Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘storia/politica’ Category

Nel fuoco in chorus di Peppe Massa, Sutta scupa.

Posted by identitalterit su 11 gennaio 2017

PALERMO. “Nel fuoco in chorus (reprise)” di Giuseeppe Massa è uno spettacolo interessante perché, pur dispiegandosi in una dimensione di costruzione ampia e corale, riesce a conservare il tagliente rigore politico che lo aveva caratterizzato positivamente nella forma scenica del monologo. Lo si è visto in scena a Palermo, ai Cantieri culturali della Zisa (Sala Perriera), il 29 e 30 dicembre scorsi. La vicenda rappresentata è quella realmente accaduta del suicidio di Noureddine Adnane, un giovane migrante marocchino, venditore ambulante, indotto al suicidio (l’11 febbraio 2011 si dà fuoco, in pieno giorno, a Palermo) dalle continue vessazioni di alcuni agenti della polizia municipale che gli ingiungevano continuamente (in malafede) di spostarsi e vendere altrove la sua povera mercanzia. In scena: Chadli Aloui (attore intenso e capace di misura nel ruolo del protagonista Noureddine Adnane) e poi il coro multietnico di vigili urbani composto da Joseph Anane, Emiliano Brioschi, Mohamad Dani, Paolo Di Piazza, Ilenia Di Simone, Irene Enea, Hamidou Jallow, Valentina Lupica, Max Mondon, Frank N’guessan, Giuseppe Tarantino; suoni e musiche di Giuseppe Rizzo, scene e costumi di Linda Randazzo e Mattia Pirandello. L’esemplarità tragica della vicenda appare evidente a occhio nudo e Massa, quasi brechtianamente, sa coglierla e non fa nulla per nasconderla, anzi la mette bene in evidenza: quei vigili urbani diventano maiali tutti rosa (nell’immagine si condensano insomma il giudizio politico e la memoria colta che attinge a Orwell) e la polis (qualunque polis e per Palermo il discorso diventa paradossale e persino grottesco, visto il suo rinomato e diffuso culto della legalità) che, nascondendosi nella vigliaccheria ipocrita delle leggi da applicare in modo ferreo, rifiuta e umilia l’alterità e non accoglie con umanità lo straniero indifeso, pecca inevitabilmente di hybris e sarà colpita e travolta da chi non ha nulla da perdere e non ha paura di morire. Noureddine aveva solo il suo nome, la sua dignità di uomo e di lavoratore (un venditore ambulante non è un mendicante), il sogno di tornare prima o poi in Marocco con qualche soldo in più per la sua piccola Habibi, senza deludere la sua bambina. Niente di più, eppure quel poco glielo toglievano in branco irridendolo (lo chiamavano Franco per non scomodarsi a imparare il suo vero nome arabo), minacciandolo, mordendolo crudelmente (spostati! Sposta la tua mercanzia, sposta quelle bamboline) meschinamente. La forma corale consente inoltre di innestare nel soggetto centrale, che è l’acre e dolorosa vicenda di Noureddine, una lunga serie di motivi, allusioni, possibilità che accrescono l’interesse di questo lavoro senza appesantirlo più di tanto: il contesto umano degradato delle periferie urbane (il vecchio bar come unico luogo di socialità e incontro), la grettezza del linguaggio e dell’immaginario delle tifoserie, il contesto multietnico che non è – in quanto tale – garanzia di rispetto e di convivenza pacifica, l’incrociarsi e fondersi delle lingue e dei dialetti (siciliano, arabo, italiano, francese), il disagio sociale che diventa aggressività e violenza gratuita, il ribaltarsi del luogo comune di “Palermo città naturaliter accogliente” (invece no: per l’accoglienza e l’integrazione ci vuole sempre la responsabilità di scelte e politiche attive), la riflessione tormentata sul senso politico del suicidio (rivolta o resa?), il ricordo della più antica cultura popolare mediterranea che torna come patria perduta (è struggente e bellissima l’antica nenia calabrese che viene cantata dal coro prima della fine). _blg1596-1Il rischio evidente, tangibile è quello di cadere nella retorica dell’ovvio, del politicamente corretto, dell’esemplarità astratta, “dei buoni e cattivi” separati con netto manicheismo: Massa ne sembra lucidamente consapevole, ma resta in equilibrio e, sostanzialmente, riesce quasi sempre a schivarlo. “Quasi”, però: occorre dire “quasi”, perché in fondo, in un mondo – il nostro mondo – che quotidianamente si avvelena di marketing politico e commerciale, che è diventato totalmente cieco e sordo di fronte al dolore degli “altri” e alla dignità calpestata, un po’ di  retorica politica in buona fede (ad esempio il dialetto lümbard di uno dei vigili aguzzini) è davvero un male veniale, del tutto perdonabile. Ciò che invece sembra mancare maggiormente è una riflessione percepibile, prospettica, sul fatto che la violenza del gesto di Noureddine, una violenza che il giovane maghrebino ha rivolto contro se stesso come gesto di dignità e di rivolta, porta invece oggi moltissimi altri Noureddine a farsi assassini fanatici, li porta a imbottirsi di tritolo e farsi scoppiare in mezzo a persone innocenti. Da questo punto di vista del resto, dicono di più e (purtroppo) sono maggiormente profetiche le frasi deliranti e razziste che accompagnarono sui social il suicidio del giovane nord africano e che Massa, anche in questa versione dello spettacolo propone al pubblico a chiusura del suo lavoro.

Paolo Randazzo.

link da dramma.it.

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Islam e Occidente

Posted by identitalterit su 21 aprile 2016

Massimo Campanini, “L’Islam, religione dell’Occidente”, Mimesis, Milano – Udine, 2016, pp. 153, euro 15.00.

Come sempre, come ogni guerra, anche quella che stiamo vivendo è anzitutto una guerra di bugie e di verità alterate, dimezzate, abusate e, come sempre, bisognerebbe fermarsi a riflettere su ciò che accade e sul senso profondo delle nostre azioni e reazioni prima di dar loro corso. È esattamente quanto non sta accadendo nella guerra terroristica con cui ci troviamo a confrontarci in questi anni ed è quanto vien fatto di pensare leggendo “L’Islam, religione dell’Occidente” (Mimesis, euro 15.00) di Massimo Campanini (orientalista di vaglia e docente nell’Università di Trento), un saggio di grande intensità e acume che, già nel titolo, si palesa in tutto il suo interesse. Seppur apparentemente paradossale il suo focus è chiaro: l’Islam, benché oggi appaia quanto mai e persino minacciosamente lontano dalla cultura di noi occidentali, è nato e si è sviluppato invece per secoli come una delle grandi spiritualità monoteistiche occidentali, in strettissimo rapporto con esse (e soprattutto col Cristianesimo delle origini in un complesso rapporto etnico, scritturale, teologico e quindi anche politico e di scontro militare) e solo dopo, col tempo e con l’incidenza di fenomeni storico-culturali ben definiti, si è allontano se non proprio separato dalla cultura occidentale. A favore di questa tesi Campanini, che si autodefinisce un hanif, ovvero un credente nell’unico dio e sua nella rivelazione profetica fino a Maometto, senza tuttavia riconoscersi del tutto in nessuna delle tre grandi religione monoteistiche, ripercorre le analogie delle figure e delle traiettorie profetiche di Cristo e di Maometto (nonché quelle di Giacomo “fratello del signore” e di Paolo di Tarso in ambito cristiano e di Ali in ambito musulmano) e illustra le assonanze delle teologie politiche che da queste esperienze religiose sono scaturite, per poi analizzare le cause dell’allontanamento che si è prodotto in età moderna. Campanini Copertina 001Di quali cause si tratta? Della rivoluzione scientifica, della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale, ovvero delle tre grandi rivoluzioni costitutive della modernità “occidentale”. «Relativamente alla rivoluzione scientifica – spiega lo studioso -, due fattori negativi sono stati determinanti: l’incapacità di sviluppare un “discorso sul metodo” e soprattutto, a monte di questo, l’ipertrofia del diritto che ha fagocitato le scienze speculative. […] Relativamente alla rivoluzione francese, la difficoltà di venire a patti con la modernità ha vincolato la ragione all’autorità e al taqlid cioè all’imitazione dell’autorità. Non si è avuta quella liberazione della ragione dai vincoli del conformismo preconizzata da Kant in “Che cos’è l’illuminismo?” […] Relativamente alla rivoluzione industriale, il mancato sviluppo del mercantilismo in capitalismo ha segnato il destino dell’arretratezza economica dei popoli musulmani». Eppure, spiega e dimostra ancora l’autore, confrontandosi con studiosi come i pensatori modernisti Muhammad Abduh (1849 – 1905) e Muhammad Iqbal (1877 – 1938) o col pensiero del biografo del Profeta, il grande intellettuale e scrittore, Muhammad Husayn Haykal (1888 – 1956), il Corano contiene «metodo e ragione» che consentono di sperare in una autoriforma dell’Islam. Un movimento che possa consentire un rinnovato e positivo dialogo con la cultura della modernità occidentale. Un libro affascinante, fecondo di ulteriori sviluppi insomma, se solo si tengono presenti le caratteristiche culturali (e materiali se è vero che “il mezzo è il messaggio”) non solo della modernità occidentale, ma anche della post-modernità e dei processi di globalizzazione che a questa sono intimamente connessi.

Paolo RANDAZZO

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Aspetti della vita quotidiana nella Roma repubblicana. 1

Posted by identitalterit su 4 novembre 2015

IV LICEO CLASSICO, A.S. 2015 / 2016. RELAZIONI TRATTE DALLA LETTURA DI F. DUPONT “LA VITA QUOTIDIANA NELLA ROMA REPUBBLICANA”. LATERZA. 

Irene Cutrufo, IL NOME E L’ONORE

Era l’anno 46 a.C ed era l’anno in cui regnò Cesare, Catone scelse di morire visto che l’esercito repubblicano era stato sconfitto e i Romani avevano perso la libertà. Aveva preferito morire che non essere un cittadino libero in una città libera, proprio lui che era vissuto per la gloria. Infatti solo con la morte poteva costringere Cesare ad attribuirgli tutti gli onori con il nome di Marco Porcio Catone Uticense. La morte esemplare di Catone rispecchiava l’uomo romano, cioè quello di essere un cittadino fino in fondo. A Roma c’erano i cittadini e gli altri. Gli altri esistevano solamente perché erano legati per qualsiasi motivo ad un cittadino. Il nome era la forma di dignità civile. Essere riconosciuti cittadini significava ricevere dalla propria città un titolo: il proprio nome. Per far riconoscere la sua identità e la sua cittadinanza, il cittadino, ogni cinque anni, doveva presentarsi a Roma per essere censito. Il censimento permetteva non solo di contare i cittadini o gli eventuali militari, ma di strutturare la città come una collettività politica e militare. Il compito di censire era affidato non solo agli scribi ma anche a due censori, uomini valorosi e incorruttibili. Giudicavano un uomo partendo dai meno abbienti in base ai loro beni per poi valutare le posizioni più levate nella gerarchia sociale, valutando anche la vita privata. Questo permetteva loro di attribuire una classe. Al grado più alto c’erano i senatori; al di sotto c’erano cinque classi chiamati dei plebei ed in fondo alla scala i senza terra. Questo sistema era detto dell’”uguaglianza geometrica”cioè i doveri erano proporzionali ai diritti. I diritti erano soprattutto politici e quindi solo i senatori potevano accedere alle magistrature superiori. La libertà per un cittadino romano non era piena se non vi era una città dove esercitarla. L’uomo per restare umano aveva bisogno della mediazione di una collettività che viene chiamata civiltà. La città romana era anche cultura, l’uomo si poteva realizzare come cittadino all’interno della città per mezzo delle istituzioni. Ma gli uomini migliori per realizzare la loro grandezza d’animo avevano bisogno del contesto cittadino. Quindi più grandi erano gli uomini tanto più grande doveva essere la città. Roma ha conquistato la terra grazie allo spirito dei romani. Lo spirito, cioè l’“animus” in latino, era l’insieme degli stimoli morali di un uomo che faceva del bene. Esso corrispondevano ai valori culturali interiorizzati che formavano la personalità romana. Il concetto di cittadinanza però faceva sottostare il romano ad una concezione psicologica che non considerava l’uomo giudice di se stesso, perciò l’uomo per conoscersi aveva bisogno dello sguardo degli altri che lo spiavano e lo giudicavano per le sue buone o cattive azioni. 22018-13_29Quindi, per essere nobile si doveva essere conosciuti o illustri a ciò servivano gli sguardi dei testimoni e le voci che si trasformavano in onore e gloria. Gli uomini, che appartengono alla classe politica Romana, conducevano una vita di restrizioni e sforzi. La loro esistenza doveva coincidere con l’immagine che proponevano gli uomini “austeri”. La vita politica esigeva dal cittadino coraggio, intelligenza, costanza, severità. Se poi, un romano era di famiglia nobile, l’attività politica diveniva la sua esistenza, in quanto tutta la vita pubblica era dedicata alla carriera. Chi apparteneva a una famiglia nobile entrava a far parte del novero dei senatori, che non erano altro che antichi magistrati in carica con il compito di verificare che  le leggi votate dal popolo erano adeguate alle tradizioni della città. Ad essi veniva riconosciuta l’autorità morale e l’appartenenza all’elite della città. Fin dalla giovinezza i figli dei nobili erano preparati a un vita di competizioni. Il giovane nobile era sottoposto alla vita militare sotto lo sguardo di tutti. Egli doveva sostenere una guerra diversa, il campo era il tribunale e l’arma la parola. Il nobile per poter ottenere la carica politica aveva bisogno di una rete di conoscenze e di appoggi; questa rete era costituita da parenti, amici e clienti. A Roma c’erano due grandi partiti i“popolari”e i“senatori”.I popolari volevano le terre, la soppressione dei debiti e l’estensione del diritto di cittadinanza, invece i senatori si opponevano ad ogni innovazione. Il potere era in mano ai magistrati,questo rendeva nobile l’uomo e per questo gli anziani magistrati venivano commemorati attraverso delle maschere funerarie .Tuttavia il romano nella società aveva dei dovere rinunciarvi voleva dire tradire. Il solo modo per liberarsi era quello di lasciare la vita pubblica e godere della felicità della vita morale. Solo la filosofia prometteva al cittadino di sbarazzarsi della politica senza impedirgli di realizzarsi come uomo. L’uomo stoico non cercava di integrarsi nella città e non voleva il riconoscimento delle sue virtù. Anche l’epicureismo sfuggiva al giudizio popolare attraverso l’astensione dall’attività politica.

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Simonetta Di Stefano – LA RICCHEZZA E L’OPULENZA.

La città della società romana non è basata solo sul potere politico o militare, ma si occupa dei cittadini e mette in risalto la differenza tra ricchi e poveri. Per capire tale differenza bisogna comprendere che non esiste una classe media che spesso viene riferita al ceto equestre e ai cavalieri che, come afferma Finley, è errato descriverli come uomini d’affari. Un Romano può essere tanto ricco da poter permettersi qualsiasi cosa e ritenere che sia inutile risparmiare o può possedere delle ambizioni politiche ed essere avaro. L’avarizia romana è una mancanza nei confronti della società, l’avaro priva se stesso e gli altri di lussi; viene allontanato dalla società e tale crimine viene considerato alla pari dello spendere senza ritegno, Per evitare che ciò avvenga, i padri devono consigliare i figli. La povertà dolce è quella campestre. Il proprietario di una terra vive umilmente e non c’è differenza tra un proprietario di sette iugeri e uno che possiede una cinquantina di ettari. L’uso di cibi ricercati avviene  in caso di feste e banchetti, e risparmiare in queste circostanze significa comportarsi  da avaro. L’avaro è incultus, incapace di avere un giusto rapporto con gli altri. Il contadino romano povero vive con la famiglia in una modesta proprietà che basta al fabbisogno di tutti. I romani sono molto attenti alla terra e la curano. Un contadino possiede un orto, un gregge di pecore, e tutto ciò che serve per trattare degnamente un ospite e fare sacrifici sull’altare domestico. Il povero della campagna e il povero della città vivono allo stesso modo; il primo è felice ed è ricco perché la povertà significa mancanza e a lui non manca nulla. Il romano è un contadino-soldato, le dimensioni della sua terra sono calcolate per mantenere i figli e mantenersi un mese di guerra ed armarsi. Tuttavia però questo non basta per realizzare la propria vita. Il contadino della città è un uomo che sa trovare il tempo per vivere, è un brav’uomo e sa dare il giusto posto al lavoro che gli serve per vivere e riesce a trovare il tempo  per dedicarsi alla vita sociale. cache-cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_74baf605d7b652ef20471c6f1c90de02La povertà virtuosa, nella quale ci si arricchisce attraverso la virtus, la vita di Spurio Ligustino ne è un esempio. Ligustino era troppo povero per trovare una moglie al di fuori della sua famiglia tanto da sposare una sua cugina che essendo anch’essa povera non lo fece salire di grado nella scala sociale. Per arricchirsi, e dare il censo necessario ai suoi figli, dovrà arruolarsi. Ligustino si arruolò nel 200 a.C e il bottino di guerra gli permise di ingrandire la sua proprietà e far sposare le figlie. Nel corso della sua carriera ricevette numerosi titoli di gloria. Si può dedurre tuttavia che Ligustino ha un modo di vedere le cose come quello dei nobili, per lui sono molti importanti la virtù e l’onore. Ligustino è l’esempio del contadino-soldato che grazie alla guerra crebbe in dignitas. Infine c’è la povertà opulenta; per spiegare il concetto si povero opulento dobbiamo dare riferimento alla vicenda di Cincinnato. Egli, appartenente al rango patrizio dei Quinzii, era il padre di Cesone un appassionato sostenitore del partito aristocratico, Cesone viene accusato di aver ucciso un plebeo e il padre è costretto a rimborsare colore che avevano pagato la cauzione, ciò tuttavia comporta la vendita da parte di Cincinnato di quasi tutte le sue terre, lasciando per se una terra per vivere dignitosamente e nonostante fu eletto console e poi dittatore, visse poveramente dall’altra parte del Tevere.  Il suo tessuto sociale rimase invariato e Cincinnato ottenne il trionfo ed ebbe successo nella sua dittatura riempendo le casse del Tesoro e conquistando una vasta clientela. Ciò dimostra che la povertà non esclude l’opulenza. Per i contadini poveri va tutto bene fino a quando possiedono la terra necessaria per vivere, in caso contrario si trovano in difficoltà, ciò fa riferimento alla questione agraria e alle leggi dei Gracchi che promuovono la creazione di colonie per dare terre ai plebei. Ciò dimostra che la fame di terre è fame di onorabilità. Inoltre la povertà del contadino è connessa alla civiltà. Per i romani l’agricoltura è un culto a differenza dell’allevamento poiché il bestiame si nutre delle terre facenti parte all’ager publicus. Se i contadini non conoscessero la povertà autarchica, il potere li attirerebbe a Roma, ma in realtà i cittadini hanno altri motivi per riunirsi, come i banchetti. Il banchetto è un investimento a fondo perduto poiché un avaro non è capace di compiere sacrifici. I Romani vedono più appropriato al guadagno praticare l’allevamento. Il dovere dei ricchi sta nell’offrire. La guerra contribuisce ad accrescere la ricchezza pubblica ed i nobili che ne sono depositari ne ricavano la parte più grande. Per Roma ogni vittoria deve essere definita e per un Romano la guerra si combatte fino alla vittoria o alla morte. Crasso simboleggia l’uomo senza scrupoli e Catone la virtù, ne consegue che alla fine della repubblica essere ricchi diventa difficile.

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Dalila Cavarra – GLI SPAZI DELLA VITA

Per i Romani è molto importante la vita al di fuori della casa, visto che è al di fuori di essa che il romano si realizza. Trascorrono la maggior parte della loro vita fuori dalla casa, la quale viene usata per banchetti e ricevimenti. I Romani vivono e pensano secondo lo spazio, più che secondo il tempo. A Roma si sacralizzano i luoghi: il ricordo affonda le radici nel suolo sacro dell’Urbe. Passeggiare per Roma significa dunque ripercorrere il suo passato e rimembrare le storie che si raccontano. A Roma hanno una fondamentale importanza gli dei: essi sono presenti sul suolo romano, ma non ovunque, perché ognuno ha un luogo sacro diverso dall’altro e colui che crede deve compiere dei sacrifici per il proprio dio,  se vuole ricevere un beneficio. Questa forma di politeismo implica delle regole da rispettare: ad esempio Venere è la dea della bellezza e dell’amore e, fare l’amore in un luogo pubblico, sarebbe una profanazione, dato che la dea come unica illuminazione preferiva quella di una lanterna. Si capisce così come Roma fosse il centro del mondo, da cui tutto partiva e tutto ritornava. Nell’Urbe si sono create grandi personalità: Ennio intraprese qui la carriera di poeta drammatico, Roscio vi andò per studiare e avere degli sbocchi lavorativi,  riuscendo a fondare una scuola di teatro. Da tenere in considerazione era anche la presenza di schiavi, che speravano di poter trovare lavoro e condurre una vita migliore; è questo il caso di Livio Andronico, schiavo comprato da Livio Salinatore e divenuto poi il primo poeta drammatico latino. Foro_RomanoA partire dal I secolo a.C. Roma divenne una megalopoli e ciò fu dovuto a diversi motivi. Mettendo a confronto una città greca con una romana, vediamo che i greci, quando le loro città erano troppo piene, mandavano parte degli abitanti altrove, in colonie lontane e costretti a condurre uno stile di vita totalmente diverso da quello a cui erano prima abituati. I Romani, invece, se le loro città erano troppo piene, mandavano i cittadini in colonie collocate in luoghi più vicini, solitamente in pianura, per mantenere una relativa compattezza tra il popolo. Queste piccole città vengono riprodotte a immagine e somiglianza di Roma, essendo essa un modello, infatti in molte vi era anche un formato ridotto del Foro. Un’usanza romana significativa era rappresentare le loro vittorie, più che raccontarle; infatti molti comandanti, sfilando sui loro carri, avevano con sé delle carte o degli stendardi, nei quali vi erano rappresentate scene o scritte riguardanti la loro vittoria, dimostrando che Roma era il ‘centro assoluto’, padrona di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. I Romani insomma amavano Roma tanto che il loro amore era quasi violento, non potevano separarsene; c’è però da dire che la città non sarebbe mai stata la stessa se in contrapposizione non ci fosse stata anche la campagna, un altro luogo in cui il romano trascorreva il suo tempo. Nascono così i valori dell’urbanitas e della rusticitas, il primo appartenente alla città e il secondo alla campagna. Solitamente era la città ad essere privilegiata, ma spesso la campagna prevaleva: tutto dipendeva dallo stile di vita che veniva condotto, infatti bastava poco ad un ricco per diventare povero e viceversa. Si riteneva inoltre che chi non era cittadino di Roma, fosse un provinciale, e così fu ritenuto anche Cicerone, essendo di Arpino. Ogni spazio aveva dei limiti: non linee visibili, ma zone dalle quali per passare doveva essere compiuto un rito al dio Termine, offrendo un dolce o una preghiera. Quando veniva celebrato un banchetto in suo onore, tra i vicini doveva crearsi un rapporto di fiducia e amicizia; se veniva varcato un confine straniero, ci si poteva considerare nemici o ospiti: hostis e hospes hanno infatti la stessa radice. Ogni confine ha un dio: il recinto che delimita Roma,il pomoerium,ha Giove; la porta da cui tutti passano per spostarsi, ianua, ha Giano. Per passare dalla porta non si deve trascurare alcun avvertimento, o si può essere puniti, come accadde a Tiberio o a Pompeo. Secondo i Romani l’Oceano, considerato un fiume, segna i confini del mondo: vi abitano esseri metà uomini, metà dei, in lande solitarie; dall’Oceano avanzò ferocemente un popolo, quello dei Galli, che con la sua forza intimorì i Romani a tal punto che alcuni si uccisero da soli. Eppure i Galli fecero paura solo finché nessuno si oppose loro; quando un uomo, Camillo, osò andarvi contro, divennero delle bestie indifese e i Romani ebbero la loro rivincita. I combattimenti tra gladiatori avvenivano nel Foro: nel duello uno era armato (le armature erano esotiche), l’altro era più vulnerabile e non vi era mai equità; il vincitore beveva infine il sangue del vinto. I Romani, tuttavia, non erano soliti partecipare.

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Claudia Zagarella – LA FAMIGLIA.

Era di uso comune per i romani abitare nella stessa casa con tutti i figli, nipoti e pronipoti, con le loro spose e un antenato comune ancora in vita, tutti costoro venivano chiamati parentes. A capo della famiglia c’è una sola autorità, quella del genitore che mantiene economicamente e giuridicamente i figli, che sia un padre, un nonno o un bisnonno, spesso è lo stesso padre che emancipa i figli in modo tale che possano trattare affari per proprio conto e possedere qualcosa.  Crasso, come altri personaggi noti, prima di fare carriera, abitava ancora a casa del padre ; figure come Cicerone e Silla lasciano ben presto le case native per abitare vicino al Foro,  diventando facile preda delle donne di malaffare o di amicizie politiche ambigue. La famiglia romana è inglobata in una comunità più vasta, la stirpe, la cosiddetta gens. La stirpe appare accanto al nome ma non conferisce nessuna nobiltà e nessuna dignità.  La nobiltà non è questione di stirpe o di nome, ma si costruisce e si distrugge nell’ambito della casa. Per i romani una famiglia nobile è una casa in cui tutti gli uomini hanno esercitato delle magistrature superiori, basta un’interruzione di tre generazioni per perdere la nobiltà. famiglia-romaantica-f@mu-bambini-romaPer i Romani non c’è cosa peggiore che sposarsi. A Roma si sposano quelli che non possono fare altrimenti dovendo continuare la discendenza, oppure quelli che decidono di crearne una. Un matrimonio romano è un evento di grande importanza e con varie tradizioni, come il rito di portare una donna in braccio oltre la soglia di casa o quello del padre che affida la sposa al marito congiungendo le mani dei due sposi. Dopo la prima notte di nozze la ragazza, che prima era virgo, indossa il costume di matrona, di mater. Il matrimonio viene sancito dalla nascita  del primo figlio ma purtroppo spesso a causa di complicazioni le donne muoiono durante il parto. A partire dal II secolo sempre di più saranno i divorzi o la pratica dell’adozione. Ma se il frequente passaggio di una donna da un marito all’altra viene preferito all’adozione, è perché permette all’uomo che ha una moglie feconda di dare figli a chi non ne ha, invece di dividerli con lui. Ecco perché molti divorzi avvengono quando la moglie è incinta come nel caso di Livia, moglie di Claudio Nerone, data ad Ottaviano quando era incinta di sei mesi. In seguito, il bambino apparterrà all’uno o all’altro padre a seconda del loro volere. Una donna feconda potrà avere quattro o cinque figli anche se non tutti nella stessa famiglia; mentre una donna sterile verrà ripudiata e si occuperà di alcuni affari minori che la distrarranno dal suo inadempimento nel ruolo di matrona. Essendo i romani quasi sempre costretti a sposarsi, di certo il loro non era un matrimonio d’amore. Fatta ad eccezione di casi straordinari, come quello di Pompeo che amò le sue tre mogli passionalmente e questo nocque alla sua reputazione, il matrimonio romano è perciò generalmente fatto di indifferenza e di numerose noie quotidiane e soprattutto in pubblico l’esibizione dei sentimenti è indecente. Gli sposi dunque evitano di incontrarsi nell’intimità, occasione di ogni tipo di contrasto. Infatti gli sposi dividono raramente la stessa stanza, e il letto dell’atrio-usato per la prima notte di nozze- non è che simbolico. I rapporti amorosi fra sposi si limitano  a quelli per la procreazione e basta, infatti durante e dopo la gravidanza le donne si astengono dai rapporti sessuali. Una buona moglie, per un romano, è colei che rispetta la lealtà che deve al marito: non deve tradirlo, né tenere in pubblico un comportamento scandaloso, né tantomeno allearsi ai suoi avversari politici.  Nei momenti critici  l’uomo troverà conforto nella donna. Uno dei momenti più significativi è sicuramente quello del lutto: mentre la città l’onora, la casa lo piange. Non avendo regolarmente rapporti sessuali con le mogli, gli uomini romani tendevano a sollazzarsi con altre donne, per lo più schiave. La sessualità romana non crea alcun rapporto fra i partners e non ci sono divieti in funzione di età o di sesso ovviamente senza sconfinare nell’abuso di piacere sessuale, che è, come tutti gli altri abusi, un crimine morale. Per la donna invece, è più importante avere dei figli del piacere sessuale, poiché una donna senza figli non può raggiungere la felicità secondo i romani. L’amore delle madri e dei figli è particolarmente forte, poiché numerose sono le mogli che allevano da sole la progenie dopo la morte del marito. Esse esercitano su di loro una tutela inflessibile in modo tale che sappiano poi cavarsela. Un esempio è sicuramente Cesare che fu allevato dalla madre Aurelia ,che gli permise più tardi di essere un generale fermo e frugale.

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Vincenzo Forestieri – L’ESERCITO

Ci sono due modi di lasciare la casa e abbandonare la vita domestica: la politica e l’esercito. Il cittadino romano quando è povero si realizza nella guerra, egli non può diventare soldato se non ne affronta almeno una e da essa ne otterrà gloria, terre e monete d’oro. L’esercito e la guerra sono la stessa cosa poiché non esiste esercito se non vi è in atto una guerra. Infatti in tempo di pace non vi è traccia di soldato romano. Quando Roma è in guerra nella città sventola un vessillo rosso. Il messaggio si trasmette in tutta la città e si ordina ai mobilitabili di riunirsi entro i trenta giorni. Sul Campidoglio, una volta che i consoli, aiutati dai tribuni militari, scelgono gli uomini, circa quattromila per legione, dovranno affrontare un giuramento. A Roma esistono diversi tipi di giuramento, quello dei soldati è terribile. E’ un “sacramentum”, e soltanto la morte o la fine della guerra possono liberarli da esso. Ancient_Times,_Roman._-_017_-_Costumes_of_All_Nations_(1882)Da quando l’esercito viene riunito alla smobilitizzazione, il soldato vive negli accampamenti da essi stessi costruiti. Gli accampamenti vengono costruiti in uguale modo tutte le volte, seguendo una forma rettangolare. I soldati possono vivere negli accampamenti anche per più di un anno se le ostilità non vengono aperte. Gli accampamenti sono formati da diverse tende dentro le quali vivono i soldati e la tenda del comandante è un “templum”. Per quanto riguarda il cibo, i soldati non fanno che mangiare pane da loro stessi preparato, ogni altro cibo è considerato umiliante per un soldato, cibo duro per uomini duri. Quando i comandanti non hanno più grano da dare alle truppe si distribuisce l’orzo o peggio ancora le fave provocando lamentele da parte dei soldati. I soldati romani sono retti da una terribile disciplina. Il soldato si muove solo se gli viene comandato e se non si rispettano i ruoli, dai comandanti assegnati, vengono sottoposti a terribili pene e non possono tornare in patria. Un vero soldato non sopporta la vergogna. Quando al giorno d’oggi si leggono i discorsi pronunciati dai generali, si prova una sensazione di artificio letterario: come se la guerra fosse un’arte della parola. Per un generale difatti l’eloquenza è indispensabile per convincere i soldati che la sua strategia sia quella giusta. Il dialogo fra il generale e l’esercito non può prendere la forma politica di un duello oratorio, fra lui e un centurione portavoce dei soldati, dal momento che il dialogo rientra nell’ambito dell’imperium. Il soldato Romano non può tornare a casa sconfitto poiché la sconfitta non è più un’eventualità accettabile. Roma trasforma i propri soldati in veri e propri conquistatori. Fino alla fine del IV secolo, Roma è una città latina che regolarmente si batte con le città sorelle che hanno creato una sorta di competizione. Questo tipo di guerra, tuttavia, non mette in discussione né l’esistenza di ogni città belligerante, né l’estensione del suo territorio. Ogni pretesto è buono. La dichiarazione di guerra ha luogo seguendo un rituale, il sacerdote della città che scatena la guerra lancia un giavellotto nel territorio nemico come segno di provocazione e trenta giorni dopo iniziano le ostilità nei confini delle città. Dopo qualche combattimento uno dei due contendenti si riconosce sconfitto e torna casa ma Roma a partire dalla metà del IV secolo diventa sleale, non riconosce mai di aver perso e le guerre in cui essa è coinvolta non hanno via d’uscita. I Romani non si stancano mai di raccontare meravigliose storie di soldati e imprese. La guerra con i suoi uomini più duri, la sua durissima disciplina che hanno fatto si che Roma diventasse così grande. Vengono raccontate storie di soldati il cui coraggio e indifferenza verso il dolore li trasforma in eroi ammirevoli, quasi spaventosi. Si raccontano anche quelle storie in cui il padre punisce il ufficiale che è contravvenuto alla disciplina.

Abbildung aus dem Buch "Rom" von Wilhelm Wägner (1877) Regensburg, Universitätsbibliothek

Abbildung aus dem Buch “Rom”
von Wilhelm Wägner (1877)
Regensburg, Universitätsbibliothek

Tito Manlio era a capo di un esercito che combatte contro i Latini. Egli aveva mandato in perlustrazione nel campo nemico il figlio Tito e un gruppo di soldati. Quest’ultimo incontra un Latino nelle vicinanze che lo provoca. Tito cede alle provocazioni e si batte in duello con lui davanti a tutti gli altri cavalieri che fanno cerchio. Tito uccide il cavallo dell’avversario e inchioda a terra il Latino bloccato sotto l’animale. Tito, vincitore, torna all’accampamento nella tenda del padre carico delle spoglie del nemico. Il console però riunisce l’esercito e condanna a morte il figlio Tito poiché non aveva ubbidito alle leggi che il padre aveva dato a tutto l’esercito. Il littore lega il giovane ufficiale al palo per l’esecuzione e gli taglia la testa davanti gli uomini atterriti ma messi a tacere dall’obbedienza.

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Davide Sgandurra – ABITARE A ROMA

“Per i romani, il luogo di vita per eccellenza è Roma, l’Urbe” È cosi che questo brano, diviso in 10 paragrafi, si apre. Il primo paragrafo inizia con una frase che ci fa capire come i romani del I sec. A.C. vedevano la propria città. Roma all’apparenza sembra una città molto caotica, non assomiglia a nessun altra, case diroccate situate accanto ad abitazioni nobiliari, il macellaio lavora vicino al giudice, non c’è una piazza principale, un piano regolatore, insomma tutto è in preda ad un grande disordine. Ma come si passa da questo disordine cronico alla Roma “Caput Mundi” che tutti conosciamo? È ovvio che non può essere stato un singolo avvenimento a cambiare la città, ma, essendo sempre in costruzione, più avvenimenti portarono Roma a grandi cambiamenti fino a raggiungere la perfezione tanto ammirata. Uno dei luoghi più importanti e vissuti di Roma è il foro. Consiste in una piazza, pubblica, lastricata e inghiaiata, lunga centosettanta metri e larga settantacinque. La parola “Forum” significa entrata, vestibolo, ed è indicato come il luogo della vita della città. È qui infatti che si svolgono tutti gli avvenimenti importanti della città, avvengono riti, comizi, assemblee e riunioni varie, ma è anche un semplice luogo d’incontro per i cittadini. Il foro romano è un avvallamento circondato da alture. Ma non solo il foro è centro di vita, altre zone come il campidoglio, il palatino, l’Aventino sono luoghi di vita. Nel campidoglio sono situati alcuni templi, sui colli Aventino e Palatino le abitazioni di nobili e plebei. Ai piedi del Campidoglio è situato invece il Campo Marzio, un campo lasciato volutamente incolto e consacrato al Dio Marte, questo luogo accoglie le legioni in armi e l’assemblea riunita per votare secondo il sistema dei comizi centuriati. La struttura di Roma si basa su un equilibrio tra gli spazi che la costituiscono e la delimitano, infatti, tutti i progetti di urbanizzazione devono rispettare questa “regola”. Cesare, nel 45 a.C. voleva spostare il campo  Marzio oltre le rive del Tevere e costruire nella terra ormai sconsacrata alcune abitazioni, a causa del sovraffollamento dell’Urbe.ROMA ANTIA MAPPA Ma questo non gli fu possibile, perché il Tevere era considerato come un confine naturale tra Roma e le altre terre, quindi sarebbe stato come costruire fuori Roma. I quartieri romani, per chi non li conosce, sono dei veri e propri labirinti, formati da una strada principale e dei vicoletti, sono senza nome e le case non hanno numero civico, quindi gli unici punti di orientamento sono i grandi palazzi e i monumenti. Nello stesso quartiere gli abitanti praticano lo stesso lavoro, quindi ogni quartiere ha il suo odore, le sue particolarità e i suoi abitanti. Non solo il centro dell’Urbe è abitato, ma anche la periferia. Infatti molti nobili hanno delle case nelle varie colline attorno Roma, si ritirano qui, senza preoccuparsi della vita del foro, dato che hanno chi la controlla per loro. Questo succede un po’ anche ai giorni nostri, molte famiglie nei giorni di ferie si ritirano nelle case in campagna o vicino al mare per avere un po’ ti tranquillità. Ci sono zone ricche e zone povere di Roma, una di queste è la città bassa. I quartieri di questa zona sono abitati dalla plebe, è molto affollato. A causa del sovraffollamento molte persone sono costrette a vivere in delle abitazioni chiamate “Insulae”. Simili a palazzi, ma costruiti con materiali molto più scadenti, come paglia e argilla, le insulae sono abitazioni povere, di passaggio. Chi ci abita o è molto povero, o deve restare a Roma per poco. Sono brutte e puzzolenti, chi ci abita appena ha qualche soldo in più invece di migliorare, si compra una casa migliore. Ogni romano tende ad avere una propria casa, con orto e salatoio per i beni primari. Roma, dal punto di vista igienico, è una città molto pulita. L’acqua scorre giorno e notte, e tutti i rifiuti prodotti dagli uomini vengono gettati al di la del pomerio, come ordinato dal dio Giove. Nei santuari, subito dopo un sacrificio, gli uomini devono pulire gli eventuali residui gettando acqua e segatura sul pavimento. Inoltre c’è una fitta rete fognaria, con una botola in ogni casa, in modo che ognuno posso gettare i propri rifiuti. Roma è una città straordinaria, diventata famosa per le sue conquiste, assunse molto potere fino a raggiungere la fama e la grandezza di Caput mundi. Ancora oggi è una città meravigliosa, ma dopo questa lettura, capisco che molto tempo fa lo era ancora di più, era mistica, favolosa, una città magica, questa lettura mi ha fatto camminare per le strade di Roma con la fantasia, facendomela comprendere non più da visitatore, ma come cittadino.

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VOLVER

Posted by identitalterit su 19 ottobre 2015

Ci sono storie che sembrano fatte apposta per esser ricordate: sono affascinanti, sono dense di “storia”, di simboli, sono complesse e intessute di mille altre storie, qualsiasi artista vorrebbe poter sempre incontrane qualcuna, potersene innamorare. È quanto vien fatto di pensare di fronte a “Volver” lo spettacolo del regista e drammaturgo siciliano Giuseppe Provinzano (compagnia Babel Crew di Palermo) che s’è visto a Messina il 10 ottobre scorso, nell’ambito del Festival di culture mediterranee “Sabir”. Il testo nella sua prima e più asciutta stesura è risultato tra l’altro vincitore del prestigioso premio “Dante Cappelletti” per il 2014. In scena, oltre allo stesso Provinzano, Simona Argentieri (che dello spettacolo cura coreografie e movimenti) e Maurizio Maiorana (che, oltre a recitare, cura le musiche). Di cosa si tratta? Di una storia straordinaria che l’autore ha incontrato a Gioiosa Marea, un piccolo paese della costa tirrenica della Sicilia: nei primi anni del novecento, dopo la devastazione del terremoto di Messina del 1908, moltissimi abitanti di questo villaggio emigrarono in Argentina. Fu, come è facile immaginare, una migrazione dolorosa e densa di speranze e incognite per tutti quelli che la intrapresero ma, in qualche modo, anche per quanti, pochissimi anziani in verità, restarono in Sicilia. Fu un’avventura che seppe fornire risposte positive e condizioni di vita migliori in Argentina, senza spegnere tuttavia il desiderio profondo di ritornare da dove si era partiti. Ed infatti, grazie alla propaganda e alle politiche messe in atto dal regime fascista, col tempo molti ritornarono a Gioiosa Marea, ma non tornarono esattamente come erano partiti: erano cambiati, era cambiata o s’era arricchita di nuovi elementi la loro cultura, non erano più soltanto contadini e pescatori siciliani, erano anche argentini e dall’Argentina riportarono, e impiantarono a Gioiosa, tra le altre cose una straordinaria passione per il Tango e per l’allegria, carnascialesca e tipicamente sudamericana, della “Murga”. Babel-Crew-Volver-di-Giuseppe-Provinzano-1
Inutile dire quanto una storia del genere possa attrarre storici e antropologi, sociologi ed etnomusicologi,  ma giustamente un drammaturgo di essa percepisce piuttosto il respiro epico e prova a organizzare la materia narrativa in modo che tale respiro epico possa scaturire con necessità da un’azione circoscritta. Si tratta di una dinamica compositiva tipica del cosiddetto “teatro di narrazione”. Ecco allora che in scena viene ripercorsa la vicenda di Nico, un ragazzo che, dopo il terremoto che ha distrutto il suo paese, è letteralmente costretto ad abbandonare il paese e la madre e a partire col padre in Argentina. Quindi la povertà, la disperazione, il lunghissimo viaggio in mare, le difficoltà d’inserimento nella nuova terra, ma anche le nuove speranze, i nuovi sapori, le nuove parole di una lingua nuova, emozioni forti e sconosciute, una musica nuova e una nuova danza, e un amore finalmente e la vita che si riaccende e riprende a correre. Infine il ritorno in Sicilia: giusta o sbagliata che fosse tale decisione, subìta forse prima e poi accettata per amore della famiglia, pagando senza sconti quel che c’era da pagare. Volver è verbo spagnolo che significa ritornare ed insieme è il titolo della celeberrima tango/canzone di Gardel. Provinzano, come si è detto, è abile a sintetizzare e a raccontare tutto questo, sa coglierne snodi e ricostruirne atmosfere, e però appunto di un racconto si tratta, di una struttura che resta sostanzialmente narrativa e in cui l’azione teatrale in sé, malgrado si arricchisca di movimenti e musiche e malgrado si appoggi alla presenza attiva di altri personaggi, appare come diluita nel respiro epico dell’intera vicenda. Ed è un limite vero, reale, forse l’unico rilevante di questo spettacolo.

Volver
Scritto e diretto da Giuseppe Provinzano; con Simona Argentieri, Maurizio Maiorana, Giuseppe Provinzano. Musiche a cura di Maurizio Maiorana. Coreografie di Simona Argentieri. Laboratorio tanguero di Maura Laudicina. Costumi di Vito Bartucca. Light designer Gabriele Gugliara. Assistente alla regia e organizzazione Agnese Gugliara. Una produzione di “Babel crew”. In co-produzione con Fondazione Campania dei Festival. Con il sostegno di Teatro Biondo di Palermo, Latitudini- rete della drammaturgia contemporanea in Sicilia. Premio Tuttoteatro.com Alle Arti Sceniche “Dante Cappelletti” XI edizione.

Paolo RANDAZZO

LINK DA DRAMMA.IT

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Lampedusa Snow

Posted by identitalterit su 20 marzo 2015

C’è una tensione interna che rende interessante “Lampedusa Snow”, lo spettacolo scritto e diretto dalla palermitana Lina Prosa e intrepretato da Federico Lima Roque (scene, luci e video design di Paolo Calafiore, videomapping di Alessio Bianciardi, voce fuori campo del griot Bakary Sangaré): spettacolo che s’è visto al Teatro Biondo di Palermo (Sala Streheler) dal 26 febbraio all’8 marzo. Si tratta, dopo “Lampedusa Beach” dell’anno scorso, del secondo episodio di quella “Trilogia del naufragio” che, prodotta e realizzata in Francia dalla Comedie Française, è ora (giustamente) realizzata anche a Palermo grazie alla produzione del Teatro Biondo. Una tensione interna che si attiva, da una parte, per la complessità del testo che riflette la straordinaria mole di simboli, contenuti politici e sentimenti che l’attuale enorme fenomeno della migrazione in Occidente dall’Africa e dal Medio-Oriente suscita e porta con sé (l’autrice dichiara esplicitamente che il testo è ispirato da un reale fatto di cronaca) , dall’altra, per l’altrettanto cogente necessità artistica che induce a esprimere tutto ciò con un linguaggio scenico che sia netto, essenziale, pulito, tendenzialmente privo di ogni orpello retorico che comunichi un qualunque tradimento della verità. Una tensione lacerante che, come nello spettacolo precedente, non sempre appare risolta positivamente nella forma semplice dello spettacolo (non convincono soprattutto le parti più esplicitamente politiche, proprio perché il soggetto è già interamente e straordinariamente politico), ma che, nondimeno, innerva questo lavoro conferendogli urgenza e necessità d’arte. Ma andiamo per ordine: Mohamed è un giovane africano, migrante e naufrago che, da Lampedusa dove è sbarcato in seguito a un naufragio, viene trasferito (meglio: viene deportato) in un centro di “accoglienza” a 1800 metri d’altezza. Un ambiente montano, innevato, ostile, che difficilmente può accogliere quel giovane ingegnere elettronico; da qui, ben presto, matura in Mohamed la decisione di fuggire; una fuga, per attuare la quale il giovane decide di agire, di darsi forza, di salire ancora più in alto rispetto al centro di accoglienza, di valicare quella montagna, trascinandosi prima mezzo nudo (solo un paio di pantaloni leggerissimi e una vecchia felpa usata e troppo grande per lui) e poi nudo del tutto nella neve e fino a morire assiderato (l’immagine, tratta dal capolavoro pittorico del Perugino, è quella di un san Sebastiano ucciso dai dardi del gelo). Ma questa estrema fuga verso l’alto è anche l’occasione per riconsiderare da una parte la sua vita, la sua storia, la storia della sua gente, la storia di quell’Annibale, africano come lui ma fortunato conquistatore, la fragilità del suo corpo, le occasioni di felicità mancate, le delusioni, le menzogne e i desideri frustrati, dall’altra per un incontro fantasmatico con un vecchio partigiano che gli insegna (ci insegna ancora), insieme col canto “Bella ciao”, l’arte “montanara della rivoluzione”. Detta così è semplice, ma nella costruzione scenica tutto diventa più complesso ed estremamente interessante: i simboli si susseguono e si affastellano (il freddo di una realtà diversa da ciò che s’era immaginato, il freddo che “incide l’intimità”, le tracce di un capitalismo che non può che tradire i suoi sogni – come aveva tradito quelli di Shauba -, la ricerca della libertà come “ascesa”, il sogno politico di una nuova rivoluzione “partigiana”, la nudità finale che è segno di un’umanità che, pur nella più disarmata fragilità creaturale, deve prescindere da tutto ciò che le è esterno); la costruzione del personaggio parte dal suo vissuto culturale (la presenza sonora della narrazione epica tradizionale di un griot africano, il continuo risalire alla coscienza dell’identità islamica); infine il continuo entrare e uscire dall’ espressione diretta e in prima persona, per entrare nell’ambito della narrazione in terza persona o della mimesi del dialogo (“Il vecchio dice…, Saif dice…, io dico…) che è una scelta politica prima che estetica e mette il pubblico (proprio noi, assuefatti come siamo all’orrore quotidiano delle migliaia di morti in mare) nella scomoda situazione di dover intervenire, rispondere con verità a Mohamed, prendere posizione rispetto a quanto di terribile sta accadendo, e non solo sulla scena.

Paolo Randazzo

link da Dramma.it

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