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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

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Gerusalemme, La Mecca, Roma, le infinite vie dei pellegrini

Posted by identitalterit su 6 novembre 2014

Attilio Brilli rievoca il pellegrinaggio religioso verso le grandi mete religiose, che i cristiani iniziarono a visitare già dal III secolo, fino alla capitale della cristianità.

Gerusalemme, La Mecca, Roma, le infinite vie dei pellegrini

Ecco un libro che si può leggere come un romanzo e che, come un romanzo, intriga e rapisce il lettore, eppure si tratta di un saggio, di un bellissimo saggio che affronta uno dei topoi più antichi della nostra cultura, ovvero l’esperienza del pellegrinaggio individuata, studiata nel suo senso profondo ed esposta dal periodo medievale fino agli albori della civiltà moderna.

Un’esperienza che nel tempo si è andata modificando, indebolendo nelle sue ragioni spirituali e intrecciando alla riscoperta del viaggio nella tradizione greco-romana col suo grande archetipo omerico. Parliamo diGerusalemme, La Mecca e Roma, storie di pellegrinaggi e di pellegrini (il Mulino) di Attilio Brilli che si conferma non solo uno straordinario studioso, capace di argomentare rigorosamente e di muoversi agilmente in una vera e propria selva di fonti (cronache, resoconti, memorie, narrazioni,mirabilia, nonché raccolte e preziosissime trascrizioni ottocentesche delle relazioni di pellegrinaggio medievali), ma anche narratore che sa concedere grazia e misura alla sua scrittura. In questo saggio più di tutto colpiscono le immagini.

Le strade infinite dei pellegrini, le rotte, le navi (le maleodoranti galere), i porti d’imbarco, gli approdi, i pericoli da affrontare e poi le mura e la città di Gerusalemme, centro del mondo, i luoghi dell’Antico e del Nuovo Testamento e le stazioni della via Crucis, luoghi in cui davvero al pellegrino medievale sembra di avvertire il fremito della terra toccata dal Dio vivente e di sperimentare concretamente un dimensione sacra del tempo, un’autentica sospensione della dimensione quotidiana e cronologica.

Quindi l’Arabia con le grandi carovane che, come città semoventi, attraversano lentamente deserti sterminati e roventi per giungere allo Hijaz, la terra santa, con le oasi, le piste d’avvicinamento e con le città sante sopratutto, La Mecca (la meravigliosa e ricchissima madre delle città) e Medina, e per permettere ai pellegrini di compiere il sacro ufficio dello Haij, il pellegrinaggio rituale (uno dei cinque pilastri dell’Islam), momento quanto mai emozionante e unificante dei musulmani di tutte le provenienze sociali e geografiche.

Infine le vie, le tantissime vie che portano a Roma, l’altra Gerusalemme, il cuore della cristianità, e i passi dei pellegrini “romei”, il loro status, il loro abbigliamento (la schiavina, il bordone), i simboli, i santi protettori (il gigante San Cristoforo, San Giuliano ospitaliere, San Rocco pellegrino), le inenarrabili fatiche, i pericoli (le malattie, il brigantaggio), la costante presenza della morte e infine la grandiosa visione della Roma medievale in cui i monumenti del passato repubblicano e imperiale, a partire dalle mura aureliane, si fondono con le basiliche cristiane (le sette stazioni che, una volta giunti a Roma, costituiscono quasi un pellegrinaggio nel pellegrinaggio: San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, Santa Croce di Gerusalemme, San Paolo e San Lorenzo fuori le mura, San Sebastiano e San Pietro) in un paesaggio ampio, desolato e quasi spettrale, fortemente agricolo e comunque radicalmente diverso da quello della città attuale che si è sviluppata a partire dal Rinascimento.

Un pellegrinaggio, quello romano, che, a cavallo tra il XII e il XIII secolo, conosce un esiziale periodo di decadenza del proprio prestigio: decadenza dovuta al continuo accrescersi dei pericoli connessi al percorso, alla pessima fama della esasperata speculazione dei romani sulla pelle dei pellegrini (cresce a dismisura la presenza di alberghi, ostelli, locande, bettole e osterie d’ogni risma) e, soprattutto, allo scandalo crescente della corruzione curiale.

Molto incide anche, in questo senso, la conquista crociata di Gerusalemme che rinnova con forza il richiamo del pellegrinaggio in Terra Santa e, di conseguenza, anche l’accrescersi dell’importanza del pellegrinaggio (il camino) verso il santuario spagnolo di Compostela che dell’apostolo Giacomo (divenuto santo guerriero e matamoros) conservava i resti giunti misteriosamente, e quindi provvidenzialmente, nell’estremo occidente della Galizia.

Un’importanza dovuta peraltro anche ad un’oculata gestione politica del significato di tale pellegrinaggio da parte del vescovo Diego Gelmírez che, nel primo trentennio del XII secolo, tentò di proporre Compostela, in concorrenza con Roma e in autonomia da essa, quale punto di riferimento non solo della cristianità ispanica ma dell’intera cristianità occidentale attraversata dai nuovi fermenti riformatori provenienti da Cluny.

Mutamenti profondi, globali, che preludono all’avvento della civiltà moderna e, con questa, al trasformarsi dell’esperienza del pellegrino in quella tutta mondana del viaggiatore che si libera dell’ingenuo afflato spirituale del suo predecessore medievale e riscopre, come dirà nel 1580 sir Philip Sidney: «l’occhio curioso di Ulisse».

Paolo Randazzo

 

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Ebraismo, il dizionario “innamorato” di Attali

Posted by identitalterit su 27 gennaio 2014

Conoscere per non dimenticare: un saggio ricco di informazioni culturali, storiche e teologiche, filtrate dall’esperienza personale del poliedrico economista.

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Oggi, mentre leggiamo sui giornali di odiose e oscene provocazioni negazioniste indirizzate alla comunità ebraica di Roma, si confermano come urgenti e necessari per il vivere civile e per la stessa sopravvivenza di ciò che chiamiamo Occidente i doveri della memoria e della conoscenza.

Doveri che includono e superano quello di ricordare la Shoah e a cui risponde, con acume e affettuosa leggerezza, Jacques Attali, l’economista socialista, consigliere di stato e banchiere francese che ha legato tra l’altro il suo nome alla commissione speciale per lo sviluppo voluta nel 2007 da Sarkozy, col suo Dizionario innamorato dell’ebraismo (Fazi editore): «Da parte mia io, nato ebreo nell’Algeria francese appena liberata dai nazisti e dai loro tirapiedi francesi grazie allo sbarco delle truppe americane, nel momento in cui tanti altri morivano in Europa, avrei potuto dimenticare me stesso, scomparire nella società francese come hanno fatto tanti israeliti francesi il cui ebraismo non è oggigiorno una dimensione ingombrante della loro personalità. Io ho scelto di non farlo. (…) Perché credo che ciascuno debba render conto di ciò che ha ricevuto e debba trasmetterlo (…) e anche perché il giudaismo è inseparabile dalle persone che mi sono più care e ho il dovere di essere leale nei loro confronti, di trasmettere ciò che ho ricevuto da loro».

Bastano queste poche righe della corposa e densa introduzione a questo libro per capire il senso delle cose di cui si parla: ovvero il dovere (dovere di tutti e per tutti gli uomini liberi) di non dimenticare la vicenda millenaria e le tragedie dell’ebraismo e di conoscerle concedendo spazio e ascolto ai racconti che di esso si fanno e che innervano la nostra cultura.Attali copertina

Racconti che tuttavia, non sono soltanto mitologia culturalmente fondativa, ma hanno sempre avuto, e continuano per altro ad avere, il pregio di un’affettività interna che tramanda efficacemente il senso di una grande comunità che ha sofferto ma continua a mantenersi salda nei suoi principi.

Ecco perché dizionario “innamorato”: perché non si può parlare davvero, con autenticità e senza luoghi comuni e banalità, se non di ciò che si ama. Ed ecco perché le pagine di questo libro sono interessanti: perché non trasmettono soltanto informazioni (le principali istituzioni culturali e cultuali dell’ebraismo nonché le storie degli eroi biblici e dell’intera storia giudaica), ma raccontano il senso di una cultura che malgrado tutto ha superato di secolo in secolo la minaccia del male, il rischio di scomparire e s’è preservata nel calore di una straordinaria e tormentata fedeltà amorosa.

Nel raccontare del biblico Qoelet e del dovere dell’uomo di confrontarsi col tempo, Attali conclude: «(…resta da) imparare ad accettarsi come un anello nella catena della storia della specie, con l’onere di trasmettere alle generazioni successive un mondo un po’ migliore da quello ricevuto dai nostri padri».

Paolo Randazzo

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Le metamorfosi della modernità

Posted by identitalterit su 27 gennaio 2014

Amedeo Quondam rivede in maniera diversa e originale il Rinascimento e i classicismi.

quondam copertina

Novembre del 1337, Francesco Petrarca – come egli stesso racconta in una lettera indirizzata a Giovanni Colonna – passeggia per Roma in compagna di un amico: attraversano ammirati gli insignes loci urbis, si fermano infine alle Terme di Diocleziano, salgono sul tetto del grandioso edificio e da qui contemplano, in pace ed emozionato silenzio, le immense rovine della città.

La sterminata distesa di quelle rovine è, da sola, in grado di fornire al grande poeta e intellettuale l’intuizione definitiva di quel che dovrà essere l’esatto parametro, sentimentale prima che intellettuale, del rapporto tra Moderni e Antichi: – Quanta Roma fuit ipsa ruina docet – scrive.

Il racconto di questo episodio si trova in una delle pagine più affascinanti e concettualmente più dense del saggio Rinascimento e classicismi. Forme e metamorfosi della modernità che Amedeo Quondam ha di recente pubblicato per i tipi del Mulino.

A fronte di una vita intera dedicata a studiare la genesi, lo sviluppo, l’estensione spazio-temporale, le coordinate culturali e simboliche del Rinascimento, certo non possono sorprendere la densità e la straordinaria ricchezza di questo saggio, ciò che sorprende, e piacevolmente, è invece il percorso che lo studioso propone per far comprendere al lettore la complessità culturale e antropologica del fenomeno del classicismo in quella che gli storici chiamano modernità.

Un percorso che ha come filo conduttore il modificarsi dei costumi e delle virtù ad essi soggiacenti dei nobiles che da guerrieri (bellatores) si vanno facendo signori, un percorso che si dipana dall’osservazione “morfologica” di alcuni castelli tirolesi (Schloss Reifenstein, Schloss Wolfsthurn, Churburg) alla riflessione su episodi e personalità intellettuali (Lovato Lovati, Petrarca appunto, Vasari) che segnano la svolta culturale del classicismo rinascimentale in consapevole e polemica discontinuità con la cultura precedente che, solo allora, diviene “Medievale”, dalla nascita e dall’affermarsi di una nuova ratio studiorum omogenea per la formazione culturale della nobiltà europea alla polemica “romantica” di Victor Hugo che (nel terzo libro del romanzo Notre-Dame de Paris) si scaglia contro il nuovo classicismo urbanistico e architettonico, che sta distruggendo la potente facies gotica di Parigi, e ribalta in negativo la prospettiva della tradizione culturale moderna, per terminare con l’osservazione di alcuni elementi minori (o apparentemente tali) della rinascita artistica e architettonica di Roma in età moderna (per esempio l’iscrizione apposta nel 1782 da Marcantonio Borghese all’ingresso della celeberrima Galleria da lui stesso fatta restaurare in splendidiorem formam), oppure le leges hortorum volte a disciplinare il comportamento e richiamare le virtù (decor, magnificentia, splendor, honestas) connaturate al rango dei nobili visitatori dei grandi giardini romani (quelli ancora di Villa dei Borghese, oppure quelli di Villa Giulia, Villa Medici, Villa Paolina) o implicite nella forma stessa dei castelli, dei palazzi e delle ville della aristocrazia Ancient regime.

Un saggio di grande levatura insomma, che val la pena di leggere e studiare e che, proprio per il suo respiro ampio e il taglio antropologico, stimola riflessioni ulteriori e di qualche amarezza riguardo al presente e al futuro del nostro paese: se infatti è questo, almeno questo, il livello di conoscenze e competenze che si richiede a chi dovrà occuparsi, fra appena qualche decennio, della nostra tradizione umanistica e del patrimonio letterario, artistico e architettonico che ad essa è legato, allora, viste le condizioni in cui versano oggi in Italia gli studi umanistici, anche solo dal punto di vista della percezione sociale diffusa della loro inutilità, le prospettive non appaiono incoraggianti.

Paolo Randazzo

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Ma la tragedia non è mai una sola

Posted by identitalterit su 20 ottobre 2013

Andrea Rodighiero “La tragedia greca”, il Mulino, 2013, pp. 144.

 Cosa rende interessante e fecondo un saggio? Non solo il valore del suo contenuto scientifico ma anche, o forse soprattutto, la sua collocazione, consapevole e dialettica, in una tradizione di studi più ampia e profonda, una consapevolezza che ne supporti l’elaborazione teorica, e poi l’intelligenza con cui sa dialogare col contesto attuale e con la cultura dei lettori cui si rivolge. È quanto vien fatto di pensare leggendo “La tragedia greca” (il Mulino), il saggio di Andrea Rodighiero volto illustrare, ordinatamente e organicamente (ma senza scadere nella manualistica), le origini politiche e rituali, il funzionamento materiale (la scena, le tradizioni artistiche, la testualità), la costituzione e gli sviluppi della drammaturgia attica del V secolo a.C. L’argomento certo non è nuovo, ma Rodighiero propone il suo studio avendo cura di non dimenticare, dall’introduzione fino all’ultimo paragrafo, il peso e la viva presenza culturale delle innumerevoli rielaborazioni teatrali, artistiche, critiche, estetiche e, più ampiamente, filosofiche (solo per citare alcune tra le più importanti, da Wilamowitz a Hegel, da Nietzesche a Benjamin, da Szondi a Steiner, da Di Benedetto a Nicole Loreaux) dei concetti di “tragedia” e “tragico”; concetti che, come chiarisce subito l’autore, non sono affatto, e non sono stati, sempre sinonimi. Né lo studioso sembra dimenticare che si rivolge a un contesto, quello dell’Italia attuale, in cui gli studi classici appaiono di anno in anno sempre più rodighiero copertinatrascurati se non proprio obsoleti. E quindi? Quindi occorre davvero riscoprire l’originalità, la ricchezza e l’utilità profonda della tradizione europea e precipuamente italiana degli studi intorno alla tragedia antica e, più generalmente, intorno alla cultura classica, partendo dal presupposto che questo richiede di confrontarci seriamente non tanto con la nostra identità (o con un’idea statica e sterile, per quanto rassicurante, di essa) ma, sostanzialmente, con una “alterità” che, se diventa strutturale, digerita ed accettata profondamente, può diventare il fondamento e l’ossatura stessa di un nuovo e assai fertile approccio agli studi classici in ambito accademico, in ambito scolastico ma anche (perché no?) nell’ ambito del mondo teatrale italiano che continua a confrontarsi con la vitalità della tragedia (o meglio delle diverse tipologie di tragedia) e del concetto di tragico (anche questo plurale) a partire da una superficialità di approccio che troppo spesso è davvero deprimente.

PAOLO RANDAZZO

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Il caso gallo: la storia vera del morto-vivo

Posted by identitalterit su 24 giugno 2013

In libreria il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano, dedicato alla clamorosa vicenda “del morto vivo” di Avola.

Paolo Di Stefano “Giallo d’Avola”, Sellerio Palermo, pp. 331 euro 14.00.

Un uomo scompare improvvisamente, si chiama Paolo Gallo, il fratello Salvatore viene subito accusato dell’omicidio dalla moglie dello scomparso (si attivano immediatamente antichi e velenosi rancori familiari), la sua vita ne è sconvolta, è processato insieme col figlio, condannato senza prove all’ergastolo e gettato in carcere. Poi, dopo ben sette anni, grazie anche al fiuto di uno straordinario cronista (Enzo Asciolla), quell’uomo, il “morto-vivo”, viene ritrovato e ricompare definitivamente (ma era già stato più volte avvistato) e il fratello, in carcere, fatica ad essere liberato. Non si gli si può concedere nemmeno la grazia perché questo tipo di provvedimento è valido solo per i “colpevoli” ma, con tutta evidenza, Salvatore colpevole non è. Occorrerà persino una revisione del codice di procedura penale. Paolo Di Stefano 1Una storia paradossale, facilmente definibile “pirandelliana”, naturalmente romanzesca eppure realmente accaduta a partire dall’ottobre del 1954, ad Avola e nell’aspra collina iblea che sovrasta il paese, nel cuore della più profonda provincia tra Siracusa e Ragusa. Una storia clamorosa, che ebbe vasta eco nella stampa nazionale e dalla quale scaturirono conseguenze importanti sul piano della dottrina giuridica. A raccontarla è oggi di nuovo, realizzandone un romanzo complesso, seppur formalmente asciutto e godibilissimo (“Giallo d’Avola”, pubblicato per i tipi di Sellerio), è Paolo Di Stefano, giornalista culturale del Corriere, romanziere tra i più apprezzati del panorama letterario nazionale e, lui stesso, avolese d’origine. Lo abbiamo incontrato.

La storia che lei racconta non è certo una storia poco conosciuta, perché raccontarla ancora? Ha trovato degli elementi nuovi rispetto alla documentazione esistente?

«Ho lavorato sugli atti processuali completi e raccolto le testimonianze dei testimoni diretti e indiretti dei fatti: l’ ultimo era Paolino Rubera, un contadino novantenne che fu chiamato sul luogo del “delitto” quella stessa mattina. La storia dei fratelli Gallo fu un caso clamoroso al tempo, ma è completamente dimenticata dai più. Ma quando mi propongo di scrivere una romanzo io non mi chiedo: perché? Mi lascio semplicemente rapire da un’immagine. La prima immagine qui era un suono: il grido di Cristina Giannone «U mmazzasti, u mmazzasti!», che è la colonna sonora del libro, impostando tutta l’inchiesta sul pregiudizio. Per me non si trattava di ricostruire una vicenda giudiziaria, ma di scriverne un romanzo con personaggi e atmosfere psicologiche e ambientali che non ci sono nella documentazione: e mentre il vero può emergere dalla cronaca, la verità può venir fuori solo dall’immaginazione e dall’empatia della letteratura».

Questa vicenda sembra aver un che di romanzesco in sé, perché e in quali contesti ha avvertito la necessità di scostarsi dalla pura narrazione di fatti accaduti per accedere alla finzione narrativa?

«Nella narrazione di cronaca non ci sono personaggi ma persone che agiscono. La sfida del romanzo è fare di quelle persone e di quei nomi dei personaggi veri e propri con le loro voci e i loro caratteri psicologici. SalvatoreGalloaSantoStefanoPer questo l’elemento inventivo era indispensabile per raccontare questa storia: a poco a poco la storia, partendo dai documenti, è fermentata in un romanzo di finzione anche se sono (quasi) tutti fatti realmente accaduti. Gli ambienti, i risvolti psicologici, gli affreschi paesaggistici, il timbro linguistico dei personaggi, gli interni, molti dialoghi sono frutto dell’immaginazione. È vero che la storia in sé è romanzesca, ma nel senso che ha elementi romanzeschi senza essere ancora un romanzo».

Che tipo di Sicilia è quella che ha scoperto accostandosi a questa storia?

«È una Sicilia arcaica, dura come le pietre della montagna: la “sicilitudine” come condizione esistenziale (quella di cui parla Sciascia), gabbia di separatezza e di esclusione isolana, qui è elevata al cubo, in quanto si tratta di una Sicilia interna, montanara. Poi però in questa arcaicità si trovano delle sorprese incredibili, come la “modernità” di Venerina Costa, detta la Masudda, una pecoraia avolese analfabeta che tratta alla pari con gli avvocati e che si intestardisce a voler scoprire la verità, giustamente convinta dell’innocenza del povero Salvatore, suo promesso sposo. Donna di grande temperamento e modernità, appunto, che da giovane aveva subìto la ferocia di un ricco giovanotto del paese. E poi c’è l’illuminismo di molti avvocati, l’ostinazione nelle ricerche, la compassione, la pietà, la partecipazione che si oppongono all’ imperturbabilità dei giudici. C’è quell’investigatore sopraffino che è il giornalista Asciolla. Un quadro umano molto variegato e difficilmente classificabile in una sola definizione. Lo stesso Salvatore Gallo, che all’inizio ci appare come un essere mostruoso e insensibile, a poco a poco si scioglie nei rapporti con i figli: la tragedia lo cambia, lo fa diventare un’altra persona molto diversa da quel che era all’inizio, una persona capace di interrogarsi sulle colpe (proprie e degli altri). Poi c’è il brusio del pregiudizio popolare pronto a capovolgersi di continuo. C’è l’astuzia dello scomparso, il vedere e non vedere, il sentire e non sentire, il dire e non dire. È una terra di contrasti irrisolti».

Appare evidente nel libro un atteggiamento di grande consapevolezza verso il dato linguistico in generale, verso le singole parole che ha selezionato, verso i diversi sistemi linguistici che si incrociano nella vicenda: quanto è importante il dato linguistico nella ricerca e nell’espressione della verità storica e umana di questa vicenda?

«Importantissimo. Direi determinante. Non volevo che il linguaggio e il dialetto fossero un colore etnografico, ma volevo che facessero parte del carattere stesso dei personaggi, che in qualche modo lo determinassero. La varietà di voci mi ha imposto un controllo ferreo e la ricerca di un equilibrio difficilissimo tra italiano, parlata regionale e dialetto locale. Il suono, la musica in questo libro è fondamentale».

Tra i tanti personaggi che lei rievoca qual è quello che l’ha intrigata maggiormente e perché?

«Ovviamente Venerina Costa per quel che dicevo prima: una donna ferita dalla vita, ma mai doma. E anche gli avvocati, tutti diversi e diversamente affascinanti, con la loro retorica magniloquente, tra barocco e estrema razionalità. Per non dire dell’ambiguità e delle irragionevolezze del morto-vivo, così imprendibile e sfuggente non solo sul piano fisico ma anche caratteriale. È molto furbo ma non abbastanza, è odioso ma anche simpatico a tratti, è dolce e alla lunga feroce, bugiardissimo, è lui e non è lui, appare e scompare, si trasforma di continuo. Una specie di ser Ciappelletto di cui non capisci mai la vera sostanza morale».

Quanto ha pesato il suo essere di origini avolesi nella scelta di raccontare questa storia? C’è in questa scelta anche il desiderio di ricostruire un rapporto con la comunità di origine sua e della sua famiglia?

«Se non fossi di Avola non avrei mai raccontato questa storia. Scriverla è stato scavare nelle mie origini, in un’epopea popolare di cui avevo sentito parlare sin da piccolo in famiglia per accenni sparsi qua e là. Non nasce da un’esigenza “sociale” ma psichica, direi. Andare a fondo di me stesso attraverso la narrazione. Conoscere me stesso prima che gli altri. In tutti i personaggi ho riconosciuto qualcosa di me e delle persone che mi stanno intorno, ma certo la spinta più forte è stata quella linguistica se si intende per linguaggio un’espressività che fa emergere un carattere sotterraneo. La letteratura insegna che non c’è niente di più profondo della superficie espressiva».

Paolo Randazzo

giallo davola copertina

LINK PEZZO CENTONOVE DEL 21.06.2013

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