Se’ nummari

Difficilmente si può capire (ma capire davvero, fino in fondo) quale devastazione sia per una coppia l’arrivo di un figlio handicappato o disabile: quale lacerazione, quale doloroso e inestricabile groviglio di sentimenti e pensieri esso comporti, quali ondate di paure intollerabili, di frustrazione, di amore disarmato, di tenerezza infinita, di fantasmi, di odio feroce, di perdita di senso per il presente, per il futuro e persino per il passato, possano abbattersi addosso ad una madre e a un padre che si trovano a vivere una situazione simile. Sono poche le coppie che, trovandosi a gestire un’esperienza del genere, riescono a trovare un equilibrio autentico e a salvarsi in quanto tali. Di fronte ad una situazione simile, forse, non si può assumere altro atteggiamento che una solidarietà rispettosa, attiva, partecipe, ma silenziosa: nessuna parola può essere del tutto al riparo dalla menzogna (per egoismo, per paura, per debolezza) di fronte a casi del genere. Ma non solo: una tale realtà scaraventa addosso alle persone che si trovano a viverla una tale quantità di domande capitali e brucianti, strutturalmente tragiche, sul senso stesso della vita e dello stare al mondo cui neppure chi ha maturato autentica saggezza interiore, equilibrio e solidi strumenti culturali può agevolmente fornire risposte accettabili. Ecco che, allora, portare in teatro una tale ferita appare operazione coraggiosa e difficilissima, ma è quanto accade in “Se’ nùmmari” (sei numeri), lo spettacolo prodotto dallo Stabile Etneo che s’è visto venerdì 2 maggio a Noto (al Teatro comunale “Tina Di Lorenzo”) prima di passare a Catania dove sarà in scena al Musco fino all’8 maggio. Il testo è di Salvatore Rizzo, la regia (con le scene e i costumi) di Vincenzo Pirrotta, l’interpretazione di Filippo Luna (Orazio, il padre) e di Valeria Contadino (Anna, la madre), le musiche sono di Giacomo Cuticchio. Diciamo subito che si tratta di uno spettacolo ruvidamente potente che affronta la tematica con diretta immediatezza andando subito al cuore vero del problema, alla verità di una specifica e disastrosa condizione umana e non indugiando in nessun momento in falsi pietismi o in solidarietà di facciata; e questo, certo, è un bene e fa bene a quella necessaria dimensione di verità, al di fuori della quale si tradirebbe l’assunto stesso di un’operazione del genere e la si ribalterebbe in pornografia. La verità dunque, senza infingimenti, anche quando è brutta, dolorosa e persino terribile ad accettarsi: la verità di una madre e di un padre che, dopo più di diciotto anni passati ad accudire esclusivamente e amorosamente il figlio tetraplegico, a nutrirlo, a proteggerlo gelosamente, anni in cui si sono letteralmente dimenticati di loro stessi, dei loro corpi, del loro amore, della loro intimità, in un solo istante scivolano nella follia del male, si perdono e, colpevolmente, lo perdono, di fronte al sogno di una vita da benestanti, un sogno improvvisamente divenuto possibilità reale grazie a una vincita al lotto (sei numeri, appunto, sei numeri benedetti e maledetti insieme). Tutto questo va bene, ma tutto questo è ancora quasi soltanto il testo di Rizzo, non lo spettacolo e qui invece è dello spettacolo che dobbiamo dire, dello spettacolo di Pirrotta. Perché Pirrotta appare assolutamente consapevole delle straordinarie potenzialità del testo che ha in mano, della sua levatura tragica e della solidità dei due interpreti e tuttavia non rinuncia a proiettare con decisione il suo personale segno sulla scena. Ma forse meglio sarebbe stato se avesse ulteriormente esplorato la verità nuda e feroce del testo di Rizzo (interamente composto nella pasta densa e carnale del dialetto palermitano), la sua musicalità dolente, se avesse lasciato soltanto in controluce le proprie qualità professionali di regista formatosi nella tradizione del cunto, restando in silenzio rispettoso e partecipe. Ma non è stato così: il suo immaginario scenografico (i colori, le luci, le trasparenze), i movimenti, le nenie dolorose e strozzate, le litanie ritmate, le cantilene straniate, le sonorità ancestrali che connotano i suoi lavori, sono tutti elementi consueti (quindi esterni alla verità singolare del dramma in scena) del teatro di questo regista e hanno trovato ancora largo spazio in questo lavoro; così come del resto appare eccessiva la presenza delle musiche (seppure colte e di grande fascino) di Cuticchio.

Paolo Randazzo

Link da dramma.it

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Una Bugia ci salverà

Con “Bugiardi nati” Ian Leslie ci porta in un viaggio nel mondo della menzogna
Una bugia ci salverà

La bugia insomma, in tutte le sue varianti e declinazioni, intesa, indagata e spiegata come elemento costitutivo dell’intelligenza umana sin dal suo primo rapportarsi creativo col mondo.

È sostanzialmente questa la tesi che Ian Leslie, studioso, giornalista ed esperto di marketing londinese, sviluppa nel bel saggio Bugiardi Nati. Perché non possiamo vivere senza mentire (di Bollati Boringhieri, traduzione di Barbara Del Mercato): un saggio interessante, ben documentato (i campi di approfondimento sono soprattutto la psicologia, l’antropologia, le neuroscienze) e, soprattutto, di lettura gradevole e divertente, data la facilità con cui l’autore riesce a intrecciare in un percorso coerente dati provenienti da autorevoli studi scientifici (anche dal sapore paradossale, come la media di 1,5 menzogne al giorno che ciascuno preferisce secondo i calcoli della psicologa statunitense Bella De Paulo) con una straordinaria quantità di aneddoti e affermazioni attribuibili a filosofi, politici, scrittori, registi e artisti di quasi ogni era, ambiente intellettuale e latitudine.

bugiardi nati copertina

 

C’è invero da premettere un “quasi” alla vastità documentaria di questo saggio, perché in esso, al contrario, appare del tutto assente la vastissima riflessione che su questo tema è sorta nel mondo classico sia dal punto di vista dell’elaborazione filosofica, morale e antropologica (Platone e Aristotele su tutti), sia dal punto di vista del pensiero estetica; basti pensare al detto celeberrimo del sofista Gorgia secondo cui: «La poesia è un inganno in cui chi inganna è più onesto di chi non inganna e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare».

Ovviamente il rovescio della medaglia della menzogna è la verità e quindi la possibilità che essa possa essere attinta ed espressa fino in fondo, la possibilità in altre parole di “vivere con sincerità”. Una possibilità che l’autore sottrae ad ogni sguardo utopistico ed esamina da una concreta prospettiva minimale, totalmente laica e relativistica, invitando a perseguirla comunque attraverso l’esplicitazione di tre principi generali: condividere il lavoro e quindi sforzarci di «progettare e sostenere ambienti sociali che premino il più possibile la verità e chi la dice»; relativizzare la fiducia nelle nostre più solide certezze; «accettare un necessario margine di illusione».

Paolo Randazzo

Link da Europa

 

Ambra Senatore, A posto

danza

A posto”, lo spettacolo di Ambra Senatore che s’è visto nello spazio danza di Scenario Pubblico a Catania, il 23 e il 24 febbraio scorso, sollecita immediatamente una domanda: fin dove si può spingere una coreografia elidendo, gesto dopo gesto, quadro dopo quadro, proprio la sostanza della danza? Inutile girarci: si può dire quel che si vuole di questo lavoro (che certo è raffinato, e ironico, leggero, inquietante, e poi denso, colto, esatto nel disegno eppure surreale) e lo si può persino, ordinatamente, provare a raccontare e interpretare ma, se non si risponde (ancora, certo) a questa domanda, se non la si affronta nella sua semplice rudezza, se non si corre davvero il rischio critico di provare a rispondere ad essa, restano parole vuote che, sostanzialmente, non meritano nemmeno il tempo che s’impiega a leggerle.

Invece partiamo da un particolare: se si tratta di danza appare, o meglio potrebbe apparire, ovvio il suo dispiegarsi nel contesto di un tappeto ritmico, sonoro e/o, sopratutto, musicale che è insieme respiro e narrazione, ambiente e motore del movimento; in questo spettacolo invece la musica, insieme con rumori casalinghi, voci e motivetti televisivi o radiofonici, compare, scompare e ritorna a volume bassissimo, non viene mai in primo piano, accarezza quasi da dietro lo spettacolo, lo sfiora e non lo segna né domina mai. Il segnale è chiarissimo e resta comunque in primo piano il movimento delle tre danzatrici e, col movimento, una larga mimesi della relazione che va costruendosi lentamente, di gesto in gesto, di parola in parola, di sguardo in sguardo, fra tre giovani donne (tre danzatrici) fino ad assestarsi in una vaga gerarchia e trascolorare, infine, in una specie di pic nic dall’inquietante (tragico, tragicomico) risvolto finale.

danza 2

Il soggetto della mimesi lo si lascia sostanzialmente creare allo spettatore, mentre ciò verso cui lo spettacolo si volge con decisione è, con buona evidenza, la costruzione di uno spettacolo dalla drammaturgia possibile o potenziale rispetto alla quale la danza, la tradizione (in positivo e in negativo) del suo linguaggio, il dispiegarsi ritmico, sensato o simbolico del movimento, restano come paradossali allusioni, frammenti preziosi, indizi e indirizzi di stile e comunicazione più che sostanziale medium artistico. Indizi e indirizzi che vanno riconsiderati alla luce di una ricerca espressiva meta-coregorafica e meta-teatrale che non solo infrange ogni separazione tra le (due) arti, ma esplora liberamente territori linguistici, semantici e concettuali che attraversano la realtà, lasciandosene sporcare, e si stagliano prima e dopo lo spettacolo.

In questa esplorazione viene dunque aggirata felicemente e svuotata di senso la domanda che ci si poneva prima: non si tratta di elidere la danza ma di ripensarla e re-inventarla criticamente all’interno di uno spettacolo (di una dinamica forma-spettacolo) che non si dà tanto come prodotto concluso, quanto piuttosto come libera partitura di corpi, suoni, movimenti, gesti, aperta al senso (seppure un po’ troppo algida e intellettualistica dal punto di vista della comunicazione emotiva). In scena, con la stessa coreografa e danzatrice torinese, ci sono Claudia Catarzi e Caterina Basso (co-autrici dello spettacolo, laddove non appare casuale la necessità di una gestazione plurale di un lavoro di questo tipo), il disegno luci è di Fausto Bonvini, mentre le musiche sono di Brian Bellot, Gregorio Caporale, Ambra Senatore, Jimi Hendrix, Temptations.

 (crediti fotografici di Viola Berlanda)

“A posto” (2011), visto a Catania, Scenario Pubblico, il 23 febbraio 2014.

Coreografia Ambra Senatore, in collaborazione con Caterina Basso, Claudia Catarzi; con Ambra Senatore, Caterina Basso, Claudia Catarzi; luci Fausto Bonvini; produzione ALDES-SPAM, con il sostegno di MiBAC – Dipartimento Spettacolo dal vivo; Regione Toscana – Sistema Regionale dello Spettacolo; Fondazione Monte dei Paschi di Siena; Torinodanza; CCN Ballet de Lorraine; Château Rouge – Annemasse; Scènes Vosges avec le soutien d’Action Culturelle du Pays de Briey.

Paolo Randazzo

Link da Rumorscena

Emma Dante, Le sorelle Macaluso

È sempre interessante vedere come il mondo poetico di un artista si possa espandere nel tempo, possa dispiegarsi, aprirsi, scoprire altri territori di forma e senso, appropriarsene e, pur restando fedele a sé stesso, accogliere nella sua trama nuove istanze e suggestioni. “Le sorelle Macaluso”, l’ultimo lavoro di Emma Dante che abbiamo visto a Palermo (e si potrebbe dire finalmente..) nel grande palcoscenico del Teatro Biondo, sede dello Stabile, appare soprattutto notevole, perché pur restando totalmente nel solco della poetica e del linguaggio scenico, di una grande interprete del teatro italiano contemporaneo, sa esser nuovo e fecondo, solcato com’è da elementi di novità che non mancheranno di suscitare altri spettacoli ed altre meraviglie. Una veglia funebre che si svela per quel che è a poco a poco fino a definirsi compiutamente soltanto alla fine: quella di una famiglia di sette sorelle, un padre e una madre e un nipote; una festa e uno schianto, un uscire lento dal buio della vita, un ritrovarsi, tra vita e morte che si confondono, a ripercorrere le gioie e i dolori di una vita vissuta insieme e insieme attraversata, combattendo giorno per giorno la fatica della quotidianità (il segno sono gli scudi da opera dei pupi di Gaetano Lo Monaco Celano), e ancora un attraversare ombre e ricordi che si materializzano in presenze ti mettono le mani addosso e subito scompaiono, fino a quando la morte non si rivela nella sua dura necessità.

dante 2

La morte di una sorella, morta bambina al mare mentre si giocava, la morte di un padre amoroso e sudicio di lavoro, un uomo debole forse e lontano, la morte di una madre forte, bellissima e tenera e caduta troppo presto – le loro ombre resteranno per sempre legate in un abbraccio, la morte di un nipote, un futuro nel calcio certo e innamorato di Maradona ma troppo debole di cuore, e infine la scoperta della morte, celebrata in scena, della morte della sorella più grande, di colei che aveva accudito tutti e che, per quella rumorosa e stramba famiglia, aveva finito col rinunciare del tutto a se stessa, al suo sogno grande di diventare una ballerina.

Tutto si ricapitola e chiarisce alla fine, l’oscurità e la luce si fondono e si fondono il nero del lutto e i colori sgargianti dei miseri vestitini estivi, tutto perde peso e tempo, i nodi si stringono, la morte è contemporaneamente “exitus et transitus” come dicevano gli antichi. Apparentemente Emma Dante è ritornata sui suoi passi, ha ripercorso strade di senso che aveva scoperto coi suoi primi spettacolo (‘Mpalermu, Carnezzeria, Vita mia): il vibrare della schiera degli attori, il ritmo come elemento cardine, l’oscurità e i colori che l’accendono, la famiglia come luogo di violenza e di dolore, lo schianto della morte e del lutto, la scelta della musica (d’intonazione popolare e poi classica) a dare profondità e respiro ampio a ciò che accade in scena e ancora il corpo che si disarticola e parla, la poesia aspra del dialetto.

dante 1

Tutto: c’è tutto il grumo nero del mondo poetico di Emma Dante in questo spettacolo, ma è una bestia che l’artista ormai ha imparato a riconoscere perfettamente, a maneggiare senza perder l’equilibrio: ciascuno di questi elementi è come rivisitato, come se portasse, con sé, in sé, le tracce di una maturazione artistica avvenuta e certo non ancora esaurita, le tracce di un equilibrio nuovo che le consente di osservare il dolore, capirlo, senza però lasciare che esso si impadronisca della vita. E poi c’è anche molto altro, e molto altro di nuovo: intanto c’è una capacità (nuova) di riempire e far vivere lo spettacolo nello spazio di un grande palcoscenico pur mantenendo l’intensità originaria dei primi spettacoli concepiti in e per spazi scenici di ridotte dimensioni, c’è una nuova pulizia nell’assetto dello spettacolo, c’è la scoperta di una dimensione di pietas familiare che va molto oltre il disagio e la primitiva violenza, come cifra assoluta della famiglia, e incontra l’amore, la tenerezza (esattamente), la gioia, la follia, il desiderio.

Ed ancora la lingua che non è più soltanto il dialetto di Palermo, ma anche quello barese di una delle sorelle e l’accento, siciliano ma straniato e dissonante, di Alessandra Fazzino, quasi a dire che non sono più soltanto le viscere di Palermo a riscaldare e sciogliere la lingua a questo teatro, ma una visione più ampia e consapevolmente più profonda del sud. Tutte molto brave e da citare le sette attrici in scena: la danzatrice Alessandra Fazzino (nel ruolo di Maria, la sorella più grande) innanzitutto, e poi Serena Barone (Lia), Elena Borgogni (Antonella), Italia Carroccio (Gina), Marcella Colaianni (Cetty), Daniela Macaluso (Pinuccia), Leonarda Saffi (Katya), e con esse Davide Celona (Davidù, il nipote), Sandro Maria Campagna (il padre) e Stephanie Taillandier (la madre).

Lo spettacolo è molto bello ma averlo visto a Palermo è motivo di gioia vera. Ed è, soprattutto, motivo di speranza. Emma Dante è stata per anni una voce di riscatto (una voce libera e dolorosa) per gli uomini e le donne che in questi anni hanno scelto di restare a vivere in Sicilia a lottare, ciascuno al proprio posto, perché in questa terra martoriata dalla mafia e da una politica sorda, ignorante e cialtrona si possano avere le stesse opportunità di crescita culturale che altrove. Ha viaggiato, ha girato il mondo col suo lavoro e con lo straordinario e meritato successo dei suoi spettacoli, una nuova generazione di artisti e teatranti siciliani le è sbocciata a fianco ed è cresciuta assorbendo la sua voglia di lottare, prima ancora che il rigore e la forza del suo linguaggio artistico, ma Emma è restata piantata in Sicilia a lavorare anche in spazi improbabili e piccoli teatri di provincia e oggi è artista residente al Biondo Stabile di Palermo: una cosa che sarebbe stata normale già da tempo in un paese civile, ma per anni non è stato così e se oggi è così questo – senza eccedere nella retorica – è segno di una vittoria (piccola, certo) nel contesto di una guerra più grande. Una guerra che non è finita e che però oggi qualcuno ritorna ad aver voglia di combattere. Visto il 1 marzo 2014 al Teatro Biondo, Stabile di Palermo .

Paolo Randazzo

Link da Rumorscena

Roma, una sintesi illuminata

Nel saggio di Peter Jones un brillante ed efficace excursus nella storia romana dal VIII secolo a.C. al V secolo d.C.
Roma, una sintesi illuminata

Qualunque idea si abbia del concetto di “storia” (ammesso che nei tempi che ci troviamo a vivere, dominati dal demone dell’istantaneità, sia ancora utile o necessario averne una), se a questo concetto si dà ancora importanza e se ad esso si attribuisce o meno una qualsiasi teleologia, occorre tuttavia che un po’ di storia la si conosca: fatti storici, protagonisti, traiettorie, dinamiche politiche, eventi.

Banale constatazione? Certo che sì, ma forse neppure più di tanto se si osservano non tanto, o non solo, le frequenti iniziative editoriali che ripropongono collane storiografiche variamente assortite, quanto piuttosto la preoccupante ignoranza storica con cui le opinioni pubbliche valutano le dinamiche socio-politiche del presente.

Ora, se è vero che la diffusione della cultura storica è (o dovrebbe essere) obiettivo primario anzitutto della scuola, è anche vero che l’editoria deve fare la sua parte e non solo con saggi di sicura rilevanza scientifica, ma anche con opere di sana divulgazione che consentono un’ampia e corretta conoscenza della storia umana.

breve storia di roma copertina

È in questa direzione che va considerato Breve storia di Roma, tutto quello che avreste sempre voluto sapere dello storico e antichista inglese Peter Jones (Bollati Boringhieri): un excursus che, in dodici capitoli, traccia una rapida ed efficace sintesi della storia romana, dagli inizi del VIII secolo a.C. avvolti nel mito fino al V secolo d.C. col trionfo del Cristianesimo.

Una sintesi che, senza essere superficiale, è rapida, spesso illuminata da un sorriso di affettuosa leggerezza e, di capitolo in capitolo, arricchita da curiosità, miti, episodi, citazioni che, attenuando la monumentalità di ciò che si racconta, consentono al lettore di rendersi conto di quanto grande sia il nostro debito di civiltà e di cultura nei confronti della vicenda latina.

Si troveranno in questo libro, infatti, i miti della fondazione di Roma (il mito troiano, sostanzialmente, e i tanti racconti che tramandano la grande apertura dei romani agli apporti stranieri nel contesto della formazione della città), quindi i tradizionali capisaldi del costume romano di origine agricola, i primi passi del diritto e della costruzione istituzionale, l’accrescersi della Res Pubblica e il dispiegarsi della sua potenza militare, l’apporto economico e culturale dell’enorme presenza servile, il tormento delle guerre civili, la dittatura cesariana, l’affermarsi del principato augusteo e poi dell’impero, fino ai rapporti, sempre più duri, con le tribù barbariche che premevano ai confini del territorio imperiale.

Ma, accanto a queste vicende, ecco «l’invenzione delle tasse», il significato dei nomi, il potere del «gossip», le dinamiche sessuali ed affettive, la presenza e l’incidenza della cultura letteraria, la «fauna» urbana, la mania per il circo e per i combattimenti gladiatorî, la corruzione, il potere delle donne e le donne al potere, le terme, l’onnipresente salsa di pesce, le peculiarità caratteriali dei singoli imperatori.

Paolo Randazzo

Link da Europa

Frugalitas

Paolo LEGRENZI, “Frugalità”, Il Mulino, 2014, pp.144, euro 12,00

Homo frugi, ovvero uomo frugale, sobrio, persona solida, per bene: chissà se gli antichi latini avrebbero mai potuto immaginare che la frugalitas, una delle virtù cardine del loro tradizionale sistema morale di origine agricola, sarebbe divenuta, in un percorso di più di due millenni, quella che oggi qualcuno definisce “un’importante utopia minimalista”. Una lenta e straordinaria evoluzione di senso che Paolo Legrenzi racconta con piacevole acume nel saggio di recente pubblicazione “Frugalità”. Il contesto di pubblicazione è la nuova serie “Parole Controtempo” della collana “Voci” del Mulino: brevi saggi tesi a illustrare la presenza nella nostra cultura di parole/concetti (silenzio, pazienza, perseveranza, pudore, onore, prudenza, coraggio e frugalità appunto), parole antichissime, forse obsolete o segretamente vitali, che rimandano ad un’idea di umanità assai diversa da quella che la cultura capitalistica propugna ed ha imposto. legrenzi copertinaMa torniamo al percorso della parola /concetto “frugalità”. Legrenzi dispiega l’argomentare del suo saggio a partire da che cosa non è la frugalità: non è povertà, non è avarizia, non è scelta di risparmio, è piuttosto una scelta consapevole di rifiuto o di riduzione del consumo di beni che hanno acquisito un prezzo sul mercato (meglio, sui molteplici mercati) a favore di beni che non sono in vendita. Il modello che si propone, al di là delle tantissime suggestioni, positive e negative, tratte dalla storia (ad esempio, la disputa nata in seno alla Chiesa medievale relativamente alla contrapposizione tra i concetti di uso e di possesso), dalla letteratura (da Hemingway a Garcia Marquez, da Henry David Thoreau a Musil, da Walter Siti alla Munro), dal cinema, dalla riflessione economica (da Krugman a Zamagni) e dalla teoria del marketing, è esemplificato con maggior chiarezza da una piccola ma pregnante storia familiare: al trisavolo di Legrenzi, Alessandro Rossi, piccolo imprenditore veneto del tessile, la nuora aveva chiesto di acquistare un carrettino per far giocare i nipotini, avendo lei stessa in precedenza acquistato un pony; ecco come le risponde l’imprenditore«Duolmi di non poter aderire alla tua richiesta: non comprerò la charrette e non approvo l’acquisto del cavallino. Con lo stesso corriere, insieme alla tua letterina, m’è pervenuta la relazione settimanale di Fochesato (il direttore del lanificio) il quale mi avverte doversi licenziare due operai recentemente assunti in prova, perché il loro rendimento non corrisponde al salario, che per conto loro inciderebbe sul bilancio dell’opificio. Considera, figliola carissima, che prezzo di poney e charrette corrisponde al salario dei due che devonsi licenziare». Ecco tutto: non una semplice scelta di avarizia o di risparmio, ma una scelta dettata da “normale” frugalità; una scelta ancora quasi ovvia ancora nella cultura ottocentesca, ma spazzata via nel mondo occidentale nel momento in cui si scopre il potere del marketing e, con esso, lo straordinario potenziale commerciale (e quindi politico) del desiderio. Oggi la frugalità riguarda la qualità della vita, il benessere non la ricchezza, e sceglierla, essendo consapevoli della forza dei brand e della pervasività di un modello economico che si basa sui desideri coltivati in modo abnorme o artificialmente indotti, ci rende non solo robusti come individui e cittadini, ma soprattutto “antifragili”, ovvero capaci di affrontare più agevolmente i cambiamenti e le eventuali disavventure della vita e della storia.

Paolo Randazzo

link da EUROPA.

La mia cina… (di Francesco Presti)

Mancano solo 4 mesi al mio rientro in Italia e posso dire che sono nel momento più bello della mia esperienza, tutto inizia ad essere perfetto, inizio a parlare sul serio la lingua, ho iniziato a viaggiare ma soprattutto inizio a capire la mentalità cinese che prima non avevo davvero capito. Nei primi 3 mesi della mia esperienza non riuscivo a vedere molto la differenza culturale tra la nostra e la loro cultura ma in seguito, iniziando a parlare e quindi iniziando ad avere le prime discussioni con le persone, ho iniziato a notare le enormi differenze che ci sono. Inutile negare che, nei primi dibattiti, era per miracolo che riuscivo a contenermi  perché era come parlare con un muro che non ti dava risposta. Nella nostra cultura , o per lo meno nell’ambiente in cui io vivo, siamo abituati ad avere discussioni e a risolvere i problemi insieme e, se una cosa non è possibile, c’è sempre una motivazione che spiega il perché non sia possibile, purtroppo qui ho avuto modo di dimostrare che spesso questo metodo non funziona. Per risolvere i problemi ci vuole molto più tempo ma, soprattutto, è difficile affrontarli faccia a faccia perché la cultura non te lo permette ed è come se dovessi trovare sempre una strada secondaria per cercare di far arrivare il messaggio alla persona interessata. All’inizio questo non lo capisci e quindi continui ad agire con i tuoi metodi e quando continui a non ottenere ciò che vuoi è lì che perdi la pazienza e inizi a capire come comportarti nei confronti di una cultura cosi diversa. Devo dire che è stata davvero dura e non sono sicuro che senza l’aiuto degli altri ragazzi con cui sto vivendo la mia esperienza ne sarei uscito fuori così facilmente, ma ora sono molto più felice perché dopo tutti gli sforzi che abbiamo fatto siamo riusciti ad ottenere ciò che volevamo. È dal 16 Gennaio che sono in vacanza in quanto nel Nord-ovest della Cina le scuole chiudono per 40 giorni in inverno a causa del troppo freddo, ed è proprio dal 16 Gennaio che ho iniziato il mio tour in giro per tutta la nazione. Come sapete la Cina è grandissima ed è proprio per questo che non si può dire mai di conoscerne per bene tutta la cultura, gli usi e costumi: per esempio io vivo nel nord-ovest, cosa che ha i suoi pro ma anche moltissimi contro. Il pro maggiore è sicuramente la lingua infatti qui si parla il mandarino corretto e il dialetto si sente pochissimo specialmente nei posti più vicini alla Siberia. I contro sono che c’è moltissimo freddo (temperature che vanno dai -10 ai -30), che le città non sono pulitissime e mancano gli spazi verdi e, di conseguenza, c’è molto inquinamento ma soprattutto  qui la cultura si sente davvero poco ed è andata veramente persa, anche se le persone stanno cercando di riportare indietro usi e costumi che, nell’epoca Mao Ze Dong, erano andati persi. Il 16 Gennaio, proseguendo, sono andato ad Harbin una città davvero bella nell’estremo nord della Cina e che subisce molta influenza russa. Camminando per le strade di Harbin mi sentivo di nuovo a casa perché questa città si discosta molto dal solito stile delle città cinesi, quindi ci sono strade più piccole e costruzioni diverse ma, la cosa che si nota di più, è che sparse nella città ci sono delle costruzioni di ghiaccio, per non parlare poi del vero e proprio festival del ghiaccio che ormai da 21 anni organizzano. Un’avventura indimenticabile, non solo per le costruzioni imponenti che riproducono con il ghiaccio, ma anche per il freddo polare che ti permetteva a stento di vedere: pensate che se si resta per più di 30 minuti fuori, inizia a crescere il ghiaccio nelle sopracciglia e nella sciarpa. presti 1

Successivamente sono ritornato nella mia città e mi sono preparato ad affrontare la festa più importante della cultura cinese ovvero il Capodanno. Ovviamente io mi aspettavo di trovare draghi e manifestazioni  in giro per tutta la città ma cosi non è stato: siamo stati a casa a mangiare per 14 ore di seguito e a sparare i fuochi d’artificio a qualsiasi ora del giorno e a vedere un programma televisivo in Tv. La cosa divertente è che i Cinesi per tradizione, durante la vigilia (ma anche durante il capodanno) si ubriacano e non posso dimenticare quando a pranzo del primo giorno delle festività sono andato a casa di un mio zio ed erano tutti lì ancora ubriachi dal giorno prima. Questa festa mi ha un po’ colpito perché è una vera e propria esaltazione del denaro e non mi piace molto il fatto che loro colleghino la felicità al denaro, infatti è proprio per questo che tutti i familiari danno ai più piccoli dei soldi. In questa occasione la famiglia si riunisce ed è un vero e proprio momento di collettività che mi rimanda al nostro Natale ma, allo stesso tempo, lo sfarzo, i fuochi d’artificio e il clima rimandano anche al nostro Capodanno.

Il 4 Febbraio sono partito insieme con mio fratello ospitante per Pechino, la capitale. Diciamo che si trova sempre nel Nord-ovest ma giustamente essendo la capitale non rispetta i canoni delle altre città. Pechino è molto pulita e il centro della città è bellissimo; è una città molto particolare in quanto puoi passare dall’arte moderna delle strade dell’789 all’arte cinese delle ultime due dinastie ovvero Ming e Qing. Ovviamente Piazza Tian an men e la città proibita danno alla città un tocco particolare. Una cosa che ho particolarmente notato è che a Pechino le persone sono più aperte mentalmente e addirittura, parlando con i miei zii ospitanti, riuscivo a notare la diversità rispetto ai miei genitori ospitanti in quanto mi sentivo più libero e devo dire che ho avuto davvero la sensazione di stare in famiglia.

presti 2Tornato da Pechino sono partito per Shanghai e devo dire che mi sono letteralmente innamorato di questa città. Shanghai è una città parecchio internazionale ma resta comunque Cina. Per le vie del centro vedi una città davvero ricca piena di palazzi altissimi e di strade super curate, ho avuto anche la fortuna di provare il treno a lievitazione magnetica, insomma una città che davvero non fa per nulla invidia alle grandi capitali europee. Shanghai offre davvero di tutto perché puoi passare dall’alta tecnologia all’arte moderna per finire anche nei tipici giardini cinesi. Il cibo è anche diverso perché qui le persone preferiscono mangiare i cibi dolci mentre nel nord preferiscono il salato. La cosa di cui però Shanghai pecca è che non c’è moltissima storia quindi per vedere di più ti devi  spostare, per questa ragione abbiamo fatto un giro attorno a tutte le città vicine a Shanghai ovvero Nanchino Zhou Zhuang e Hangzhou.

Nanchino è un posto da visitare se vieni in Cina perché qui capisci davvero moltissimo riguardo la cultura e la storia cinese: essa infatti è stato il luogo della strage di 300000 Cinesi da parte dei Giapponesi nel non lontano 1937. Sono  davvero fiero di aver visitato il Museo dedicato a questa strage, ti colpisce molto infatti il fatto che questo massacro sia stato un po’ trascurato dalla popolazione mondiale e i Cinesi fanno di tutto per non farlo dimenticare, si pensi che gran parte della filmografia cinese parla sempre della guerra tra Cina e Giappone. Nanchino però non ha solo questo infatti la città in sé è molto bella e rispetta molto i canoni delle città del Sud: piena di verde, pulita ma soprattutto più ricca rispetto al Nord. Zhou Zhuang è considerata la Venezia cinese e diciamo che si merita tutto questo appellativo: una meta turistica davvero interessante, dove ho avuto il piacere di poter cenare in un ristorante che dava proprio sul fiume principale della città. Infine  ho visitato Hangzhou e forse questa è la città che mi ha colpito di più. Un vero e proprio gioiello d’Oriente ed evidentemente Marco Polo aveva ragione quando diceva che Hangzhou era la città più bella del mondo. La cosa particolare è un lago immenso che caratterizza in maniera impressionante la città. Anche Hangzhou, poi, è attraversata, come tutte le altre città del Sud da molti fiumi che danno alla città un’atmosfera particolare. Ora mi trovo di nuovo nella mia Anshan che magari non sarà bella come le altre città ma rimarrà sempre la mia casa qui in Cina. Non mi resta altro che vivere al meglio questi ultimi 4 mesi rendendo ogni momento indimenticabile.

Francesco Presti.

Chi ha paura delle badanti?

Ha scritto qualcuno da qualche parte che il segreto di un buon lavoro teatrale sta nel fatto che il cambiamento (in meglio o in peggio) appare verosimile: verosimile, necessario sino al punto d’essere evidente a tutti (al pubblico sopratutto) ad eccezione di quelli che invece ne sono protagonisti sulla scena. È quanto ci vien fatto di pensare mentre cerchiamo di capire il motivo strutturale per cui “Chi ha paura delle badanti?”, il nuovo spettacolo del palermitano Giuseppe Massa, che s’è visto al Teatro Coppola di Catania il 19 gennaio scorso, colpisce positivamente. Si tratta di un ottimo lavoro dal quale traggono conferma positiva non solo il talento e l’autonomo percorso artistico di Massa (che lo ha scritto e diretto) ma anche quelli del resto della compagnia “Suttascupa”: Simona Malato (Olga),  Emilano Brioschi (George) e Cristiano Nocera (Emil) attori in scena, mentre musiche (un Rachmaninov, che dà respiro, tono e profondità a tutta la messinscena) e luci sono curate rispettivamente da Cristan Zucaro e Vincenzo Aiello. badanti 4

L’abbrivio tematico è dato allo spettacolo dall’ interrogazione su cosa davvero ci induce a pensare ai rumeni come a un popolo di violenti e di malavitosi: si tratta di un pregiudizio razzista ovviamente, di un pregiudizio che prima ha riguardato altri popoli migranti (gli albanesi, per esempio) e che per decenni è stato rivolto a noi italiani con gli stessi toni e nelle stesse identiche modalità. E poi, chi sono i rumeni che incontriamo più spesso nella nostra esperienza quotidiana? In gran parte e semplicemente delle donne che, spinte dal bisogno di lavoro vengono a vivere in Italia per esercitare il mestiere di badanti e accudire persone anziane, malate e comunque non autosufficienti, laddove per gli uomini di questa nazionalità è assai più difficile trovare lavoro dalle nostre parti. Così accade che – ed entriamo nel merito della finzione teatrale di Massa – due giovani uomini decidano di travestirsi da donne per fare le badanti di una ragazza italiana paraplegica. Un travestimento evidente ma che, per motivi diversi ed esigenze opposte, non conviene a nessuno dei protagonisti della vicenda svelare ed ecco che scatta qui il nodo drammaturgico: la ragazza sa bene le sue due badanti, quelle due cameriere pazienti e servizievoli, vittime delle sue follie e dei suoi continui capricci isterici, sono in realtà due giovani maschi e sa bene, lo percepisce con chiarezza, che entrambi vivono nei suoi confronti delle continue pulsioni affettive ed erotiche mentre d’altro canto lei stessa sente forti le medesime pulsioni nei loro confronti. Tuttavia questo erotismo, pur condiviso, si trasforma in crudeltà, cinismo, disprezzo cul-turale reciproco, difficoltà di comprensione, diffidenza, desiderio frustrato, si trasforma in odio soffocato, in violenza bestiale, diretta e indiretta, in tentazione di prendere tutto e subito, in comicità grottesca, in voglia di fuggire (e di tornare in patria) ed in tragedia, in tragedia infine. Tutti elementi e sentimenti che sulla scena si concretizzano in gesti, azioni, parole, finzioni, densità di motivazioni reali e scenicamente verosimili, in cultura teatrale (la lezione de Le Serve di Genet è visibilissima ma senza vuote citazioni) e soprattutto in lettura, autenticamente politica, di un segmento vivo e bruciante della nostra contemporaneità nazionale, europea ed occidentale. Uno spettacolo davvero interessante insomma, pensato ed equilibrato con tre protagonisti di grande efficacia sulla scena. Unico difetto (ma si era già notato nel “Riccardo III”, lo spettacolo precedente di questo ensemble) l’uso di alcuni elementi simbolici (tra gli altri, la bandiera turchese stellata dell’Unione Europea e una maglietta azzurra addosso alla ragazza con su scritto “150 anni di mafia”) che rendono troppo evidente ed esplicito il punto di vista politico della messinscena: ovvero la critica all’ipocrisia politica, italiana ed europea, che crea e allo stesso tempo combatte con colpevole ferocia queste mostruosità sociali e culturali. Si tratta di una e-splicitazione non solo superflua, ma che aggiunge alla costruzione di senso dello spettacolo elementi retorici di “(anti)-politicamente corretto” che stridono davvero con l’autenticità (umana e politica) di quanto accade in scena.

Paolo Randazzo

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