Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘Danza’ Category

A. Semu tutti devoti tutti – Zappalà danza

Posted by identitalterit su 6 marzo 2019

CATANIA. “A. Semu tutti devoti tutti?” rappresenta un episodio importante della vicenda artistica di Roberto Zappalà. Così dieci anni fa, quando fu presentato per la prima volta, così anche oggi, riallestito e presentato al pubblico del Teatro Verga nel contesto della stagione in corso dello Stabile Etneo. Perché importante? Perché, al di là del pur straordinario dato formale, si tratta sostanzialmente di una una messa a fuoco concettuale, di un chiarimento definitivo, di un prender le misure e mettere le giuste distanze tra l’intelligenza creativa, potente, feconda, raffinata e cosmopolita di Roberto Zappalà e di tutto il suo ensemble e il magma incandescente della sua Catania, della cultura popolare in cui è cresciuto e che in qualche modo, madre e matrigna, continua ad abbracciarlo. Un chiarimento positivo, più che affettuoso ma al contempo severo e senza ambiguità, un chiarimento che si dispiega su una linea di faglia molto antica, tormentata, delicata: il culto antico e rovente di Sant’Agata, ovvero ciò che nessun catanese potrebbe mettere agevolmente in discussione criticamente continuando a definirsi tale. Un chiarimento con una parte ancestrale del nostro essere, una parte che magari sottovalutiamo, ma che si ripresenta viva e vibrante ogni volta che ci troviamo immersi in una di quelle masse di fedeli che rinnovano l’antichissima religiosità popolare (pagana e cristiana insieme) del Mediterraneo. Una religiosità rovente, impura, feroce, capace di accogliere nel suo ventre largo il bene e il male in ogni possibile declinazione. Il concept di questo spettacolo nasce dieci anni fa quando Zappalà decide di riflettere sulla vicenda del controllo mafioso di ampi segmenti dell’organizzazione pratica della festa di Sant’Agata (le bancarelle, la cera delle candele, le scommesse clandestine). Un controllo accettato spesso supinamente dal popolo, quasi come un fatto normale. Una sottocultura malata e mafiosa che sporca ancora – come anche alcuni fatti di quest’anno hanno dimostrato (fatta salva la determinata e coraggiosa reazione del vescovo) – un culto che invece è intriso non solo di sincera pietas religiosa, ma anche di grande partecipazione e teatralità barocca. Il tutto scritto (e oggi riscritto e riallestito) con i segni forti di una danza che si apre e vive e respira nei corpi e nei movimenti dei danzatori (Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Salvatore Romania, Fernando Roland Ferrer, Antoine Roux-Briffaud, Massimo Trombetta, il nuovo e giovane Alberto Gnola), nella loro tensione muscolare, nella lotta, nel corpo abbandonato, sensuale e mistico, totalmente e meravigliosamente nudo, di Maud De La Purification (ma in altre repliche di Valeria Zampardi), che è mosso in scena dai danzatori senza che mai possa toccare terra: un corpo che è sogno, desiderio, fantasma, fatica, opera d’arte. Sostanziale appare ancora l’apporto drammaturgico, in senso ampio, di Nello Calabrò: «È vero che siete innocui singolarmente e che imbarbarite nella folla? Diventate crudeli se costretti dalle circostanze?… Non è forse scritto? la mia casa sarà riguardata come casa di preghiera per tutte le genti. Chi ne ha fatto una caverna di ladri? una spelonca di ladri, una caverna di briganti…».E ancora, a far da contrappunto alla danza, a riempirne le vibrazioni, a inseguirne o anticiparne i percorsi, ecco le musiche raffinate, ma concrete e carnali anch’esse, dell’ensemble de “I Lautari” presenti in scena (Peppe Nicotra, Puccio Castrogiovanni e Salvo Farruggio). Un magma incandescente questo spettacolo in cui, se pur si conferma la presenza di alcuni elementi di debolezza (uno su tutti la chiusura con il video di Carmen Consoli), il segno di maggiore interesse appare senza dubbio l’accresciuta maturità dei danzatori che dopo ben dieci anni lo reinterpretano con una vigoria, un’intelligenza del gesto e una solidità artistica davvero straordinarie. Doti che Zappalà ha saputo cogliere di nuovo e mettere a frutto da par suo. Visto il 6 Febbraio al Teatro Verga di Catania.

Paolo Randazzo

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A. Semu tutti devoti tutti”, 3° tappa dal progetto “re-mapping Sicily” coreografia, regia, scene e luci di Roberto Zappalà; musica originale (eseguita dal vivo) di Puccio Castrogiovanni (Lautari); costumi di Marella Ferrera e Roberto Zappalà; drammaturgia di Nello Calabrò e Roberto Zappalà; testi di Nello Calabrò; realizzazione scene e costumi e assistenza Debora Privitera.
Interpretazione e collaborazione dei danzatori: Adriano Coletta, Maud del La Purification
Alain El Sakhawi, Alberto Gnola, Salvatore Romania, Antoine Roux-Briffaud Fernando Roldan Ferrer, Massimo Trombetta, Valeriaa Zampardi.  Musicisti: Peppe Nicotra, basso, Puccio Castrogiovanni, corde, marranzani e fisarmonica, Salvo Farruggio, percussioni, Peppe Nicotra, chitarre
Produzione Teatro Stabile di Catania, Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza, Centro di Produzione della Danza, in collaborazione con il Festival MilanOltre. Spettacolo vincitore del premio Danza&Danza 2009 come miglior spettacolo italiano. Crediti fotografici: Serena Nicoletti.

Link a Rumor(s)cena: 

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Aldes, danza: In girum imus nocte et consumimur igni

Posted by identitalterit su 8 febbraio 2019

CATANIA. Ci sono spettacoli perfettamente formalizzati ma non chiusi: non raccontano una storia definita, non l’attraversano, non la riflettono, piuttosto attirano lo spettatore in un campo più o meno ampio di sensi, di simboli, di significazioni e lì lo lasciano a smarrirsi, a interrogarsi, a ritrovarsi. Un campo, si badi bene, ben pensato e perfettamente costruito e delimitato dal magistero artistico dell’autore o – come in questo caso – dell’ensemble. È quanto vien fatto di pensare in relazione a In girum imus nocte et consumimur igni, il misterioso spettacolo di danza di Roberto Castello e della sua Compagnia Aldes, che si è visto a Scenario Pubblico, a Catania, il 19 gennaio scorso. Si tratta di un lavoro del 2015 ma vivo, vibrante, potente, ancora straordinariamente capace di parlarci. In scena a danzare ci sono Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Ilenia Romano; le luci, i costumi e la musica soprattutto (minimalista, ossessiva, fondamentale nella concezione di questo lavoro), sono dello stesso Castello. Uno spettacolo misterioso, circolare nella sua apparente immobilità, ipnotico nel ritmico dispiegarsi dei quadri viventi, dei movimenti, delle cellule coreografiche e del tappeto sonoro. È evidente che va in questa direzione anche la scelta del titolo (quel palindromo misterioso e antichissimo che sembra alludere, forse iniziaticamente, alla caducità della vita come ad uno stabile e circolare susseguirsi di bagliori che si consumano bruciando nel breve volgere di una notte). E ancora, si tratta di uno spettacolo “numinoso”, come direbbero gli antropologi: numinoso perché, negli infinitesimali spazi vuoti, bui e/o silenziosi che le cellule ritmiche e coreografiche implicano nel loro avvicendarsi, s’inseriscono come divinità bizzarre e sotterrane, necessari frammenti di senso e umanità che poi si rivelano per bagliori e illuminazioni e rendono intellegibile questo lavoro: indirizzano, suggeriscono legami segreti, parentele artistiche più o meno scoperte (esperienze internazionali di danza contemporanea e di teatro, la pittura dei fiamminghi, il cinema in bianco e nero, esperienze di graphic novel), rendono evidente la dimensione dell’assoluta mancanza di senso in cui si trova ad essere tragicamente gettata l’umanità, l’impossibilità oggettiva della speranza nella storia dell’uomo, la necessità di una dimensione minimale e fuggevole della gioia, l’impossibilità del cambiamento se non come fragile illusione necessaria prima del prossimo naufragio.

 

Di Roberto Castello/ALDES in collaborazione con la Compagnia. Interpreti: Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Ilenia Romano; luci, musica, costumi di Roberto Castello. Assistente: Alessandra Moretti; costumi realizzati da Sartoria Fiorentina, Csilla Evinger. Produzione: ALDES, con il sostegno di: MiBACT/Direzione Generale Spettacolo dal vivo, Regione Toscana/Sistema Regionale dello Spettacolo.

Crediti fotografici: Paolo Porto, Cristian Rubbio, AlessandroColazzo.

 

https://www.rumorscena.com/05/02/2019/vivere-bruciare-amare-il-successo-dello-spettacolo-di-roberto-castello-e-aldes-a-catania

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Pina Bausch – Vollmond

Posted by identitalterit su 5 maggio 2016

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Don Quijote, o dell’essenza della danza

Posted by identitalterit su 1 novembre 2015

CATANIA – Che il linguaggio della danza contemporanea sia oggi, tra le arti, il vero regno della polisemia e dell’allusività ci vuol poco a capirlo e che esso, nel ritmo e nella connotatività emotiva e politica dei corpi, sia affine alla poesia è altrettanto evidente. Ciò che tocca la danza contemporanea può insomma davvero diventare poesia, ma questo accade efficacemente solo nel contesto di una piena e lucida consapevolezza estetica. Ci sono diverse linee di riflessione che s’intersecano, e che quindi vanno esplorate, nel raccontare il “Don Quijote” realizzato daLoris Petrillo con la (consueta) consulenza drammaturgica di Massimiliano Burini e prodotto da Cie Twain. Una coreografia che s’è vista a Catania il 24 e 25 ottobre scorsi, nello spazio danza di Scenario Pubblico. On stageYoris Petrillo, Nicola Simone Cisternino, Giacomo Severini Bonazelli; musiche realizzate e assemblate dallo stesso Petrillo con la collaborazione di Pino Basile. Uno spettacolo complesso, colto, divertente persino.

La prima linea di riflessione non può che riguardare il soggetto letterario a cui l’autore dichiara, già nel titolo, di volersi ispirare: l’immortale storia del cavaliere Don Chisciotte (col fido scudiero Sancho Panza) di Cervantes, un classico inesauribile della cultura occidentale, una storia archetipica e molto complessa che si dischiude ad accogliere il senso profondo della nascita della società capitalistica e, d’altra parte, la fine di ogni idealismo non utilitaristico. Don Chisciotte è colui che non si arrende e – folle, saggio, sognatore, fantasma o marionetta – trova comunque il modo di combattere le sue buone battaglie. Da notare anche che l’aver scelto di costruire una coreografia entro i limiti esatti di una storia molto conosciuta, non limita la creatività dell’artista ma anzi ne esalta la capacità di espandere dall’interno le possibilità simboliche.petrillo2

La seconda linea di riflessione tocca un livello più profondo dello spettacolo e s’intreccia profondamente alla prima , pur restando assolutamente visibile: sembra che il coreografo voglia provare a portare la sua danza, il suo linguaggio coreografico, il suo stesso spettacolo nelle vaste terre del comico. Terre che Petrillo scopre facilmente nel testo di Cervantes in tutta la loro fertilissima consistenza e che restituisce nella loro straordinaria bellezza, attivando (ma talvolta non controllandoli del tutto) i meccanismi basici su cui si fonda il comico: ovvero il ritmo avvolgente dello spettacolo e il ribaltamento della realtà normata (l’emersione del basso-corporale, la caduta anzi il capitombolo, lo schiaffone, il grottesco, la disarmonia, l’ambiguità, l’ironia, la sberleffo esplicitamente rivolto al prepotente).

Ma come è noto, e come del resto lo stesso Petrillo sembra aver chiaro, la comicità è parente stretta della rivolta politica e dell’utopia ed ecco che all’interno di questa stessa linea di sviluppo s’innesta un serrato confronto verbale con la realtà contemporanea, con la pervasività delle dinamiche economiche (e/o finanziarie) che azzerano ogni tensione ideale dell’individuo. La terza linea di riflessione è più che altro la stessa carta d’identità di Petrillo, la sua storia e la sua tensione a vivere la danza non tanto come una disciplina o come uno specifico linguaggio artistico, quanto come scelta radicale: da questo punto di vista questo lavoro può in qualche modo esser definito una meta-coreografia, laddove molti segni di esso (sin dall’attacco iniziale con i tre danzatori che giocano col tutù in testa) stanno proprio ad indicare che in fondo il don Chisciotte che qui viene ad esser immaginato è in qualche modo il danzatore, colui che sceglie di concedere al corpo la facoltà di esprimersi e comunicare in piena autenticità.

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Paolo Randazzo

Link da rumorscena

 

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Agamennone, se il mito danza.

Posted by identitalterit su 1 novembre 2015

CATANIA – Forse è destino che ogni forma ed esperienza d’arte che si sviluppa in Occidente prima o poi debba confrontarsi col mito. È un destino che accomuna ogni forma d’arte ogni esperienza, ogni percorso, mentre sono pochissimi quelli che a questo destino si sottraggono. Non è certo questo il luogo per riflettere sui motivi (storici, culturali, antropologici) per cui ciò accade, ma è chiaro che, se ci si trova ad assistere al debutto di una coreografia intitolata “Agamennone (criminal case) di una compagnia siciliana, che negli anni ha fatto del rapporto col mistero della contemporaneità la sua primaria ragion d’essere, qualche domanda occorre porsela. Parliamo della coreografia di Petranura Danza che ha debuttato in prima assoluta a Catania a Scenario Pubblico il 16 ottobre scorso: in scena Salvo Romania (che della coreografia è l’autore, insieme con Laura Odierna), Valeria Ferrante (altra colonna della compagnia) ed ancora Jessica Eirado Enes e Filippo Domini; disegno luci e costumi rispettivamente di Mario Villano e Debora Privitera; le musiche, in gran parte originali, eseguite dal vivo in scena da Carlo Cattano (al sassofono) e da Raffaele Schiavo (voce e percussioni).

agamennone 2Dunque Agamennone: l’antichissimo mito che ci riporta all’Iliade e all’Orestea di Eschilo, il mito che si e ci interroga sul senso della giustizia basata sulla vendetta, che può a sua volta innescare un’infinita catena di vendette e può essere interrotta solo dall’avvento, sacrale e politico, di una giustizia che sa riconoscere le ragioni degli altri, o forse anche – sembra chiedersi Romania – da una considerazione del coacervo emozionale entro il quale nasce anche la violenza. Ecco lo scarto che rende interessante questa lettura: per interpretare e, quindi, per por fine alla violenza non basta capire le ragioni degli altri, comprenderle razionalmente, occorre anche, primariamente, capire le emozioni che ne costituiscono l’humus. E qual è la sede primaria delle emozioni (dolore, delusione, orrore, sete di vendetta, ferocia) e della comunicazione basica di esse se non il corpo? Ecco quindi la possibilità della danza, ecco la possibilità che l’intelligenza del corpo e delle emozioni trovi la sua lingua privilegiata e quasi necessaria nel linguaggio della danza: ecco la possibilità di questo spettacolo.

Uno spettacolo che è ben costruito, solido, equilibrato nei suoi vari segmenti: segue il mito (sostanzialmente negli snodi della versione eschilea: l’arrivo glorioso di Agamennone ad Argo, la trappola ordita da Clitennestra ed Egisto, la vana premonizione di Cassandra, l’assassinio, il trionfo degli assassini), lo attraversa e se ne serve liberamente senza restarne abbagliato e prigioniero. Sono le emozioni a guidare (e a comunicare) la costruzione del gesto e dei movimenti, anche nei momenti in cui è massimo il pathos, mentre il linguaggio coreografico di Romania sembra essersi alleggerito, depurato da ogni ansia, affettazione, venato di sana ironia. Un discorso a parte va fatto questa volta per le musiche, giacché esse davvero danno una marcia in più, in profondità e respiro culturale, a questo lavoro: sono respiri e sono echi lontani, dolore e gioia, voli e tonfi dell’anima, sono bisbigli e sono frastuono di navi, mercati, viaggiatori. Anche in questa dimensione musicale insomma, si scrive Agamennone  si legge uomo.

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Paolo Randazzo

link da Rumorscena.

 

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