Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘AUTORI CONTEMPORANEI’ Category

Il Cantico di Roberto Latini a Castrovillari 2017

Posted by identitalterit su 22 giugno 2017

CASTROVILLARI. Il primo interrogativo che ci visita immediatamente dopo aver visto “Il cantico dei cantici” di Roberto Latini, l’interrogativo più urgente, non riguarda tanto il “come” di questo spettacolo, ma davvero il suo, o i suoi, “perché”: si possono infatti pensare, trovare e poi scrivere moltissime cose sul “come” Latini ha costruito questo suo affascinante lavoro (riferimenti testuali, iconici, elementi spaziali, musicali, stratificazioni, sotto-testi, elementi meta-teatrali), che è andato in scena, in anteprima nazionale, il 3 giugno scorso a Castrovillari (Primavera dei teatri 2017) nella Sala Consiliare, ma la domanda a cui una riflessione critica non può sfuggire è “perché”: perché ha scelto questo testo? Perché lo ha voluto riscrivere scenicamente? Perché proprio il biblico Cantico dei Cantici? Inseguendo quale necessità culturale o politica, quale urgenza? Una domanda, complessa, a cui si può anche non saper o non poter rispondere, ma che non va elusa. Occorre invece, onestamente, perderci un po’ la testa. Perché mai un teatrante italiano, attore, interprete, regista, raffinatissimo performer, amato dal pubblico e dalla critica, geniale persino nel costruire il suo inconfondibile linguaggio scenico, decide di accostarsi a un antico testo ebraico di meravigliosa bellezza composto o formalizzato, secondo l’opinione più diffusa, intorno al IV secolo a.C. (ma probabilmente sulla trama di un vasto e assai più antico patrimonio tradizionale di canti e poesie di argomento erotico) e finito, con non poche difficoltà, nel canone biblico? Perché costruire oggi uno spettacolo su un testo del genere? Quale percorso intellettuale può indurre a questo esito? Latini ci tiene a ricordare che si tratta della quarta tappa del suo progetto Noosfera (dopo Lucignolo, Titanic e Museum: «“noosfera”, dalla reinterpretazione di un concetto legato alla sfera del pensiero umano, sintetizza e definisce una sorta di “coscienza collettiva”») e che, soprattutto, la sua traduzione del testo antico e la costruzione scenica che ne propone partono dal presupposto che questo testo sia totalmente estraneo a qualsiasi contenuto, senso, afflato religioso, mistico o anche solo spirituale. Si lavora su un testo d’amore pieno e carnale tra un uomo e una donna, tra due giovani amanti, un testo antichissimo e (anche) per questo senza tempo, assoluto, un testo del quale si percepisce tutta la potenza dell’ispirazione erotica e si tralascia qualsiasi significazione allegorica che le tradizioni ebraica e cristiana hanno (o avrebbero) proiettato su di esso. La scelta di Latini è chiara, radicale, non ammette repliche o dubbi (che pure sarebbero legittimi, perché magari in duemila anni la tradizione qualcosa di interessante avrà pur detto). Ma perché portare in scena questi versi d’amore, proprio questi, non appare del tutto chiaro. Occorre a questo punto arrendersi, ritornare alla forma, ritornare al “come”, provare a ricostruire dalla stessa evidenza materiale di questo spettacolo un suo senso possibile. C’è un varco che può consentire una risposta: il/la protagonista della messinscena è un dj, un androgino, un clochard che dorme su una panchina e al risveglio, da una postazione radio, declama on air i meravigliosi versi del Cantico, li declama e, forse ancor più e prima che declamarli, li attraversa, li vive, li danza (al suono di una gamma di musiche che va da Raffaella Carrà ai Placebo), ne gioisce, li subisce arrendendosi alla loro primitiva potenza, li accoglie nel proprio corpo sessuato e nella presenza/assenza della persona amata a cui pare rivolgersi e con cui, a tratti, pare dialogare a distanza. Lo straniamento rispetto ad ogni attesa che la tradizione (religiosa, artistica, culturale) avrebbe supportato è totale ed è superfluo dire che si tratta di Latini che interpreta, amplia e approfondisce il mondo poetico e il linguaggio di Latini, nel bene e nel male. Un essere umano dunque: non una ragazza, non un ragazzo, non un uomo, non una donna, non un trans, un essere umano unico, assoluto, autentico, innamorato, autentico perché innamorato. E si parla dell’amore, del suo apparire e del suo impensato deflagrare in una condizione di perturbante alterità, si parla della sua essenza che è onirica e però morde e incide la nostra carne; si parla dell’amore che ci cura e ci ammala allo stesso tempo, che ci salva e ci tiene in vita perché, lui sì, è più forte della morte. Ecco, forse, il senso profondo di questo spettacolo e non era affatto superfluo ribadirlo con la cruda verità della poesia e di un corpo teatrale che dalla poesia sa farsi possedere senza ritegno.

Paolo RANDAZZO

 

Adattamento e regia Roberto Latini,

Musiche e suoni di Gianluca Misiti, luci e tecnica di Max Mugnai, con Roberto Latini. Organizzazione di Nicole Arbelli, foto di Fabio Lovino / Angelo Maggio. Produzione di Fortebraccio Teatro con il sostegno di Armunia Festival – Costa degli Etruschi; con il contributo di MiBACT e Regione Emilia-Romagna.

 

LINK DA DRAMMA.IT

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Avdo Mededovic: who is Advo?

Posted by identitalterit su 25 febbraio 2017

 

 

 

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Libertà e destino nella tragedia greca.

Posted by identitalterit su 31 gennaio 2017

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Nel fuoco in chorus di Peppe Massa, Sutta scupa.

Posted by identitalterit su 11 gennaio 2017

PALERMO. “Nel fuoco in chorus (reprise)” di Giuseeppe Massa è uno spettacolo interessante perché, pur dispiegandosi in una dimensione di costruzione ampia e corale, riesce a conservare il tagliente rigore politico che lo aveva caratterizzato positivamente nella forma scenica del monologo. Lo si è visto in scena a Palermo, ai Cantieri culturali della Zisa (Sala Perriera), il 29 e 30 dicembre scorsi. La vicenda rappresentata è quella realmente accaduta del suicidio di Noureddine Adnane, un giovane migrante marocchino, venditore ambulante, indotto al suicidio (l’11 febbraio 2011 si dà fuoco, in pieno giorno, a Palermo) dalle continue vessazioni di alcuni agenti della polizia municipale che gli ingiungevano continuamente (in malafede) di spostarsi e vendere altrove la sua povera mercanzia. In scena: Chadli Aloui (attore intenso e capace di misura nel ruolo del protagonista Noureddine Adnane) e poi il coro multietnico di vigili urbani composto da Joseph Anane, Emiliano Brioschi, Mohamad Dani, Paolo Di Piazza, Ilenia Di Simone, Irene Enea, Hamidou Jallow, Valentina Lupica, Max Mondon, Frank N’guessan, Giuseppe Tarantino; suoni e musiche di Giuseppe Rizzo, scene e costumi di Linda Randazzo e Mattia Pirandello. L’esemplarità tragica della vicenda appare evidente a occhio nudo e Massa, quasi brechtianamente, sa coglierla e non fa nulla per nasconderla, anzi la mette bene in evidenza: quei vigili urbani diventano maiali tutti rosa (nell’immagine si condensano insomma il giudizio politico e la memoria colta che attinge a Orwell) e la polis (qualunque polis e per Palermo il discorso diventa paradossale e persino grottesco, visto il suo rinomato e diffuso culto della legalità) che, nascondendosi nella vigliaccheria ipocrita delle leggi da applicare in modo ferreo, rifiuta e umilia l’alterità e non accoglie con umanità lo straniero indifeso, pecca inevitabilmente di hybris e sarà colpita e travolta da chi non ha nulla da perdere e non ha paura di morire. Noureddine aveva solo il suo nome, la sua dignità di uomo e di lavoratore (un venditore ambulante non è un mendicante), il sogno di tornare prima o poi in Marocco con qualche soldo in più per la sua piccola Habibi, senza deludere la sua bambina. Niente di più, eppure quel poco glielo toglievano in branco irridendolo (lo chiamavano Franco per non scomodarsi a imparare il suo vero nome arabo), minacciandolo, mordendolo crudelmente (spostati! Sposta la tua mercanzia, sposta quelle bamboline) meschinamente. La forma corale consente inoltre di innestare nel soggetto centrale, che è l’acre e dolorosa vicenda di Noureddine, una lunga serie di motivi, allusioni, possibilità che accrescono l’interesse di questo lavoro senza appesantirlo più di tanto: il contesto umano degradato delle periferie urbane (il vecchio bar come unico luogo di socialità e incontro), la grettezza del linguaggio e dell’immaginario delle tifoserie, il contesto multietnico che non è – in quanto tale – garanzia di rispetto e di convivenza pacifica, l’incrociarsi e fondersi delle lingue e dei dialetti (siciliano, arabo, italiano, francese), il disagio sociale che diventa aggressività e violenza gratuita, il ribaltarsi del luogo comune di “Palermo città naturaliter accogliente” (invece no: per l’accoglienza e l’integrazione ci vuole sempre la responsabilità di scelte e politiche attive), la riflessione tormentata sul senso politico del suicidio (rivolta o resa?), il ricordo della più antica cultura popolare mediterranea che torna come patria perduta (è struggente e bellissima l’antica nenia calabrese che viene cantata dal coro prima della fine). _blg1596-1Il rischio evidente, tangibile è quello di cadere nella retorica dell’ovvio, del politicamente corretto, dell’esemplarità astratta, “dei buoni e cattivi” separati con netto manicheismo: Massa ne sembra lucidamente consapevole, ma resta in equilibrio e, sostanzialmente, riesce quasi sempre a schivarlo. “Quasi”, però: occorre dire “quasi”, perché in fondo, in un mondo – il nostro mondo – che quotidianamente si avvelena di marketing politico e commerciale, che è diventato totalmente cieco e sordo di fronte al dolore degli “altri” e alla dignità calpestata, un po’ di  retorica politica in buona fede (ad esempio il dialetto lümbard di uno dei vigili aguzzini) è davvero un male veniale, del tutto perdonabile. Ciò che invece sembra mancare maggiormente è una riflessione percepibile, prospettica, sul fatto che la violenza del gesto di Noureddine, una violenza che il giovane maghrebino ha rivolto contro se stesso come gesto di dignità e di rivolta, porta invece oggi moltissimi altri Noureddine a farsi assassini fanatici, li porta a imbottirsi di tritolo e farsi scoppiare in mezzo a persone innocenti. Da questo punto di vista del resto, dicono di più e (purtroppo) sono maggiormente profetiche le frasi deliranti e razziste che accompagnarono sui social il suicidio del giovane nord africano e che Massa, anche in questa versione dello spettacolo propone al pubblico a chiusura del suo lavoro.

Paolo Randazzo.

link da dramma.it.

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Roberto Latini: “I Giganti della montagna” di Pirandello

Posted by identitalterit su 27 luglio 2016

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