Supplici di Eschilo è una tragedia quasi paradigmatica in questo senso), uno dei suoi luoghi di nascita e uno dei suoi versanti di elaborazione certo più impervi, ma anche più densi e fecondi di senso attuale.

Paolo RANDAZZO

link da INDAFONDAZIONE.ORG

 

 

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Danzare la Nona di Beethoven

Posted by identitalterit su 10 giugno 2015

CATANIA – È stato un mese importante, questo maggio, per Roberto Zappalà, un mese importante per la sua Compagnia e per tutto quel mondo di artisti, appassionati, cultori e cittadini che (ormai da ogni parte della Sicilia) riempiono settimanalmente Scenario Pubblico: si festeggiano non solo i venticinque anni di attività della compagnia di danza contemporanea nata nel 1990 a Catania per volontà caparbia di questo artista, ma anche il riconoscimento ministeriale di Scenario Pubblico (teatro di residenza della compagnia) quale “Centro nazionale di produzione per la danza”. Per capire la portata di questo riconoscimento basti notare che esso è stato attribuito in tutta Italia solo ad altre due realtà analoghe (l’“Aterballetto” di Reggio Emilia e i fiorentini “Cantieri della Goldonetta” della compagniaVirgilio Sieni). Qualcosa di cui i siciliani hanno imparato ad essere orgogliosi.CZD_Nona_stampa_phSerenaNicoletti1Un mese importante, dunque, che ha avuto il suo culmine, dal 20 al 27 maggio, sul palcoscenico del TeatroMassimo Bellini, col debutto in prima assoluta del nuovo spettacolo “La Nona. Dal caos, il corpo”, terza tappa del progetto di ricerca e riflessione “Transiti Humanitatis e ispirata alla celeberrima e ultima sinfonia di Beethoven (quella dell’“Inno alla gioia” per intenderci), accostata però nella trascrizione per due pianoforti di Liszt e suonata splendidamente in scena da Luca Ballerini e Stefania Cafaro, mentre a cantare il testo di Schiller associato alla Sinfonia si esibiva il controtenore Riccardo Angelo Strano. Uno spettacolo che ha visto in scena la compagnia per intero e nel suo nuovo assettoLa regia, scene luci e costumi, sono dello stesso coreografo mentre, come sempre, appare importante il contributo drammaturgico di Nello CalabròCZD_Nona_stampa_phSerenaNicoletti3Un lavoro di grande respiro insomma, nel quale il coreografo catanese conferma la sua, ormai consolidata, concezione della danza come percorso di riflessione e di saggezza umana Il percorso si dispiega in due tempi: prima il conflitto e il dolore, il male della violenza (la danza tende a essere uniforme e i costumi dei danzatori, che sono tutti realizzati in varie tonalità di arancione, alludono alla violenza subita dai prigionieri di Guantanamo come dalle vittime dell’Isis), la negazione dell’umanità, della diversità e, in definitiva, il caos (non appare inutile qui notare l’apparente, ma feconda, contraddizione per cui proprio l’uniformità forzata – ideologica, spirituale, culturale – è il caos).  La gioia liberata e liberatoria della danza e dell’espressione di quanto di buono l’uomo può e sa essere (ritorna la diversità dei colori, la danza assume una dimensione più aperta, mentre la musica va aprendosi a sua volta nell’“Inno alla gioia”).

La riflessione si focalizza insomma su quella straordinaria e dolorosa contraddizione per cui proprio le religioni (tutte le religioni come sembra indicare la scenografia realizzata con l’immagine di una specie di vecchia soffitta o di un polveroso magazzino in cui giacciono, disordinatamente, i cascami simbolici di tutte le religioni), contraendosi in quei fanatismi e integralismi, di cui oggi abbiamo terribile e quotidiana notizia ed esperienza, e impedendo agli uomini di vivere un rapporto pacifico col loro essere anzitutto corpo, natura e diversità, si fanno potere e negano di fatto, ma paradossalmente certo rispetto alla loro originaria scintilla spirituale, ogni libertà, ogni autentica spiritualità, ogni gioia di vivere e amare e si trasformano in cause di odio, guerra, distruzione.

Sul piano formale forse si nota un po’ la sofferenza del coreografo per la grandezza della scena del Bellini in cui appare davvero arduo focalizzare e rendere percepibile l’intensità semantica di ogni singolo gesto, mentre non appare congruo rispetto alla potente poesia dell’intera costruzione l’uso delle maschere per connotare (anche se certo ironicamente) il versante politico di ciò che viene indicato come caos.

Crediti fotografici: Serena Nicoletti

Paolo Randazzo

Link da RUMOR(S)CENA

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Le metamorfosi della modernità

Posted by identitalterit su 27 gennaio 2014

Amedeo Quondam rivede in maniera diversa e originale il Rinascimento e i classicismi.

quondam copertina

Novembre del 1337, Francesco Petrarca – come egli stesso racconta in una lettera indirizzata a Giovanni Colonna – passeggia per Roma in compagna di un amico: attraversano ammirati gli insignes loci urbis, si fermano infine alle Terme di Diocleziano, salgono sul tetto del grandioso edificio e da qui contemplano, in pace ed emozionato silenzio, le immense rovine della città.

La sterminata distesa di quelle rovine è, da sola, in grado di fornire al grande poeta e intellettuale l’intuizione definitiva di quel che dovrà essere l’esatto parametro, sentimentale prima che intellettuale, del rapporto tra Moderni e Antichi: – Quanta Roma fuit ipsa ruina docet – scrive.

Il racconto di questo episodio si trova in una delle pagine più affascinanti e concettualmente più dense del saggio Rinascimento e classicismi. Forme e metamorfosi della modernità che Amedeo Quondam ha di recente pubblicato per i tipi del Mulino.

A fronte di una vita intera dedicata a studiare la genesi, lo sviluppo, l’estensione spazio-temporale, le coordinate culturali e simboliche del Rinascimento, certo non possono sorprendere la densità e la straordinaria ricchezza di questo saggio, ciò che sorprende, e piacevolmente, è invece il percorso che lo studioso propone per far comprendere al lettore la complessità culturale e antropologica del fenomeno del classicismo in quella che gli storici chiamano modernità.

Un percorso che ha come filo conduttore il modificarsi dei costumi e delle virtù ad essi soggiacenti dei nobiles che da guerrieri (bellatores) si vanno facendo signori, un percorso che si dipana dall’osservazione “morfologica” di alcuni castelli tirolesi (Schloss Reifenstein, Schloss Wolfsthurn, Churburg) alla riflessione su episodi e personalità intellettuali (Lovato Lovati, Petrarca appunto, Vasari) che segnano la svolta culturale del classicismo rinascimentale in consapevole e polemica discontinuità con la cultura precedente che, solo allora, diviene “Medievale”, dalla nascita e dall’affermarsi di una nuova ratio studiorum omogenea per la formazione culturale della nobiltà europea alla polemica “romantica” di Victor Hugo che (nel terzo libro del romanzo Notre-Dame de Paris) si scaglia contro il nuovo classicismo urbanistico e architettonico, che sta distruggendo la potente facies gotica di Parigi, e ribalta in negativo la prospettiva della tradizione culturale moderna, per terminare con l’osservazione di alcuni elementi minori (o apparentemente tali) della rinascita artistica e architettonica di Roma in età moderna (per esempio l’iscrizione apposta nel 1782 da Marcantonio Borghese all’ingresso della celeberrima Galleria da lui stesso fatta restaurare in splendidiorem formam), oppure le leges hortorum volte a disciplinare il comportamento e richiamare le virtù (decor, magnificentia, splendor, honestas) connaturate al rango dei nobili visitatori dei grandi giardini romani (quelli ancora di Villa dei Borghese, oppure quelli di Villa Giulia, Villa Medici, Villa Paolina) o implicite nella forma stessa dei castelli, dei palazzi e delle ville della aristocrazia Ancient regime.

Un saggio di grande levatura insomma, che val la pena di leggere e studiare e che, proprio per il suo respiro ampio e il taglio antropologico, stimola riflessioni ulteriori e di qualche amarezza riguardo al presente e al futuro del nostro paese: se infatti è questo, almeno questo, il livello di conoscenze e competenze che si richiede a chi dovrà occuparsi, fra appena qualche decennio, della nostra tradizione umanistica e del patrimonio letterario, artistico e architettonico che ad essa è legato, allora, viste le condizioni in cui versano oggi in Italia gli studi umanistici, anche solo dal punto di vista della percezione sociale diffusa della loro inutilità, le prospettive non appaiono incoraggianti.

Paolo Randazzo

Link da Europa

 

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MACHIAVELLI, iL PRINCIPE NUOVO: GOLPE E LIONE

Posted by identitalterit su 8 giugno 2013

Cari ragazzi, quante volte vi ho detto che Machiavelli è un grandissimo teorico della politica? Leggete questo brano: è durissimo e assai pessimista sull’uomo, ma la politica si fa nella realtà e con gli uomini. Gli ideali ci vogliono e sono indispensabili, ma non bastano, occorre essere realisti. P.R.

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N. Machiavelli, Il Principe, cap. XVIII

 

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede per esperienza, ne’ nostri tempi, quelli príncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini: et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

 

Dovete adunque sapere come sono dua generazione [modi] di combattere: l’uno con le leggi, l’altro, con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente [ricorrendo alla mitologia] dalli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti altri di quelli principi antichi, furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li costudissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia et mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile.

 

Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe et il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perché sono tristi e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancarono cagioni legittime di colorire [simulare] la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni, e monstrare quanta pace, quante promesse sono state fatte irrite [prive di valore legale], e vane per la infidelità de’ principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.

 

ritrattodiniccolomachiavelli-autoresantidititoIo non voglio delli esempli freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro che ad ingannare uomini, e sempre trovò subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermarsi una cosa, che l’osservassi meno; non di meno, sempre li succederono li inganni ad votum [secondo il suo desiderio], perché conosceva bene questa parte del mondo.

 

A uno principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. Anzi, ardirò di dire questo, che avendole et osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile; come parere pietoso, fedele, umano, intero, relligioso, et essere; ma stare in modo edificato [predisposto] con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

 

Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto relligione. E non è cosa piú necessaria a parere di avere, che questa ultima qualità [la religione]. E li uomini in universali iudicano piú alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello stato che li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio da reclamare [un tribunale a cui presentare una protesta], si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell’una e dell’altra è inimicissimo; e l’una e l’altra, quando e’ l’avessi osservata, li arebbe piú volte tolto o la reputazione o lo stato.

 

N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Feltrinelli, Milano, 1960, pagg. 73-74

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