Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

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Le metamorfosi della modernità

Posted by identitalterit su 27 gennaio 2014

Amedeo Quondam rivede in maniera diversa e originale il Rinascimento e i classicismi.

quondam copertina

Novembre del 1337, Francesco Petrarca – come egli stesso racconta in una lettera indirizzata a Giovanni Colonna – passeggia per Roma in compagna di un amico: attraversano ammirati gli insignes loci urbis, si fermano infine alle Terme di Diocleziano, salgono sul tetto del grandioso edificio e da qui contemplano, in pace ed emozionato silenzio, le immense rovine della città.

La sterminata distesa di quelle rovine è, da sola, in grado di fornire al grande poeta e intellettuale l’intuizione definitiva di quel che dovrà essere l’esatto parametro, sentimentale prima che intellettuale, del rapporto tra Moderni e Antichi: – Quanta Roma fuit ipsa ruina docet – scrive.

Il racconto di questo episodio si trova in una delle pagine più affascinanti e concettualmente più dense del saggio Rinascimento e classicismi. Forme e metamorfosi della modernità che Amedeo Quondam ha di recente pubblicato per i tipi del Mulino.

A fronte di una vita intera dedicata a studiare la genesi, lo sviluppo, l’estensione spazio-temporale, le coordinate culturali e simboliche del Rinascimento, certo non possono sorprendere la densità e la straordinaria ricchezza di questo saggio, ciò che sorprende, e piacevolmente, è invece il percorso che lo studioso propone per far comprendere al lettore la complessità culturale e antropologica del fenomeno del classicismo in quella che gli storici chiamano modernità.

Un percorso che ha come filo conduttore il modificarsi dei costumi e delle virtù ad essi soggiacenti dei nobiles che da guerrieri (bellatores) si vanno facendo signori, un percorso che si dipana dall’osservazione “morfologica” di alcuni castelli tirolesi (Schloss Reifenstein, Schloss Wolfsthurn, Churburg) alla riflessione su episodi e personalità intellettuali (Lovato Lovati, Petrarca appunto, Vasari) che segnano la svolta culturale del classicismo rinascimentale in consapevole e polemica discontinuità con la cultura precedente che, solo allora, diviene “Medievale”, dalla nascita e dall’affermarsi di una nuova ratio studiorum omogenea per la formazione culturale della nobiltà europea alla polemica “romantica” di Victor Hugo che (nel terzo libro del romanzo Notre-Dame de Paris) si scaglia contro il nuovo classicismo urbanistico e architettonico, che sta distruggendo la potente facies gotica di Parigi, e ribalta in negativo la prospettiva della tradizione culturale moderna, per terminare con l’osservazione di alcuni elementi minori (o apparentemente tali) della rinascita artistica e architettonica di Roma in età moderna (per esempio l’iscrizione apposta nel 1782 da Marcantonio Borghese all’ingresso della celeberrima Galleria da lui stesso fatta restaurare in splendidiorem formam), oppure le leges hortorum volte a disciplinare il comportamento e richiamare le virtù (decor, magnificentia, splendor, honestas) connaturate al rango dei nobili visitatori dei grandi giardini romani (quelli ancora di Villa dei Borghese, oppure quelli di Villa Giulia, Villa Medici, Villa Paolina) o implicite nella forma stessa dei castelli, dei palazzi e delle ville della aristocrazia Ancient regime.

Un saggio di grande levatura insomma, che val la pena di leggere e studiare e che, proprio per il suo respiro ampio e il taglio antropologico, stimola riflessioni ulteriori e di qualche amarezza riguardo al presente e al futuro del nostro paese: se infatti è questo, almeno questo, il livello di conoscenze e competenze che si richiede a chi dovrà occuparsi, fra appena qualche decennio, della nostra tradizione umanistica e del patrimonio letterario, artistico e architettonico che ad essa è legato, allora, viste le condizioni in cui versano oggi in Italia gli studi umanistici, anche solo dal punto di vista della percezione sociale diffusa della loro inutilità, le prospettive non appaiono incoraggianti.

Paolo Randazzo

Link da Europa

 

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Ma la tragedia non è mai una sola

Posted by identitalterit su 20 ottobre 2013

Andrea Rodighiero “La tragedia greca”, il Mulino, 2013, pp. 144.

 Cosa rende interessante e fecondo un saggio? Non solo il valore del suo contenuto scientifico ma anche, o forse soprattutto, la sua collocazione, consapevole e dialettica, in una tradizione di studi più ampia e profonda, una consapevolezza che ne supporti l’elaborazione teorica, e poi l’intelligenza con cui sa dialogare col contesto attuale e con la cultura dei lettori cui si rivolge. È quanto vien fatto di pensare leggendo “La tragedia greca” (il Mulino), il saggio di Andrea Rodighiero volto illustrare, ordinatamente e organicamente (ma senza scadere nella manualistica), le origini politiche e rituali, il funzionamento materiale (la scena, le tradizioni artistiche, la testualità), la costituzione e gli sviluppi della drammaturgia attica del V secolo a.C. L’argomento certo non è nuovo, ma Rodighiero propone il suo studio avendo cura di non dimenticare, dall’introduzione fino all’ultimo paragrafo, il peso e la viva presenza culturale delle innumerevoli rielaborazioni teatrali, artistiche, critiche, estetiche e, più ampiamente, filosofiche (solo per citare alcune tra le più importanti, da Wilamowitz a Hegel, da Nietzesche a Benjamin, da Szondi a Steiner, da Di Benedetto a Nicole Loreaux) dei concetti di “tragedia” e “tragico”; concetti che, come chiarisce subito l’autore, non sono affatto, e non sono stati, sempre sinonimi. Né lo studioso sembra dimenticare che si rivolge a un contesto, quello dell’Italia attuale, in cui gli studi classici appaiono di anno in anno sempre più rodighiero copertinatrascurati se non proprio obsoleti. E quindi? Quindi occorre davvero riscoprire l’originalità, la ricchezza e l’utilità profonda della tradizione europea e precipuamente italiana degli studi intorno alla tragedia antica e, più generalmente, intorno alla cultura classica, partendo dal presupposto che questo richiede di confrontarci seriamente non tanto con la nostra identità (o con un’idea statica e sterile, per quanto rassicurante, di essa) ma, sostanzialmente, con una “alterità” che, se diventa strutturale, digerita ed accettata profondamente, può diventare il fondamento e l’ossatura stessa di un nuovo e assai fertile approccio agli studi classici in ambito accademico, in ambito scolastico ma anche (perché no?) nell’ ambito del mondo teatrale italiano che continua a confrontarsi con la vitalità della tragedia (o meglio delle diverse tipologie di tragedia) e del concetto di tragico (anche questo plurale) a partire da una superficialità di approccio che troppo spesso è davvero deprimente.

PAOLO RANDAZZO

link da europa

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Il caso gallo: la storia vera del morto-vivo

Posted by identitalterit su 24 giugno 2013

In libreria il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano, dedicato alla clamorosa vicenda “del morto vivo” di Avola.

Paolo Di Stefano “Giallo d’Avola”, Sellerio Palermo, pp. 331 euro 14.00.

Un uomo scompare improvvisamente, si chiama Paolo Gallo, il fratello Salvatore viene subito accusato dell’omicidio dalla moglie dello scomparso (si attivano immediatamente antichi e velenosi rancori familiari), la sua vita ne è sconvolta, è processato insieme col figlio, condannato senza prove all’ergastolo e gettato in carcere. Poi, dopo ben sette anni, grazie anche al fiuto di uno straordinario cronista (Enzo Asciolla), quell’uomo, il “morto-vivo”, viene ritrovato e ricompare definitivamente (ma era già stato più volte avvistato) e il fratello, in carcere, fatica ad essere liberato. Non si gli si può concedere nemmeno la grazia perché questo tipo di provvedimento è valido solo per i “colpevoli” ma, con tutta evidenza, Salvatore colpevole non è. Occorrerà persino una revisione del codice di procedura penale. Paolo Di Stefano 1Una storia paradossale, facilmente definibile “pirandelliana”, naturalmente romanzesca eppure realmente accaduta a partire dall’ottobre del 1954, ad Avola e nell’aspra collina iblea che sovrasta il paese, nel cuore della più profonda provincia tra Siracusa e Ragusa. Una storia clamorosa, che ebbe vasta eco nella stampa nazionale e dalla quale scaturirono conseguenze importanti sul piano della dottrina giuridica. A raccontarla è oggi di nuovo, realizzandone un romanzo complesso, seppur formalmente asciutto e godibilissimo (“Giallo d’Avola”, pubblicato per i tipi di Sellerio), è Paolo Di Stefano, giornalista culturale del Corriere, romanziere tra i più apprezzati del panorama letterario nazionale e, lui stesso, avolese d’origine. Lo abbiamo incontrato.

La storia che lei racconta non è certo una storia poco conosciuta, perché raccontarla ancora? Ha trovato degli elementi nuovi rispetto alla documentazione esistente?

«Ho lavorato sugli atti processuali completi e raccolto le testimonianze dei testimoni diretti e indiretti dei fatti: l’ ultimo era Paolino Rubera, un contadino novantenne che fu chiamato sul luogo del “delitto” quella stessa mattina. La storia dei fratelli Gallo fu un caso clamoroso al tempo, ma è completamente dimenticata dai più. Ma quando mi propongo di scrivere una romanzo io non mi chiedo: perché? Mi lascio semplicemente rapire da un’immagine. La prima immagine qui era un suono: il grido di Cristina Giannone «U mmazzasti, u mmazzasti!», che è la colonna sonora del libro, impostando tutta l’inchiesta sul pregiudizio. Per me non si trattava di ricostruire una vicenda giudiziaria, ma di scriverne un romanzo con personaggi e atmosfere psicologiche e ambientali che non ci sono nella documentazione: e mentre il vero può emergere dalla cronaca, la verità può venir fuori solo dall’immaginazione e dall’empatia della letteratura».

Questa vicenda sembra aver un che di romanzesco in sé, perché e in quali contesti ha avvertito la necessità di scostarsi dalla pura narrazione di fatti accaduti per accedere alla finzione narrativa?

«Nella narrazione di cronaca non ci sono personaggi ma persone che agiscono. La sfida del romanzo è fare di quelle persone e di quei nomi dei personaggi veri e propri con le loro voci e i loro caratteri psicologici. SalvatoreGalloaSantoStefanoPer questo l’elemento inventivo era indispensabile per raccontare questa storia: a poco a poco la storia, partendo dai documenti, è fermentata in un romanzo di finzione anche se sono (quasi) tutti fatti realmente accaduti. Gli ambienti, i risvolti psicologici, gli affreschi paesaggistici, il timbro linguistico dei personaggi, gli interni, molti dialoghi sono frutto dell’immaginazione. È vero che la storia in sé è romanzesca, ma nel senso che ha elementi romanzeschi senza essere ancora un romanzo».

Che tipo di Sicilia è quella che ha scoperto accostandosi a questa storia?

«È una Sicilia arcaica, dura come le pietre della montagna: la “sicilitudine” come condizione esistenziale (quella di cui parla Sciascia), gabbia di separatezza e di esclusione isolana, qui è elevata al cubo, in quanto si tratta di una Sicilia interna, montanara. Poi però in questa arcaicità si trovano delle sorprese incredibili, come la “modernità” di Venerina Costa, detta la Masudda, una pecoraia avolese analfabeta che tratta alla pari con gli avvocati e che si intestardisce a voler scoprire la verità, giustamente convinta dell’innocenza del povero Salvatore, suo promesso sposo. Donna di grande temperamento e modernità, appunto, che da giovane aveva subìto la ferocia di un ricco giovanotto del paese. E poi c’è l’illuminismo di molti avvocati, l’ostinazione nelle ricerche, la compassione, la pietà, la partecipazione che si oppongono all’ imperturbabilità dei giudici. C’è quell’investigatore sopraffino che è il giornalista Asciolla. Un quadro umano molto variegato e difficilmente classificabile in una sola definizione. Lo stesso Salvatore Gallo, che all’inizio ci appare come un essere mostruoso e insensibile, a poco a poco si scioglie nei rapporti con i figli: la tragedia lo cambia, lo fa diventare un’altra persona molto diversa da quel che era all’inizio, una persona capace di interrogarsi sulle colpe (proprie e degli altri). Poi c’è il brusio del pregiudizio popolare pronto a capovolgersi di continuo. C’è l’astuzia dello scomparso, il vedere e non vedere, il sentire e non sentire, il dire e non dire. È una terra di contrasti irrisolti».

Appare evidente nel libro un atteggiamento di grande consapevolezza verso il dato linguistico in generale, verso le singole parole che ha selezionato, verso i diversi sistemi linguistici che si incrociano nella vicenda: quanto è importante il dato linguistico nella ricerca e nell’espressione della verità storica e umana di questa vicenda?

«Importantissimo. Direi determinante. Non volevo che il linguaggio e il dialetto fossero un colore etnografico, ma volevo che facessero parte del carattere stesso dei personaggi, che in qualche modo lo determinassero. La varietà di voci mi ha imposto un controllo ferreo e la ricerca di un equilibrio difficilissimo tra italiano, parlata regionale e dialetto locale. Il suono, la musica in questo libro è fondamentale».

Tra i tanti personaggi che lei rievoca qual è quello che l’ha intrigata maggiormente e perché?

«Ovviamente Venerina Costa per quel che dicevo prima: una donna ferita dalla vita, ma mai doma. E anche gli avvocati, tutti diversi e diversamente affascinanti, con la loro retorica magniloquente, tra barocco e estrema razionalità. Per non dire dell’ambiguità e delle irragionevolezze del morto-vivo, così imprendibile e sfuggente non solo sul piano fisico ma anche caratteriale. È molto furbo ma non abbastanza, è odioso ma anche simpatico a tratti, è dolce e alla lunga feroce, bugiardissimo, è lui e non è lui, appare e scompare, si trasforma di continuo. Una specie di ser Ciappelletto di cui non capisci mai la vera sostanza morale».

Quanto ha pesato il suo essere di origini avolesi nella scelta di raccontare questa storia? C’è in questa scelta anche il desiderio di ricostruire un rapporto con la comunità di origine sua e della sua famiglia?

«Se non fossi di Avola non avrei mai raccontato questa storia. Scriverla è stato scavare nelle mie origini, in un’epopea popolare di cui avevo sentito parlare sin da piccolo in famiglia per accenni sparsi qua e là. Non nasce da un’esigenza “sociale” ma psichica, direi. Andare a fondo di me stesso attraverso la narrazione. Conoscere me stesso prima che gli altri. In tutti i personaggi ho riconosciuto qualcosa di me e delle persone che mi stanno intorno, ma certo la spinta più forte è stata quella linguistica se si intende per linguaggio un’espressività che fa emergere un carattere sotterraneo. La letteratura insegna che non c’è niente di più profondo della superficie espressiva».

Paolo Randazzo

giallo davola copertina

LINK PEZZO CENTONOVE DEL 21.06.2013

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MACHIAVELLI, iL PRINCIPE NUOVO: GOLPE E LIONE

Posted by identitalterit su 8 giugno 2013

Cari ragazzi, quante volte vi ho detto che Machiavelli è un grandissimo teorico della politica? Leggete questo brano: è durissimo e assai pessimista sull’uomo, ma la politica si fa nella realtà e con gli uomini. Gli ideali ci vogliono e sono indispensabili, ma non bastano, occorre essere realisti. P.R.

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N. Machiavelli, Il Principe, cap. XVIII

 

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede per esperienza, ne’ nostri tempi, quelli príncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini: et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

 

Dovete adunque sapere come sono dua generazione [modi] di combattere: l’uno con le leggi, l’altro, con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente [ricorrendo alla mitologia] dalli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti altri di quelli principi antichi, furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li costudissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia et mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile.

 

Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe et il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perché sono tristi e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancarono cagioni legittime di colorire [simulare] la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni, e monstrare quanta pace, quante promesse sono state fatte irrite [prive di valore legale], e vane per la infidelità de’ principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.

 

ritrattodiniccolomachiavelli-autoresantidititoIo non voglio delli esempli freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro che ad ingannare uomini, e sempre trovò subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermarsi una cosa, che l’osservassi meno; non di meno, sempre li succederono li inganni ad votum [secondo il suo desiderio], perché conosceva bene questa parte del mondo.

 

A uno principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. Anzi, ardirò di dire questo, che avendole et osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile; come parere pietoso, fedele, umano, intero, relligioso, et essere; ma stare in modo edificato [predisposto] con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

 

Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto relligione. E non è cosa piú necessaria a parere di avere, che questa ultima qualità [la religione]. E li uomini in universali iudicano piú alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello stato che li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio da reclamare [un tribunale a cui presentare una protesta], si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell’una e dell’altra è inimicissimo; e l’una e l’altra, quando e’ l’avessi osservata, li arebbe piú volte tolto o la reputazione o lo stato.

 

N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Feltrinelli, Milano, 1960, pagg. 73-74

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Pindaro

Posted by identitalterit su 21 marzo 2013

Pìndaro (gr. Πίνδαρος, lat. Pindărus). – Poeta lirico greco (Cinoscefale, Beozia, 518 a. C. – Argo 438 a. C.). Discendente della nobilissima famiglia degli Egidi (Αἰγεῖδαι) di origine dorica, P. ricevette nella sua patria la prima educazione musicale e letteraria; la tradizione lo mette in rapporto con le poetesse Mirtide e Corinna, ma la sua formazione fu complessa, come dimostra il fatto che in Atene fu allievo di Apollodoro, Agatocle e del musicista Laso di Ermione. La sua educazione intellettuale e morale risaliva alla tradizione familiare, dorizzante, aristocratica e conservatrice, e il suo spirito religioso si nutrì del culto di Apollo e di Zeus (sembra che P. fosse molto legato al clero delfico). Le tormentate vicende della Grecia nei primi decennî del sec. 5° influirono fortemente sulla sua vita: Delfi e gran parte della Grecia settentr., compresa Tebe, la più importante città della Beozia, anche se neutrali nella lotta contro gli invasori barbarici, mostrarono di propendere verso i Persiani, e P. fu con loro. Alla vittoria ateniese (480-478) dovette seguire un periodo abbastanza difficile per P., che aveva in qualche modo condiviso la responsabilità del governo tebano. Sebbene il poeta mostrasse ormai di comprendere i valori della guerra contro il barbaro celebrando Atene e l’alleanza attico-spartana (e per questo fu onorato dagli Ateniesi con la prossenia), nel 476 abbandonò la Grecia recandosi ad Agrigento presso Terone che lo ospitò, e per il quale compose epinici e treni. Fu poi a Siracusa, alla corte di Gerone cui dedicò altri epinici.220px-Pindar_statue

In Sicilia P. incontrò i maggiori poeti lirici del suo stesso tempo, Simonide di Ceo e il nipote Bacchilide, suoi rivali non solo nell’arte, ma nei favori della corte. Presto tornò in Grecia, dove però mantenne buone relazioni con gli ospiti siciliani, per i quali continuò a comporre. Probabilmente nel soggiorno in Sicilia venne a contatto con le dottrine pitagoriche ivi diffuse, e la sua fede religiosa si arricchì di elementi misterici. Oltre che con i tiranni siciliani, P. fu in buone relazioni con Arcesilao IV, re di Cirene, della dinastia dei Battiadi, e per lui compose l’ampia Pitica 4ª, in forma di poemetto epico-lirico di tipo stesicoreo. Tra il 480 e il 460 si pone il periodo della sua più ampia produzione, ma egli continuò a esercitare la sua arte probabilmente fino al 446, quando compose la Pitica 8ª in cui riafferma i suoi ideali aristocratici parlando ai giovani nobili di Egina. Fino alla fine il poeta si mostrò fedele ai valori del suo mondo interiore che con profonda e consapevole tristezza vedeva di giorno in giorno declinare. ▭ Dei lirici greci, P. è l’unico di cui si sono tramandati interi libri di carmi, tutti del genere epinicio, nel quale si riconobbe l’espressione più alta e caratteristica del suo genio poetico.

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