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olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘AUTORI MEDIEVALI’ Category

Tra Eduardo e Pirandello una questione di famiglia

Posted by identitalterit su 30 dicembre 2014

Certo in questi giorni, proprio in questi giorni, recensire un libro Carocci, un saggio specialistico, può sembrare quasi una presa di posizione e, in qualche modo, lo è davvero. Forse, al di à di quel che si è detto e scritto delle recenti vicende aziendali di Carocci, occorrerebbe che il nostro Paese e chi lo guida in ogni campo (non solo la politica, ma anche l’imprenditoria) si rendesse conto, e rendesse operativa questa consapevolezza, che “specialistico”, nella produzione artistica e in quella intellettuale, vuol dire prezioso e che solo scommettendo su ciò che è prezioso si può ancora costruire valore e ricchezza per il futuro. Immagine mostra. I libri in maschera - Luigi Pirandello e le bibPiccola, ma necessaria, premessa per raccontare, quasi provocatoriamente dunque, una delle ultime uscite della saggistica universitaria di Carocci, ovvero “Eduardo e Pirandello, una questione familiare nella drammaturgia italiana” di Dario Tomasello, giovane e valente italianista siciliano dell’Università di Messina, che si segnala non solo per l’attenzione accademica alle vicende della drammaturgia italiana novecentesca e contemporanea, ma soprattutto per quella rivolta alla complessità della concreta prassi teatrale, on stage, che lo ha portato in questi anni a occuparsi, da studioso e da critico militante, soprattutto del teatro siciliano moderno e contemporaneo. Nel merito di questo nuovo saggio è da rilevare l’attenta, informata e pazientissima auscultazione incrociata di diverse pagine e opere di Pirandello (a partire dalla visionaria lettera del 4 dicembre 1887 in cui il drammaturgo, appena ventenne, afferma di voler conquistare il teatro drammatico) e di Eduardo De Filippo (Questi fantasmi e Sik Sik, l’artefice magico, su tutte): una lettura che si concentra a sondare la tormentata e inquieta dimensione “familiare” del rapporto vitale tra questi due maestri del teatro italiano novecentesco, personalità così diverse e tuttavia pur così legate: «Il Pirandello perennemente alla ricerca di figli, in guisa di personaggi o allegorie fantasmatiche che offrano un risarcimento alla vita, incrocia l’Eduardo ansioso e disilluso, al contempo, riguardo alla paternità drammaturgica e naturale che lo riguarda. La famiglia diventa, non a caso, il nodo delicato del cortocircuito delle due rispettive poetiche, articolando una riflessione disincantata e algida in Pirandello e farsesca o nostalgica in Eduardo». copertina tomaselloIl tutto per giungere, capitolo dopo capitolo, alla conclusione che: «la distinzione tra la poetica di Pirandello e quella di Eduardo si basa essenzialmente sull’incolmabile divario scaturito da una visione della pratica teatrale: all’insegna dell’insofferenza per Pirandello e fonte di consolazione per Eduardo. Si potrebbe dire, anzi, che tutto ciò che risulta meta-teatrale in Pirandello, diventa intra-teatrale in Eduardo. Non si tratta di un capzioso distinguo. Il discorso pirandelliano sul teatro può talora essere stato un discorso del teatro sul teatro, il discorso eduardiano è sempre un discorso del teatro al teatro».

Link da Europa.

Paolo Randazzo

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La Sicilia (e i siciliani) al tempo del dominio musulmano

Posted by identitalterit su 7 novembre 2014

Luoghi, uomini e cose dell’isola tra il IX e l’XI secolo: un formidabile libro di Salvatore Tramontana, destinato a diventare un classico del settore
La Sicilia (e i siciliani) al tempo del dominio musulmano

Ed è all’interno di questa dialettica che va letto anche L’isola di Allah di Salvatore Tramontana (Einaudi, 2014 pp., XII-420, € 28,00): un libro formidabile col respiro e la fecondità di uno studio che non solo resterà un classico del suo settore, ma può anche dare l’abbrivio a moltissimi altri studi ed approfondimenti.

Un testo che però, giustamente, esige d’esser letto lentamente perché anche questo segmento della storia e della cultura siciliana, a narrarlo ed assimilarlo con superficialità, rischia la devastante deriva della banalizzazione inutile e fuorviante.

Copertina Isola di AllahTramontana racconta, invece, analiticamente la complessità delle vicende del dominio musulmano in Sicilia, ripercorrendone velocemente i fatti politico-militari della conquista dell’isola fino ad allora dominata, seppur con gravi debolezze e contraddizioni, dai bizantini, del consolidamento del potere fino al disgregarsi dell’Emirato retto dalla dinastia Kalbita nell’XI secolo: dalle prime razzie allo sbarco a Mazara del Vallo nell’827 sotto il comando di Asad Ibn al Furat (singolarmente non un guerriero ma un dotto giureconsulto), dalla lenta ma inesorabile conquista delle città alle lotte intestine tra le varie componenti etniche e tribali presenti già nella composizione dell’armata islamica (con la presenza, spesso maggioritaria, della componente berbera) che rendono complessa la fase di consolidamento e poi la gestione del potere, dai rapporti col potere bizantino e poi con gli stessi siciliani, cristiani o ebrei che fossero, alla naturale collocazione dell’isola nel panorama strategico del mondo musulmano e specialmente di quello nordafricano Aglabita di Kairouan.

Ma è nei successivi tre capitoli che questo libro mostra tutta la sua ricchezza e il suo fascino: le vicende politico-militari lasciano spazio, infatti, alla descrizione del paesaggio agrario e delle sue significative modificazioni, alle nuove colture importate dagli arabi con un sostanziale rinnovamento delle modalità di sfruttamento e d’uso delle risorse idriche, quindi si passa al racconto della vita interna alle città e, pur nella grande carenza di fonti, di Palermo in particolare, con la vivacità della sua vita civile e culturale e con lo splendore delle sue numerosissime moschee, infine alla ricostruzione attenta dei rapporti coi circuiti commerciali; rapporti che erano, del resto, il motivo profondo dell’importanza e della centralità della Sicilia nel panorama mediterraneo.

E così si apprende che, se è vero che negli anni della dominazione araba furono introdotti in Sicilia i “giardini” degli agrumi (arance amare, limoni, cedri) e migliorate diverse altre coltivazioni intensive (la vite anzitutto), fu ancora la produzione estensiva dei cereali, presente da millenni nell’isola, a restare la base fondamentale di sostentamento e persino di successo commerciale per il potere dominante.

Si scopre che sempre a Palermo, proprio dietro al muro esterno della Kalsa verso nord, c’era unRibat, ovvero uno spazio enorme destinato a raccogliere «i nomadi, gli emarginati, gli sbandati, i contestatori, quanti, spinti ai margini delle strutture economiche e sociali delle proprietà terriere soggette a profondi processi di trasformazione, giungevano dalle campagne e trovavano difficoltà di inserimento, in una parola: gli abusivi».

Si vengono a conoscere, insieme con la diffusione della produzione e dell’uso del sale e dello zucchero di canna, da usare al posto del miele (con la conseguente produzione di prelibati dolciumi), insieme con la produzione e la decorazione di straordinarie ceramiche e di raffinatissimi capi d’abbigliamento femminile (un settore in cui pare che le donne cristiane cedessero volentieri alle tentazioni della moda araba), le miserie e le violenze legate al contrabbando tra musulmani e cristiani (con buona pace, assai spesso, dei valori non negoziabili), al fiorente commercio e alla massiva presenza di schiavi, al ricco mercato delle armi.

 

Paolo Randazzo

 

Link Europa

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Gerusalemme, La Mecca, Roma, le infinite vie dei pellegrini

Posted by identitalterit su 6 novembre 2014

Attilio Brilli rievoca il pellegrinaggio religioso verso le grandi mete religiose, che i cristiani iniziarono a visitare già dal III secolo, fino alla capitale della cristianità.

Gerusalemme, La Mecca, Roma, le infinite vie dei pellegrini

Ecco un libro che si può leggere come un romanzo e che, come un romanzo, intriga e rapisce il lettore, eppure si tratta di un saggio, di un bellissimo saggio che affronta uno dei topoi più antichi della nostra cultura, ovvero l’esperienza del pellegrinaggio individuata, studiata nel suo senso profondo ed esposta dal periodo medievale fino agli albori della civiltà moderna.

Un’esperienza che nel tempo si è andata modificando, indebolendo nelle sue ragioni spirituali e intrecciando alla riscoperta del viaggio nella tradizione greco-romana col suo grande archetipo omerico. Parliamo diGerusalemme, La Mecca e Roma, storie di pellegrinaggi e di pellegrini (il Mulino) di Attilio Brilli che si conferma non solo uno straordinario studioso, capace di argomentare rigorosamente e di muoversi agilmente in una vera e propria selva di fonti (cronache, resoconti, memorie, narrazioni,mirabilia, nonché raccolte e preziosissime trascrizioni ottocentesche delle relazioni di pellegrinaggio medievali), ma anche narratore che sa concedere grazia e misura alla sua scrittura. In questo saggio più di tutto colpiscono le immagini.

Le strade infinite dei pellegrini, le rotte, le navi (le maleodoranti galere), i porti d’imbarco, gli approdi, i pericoli da affrontare e poi le mura e la città di Gerusalemme, centro del mondo, i luoghi dell’Antico e del Nuovo Testamento e le stazioni della via Crucis, luoghi in cui davvero al pellegrino medievale sembra di avvertire il fremito della terra toccata dal Dio vivente e di sperimentare concretamente un dimensione sacra del tempo, un’autentica sospensione della dimensione quotidiana e cronologica.

Quindi l’Arabia con le grandi carovane che, come città semoventi, attraversano lentamente deserti sterminati e roventi per giungere allo Hijaz, la terra santa, con le oasi, le piste d’avvicinamento e con le città sante sopratutto, La Mecca (la meravigliosa e ricchissima madre delle città) e Medina, e per permettere ai pellegrini di compiere il sacro ufficio dello Haij, il pellegrinaggio rituale (uno dei cinque pilastri dell’Islam), momento quanto mai emozionante e unificante dei musulmani di tutte le provenienze sociali e geografiche.

Infine le vie, le tantissime vie che portano a Roma, l’altra Gerusalemme, il cuore della cristianità, e i passi dei pellegrini “romei”, il loro status, il loro abbigliamento (la schiavina, il bordone), i simboli, i santi protettori (il gigante San Cristoforo, San Giuliano ospitaliere, San Rocco pellegrino), le inenarrabili fatiche, i pericoli (le malattie, il brigantaggio), la costante presenza della morte e infine la grandiosa visione della Roma medievale in cui i monumenti del passato repubblicano e imperiale, a partire dalle mura aureliane, si fondono con le basiliche cristiane (le sette stazioni che, una volta giunti a Roma, costituiscono quasi un pellegrinaggio nel pellegrinaggio: San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, Santa Croce di Gerusalemme, San Paolo e San Lorenzo fuori le mura, San Sebastiano e San Pietro) in un paesaggio ampio, desolato e quasi spettrale, fortemente agricolo e comunque radicalmente diverso da quello della città attuale che si è sviluppata a partire dal Rinascimento.

Un pellegrinaggio, quello romano, che, a cavallo tra il XII e il XIII secolo, conosce un esiziale periodo di decadenza del proprio prestigio: decadenza dovuta al continuo accrescersi dei pericoli connessi al percorso, alla pessima fama della esasperata speculazione dei romani sulla pelle dei pellegrini (cresce a dismisura la presenza di alberghi, ostelli, locande, bettole e osterie d’ogni risma) e, soprattutto, allo scandalo crescente della corruzione curiale.

Molto incide anche, in questo senso, la conquista crociata di Gerusalemme che rinnova con forza il richiamo del pellegrinaggio in Terra Santa e, di conseguenza, anche l’accrescersi dell’importanza del pellegrinaggio (il camino) verso il santuario spagnolo di Compostela che dell’apostolo Giacomo (divenuto santo guerriero e matamoros) conservava i resti giunti misteriosamente, e quindi provvidenzialmente, nell’estremo occidente della Galizia.

Un’importanza dovuta peraltro anche ad un’oculata gestione politica del significato di tale pellegrinaggio da parte del vescovo Diego Gelmírez che, nel primo trentennio del XII secolo, tentò di proporre Compostela, in concorrenza con Roma e in autonomia da essa, quale punto di riferimento non solo della cristianità ispanica ma dell’intera cristianità occidentale attraversata dai nuovi fermenti riformatori provenienti da Cluny.

Mutamenti profondi, globali, che preludono all’avvento della civiltà moderna e, con questa, al trasformarsi dell’esperienza del pellegrino in quella tutta mondana del viaggiatore che si libera dell’ingenuo afflato spirituale del suo predecessore medievale e riscopre, come dirà nel 1580 sir Philip Sidney: «l’occhio curioso di Ulisse».

Paolo Randazzo

 

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