Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘religioni/spiritualità’ Category

A. Semu tutti devoti tutti – Zappalà danza

Posted by identitalterit su 6 marzo 2019

CATANIA. “A. Semu tutti devoti tutti?” rappresenta un episodio importante della vicenda artistica di Roberto Zappalà. Così dieci anni fa, quando fu presentato per la prima volta, così anche oggi, riallestito e presentato al pubblico del Teatro Verga nel contesto della stagione in corso dello Stabile Etneo. Perché importante? Perché, al di là del pur straordinario dato formale, si tratta sostanzialmente di una una messa a fuoco concettuale, di un chiarimento definitivo, di un prender le misure e mettere le giuste distanze tra l’intelligenza creativa, potente, feconda, raffinata e cosmopolita di Roberto Zappalà e di tutto il suo ensemble e il magma incandescente della sua Catania, della cultura popolare in cui è cresciuto e che in qualche modo, madre e matrigna, continua ad abbracciarlo. Un chiarimento positivo, più che affettuoso ma al contempo severo e senza ambiguità, un chiarimento che si dispiega su una linea di faglia molto antica, tormentata, delicata: il culto antico e rovente di Sant’Agata, ovvero ciò che nessun catanese potrebbe mettere agevolmente in discussione criticamente continuando a definirsi tale. Un chiarimento con una parte ancestrale del nostro essere, una parte che magari sottovalutiamo, ma che si ripresenta viva e vibrante ogni volta che ci troviamo immersi in una di quelle masse di fedeli che rinnovano l’antichissima religiosità popolare (pagana e cristiana insieme) del Mediterraneo. Una religiosità rovente, impura, feroce, capace di accogliere nel suo ventre largo il bene e il male in ogni possibile declinazione. Il concept di questo spettacolo nasce dieci anni fa quando Zappalà decide di riflettere sulla vicenda del controllo mafioso di ampi segmenti dell’organizzazione pratica della festa di Sant’Agata (le bancarelle, la cera delle candele, le scommesse clandestine). Un controllo accettato spesso supinamente dal popolo, quasi come un fatto normale. Una sottocultura malata e mafiosa che sporca ancora – come anche alcuni fatti di quest’anno hanno dimostrato (fatta salva la determinata e coraggiosa reazione del vescovo) – un culto che invece è intriso non solo di sincera pietas religiosa, ma anche di grande partecipazione e teatralità barocca. Il tutto scritto (e oggi riscritto e riallestito) con i segni forti di una danza che si apre e vive e respira nei corpi e nei movimenti dei danzatori (Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Salvatore Romania, Fernando Roland Ferrer, Antoine Roux-Briffaud, Massimo Trombetta, il nuovo e giovane Alberto Gnola), nella loro tensione muscolare, nella lotta, nel corpo abbandonato, sensuale e mistico, totalmente e meravigliosamente nudo, di Maud De La Purification (ma in altre repliche di Valeria Zampardi), che è mosso in scena dai danzatori senza che mai possa toccare terra: un corpo che è sogno, desiderio, fantasma, fatica, opera d’arte. Sostanziale appare ancora l’apporto drammaturgico, in senso ampio, di Nello Calabrò: «È vero che siete innocui singolarmente e che imbarbarite nella folla? Diventate crudeli se costretti dalle circostanze?… Non è forse scritto? la mia casa sarà riguardata come casa di preghiera per tutte le genti. Chi ne ha fatto una caverna di ladri? una spelonca di ladri, una caverna di briganti…».E ancora, a far da contrappunto alla danza, a riempirne le vibrazioni, a inseguirne o anticiparne i percorsi, ecco le musiche raffinate, ma concrete e carnali anch’esse, dell’ensemble de “I Lautari” presenti in scena (Peppe Nicotra, Puccio Castrogiovanni e Salvo Farruggio). Un magma incandescente questo spettacolo in cui, se pur si conferma la presenza di alcuni elementi di debolezza (uno su tutti la chiusura con il video di Carmen Consoli), il segno di maggiore interesse appare senza dubbio l’accresciuta maturità dei danzatori che dopo ben dieci anni lo reinterpretano con una vigoria, un’intelligenza del gesto e una solidità artistica davvero straordinarie. Doti che Zappalà ha saputo cogliere di nuovo e mettere a frutto da par suo. Visto il 6 Febbraio al Teatro Verga di Catania.

Paolo Randazzo

——————————————————————-

A. Semu tutti devoti tutti”, 3° tappa dal progetto “re-mapping Sicily” coreografia, regia, scene e luci di Roberto Zappalà; musica originale (eseguita dal vivo) di Puccio Castrogiovanni (Lautari); costumi di Marella Ferrera e Roberto Zappalà; drammaturgia di Nello Calabrò e Roberto Zappalà; testi di Nello Calabrò; realizzazione scene e costumi e assistenza Debora Privitera.
Interpretazione e collaborazione dei danzatori: Adriano Coletta, Maud del La Purification
Alain El Sakhawi, Alberto Gnola, Salvatore Romania, Antoine Roux-Briffaud Fernando Roldan Ferrer, Massimo Trombetta, Valeriaa Zampardi.  Musicisti: Peppe Nicotra, basso, Puccio Castrogiovanni, corde, marranzani e fisarmonica, Salvo Farruggio, percussioni, Peppe Nicotra, chitarre
Produzione Teatro Stabile di Catania, Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza, Centro di Produzione della Danza, in collaborazione con il Festival MilanOltre. Spettacolo vincitore del premio Danza&Danza 2009 come miglior spettacolo italiano. Crediti fotografici: Serena Nicoletti.

Link a Rumor(s)cena: 

Annunci

Posted in antropologia, arte, Arte estetica, attualità/incontri, Danza, estetica, filosofia, religioni/spiritualità, teatro, Visioni | Leave a Comment »

Stagione INDA 2018. Tra Eracle e Edipo, la tragedia greca parla al presente.

Posted by identitalterit su 8 febbraio 2019

SIRACUSA. La messinscena contemporanea di un testo tratto dall’antica drammaturgia attica non può essere solo un’operazione artistica, ma implica sempre una riflessione più ampia di natura antropologica e filosofica. Una riflessione che ha come oggetto “un’alterità”, lontana eppure storicamente e culturalmente determinata (quella classica), che diventa segno e simbolo di quell’alterità assoluta che, oggi più che mai, è il cuore di ogni più avvertito pensiero dell’uomo su sé stesso. Una riflessione che assume, quasi per necessità, la forma del dialogo tra un testo antico (spesso bellissimo ma che può essere compreso appieno solo a partire dalla conoscenza di un contesto che in gran parte ci sfugge) e una poetica contemporanea che non può che attrarlo a sé tradendolo, distorcendolo, maltrattandolo. E quanto più importante, profondo autentico è questo dialogo, tanto più profondo, fecondo e necessario diventa lo spettacolo che da esso scaturisce. Può sembrare pretenzioso o strano premettere tali considerazioni ad una semplice recensione giornalistica, eppure si tratta di considerazioni necessarie se davvero si vuol capire il senso di spettacoli, grandi e importanti, come quelli che vanno in scena annualmente nel contesto delle Rappresentazioni classiche del Teatro Greco di Siracusa. Raccontiamo questa volta degli spettacoli della Cinquantaquattresima stagione Inda diretta da Roberto Andò (dal 10 maggio, a giorni alterni, fino al 24 giugno, lunedì riposo), raccontiamo dell’Eracle di Euripide diretto da Emma Dante e dell’Edipo a Colono di Sofocle diretto dal regista greco Yannis Kokkos.

Lo spettacolo di Emma Dante è tutto giocato sul ritmo, sulla coralità, su forme, stilemi e colori che caratterizzano in modo costante e da decenni il teatro di questa artista. Il testo parte dalla traduzione elaborata da Giorgio Ieranò, le scene (molto belle e luminose) sono di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le musiche di scena di Serena Ganci, le coreografie di Manuela Lo Sicco, il disegno luci di Cristian Zucaro: al di là del traduttore, si tratta ovviamente di una equipe, affiatatissima e ben rodata da anni di lavoro comune, che sa rendere perfettamente e in ogni minimo elemento la poetica della Dante. In scena ci sono Serena Barone (Anfitrione), Naike Anna Silipo (Megara), Patricia Zanco (Lico), Maria Giulia Colace (Eracle), Francesca Laviosa (Iris), Arianna Pozzoli (Lyssa), Katia Mirabella (Messaggero),  Carlotta Viscovo (Teseo), Serena Lippi, Arianna Pozzoli ,  Isabella Sciortino (figli di Eracle), Samuel Salamone (Corifeo), Sabrina Vicari, Mariella Celia, Silvia Giuffrè  (danzatrici), Serena Ganci e Marta Cannuscio (musiciste), il coro maschile dei vecchi Tebani realizzato (ancora un ribaltamento ma questa volta al femminile e con toni comico-grotteschi) dai giovani dell’Accademia d’arte del Dramma Antico di Siracusa. Il segno primo e principale da cui sembra dispiegarsi la lettura che si dà del testo euripideo è la bellissima scenografia firmata da Maringola: un cimitero di marmo bianco con decine e decine di ritratti e di foto e con sepolcri che il tempo ha svuotato e la pioggia ha riempito d’acqua. In questa scenografia, in cui il biancore del marmo non è mai (o non è più) astratto neoclassicismo ed anzi rimanda immediatamente ad un dolore familiare e ancora caldo d’affetti, un dolore privato o comunque di una comunità definita (e siamo proprio nel pieno della poetica della Dante), ecco stagliarsi la distruttiva prepotenza del potere e subito dopo la violenza assurda della follia e della fragilità umana. Tre grandi momenti: Lico con violenza prova a usurpare il trono di Eracle che si trova fuori città (impegnato nella fatica contro Cerbero); Eracle ritorna e, dopo aver ristabilito il suo legittimo potere in città, colpito all’improvviso, tramite Iris e Lyssa, dalla follia di Era, stermina la sua famiglia uccidendo moglie e figli; Teseo ritorna e aiuta Eracle a ritornare in sé, non suicidandosi come la morale eroica probabilmente avrebbe richiesto (si pensi ad Aiace), ma accettando di restare in vita e di portare per sempre il fardello del dolore che certo è poco eroico, ma è totalmente, profondamente umano. La regista ha saputo leggere il testo di Euripide con occhi limpidi e attenti, è riuscita a penetrare con intelligenza questo dispositivo di senso, a convertirlo con energia e delicatezza in un potente e saporito spettacolo mediterraneo che riesce a trasmettere coralmente la potenza del mistero tragico. Coralmente: uscendo da teatro si ricorda lo spettacolo non il singolo attore interprete (sebbene vi siano state delle solidissime prove d’attrice nelle interpretazioni di Naike Anna Silipo e di Katia Mirabella). Va intesa in questa direzione di coralità anche la scelta di ribaltare al femminile l’intero cast della tragedia: nessuna rivendicazione femminista e/o politicamente corretta, ma probabilmente il desiderio di riscrivere e il dramma euripideo senza alcun sacro timore e, allo stesso tempo, di ri-mescolare nello spazio della sua lingua teatrale i tanti elementi della complessa teatralità euripidea: la terribile paradossalità del fato, la forza oscura, negativa e persino violenta dell’azione degli dei nel mondo, la comicità involontaria e goffa, se non proprio volgare, del (di ogni) potere privo di nobiltà, l’incapacità della morale (eroica) tradizionale tradizionale di parlare al presente di costruire il futuro, la accettazione della umanità come unica misura della realtà. Cosa non convince di questo spettacolo? La quantità eccessiva di segni che, se inseguiti nella loro puntale e persino interessante significatività o allusività (la divaricazione nella tipologia delle musiche scelte, l’allusione ripetuta al mondo dell’Opera dei pupi come a quello dei cartoni animati giapponesi, dei video giochi, dei super eroi, le danze che sono insieme vagamente dervisce e vagamente brasiliane, l’uso ludico dell’acqua quale simbolo di vita e di vitalità tradita), sviano, distraggono e talvolta spengono l’incandescenza del mistero tragico proposto da Euripide, in ogni caso non aggiungono alcunché di significativo all’economia complessiva della messinscena.

Assai diversa, eppure anch’essa affascinante, è la messinscena dell’Edipo a Colono di Sofocle diretta da Kokkos che di questo allestimento ha curato anche le scene: si tratta di uno spettacolo giocato sulla bravura degli attori, sulla capacità degli interpreti di inerpicarsi tra le vette poetiche del grande, enigmatico e paradigmatico insieme, testo sofocleo. Le musiche sono di Alexandros Markeas, i costumi di Paola Mariani, il disegno luci di Giuseppe Di Iorio. In scena ci sono Massimo De Francovich (Edipo), Robeta Caronia (Antigone), Sergio Mancinelli (Straniero), Davide Sbrogiò (Corifeo), Eleonora De Luca (Ismene), Sebastiano Lo Monaco (Teseo), Stefano Santospago (Creonte), Fabrizio Falco (Politice), Danilo Nigrelli (Messaggero), Massimo Cimaglia, Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Tatu La Vecchia, Eugenio Maria Santovito, Carlo Vitiello (coro recitante dei vecchi ateniesi) e ancora i ragazzi e le ragazze dell’Accademia d’arte del Dramma Antico per il resto del coro e delle presenze sceniche. L’impianto scenografico e i costumi riportano a un confine, a una frontiera europea di un vago secondo dopoguerra, tra durezze e resistenze, tentazioni autoritarie e/o derive poliziesche, doverose difese di valori politici nobili e, su tutto, una grande statua d’uomo che, schiena rivolta al pubblico, sovrasta la scena intera e ne rappresenta (ne vuol rappresentare) in qualche modo la sintesi. Viene in mente l’aforisma di Sant’Agostino che alla domanda “Quid est veritas?” rispondeva con l’anagramma della stessa domanda “Est vir qui adest”: l’uomo che c’è, quello che sovrasta, appunto. Varrà per Cristo certo, vale già per Edipo. Che dire? Gli attori sono tutti all’altezza del grande testo e la messinscena, tagliata elegantemente nel silenzio, appare semplice, rigorosa, intelligente, aderente all’altezza della poesia sofoclea che ondeggia continuamente tra l’emozione e l’interrogazione filosofica, tra la luce del coraggio (o della miseria umana) e l’oscurità imperscrutabile della realtà e del destino. Lo spettacolo è tenuto per mano dagli attori: dal protagonista, De Francovich che, pur nella piena padronanza e intelligenza del personaggio, sembra restare sempre estraneo a qualsiasi posa da mattatore (e questo è un bene che va sottolineato) a Sbrogiò che è un corifeo energico e sensibilissimo, da Sebastiano Lo Monaco (che, pur nella sua consueta dimensione di generosità attorale, dà prova nel ruolo di Teseo di sapersi contenere e autodisciplinare) a Santospago (che è un Creonte scafato e però capace di far balenare una straordinaria complessità di  sotto-testo). Uno spettacolo rigoroso, pulito, senza però quel colpo d’ala – occorre dirlo – che avrebbe consentito di trovare, insieme con l’allusività politica che è giusta, pervasiva e ben giustificata, un oltre necessario di sapienza e di spiritualità. Un oltre necessario che, ad esempio, sviluppasse da un lato più concretamente il motivo del confine evocato dalla scenografia e dall’altro focalizzasse meglio la profondità magico-rituale presente (soprattutto, ma non solo) nell’episodio conclusivo del testo ma poco e mal visibile nello spettacolo.

 

Paolo RANDAZZO

 

 

Crediti fotografici per l’Eracle: Franca Centaro e Tommaso Le pera. Crediti fotografici per l’Edipo a Colono: Gianni Luigi Carnera e Franca Centaro.

 

Posted in antropologia, approfondimenti/studi, Arte estetica, AUTORI ANTICHI, estetica, filosofia, letteratura greca, religioni/spiritualità, storia, teatro, Visioni | Leave a Comment »

Macbeth, la magarìa di Vincenzo Pirrotta.

Posted by identitalterit su 24 febbraio 2017

PALERMO. Vincenzo Pirrotta ha creato negli anni del suo intenso percorso un particolare linguaggio artistico (timbro, sonorità, presenza scenica, potenza coloristica) che lo caratterizza, lo connota qualunque tipo di spettacolo scelga di realizzare. Chiunque lo abbia visto in scena sa bene di cosa si parla: ciò che colpisce maggiormente è la potenza del suo linguaggio teatrale. Ovviamente si tratta di una considerazione che vale per questo artista ma, mutatis mutandis, potrebbe adattarsi a qualunque artista degno di questo nome. Nel lavoro di Pirrotta però vi è un dato ulteriore su cui occorre riflettere e che occorre chiarire. Se un artista decide di fare della cultura popolare e dialettale il bacino di senso privilegiato da cui attingere energie e materiali per le sue creazioni, si pone in una prospettiva rischiosa sotto diversi profili: la difficoltà o persino l’impossibilità di leggere la contemporaneità, l’idealizzazione del popolo e della sua forza primigenia (con annesse derive ideologiche), non di rado una sorta di antropologismo passepartout che, se può convincere o affascinare di primo acchito, non resiste a un serio vaglio critico delle sue ragioni. Un rischio che poi determina manierismo, finta leggerezza o talvolta, al contrario, finta profondità. Un rischio che il teatro italiano ha corso e corre spesso, magari in modo intermittente, talvolta persino in buona fede e per generosità. machbeth-3C’è solo un modo per uscirne bene: l’artista – come in questo spettacolo teatrale – deve prendersi il tempo che ci vuole e pensare, pensare, confrontarsi con sé stesso, con le ragioni profonde, autentiche, attuali (morali, culturali, politiche) del proprio linguaggio e delle proprie scelte; occorre dare senso autentico, almeno paradigmatico, a quei materiali della cultura popolare che si decide di usare. È il caso di “Macbeth, una magarìa” di e con Vincenzo Pirrotta (traduzione del testo shakespeariano di Carmelo Rapisarda): uno spettacolo, coprodotto dal Biondo e dallo Stabile di Catania, che ha debuttato a Palermo il 10 febbraio e sarà in scena fino al 19 per poi passare sulla scena etnea del Teatro Verga di Catania dal 24 febbraio al 5 marzo. In scena, oltre a Pirrotta nel ruolo di Macbeth (padrone della scena, intenso, convincente), anzitutto Cinzia Maccagnano (Lady Macbeth disegnata con nettezza, altera, matura, sensuale, senza sbavature) e Giovanni Calcagno (anche lui di convincente solidità attorale nel ruolo di Banquo) e poi Marcello Montalto, Alessandro Romano, Giuseppe Sangiorgi, Dario Sulis, Luigi Tabita; le musiche sono di Luca Muaceri, luci e costumi rispettivamente di Gaetano La Mela e Daniela Cernigliaro, le scene (interessanti soprattutto il fondale e le scelte coloristiche che lo avvolgono ed animano) dello stesso Pirrotta. Una favola nera, una riflessione senza sconti e condotta – come di consueto – senza risparmio d’energie sulla natura oscura e violenta del potere, proprio oggi quando il potere tende presentarsi nella sua più cruda e semplice durezza e a rifiutare ogni intermediazione politica e/o culturale. Uno spettacolo importante, cupo nei suoi colori, interni ed esterni ai personaggi, magmatico nel dispiegarsi, un lavoro in cui Pirrotta, pur traendone l’ispirazione e in qualche modo il ritmo interno (è il ritmo, infatti, il cuore di ogni incantesimo), tiene a bada con rigore e misura quel retroterra di cultura popolare che, ripiegando in antropologismo, potrebbe portarlo a tradire il senso più profondo di questo spettacolo, ovvero che potere e male, possono pure trarre inizio da una magarìa ma poi è con l’ intelligenza e la morale che devono confrontarsi, vincendo o perdendo. D’altro canto Pirrotta mostra di saper sostanziare di riflessione autentica, rispettosa e condivisa con la compagnia, ogni segmento del suo lavoro: i personaggi nelle loro individualità, le scene nei loro colori e nelle loro funzioni, le musiche, l’alternarsi tra italiano alto e dialetto. machbeth-1La vorticosa magarìa inziale delle streghe è, ad esempio, non solo il rovente mistero pagano da cui sgorgano le parole di un oscuro dialetto, ma soprattutto la rappresentazione lucida, senza sconti del mistero ineffabile del male (forza e debolezza insieme, viltà e coraggio, desiderio inappagato, violenza bestiale) che si allea col potere per imporsi al mondo. Guardando in questa direzione appare la sostanza vera di questa riscrittura: questa favola nera è (e vuole mostrarsi come) un paradigma morale: della magarìà s’avvertono tutto il peso e fascino, come si avvertono il peso e l’efficacia della violenza subita e inferta nel corso delle storie personali, e tuttavia alla fine nessuna resa, nessuna giustificazione alla violenza: il mistero del male resta per intero, torrido, disarmante, insondabile, ma sono le scelte quelle che contano e rendono possibile questa tragedia, ogni tragedia. PAOLO RANDAZZO

LINK A DRAMMA.IT

Crediti fotografici: Angelo Macaluso.

Posted in antropologia, Arte estetica, letterature, religioni/spiritualità, teatro | Leave a Comment »

Tragedia come Paideia

Posted by identitalterit su 31 gennaio 2017

Posted in antropologia, approfondimenti/studi, arte, Arte estetica, AUTORI ANTICHI, estetica, filosofia, letteratura greca, mondo antico documenti, Musica, religioni/spiritualità, Visioni | Leave a Comment »

Silenzio, parla Seneca.

Posted by identitalterit su 13 luglio 2016

SIRACUSA – La Fedra di Seneca diretta da Carlo Cerciello è uno spettacolo potente e raffinato. Ha debuttato dal 23 al 26 giugno nel Teatro Greco di Siracusa, come terza produzione dell’Istituto nazionale del dramma aantico, nel contesto della cinquantaduesima edizione delle Rappresentazioni Classiche. Dopo Siracusa, lo spettacolo andrà in tournée prima nei maggiori teatri antichi siciliani (il 31 luglio a Segesta, il 3 e 4 settembre a Taormina nell’ambito della manifestazione “Anfiteatro in Sicilia”) e poi, verosimilmente, nel resto d’Italia (a partire da Ostia Antica, ma è possibile che venga adattato anche per teatri al chiuso). La traduzione (chiara e sensibile) del testo è di Maurizio Bettini, la scena di Roberto Crea, i costumi di Alessandro Ciammarughi, le musiche di Paolo Coletta e i movimenti coreografici del siracusano Dario La Ferla (una sicura risorsa nel contesto Inda). In scena: Imma Villa (Fedra), Fausto Russo Alesi (Teseo /Ippolito), Bruna Rossi (l’autorevole Nutrice), Sergio Mancinelli (il messaggero), Elena Polic Greco e Simonetta Cartia (le prime corifee), Federica Cavallaro, Maddalena Serratore, Nadia Spicuglia, Claudia Zappia (corifee), mentre il coro di uomini e donne di Atene è composto ancora una volta dagli allievi dell’Accademia teatrale dell’Inda. Fedra Imma villa 3Uno spettacolo potente e raffinato: potente, perché il linguaggio scenico di Cerciello riscrive il testo senecano lasciando che nello spettacolo restino giustamente visibili (persino ad occhio nudo) le coordinate, le esperienze e le tantissime risorse che il linguaggio di un regista contemporaneo reca nel proprio bagaglio artistico; raffinato, perché il dinamismo tragico proprio del testo senecano è proposto consapevolmente da Cerciello non direttamente, bensì come “dialogo” colto dell’artista contemporaneo con il drammaturgo latino, che a sua volta dialoga con la cultura a lui contemporanea (al di là di ogni impossibile certezza storica, ad esempio la battuta «Io non voglio ciò che voglio» ricorda in modo impressionante il detto paolino e cristiano «non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto…» della Lettera ai Romani), oltre che certo con Euripide e, probabilmente, con Sofocle, i quali ancora, a loro volta, s’interrogano sul mito della figlia di Minosse e Pasifae che s’innamora del figliastro Ippolito. È così, e certo non è poco. In questo importante quadro costruttivo si spiegano dunque le scelte operate dal regista e dalla sua equipe. Si spiega la grande selva stilizzata che delimita e abbraccia lo spazio circolare della scena, il suo definirsi successivo e progressivo in tre segmenti: ai due lati una selva-natura e una selva-reggia, al centro invece una selva-voragine oscura che risucchia le altre due dimensioni. Così si spiega la ripartizione delle figure e dei ruoli dei protagonisti: da una parte Ippolito coi suoi compagni in veste e movenze di cacciatori primitivi (la natura selvaggia come via e/o primigenio stato di purezza), dall’altra la sofisticazione della vita civilizzata, normalizzata e assoggettata al potere politico (dimensione perfettamente incarnata da Bruna Rossi nel ruolo della Nutrice), che diventa menzogna, vuota forma, depravazione e persino violenza pur di auto-tutelarsi, nel mezzo dapprima Fedra, schiacciata dal suo stesso stato di colpa (con un’ Imma Villa esemplarmente anti-retorica, ben capace di esprimere con ponderata esattezza tutta la vastità della tragica aporia della condizione di Fedra e altresì potente nel suo finale abbandonarsi alla sua stessa desolante verità) e, in un secondo tempo, Teseo di ritorno dagli inferi, vittima e carnefice del figlio e di se stesso. battaglia_russo alesi_randazzo_foto centaroSi spiegano così (seppure parzialmente) le atmosfere giapponesi e operistiche (nei cori, negli intermezzi lirici, nei costumi e nei movimenti dei coreuti immaginati da Seneca come ateniesi) che ricordano un po’ la grande lezione anti-naturalistica e simbolica di Suzuki Tadashi (col suo associare le forme del teatro tradizionale giapponese No e Kabuki alla drammaturgia classica occidentale) e un po’ l’esperienza appunto del teatro d’opera occidentale. Si spiegano in questa prospettiva anche gli inserti musicali e il tessuto sonoro realizzati da Paolo Coletta, i quali, se da una parte talvolta un po’ eccedono nell’ accompagnare l’azione (nessuna colonna sonora in teatro), dall’ altra (come scrosci, ritmi lontani e quasi sospesi nel loro mistero) sanno squarciare la scena con l’energia tagliente e la capacità comunicativa di vere e proprie parole e/o segni e oggetti scenici. Tutto convincente allora? No, non tutto: non convince la posizione spesso troppo arretrata, e quindi visivamente depotenziata, di Fedra nell’enorme spazio circolare della scena (l’antica e luminosa orchestra di questo teatro diventa una trappola se in essa non si prova abbastanza); non convincono del tutto, come si è detto, le ambientazioni di gusto giapponese (affascinanti certo, ma in definitiva di fragile motivazione); mentre infine la scelta di far interpretare allo stesso attore (un Fausto Russo Alesi intenso e di duttile intelligenza scenica) sia il ruolo di Ippolito sia quello di Teseo appare una scommessa felice e ben riposta, ma non sufficientemente valorizzata nella sua, pur evidente, fecondità di senso.

coro_foto centaro

Paolo RANDAZZO

Fedra di Seneca.

Regia di Carlo Cerciello, dal 23 al 26 giugno, Teatro Greco di Siracusa. Traduzione di Maurizio Bettini, scene di Roberto Crea, costumi di Alessandro Ciammarughi, musiche di Paolo Coletta, coreografie di Dario La Ferla. In scena: Imma Villa (Fedra), Fausto Russo Alesi (Teseo e Ippolito), Bruna Rossi (nutrice), Sergio Mancinelli (messaggero), Simonetta Cartia ed Elena Polic Greco (prime corifee), Claudia Zappia, Nadia Spicuglia, Maddalena Serratore Federica Cavallaro (corifee). Coro degli allievi dell’Accademia d’arte del dramma antico, scuola di teatro “Giusto Monaco”. Produzione Inda Siracusa. Crediti fotografici: Franca Centaro, Maria Pia Ballarino, Gian Luigi Carnera.

Link a RUMORSCENA

Posted in antropologia, approfondimenti/studi, Arte estetica, AUTORI ANTICHI, letteratura greca, letteratura latina, mondo antico documenti, Mondo classico teoria, religioni/spiritualità, teatro | Leave a Comment »