Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘AUTORI CONTEMPORANEI’ Category

Avdo Mededovic: who is Advo?

Posted by identitalterit su 25 febbraio 2017

 

 

 

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Libertà e destino nella tragedia greca.

Posted by identitalterit su 31 gennaio 2017

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Nel fuoco in chorus di Peppe Massa, Sutta scupa.

Posted by identitalterit su 11 gennaio 2017

PALERMO. “Nel fuoco in chorus (reprise)” di Giuseeppe Massa è uno spettacolo interessante perché, pur dispiegandosi in una dimensione di costruzione ampia e corale, riesce a conservare il tagliente rigore politico che lo aveva caratterizzato positivamente nella forma scenica del monologo. Lo si è visto in scena a Palermo, ai Cantieri culturali della Zisa (Sala Perriera), il 29 e 30 dicembre scorsi. La vicenda rappresentata è quella realmente accaduta del suicidio di Noureddine Adnane, un giovane migrante marocchino, venditore ambulante, indotto al suicidio (l’11 febbraio 2011 si dà fuoco, in pieno giorno, a Palermo) dalle continue vessazioni di alcuni agenti della polizia municipale che gli ingiungevano continuamente (in malafede) di spostarsi e vendere altrove la sua povera mercanzia. In scena: Chadli Aloui (attore intenso e capace di misura nel ruolo del protagonista Noureddine Adnane) e poi il coro multietnico di vigili urbani composto da Joseph Anane, Emiliano Brioschi, Mohamad Dani, Paolo Di Piazza, Ilenia Di Simone, Irene Enea, Hamidou Jallow, Valentina Lupica, Max Mondon, Frank N’guessan, Giuseppe Tarantino; suoni e musiche di Giuseppe Rizzo, scene e costumi di Linda Randazzo e Mattia Pirandello. L’esemplarità tragica della vicenda appare evidente a occhio nudo e Massa, quasi brechtianamente, sa coglierla e non fa nulla per nasconderla, anzi la mette bene in evidenza: quei vigili urbani diventano maiali tutti rosa (nell’immagine si condensano insomma il giudizio politico e la memoria colta che attinge a Orwell) e la polis (qualunque polis e per Palermo il discorso diventa paradossale e persino grottesco, visto il suo rinomato e diffuso culto della legalità) che, nascondendosi nella vigliaccheria ipocrita delle leggi da applicare in modo ferreo, rifiuta e umilia l’alterità e non accoglie con umanità lo straniero indifeso, pecca inevitabilmente di hybris e sarà colpita e travolta da chi non ha nulla da perdere e non ha paura di morire. Noureddine aveva solo il suo nome, la sua dignità di uomo e di lavoratore (un venditore ambulante non è un mendicante), il sogno di tornare prima o poi in Marocco con qualche soldo in più per la sua piccola Habibi, senza deludere la sua bambina. Niente di più, eppure quel poco glielo toglievano in branco irridendolo (lo chiamavano Franco per non scomodarsi a imparare il suo vero nome arabo), minacciandolo, mordendolo crudelmente (spostati! Sposta la tua mercanzia, sposta quelle bamboline) meschinamente. La forma corale consente inoltre di innestare nel soggetto centrale, che è l’acre e dolorosa vicenda di Noureddine, una lunga serie di motivi, allusioni, possibilità che accrescono l’interesse di questo lavoro senza appesantirlo più di tanto: il contesto umano degradato delle periferie urbane (il vecchio bar come unico luogo di socialità e incontro), la grettezza del linguaggio e dell’immaginario delle tifoserie, il contesto multietnico che non è – in quanto tale – garanzia di rispetto e di convivenza pacifica, l’incrociarsi e fondersi delle lingue e dei dialetti (siciliano, arabo, italiano, francese), il disagio sociale che diventa aggressività e violenza gratuita, il ribaltarsi del luogo comune di “Palermo città naturaliter accogliente” (invece no: per l’accoglienza e l’integrazione ci vuole sempre la responsabilità di scelte e politiche attive), la riflessione tormentata sul senso politico del suicidio (rivolta o resa?), il ricordo della più antica cultura popolare mediterranea che torna come patria perduta (è struggente e bellissima l’antica nenia calabrese che viene cantata dal coro prima della fine). _blg1596-1Il rischio evidente, tangibile è quello di cadere nella retorica dell’ovvio, del politicamente corretto, dell’esemplarità astratta, “dei buoni e cattivi” separati con netto manicheismo: Massa ne sembra lucidamente consapevole, ma resta in equilibrio e, sostanzialmente, riesce quasi sempre a schivarlo. “Quasi”, però: occorre dire “quasi”, perché in fondo, in un mondo – il nostro mondo – che quotidianamente si avvelena di marketing politico e commerciale, che è diventato totalmente cieco e sordo di fronte al dolore degli “altri” e alla dignità calpestata, un po’ di  retorica politica in buona fede (ad esempio il dialetto lümbard di uno dei vigili aguzzini) è davvero un male veniale, del tutto perdonabile. Ciò che invece sembra mancare maggiormente è una riflessione percepibile, prospettica, sul fatto che la violenza del gesto di Noureddine, una violenza che il giovane maghrebino ha rivolto contro se stesso come gesto di dignità e di rivolta, porta invece oggi moltissimi altri Noureddine a farsi assassini fanatici, li porta a imbottirsi di tritolo e farsi scoppiare in mezzo a persone innocenti. Da questo punto di vista del resto, dicono di più e (purtroppo) sono maggiormente profetiche le frasi deliranti e razziste che accompagnarono sui social il suicidio del giovane nord africano e che Massa, anche in questa versione dello spettacolo propone al pubblico a chiusura del suo lavoro.

Paolo Randazzo.

link da dramma.it.

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Roberto Latini: “I Giganti della montagna” di Pirandello

Posted by identitalterit su 27 luglio 2016

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L’onorevole.

Posted by identitalterit su 23 gennaio 2015

Il mistero del potere che invade e corrompe le anime: è questo in sostanza il cuore drammaturgico de “L’onorevole” lo spettacolo concepito e diretto da Vetrano e Randisi che, prodotto dal Teatro Biondo di Palermo (insieme con Emilia Romagna Teatro), ha debuttato sulla scena dello Stabile Palermitano dal 9 al 18 gennaio per cominciare quindi il suo tour nazionale a partire ancora da alcuni altri teatri siciliani. Lo spettacolo è costruito a partire dall’omonimo testo di Leonardo Sciascia (del 1965) e vede in scena Enzo Vetrano (Il professor Frangipane, poi onorevole e ministro), Laura Marinoni (la moglie), Aurelio D’Amore (il figlio), Aurora Falcone (la figlia), Angelo Campolo (il fidanzato della figlia), Stefano Randisi (Monsignor Barbarino), Giovanni Moschella (Don Giovannino Scimeni), Antonio Lo Presti (Agostino Micciché), Alessio Barone (Margano). Il mistero del potere si diceva: il percorso umano di un oscuro professore di lettere, Frangipane, di un liceo della profonda provincia siciliana del dopoguerra, che si arrabatta a mantenere la famiglia, arrotando il suo magro stipendio con i ricavi di lunghe e insopportabili ripetizioni di latino e che improvvisamente è convinto a candidarsi al parlamento e a intraprendere una lunga e fortunata carriera politica che lo vedrà più volte rieletto e infine ministro. Una parabola, un apologo politico e morale, alla fine del quale quest’uomo, smarriti i valori e gli ideali che lo hanno accompagnato nel suo lavoro di insegnante liceale e nel suo ruolo di padre e marito, è totalmente trasformato in un grigio odiatore della morale, in un ubbidiente ingranaggio di una infernale macchina di compromessi, intrighi, tradimenti: rifiuta ogni obiezione bollandola come vuoto moralismo («…il moralismo è una specie di filossera della pratica politica») e, convinto che «non si può governare senza colpa», finisce col farsi coinvolgere in losche speculazioni politico-mafiose. L’allestimento di Vetrano e Randisi appare quindi diretto a mettere in luce questo mistero e la complessità del suo avverarsi, a sondarne i segreti avanzamenti, le paure che lo accompagnano, gli slanci ambiziosi, le incertezze, le accelerazioni per farsi coraggio. E ogni elemento è, giustamente, rivolto a questo obiettivo: a partire dal lavoro degli interpreti (un po’ troppo dimesso, per la verità, Enzo Vetrano; bravissima, come sempre, e vitale, Laura Marinoni ma forse poco adatta al ruolo della moglie di Frangipane proprio perché troppo vitale già nella sua figura; convincente Randisi che sa rendere monsignor Barbarino con una efficace mescolanza di untuosa e curiale sottigliezza e disinvolta determinazione). Interessanti, colte e ben congegnate sono le scene di Mela Dell’Erba che, manovrate e montate a vista, dal senso quasi claustrofobico della stanzetta, dove all’inizio Frangipane tiene le sue lezioni, al salone elegantemente arredato della casa del ministro, raccontano bene, quasi autonomamente, il senso profondo della vicenda che va dispiegandosi. C’è tuttavia qualcosa che non torna in questo allestimento: se l’idea era infatti quella di riflettere in astratto sul mistero del potere, quasi fosse un elemento stabile della natura umana, e considerare quindi il testo sciasciano come un exemplum che vale ieri esattamente come oggi, allora ci si sarebbe aspettati un’audacia ben maggiore nella formalizzazione dello spettacolo o, almeno, quell’autonomia di lettura che ha caratterizzato negli anni, e assai positivamente, il lavoro di questi artisti (si pensi soprattutto ai diversi lavori su Pirandello e, d’altro canto, alla chiara ascendenza pirandelliana di questo stesso testo di Sciascia). Se invece l’idea era quella di attenersi al testo sciasciano per ritrovare in esso, proprio nella sua critica feroce ed esplicita al potere democristiano dell’Italia del secondo novecento, il senso profondo di ciò che è accaduto, e ancora sta accadendo, nell’Italia contemporanea, allora sarebbe stata più congrua una caratterizzazione dello spettacolo ben più decisamente politica e realistica. Del resto, l’esperienza del potere democristiano è un’esperienza di potere definitivamente passata certo, ma ancora presente nella memoria e nel concreto vissuto di moltissimi italiani (specialmente in Sicilia e nel Sud Italia) e, se solo si pensa alla vuota sguaiataggine del marketing politico contemporaneo, capace di esercitare, paradossalmente, persino un certo fascino. In altre parole, la sensazione che in alcuni momenti questo spettacolo giri a vuoto dipende probabilmente da una incerta focalizzazione del senso politico da attribuire al testo sciasciano in relazione all’oggi.

Paolo Randazzo

Link da Dramma.it

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