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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘letteratura greca’ Category

Stagione INDA 2018. Tra Eracle e Edipo, la tragedia greca parla al presente.

Posted by identitalterit su 8 febbraio 2019

SIRACUSA. La messinscena contemporanea di un testo tratto dall’antica drammaturgia attica non può essere solo un’operazione artistica, ma implica sempre una riflessione più ampia di natura antropologica e filosofica. Una riflessione che ha come oggetto “un’alterità”, lontana eppure storicamente e culturalmente determinata (quella classica), che diventa segno e simbolo di quell’alterità assoluta che, oggi più che mai, è il cuore di ogni più avvertito pensiero dell’uomo su sé stesso. Una riflessione che assume, quasi per necessità, la forma del dialogo tra un testo antico (spesso bellissimo ma che può essere compreso appieno solo a partire dalla conoscenza di un contesto che in gran parte ci sfugge) e una poetica contemporanea che non può che attrarlo a sé tradendolo, distorcendolo, maltrattandolo. E quanto più importante, profondo autentico è questo dialogo, tanto più profondo, fecondo e necessario diventa lo spettacolo che da esso scaturisce. Può sembrare pretenzioso o strano premettere tali considerazioni ad una semplice recensione giornalistica, eppure si tratta di considerazioni necessarie se davvero si vuol capire il senso di spettacoli, grandi e importanti, come quelli che vanno in scena annualmente nel contesto delle Rappresentazioni classiche del Teatro Greco di Siracusa. Raccontiamo questa volta degli spettacoli della Cinquantaquattresima stagione Inda diretta da Roberto Andò (dal 10 maggio, a giorni alterni, fino al 24 giugno, lunedì riposo), raccontiamo dell’Eracle di Euripide diretto da Emma Dante e dell’Edipo a Colono di Sofocle diretto dal regista greco Yannis Kokkos.

Lo spettacolo di Emma Dante è tutto giocato sul ritmo, sulla coralità, su forme, stilemi e colori che caratterizzano in modo costante e da decenni il teatro di questa artista. Il testo parte dalla traduzione elaborata da Giorgio Ieranò, le scene (molto belle e luminose) sono di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le musiche di scena di Serena Ganci, le coreografie di Manuela Lo Sicco, il disegno luci di Cristian Zucaro: al di là del traduttore, si tratta ovviamente di una equipe, affiatatissima e ben rodata da anni di lavoro comune, che sa rendere perfettamente e in ogni minimo elemento la poetica della Dante. In scena ci sono Serena Barone (Anfitrione), Naike Anna Silipo (Megara), Patricia Zanco (Lico), Maria Giulia Colace (Eracle), Francesca Laviosa (Iris), Arianna Pozzoli (Lyssa), Katia Mirabella (Messaggero),  Carlotta Viscovo (Teseo), Serena Lippi, Arianna Pozzoli ,  Isabella Sciortino (figli di Eracle), Samuel Salamone (Corifeo), Sabrina Vicari, Mariella Celia, Silvia Giuffrè  (danzatrici), Serena Ganci e Marta Cannuscio (musiciste), il coro maschile dei vecchi Tebani realizzato (ancora un ribaltamento ma questa volta al femminile e con toni comico-grotteschi) dai giovani dell’Accademia d’arte del Dramma Antico di Siracusa. Il segno primo e principale da cui sembra dispiegarsi la lettura che si dà del testo euripideo è la bellissima scenografia firmata da Maringola: un cimitero di marmo bianco con decine e decine di ritratti e di foto e con sepolcri che il tempo ha svuotato e la pioggia ha riempito d’acqua. In questa scenografia, in cui il biancore del marmo non è mai (o non è più) astratto neoclassicismo ed anzi rimanda immediatamente ad un dolore familiare e ancora caldo d’affetti, un dolore privato o comunque di una comunità definita (e siamo proprio nel pieno della poetica della Dante), ecco stagliarsi la distruttiva prepotenza del potere e subito dopo la violenza assurda della follia e della fragilità umana. Tre grandi momenti: Lico con violenza prova a usurpare il trono di Eracle che si trova fuori città (impegnato nella fatica contro Cerbero); Eracle ritorna e, dopo aver ristabilito il suo legittimo potere in città, colpito all’improvviso, tramite Iris e Lyssa, dalla follia di Era, stermina la sua famiglia uccidendo moglie e figli; Teseo ritorna e aiuta Eracle a ritornare in sé, non suicidandosi come la morale eroica probabilmente avrebbe richiesto (si pensi ad Aiace), ma accettando di restare in vita e di portare per sempre il fardello del dolore che certo è poco eroico, ma è totalmente, profondamente umano. La regista ha saputo leggere il testo di Euripide con occhi limpidi e attenti, è riuscita a penetrare con intelligenza questo dispositivo di senso, a convertirlo con energia e delicatezza in un potente e saporito spettacolo mediterraneo che riesce a trasmettere coralmente la potenza del mistero tragico. Coralmente: uscendo da teatro si ricorda lo spettacolo non il singolo attore interprete (sebbene vi siano state delle solidissime prove d’attrice nelle interpretazioni di Naike Anna Silipo e di Katia Mirabella). Va intesa in questa direzione di coralità anche la scelta di ribaltare al femminile l’intero cast della tragedia: nessuna rivendicazione femminista e/o politicamente corretta, ma probabilmente il desiderio di riscrivere e il dramma euripideo senza alcun sacro timore e, allo stesso tempo, di ri-mescolare nello spazio della sua lingua teatrale i tanti elementi della complessa teatralità euripidea: la terribile paradossalità del fato, la forza oscura, negativa e persino violenta dell’azione degli dei nel mondo, la comicità involontaria e goffa, se non proprio volgare, del (di ogni) potere privo di nobiltà, l’incapacità della morale (eroica) tradizionale tradizionale di parlare al presente di costruire il futuro, la accettazione della umanità come unica misura della realtà. Cosa non convince di questo spettacolo? La quantità eccessiva di segni che, se inseguiti nella loro puntale e persino interessante significatività o allusività (la divaricazione nella tipologia delle musiche scelte, l’allusione ripetuta al mondo dell’Opera dei pupi come a quello dei cartoni animati giapponesi, dei video giochi, dei super eroi, le danze che sono insieme vagamente dervisce e vagamente brasiliane, l’uso ludico dell’acqua quale simbolo di vita e di vitalità tradita), sviano, distraggono e talvolta spengono l’incandescenza del mistero tragico proposto da Euripide, in ogni caso non aggiungono alcunché di significativo all’economia complessiva della messinscena.

Assai diversa, eppure anch’essa affascinante, è la messinscena dell’Edipo a Colono di Sofocle diretta da Kokkos che di questo allestimento ha curato anche le scene: si tratta di uno spettacolo giocato sulla bravura degli attori, sulla capacità degli interpreti di inerpicarsi tra le vette poetiche del grande, enigmatico e paradigmatico insieme, testo sofocleo. Le musiche sono di Alexandros Markeas, i costumi di Paola Mariani, il disegno luci di Giuseppe Di Iorio. In scena ci sono Massimo De Francovich (Edipo), Robeta Caronia (Antigone), Sergio Mancinelli (Straniero), Davide Sbrogiò (Corifeo), Eleonora De Luca (Ismene), Sebastiano Lo Monaco (Teseo), Stefano Santospago (Creonte), Fabrizio Falco (Politice), Danilo Nigrelli (Messaggero), Massimo Cimaglia, Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Tatu La Vecchia, Eugenio Maria Santovito, Carlo Vitiello (coro recitante dei vecchi ateniesi) e ancora i ragazzi e le ragazze dell’Accademia d’arte del Dramma Antico per il resto del coro e delle presenze sceniche. L’impianto scenografico e i costumi riportano a un confine, a una frontiera europea di un vago secondo dopoguerra, tra durezze e resistenze, tentazioni autoritarie e/o derive poliziesche, doverose difese di valori politici nobili e, su tutto, una grande statua d’uomo che, schiena rivolta al pubblico, sovrasta la scena intera e ne rappresenta (ne vuol rappresentare) in qualche modo la sintesi. Viene in mente l’aforisma di Sant’Agostino che alla domanda “Quid est veritas?” rispondeva con l’anagramma della stessa domanda “Est vir qui adest”: l’uomo che c’è, quello che sovrasta, appunto. Varrà per Cristo certo, vale già per Edipo. Che dire? Gli attori sono tutti all’altezza del grande testo e la messinscena, tagliata elegantemente nel silenzio, appare semplice, rigorosa, intelligente, aderente all’altezza della poesia sofoclea che ondeggia continuamente tra l’emozione e l’interrogazione filosofica, tra la luce del coraggio (o della miseria umana) e l’oscurità imperscrutabile della realtà e del destino. Lo spettacolo è tenuto per mano dagli attori: dal protagonista, De Francovich che, pur nella piena padronanza e intelligenza del personaggio, sembra restare sempre estraneo a qualsiasi posa da mattatore (e questo è un bene che va sottolineato) a Sbrogiò che è un corifeo energico e sensibilissimo, da Sebastiano Lo Monaco (che, pur nella sua consueta dimensione di generosità attorale, dà prova nel ruolo di Teseo di sapersi contenere e autodisciplinare) a Santospago (che è un Creonte scafato e però capace di far balenare una straordinaria complessità di  sotto-testo). Uno spettacolo rigoroso, pulito, senza però quel colpo d’ala – occorre dirlo – che avrebbe consentito di trovare, insieme con l’allusività politica che è giusta, pervasiva e ben giustificata, un oltre necessario di sapienza e di spiritualità. Un oltre necessario che, ad esempio, sviluppasse da un lato più concretamente il motivo del confine evocato dalla scenografia e dall’altro focalizzasse meglio la profondità magico-rituale presente (soprattutto, ma non solo) nell’episodio conclusivo del testo ma poco e mal visibile nello spettacolo.

 

Paolo RANDAZZO

 

 

Crediti fotografici per l’Eracle: Franca Centaro e Tommaso Le pera. Crediti fotografici per l’Edipo a Colono: Gianni Luigi Carnera e Franca Centaro.

 

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la guerra del Peloponneso

Posted by identitalterit su 23 aprile 2018

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Fratelli contro a Siracusa. Tragedie Inda 2017

Posted by identitalterit su 22 giugno 2017

SIRACUSA  – C’è un effetto che gli spettacoli Inda di Siracusa suscitano immancabilmente: una diffusa riflessione meta-teatrale sulla possibilità stessa che i testi della drammaturgia antica greco-latina possano essere portati in scena oggi. Una riflessione che, in modi diversi e certo con gradi diversi di profondità, supera la prassi e investe gli artisti che si esibiscono, investe gli studiosi del mondo antico, i critici, la stampa specializzata e incrocia in qualche modo la riflessione intellettuale di molte altre persone; una riflessione che di necessità finisce col travalicare il mero fatto teatrale: ci si chiede quale rapporto dobbiamo e possiamo avere col passato, se la velocità e la complessità, che caratterizzano la cultura contemporanea, ci consentono davvero di ascoltare la voce dei classici e se questa voce, pur interrogata con attenzione e ascoltata con rispetto, può dirci veramente cose che ci riguardano con necessità. Questi interrogativi invitano alla ricerca rispettosa, sollecitano studio e, se pure non esigono necessariamente risposte univoche, non possono nemmeno essere tralasciati o affrontanti sbrigativamente: tralasciarli significa infatti realizzare, irresponsabilmente, spettacoli senza necessità estetica o magari spettacoli importanti all’interno dei quali però alcune scelte registiche non si giustificano. E allora non resta che ribadire il dato politico (sì politico) più autentico di questa meravigliosa manifestazione, cioè che uno spettacolo che nasce oggi da un confronto con un testo di Eschilo o di Euripide, di Sofocle o di Aristofane non si concepisce né si realizza in soli tre/quattro mesi: è necessaria una riflessione ampia e profonda sul ciò che di ancora vivo può esserci in quei testi archetipici e a questo solo occorre attenersi guardando alla storia e lasciando da parte la cronaca. Raccontiamo questa volta di “Sette Contro Tebe”, testo di Eschilo e regia di Marco Baliani e di “Fenicie”, testo di Euripide e regia di Valerio Binasco, andati in scena in prima nazionale nel Teatro Greco di Siracusa, rispettivamente sabato e domenica, 6 e 7 maggio nel contesto del 53° Ciclo delle Rappresentazioni Classiche. Si tratta di lavori dotati entrambi di sufficiente serietà d’approccio e di valori formali tali che non si fa fatica a definirli spettacoli importanti. Il primo allestimento è orchestrato da Baliani utilizzando la traduzione di Giorgio Ieranò e le scene e i costumi di Marco Sala: un grande albero centrale e un’ispirazione che si dispiega, correndo verso la catastrofe, a partire da un denso tribalismo sciamanico per mutarsi lentamente, e poi con una emozionante accelerazione in una scena di guerra “pittoricamente” potente (quasi un dipinto fiammingo), nella totale devastazione dei tanti conflitti in corso nel mondo, siriani, orientali, est-europei, nordafricani. Nel coro, i cui movimenti febbrili sono curati da Alessandra Fazzino, sono presenti i danzatori Massimiliano Frascà e Liber Dorizzi, nonché i ragazzi dell’Accademia di teatro Inda. Grazie all’interpretazione energica e autorevole, eppure capace di molte sfumature, soprattutto di Marco Foschi (Eteocle), la regia gioca la sua partita su un interessante doppio livello di significazioni: da una parte l’angosciosa paura (“stallo dell’animo”, la definisce il regista) della guerra che circonda e opprime la polis, che ha sempre circondato e oppresso l’occidente e che, tuttora, ci circonda e opprime più che mai; dall’altra parte il ripudio politico netto, brechtiano, della guerra che, sostanzialmente, è da considerarsi sempre fratricida. Se questo è l’assunto non sempre tuttavia la sua realizzazione appare convincente: intanto per alcune forzature rispetto all’impianto originale: scelte legittime ovviamente, in una libera riscrittura, ma di cui però il senso non appare con chiarezza; si pensi ad esempio alla scelta di aprire e chiudere lo spettacolo con due brevi monologhi proposti dal bravo e sempre dignitoso Gianni Salvo (nei panni di un aedo/custode del teatro) che non aggiungono quasi nulla all’economia complessiva dello spettacolo e si pensi, soprattutto, alla scelta discutibilissima di far recitare dialogicamente al personaggio di Antigone (per altro interpretato da un’Anna Della Rosa poco convincente) grandi segmenti delle parti del coro. 

Profondamente diverso e forse più complesso e ricco è lo spettacolo di Valerio Binasco (traduzione di Enrico Medda, scene e costumi ancora di Carlo Sala (ancora un grande albero, ma questa volta già abbattuto e secco), musiche – straordinarie – di Arturo Annecchino suonate in scena da Eugenia Tamburi al pianoforte): diverso intanto perché legato a un testo euripideo “Le Fenicie” lunghissimo e non facile da mettere in scena e per questo non molto frequentato. Binasco, al di là del soggetto del dramma euripideo (la storia, già vista in Eschilo, dei due sciagurati figli di Edipo che ignorano l’appello alla riconciliazione di Giocasta si sfidano e si uccidono reciprocamente), sembra aver capito con quanta libertà Euripide si sia rapportato al mito e questa libertà sembra aver voluto emulare, strutturalmente, nel costruire la sua messinscena. Le musiche di Annecchino del resto suggeriscono echi he travalicano l’antichità per una atemporalità sonora che sa stregare. La città è una moderna caserma in cui i soldati scattano rapidi nell’eseguire ordini improvvisi e inflessibili; accanto al coro mascherato di donne straniere (fenicie nella costruzione euripidea, ma qui provenienti dimesse badanti provenienti dall’Europa orientale, come lascia intendere l’accento simil russo della corifea, una Simonetta Cartia sempre all’altezza) agisce un ensemble di attori di grande livello: ricordiamo Gianmaria Martini (un Polinice misurato ma poco capace di gestire il suo accento veneto), Guido Caprino (un Eteocle un po’ bullo e sempre eccessivo nella sua violenta tracotanza), Alarico Salaroli (una sicurezza nel ruolo di Tiresia), Yamanuchi Hal (un Edipo eccessivamente riflessivo e misurato, fin quasi a sembrare distante) Matteo Francomano (Meneceo), nel coro le ragazze dell’Accademia Inda. Spiccano chiaramente Isa Danieli, grandissima nel ruolo di Giocasta (quanti sapori, quanta sapienza in ogni sua battuta!), e Michele Di Mauro, forse il migliore in scena e davvero molto bravo a coprire le tante sfumature che prima Euripide e poi Binasco assegnano al personaggio chiave di Creonte in questo dramma. Non convincono, al contrario, alcuni elementi e segmenti dello spettacolo che restano se non del tutto privi di senso almeno così vaghi nella loro significazione simbolica da apparire un po’ gratuiti: ad esempio Antigone (Giordana Faggiano), che si connota troppo spesso per un tono eccessivamente infantilistico; il marcato accento siciliano del messaggero (Massimo Cagnina che forse è originario di Vigata) che magari è comico e gradevole all’inizio ma finisce col diventare stucchevole; la presenza muta tra le donne del coro di una piccola principessa indiana che sembra alludere ad una via di fuga orientale dalla tragedia tutta occidentale della guerra fratricida Le repliche di questi due spettacoli si concluderanno il 24 giugno (Fenicie) e il 25 (Sette contro Tebe), mentre dal 29 giugno avrà inizio la commedia “Le Rane” di Aristofane, diretta da Giorgio Barberio Corsetti.

Paolo RANDAZZO

 

Sette contro Tebe di Eschilo, traduzione di Giorgio Ieranò.

Regia di Marco Baliani. Scene e costumi di Marco Sala. Musiche di Mirto Baliani. Movimenti coreografici di Alessandra Fazzino. In scena: Marco Foschi (Eteocle), Anna Della Rosa (Antigone), Aldo Ottobrino (Messaggero), Gianni Salvo (Custode del teatro/Aedo). Danzatori: Massimiliano Frascà e Liber Dorizzi. Coro dell’“Accademia d’arte del Dramma antico, sezione Giusto Monaco” di Siracusa. Produzione Inda / Siracusa. Crediti fotografici: Franca Centaro, Gianni Carnera, Maria Pia Ballarino.

Fenicie di Euripide, traduzione di Enrico Medda.

Regia di Valerio Binasco. Scene e costumi di Marco Sala. Musiche di Arturo Annecchino suonate in scena da Eugenia Tamburri. In scena: Isa Danieli (Giocasta), Guido Caprino (Eteocle, Gianmaria Martini (Polinice), Giordana Faggiano (Antigone), Michele di Mauro (Creonte), Alarico Salaroli (Tiresia), Massimo Cagnina (araldo), Matteo Francomano (Meneceo), Yamanuchi Hal (Edipo), Simonetta Cartia (prima corifea). Coro dell’“Accademia d’arte del Dramma antico, sezione Giusto Monaco” di Siracusa. Produzione Inda / Siracusa. Crediti fotografici: Franca Centaro, Gianni Carnera,

 

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Posted by identitalterit su 25 febbraio 2017

 

 

 

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Posted by identitalterit su 31 gennaio 2017

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