Identità / alterità Blog

olbios ostis tes istorias esche mathesin (Euripide fr. 910) – Paolo Randazzo

Archive for the ‘storia’ Category

Pinuccio – Aldo Rapè

Posted by identitalterit su 6 marzo 2019

PALERMO. In ogni tradizione letteraria o teatrale o anche, genericamente, artistica ci sono dei motivi che ritornano, dei luoghi dello spirito e della riflessione/mimesi/invenzione letteraria o teatrale che negli anni hanno assunto un valore paradigmatico, sono diventati topoi che occorre conoscere ma che poi è difficilissimo usare quando si costruiscono nuove narrazioni che in qualche modo devono contenerli. È questo certo il caso delle grandi miniere di zolfo siciliane e della loro presenza, non solo nella memoria di tante famiglie siciliane e nella cultura popolare di buona parte dell’isola, ma anche in numerose e celeberrime pagine della letteratura siciliana (Verga, Pirandello, Sciascia, Rosso di San Secondo): luoghi di sfruttamento bestiale, di schiavitù, luoghi di lavoro e sacrificio, di dolore, di lutto e di affetti stroncati, luoghi di costruzione di ricchezza e di lotta politica, di economia proto-capitalistica, luoghi capaci di generare racconti e fantasmi. È questa la prima difficoltà che affrontano opere come “Pinuccio”, lo spettacolo che Aldo Rapè (attore, regista, teatrante a tutto tondo e da qualche tempo anche direttore del Teatro pubblico di Caltanissetta), ha presentato sabato 23 febbraio scorso sulla scena dello “Spazio Franco” a Palermo. Si tratta della storia di Peppino, un bambino rinominato Pinuccio appena prima di cominciare a lavorare nella miniera di zolfo di Gessolungo a Caltanissetta, a dieci anni: rimasto orfano di padre (zolfataro morto nel buio di quella stessa miniera), diventa “carusu di miniera” e scende a lavorare nudo nelle viscere della terra con gli altri due suoi fratellini (rispettivamente di otto e sei anni). Inutile dire l’orrore che può suscitare oggi il pensiero di un così violenta pratica di sfruttamento che si è abbattuta su bambini inermi nelle nostre terre, in Europa, nel cuore del Mediterraneo, sino a pochi decenni fa. Ciò che conta politicamente è che pratiche del genere siano state abolite e siamo giustamente rifiutate ed esecrate moralmente. Dal punto di vista artistico ne scaturisce il rischio, presente e pressante, di cadere nel già visto/già sentito e quindi, sostanzialmente, di lavorare su qualcosa che non ha vera necessità estetica. Un rischio paralizzante e non facile da evitare del tutto. Aldò Rapè sa trovare però il modo per venirne fuori (quasi) indenne: è il modo è lo stile dell’attore, la cura del linguaggio teatrale e del ritmo, il sorvegliato e lentissimo dispiegarsi della parola d’attore che è suono, corpo, ritmo, consapevolezza storica, incantamento. Interessante, densa di echi e ben calibrata anche la presenza degli apporti sonori prodotti da vivo da Sergio Zafarana. Uno spettacolo insomma lieve e ben fatto, che suscita emozioni e domande che afferiscono, con autenticità, alla sostanza storico-politica del nostro presente e della nostra umanità globalizzata. Certo ci vuole intelligenza e un bel mestiere per arrivare a questo punto ed è la bella sorpresa che in questo lavoro Rapè riserva al suo pubblico.

Paolo RANDAZZO

PINUCCIO, di e con Aldo Rapè, musiche originali dal vivo Sergio Zafarana, Zafarà. Produzione Prima Quinta Teatro. Crediti fotografici di  Lillo Romano.

Link a Dramma.it

 

 

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Stagione INDA 2018. Tra Eracle e Edipo, la tragedia greca parla al presente.

Posted by identitalterit su 8 febbraio 2019

SIRACUSA. La messinscena contemporanea di un testo tratto dall’antica drammaturgia attica non può essere solo un’operazione artistica, ma implica sempre una riflessione più ampia di natura antropologica e filosofica. Una riflessione che ha come oggetto “un’alterità”, lontana eppure storicamente e culturalmente determinata (quella classica), che diventa segno e simbolo di quell’alterità assoluta che, oggi più che mai, è il cuore di ogni più avvertito pensiero dell’uomo su sé stesso. Una riflessione che assume, quasi per necessità, la forma del dialogo tra un testo antico (spesso bellissimo ma che può essere compreso appieno solo a partire dalla conoscenza di un contesto che in gran parte ci sfugge) e una poetica contemporanea che non può che attrarlo a sé tradendolo, distorcendolo, maltrattandolo. E quanto più importante, profondo autentico è questo dialogo, tanto più profondo, fecondo e necessario diventa lo spettacolo che da esso scaturisce. Può sembrare pretenzioso o strano premettere tali considerazioni ad una semplice recensione giornalistica, eppure si tratta di considerazioni necessarie se davvero si vuol capire il senso di spettacoli, grandi e importanti, come quelli che vanno in scena annualmente nel contesto delle Rappresentazioni classiche del Teatro Greco di Siracusa. Raccontiamo questa volta degli spettacoli della Cinquantaquattresima stagione Inda diretta da Roberto Andò (dal 10 maggio, a giorni alterni, fino al 24 giugno, lunedì riposo), raccontiamo dell’Eracle di Euripide diretto da Emma Dante e dell’Edipo a Colono di Sofocle diretto dal regista greco Yannis Kokkos.

Lo spettacolo di Emma Dante è tutto giocato sul ritmo, sulla coralità, su forme, stilemi e colori che caratterizzano in modo costante e da decenni il teatro di questa artista. Il testo parte dalla traduzione elaborata da Giorgio Ieranò, le scene (molto belle e luminose) sono di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le musiche di scena di Serena Ganci, le coreografie di Manuela Lo Sicco, il disegno luci di Cristian Zucaro: al di là del traduttore, si tratta ovviamente di una equipe, affiatatissima e ben rodata da anni di lavoro comune, che sa rendere perfettamente e in ogni minimo elemento la poetica della Dante. In scena ci sono Serena Barone (Anfitrione), Naike Anna Silipo (Megara), Patricia Zanco (Lico), Maria Giulia Colace (Eracle), Francesca Laviosa (Iris), Arianna Pozzoli (Lyssa), Katia Mirabella (Messaggero),  Carlotta Viscovo (Teseo), Serena Lippi, Arianna Pozzoli ,  Isabella Sciortino (figli di Eracle), Samuel Salamone (Corifeo), Sabrina Vicari, Mariella Celia, Silvia Giuffrè  (danzatrici), Serena Ganci e Marta Cannuscio (musiciste), il coro maschile dei vecchi Tebani realizzato (ancora un ribaltamento ma questa volta al femminile e con toni comico-grotteschi) dai giovani dell’Accademia d’arte del Dramma Antico di Siracusa. Il segno primo e principale da cui sembra dispiegarsi la lettura che si dà del testo euripideo è la bellissima scenografia firmata da Maringola: un cimitero di marmo bianco con decine e decine di ritratti e di foto e con sepolcri che il tempo ha svuotato e la pioggia ha riempito d’acqua. In questa scenografia, in cui il biancore del marmo non è mai (o non è più) astratto neoclassicismo ed anzi rimanda immediatamente ad un dolore familiare e ancora caldo d’affetti, un dolore privato o comunque di una comunità definita (e siamo proprio nel pieno della poetica della Dante), ecco stagliarsi la distruttiva prepotenza del potere e subito dopo la violenza assurda della follia e della fragilità umana. Tre grandi momenti: Lico con violenza prova a usurpare il trono di Eracle che si trova fuori città (impegnato nella fatica contro Cerbero); Eracle ritorna e, dopo aver ristabilito il suo legittimo potere in città, colpito all’improvviso, tramite Iris e Lyssa, dalla follia di Era, stermina la sua famiglia uccidendo moglie e figli; Teseo ritorna e aiuta Eracle a ritornare in sé, non suicidandosi come la morale eroica probabilmente avrebbe richiesto (si pensi ad Aiace), ma accettando di restare in vita e di portare per sempre il fardello del dolore che certo è poco eroico, ma è totalmente, profondamente umano. La regista ha saputo leggere il testo di Euripide con occhi limpidi e attenti, è riuscita a penetrare con intelligenza questo dispositivo di senso, a convertirlo con energia e delicatezza in un potente e saporito spettacolo mediterraneo che riesce a trasmettere coralmente la potenza del mistero tragico. Coralmente: uscendo da teatro si ricorda lo spettacolo non il singolo attore interprete (sebbene vi siano state delle solidissime prove d’attrice nelle interpretazioni di Naike Anna Silipo e di Katia Mirabella). Va intesa in questa direzione di coralità anche la scelta di ribaltare al femminile l’intero cast della tragedia: nessuna rivendicazione femminista e/o politicamente corretta, ma probabilmente il desiderio di riscrivere e il dramma euripideo senza alcun sacro timore e, allo stesso tempo, di ri-mescolare nello spazio della sua lingua teatrale i tanti elementi della complessa teatralità euripidea: la terribile paradossalità del fato, la forza oscura, negativa e persino violenta dell’azione degli dei nel mondo, la comicità involontaria e goffa, se non proprio volgare, del (di ogni) potere privo di nobiltà, l’incapacità della morale (eroica) tradizionale tradizionale di parlare al presente di costruire il futuro, la accettazione della umanità come unica misura della realtà. Cosa non convince di questo spettacolo? La quantità eccessiva di segni che, se inseguiti nella loro puntale e persino interessante significatività o allusività (la divaricazione nella tipologia delle musiche scelte, l’allusione ripetuta al mondo dell’Opera dei pupi come a quello dei cartoni animati giapponesi, dei video giochi, dei super eroi, le danze che sono insieme vagamente dervisce e vagamente brasiliane, l’uso ludico dell’acqua quale simbolo di vita e di vitalità tradita), sviano, distraggono e talvolta spengono l’incandescenza del mistero tragico proposto da Euripide, in ogni caso non aggiungono alcunché di significativo all’economia complessiva della messinscena.

Assai diversa, eppure anch’essa affascinante, è la messinscena dell’Edipo a Colono di Sofocle diretta da Kokkos che di questo allestimento ha curato anche le scene: si tratta di uno spettacolo giocato sulla bravura degli attori, sulla capacità degli interpreti di inerpicarsi tra le vette poetiche del grande, enigmatico e paradigmatico insieme, testo sofocleo. Le musiche sono di Alexandros Markeas, i costumi di Paola Mariani, il disegno luci di Giuseppe Di Iorio. In scena ci sono Massimo De Francovich (Edipo), Robeta Caronia (Antigone), Sergio Mancinelli (Straniero), Davide Sbrogiò (Corifeo), Eleonora De Luca (Ismene), Sebastiano Lo Monaco (Teseo), Stefano Santospago (Creonte), Fabrizio Falco (Politice), Danilo Nigrelli (Messaggero), Massimo Cimaglia, Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Tatu La Vecchia, Eugenio Maria Santovito, Carlo Vitiello (coro recitante dei vecchi ateniesi) e ancora i ragazzi e le ragazze dell’Accademia d’arte del Dramma Antico per il resto del coro e delle presenze sceniche. L’impianto scenografico e i costumi riportano a un confine, a una frontiera europea di un vago secondo dopoguerra, tra durezze e resistenze, tentazioni autoritarie e/o derive poliziesche, doverose difese di valori politici nobili e, su tutto, una grande statua d’uomo che, schiena rivolta al pubblico, sovrasta la scena intera e ne rappresenta (ne vuol rappresentare) in qualche modo la sintesi. Viene in mente l’aforisma di Sant’Agostino che alla domanda “Quid est veritas?” rispondeva con l’anagramma della stessa domanda “Est vir qui adest”: l’uomo che c’è, quello che sovrasta, appunto. Varrà per Cristo certo, vale già per Edipo. Che dire? Gli attori sono tutti all’altezza del grande testo e la messinscena, tagliata elegantemente nel silenzio, appare semplice, rigorosa, intelligente, aderente all’altezza della poesia sofoclea che ondeggia continuamente tra l’emozione e l’interrogazione filosofica, tra la luce del coraggio (o della miseria umana) e l’oscurità imperscrutabile della realtà e del destino. Lo spettacolo è tenuto per mano dagli attori: dal protagonista, De Francovich che, pur nella piena padronanza e intelligenza del personaggio, sembra restare sempre estraneo a qualsiasi posa da mattatore (e questo è un bene che va sottolineato) a Sbrogiò che è un corifeo energico e sensibilissimo, da Sebastiano Lo Monaco (che, pur nella sua consueta dimensione di generosità attorale, dà prova nel ruolo di Teseo di sapersi contenere e autodisciplinare) a Santospago (che è un Creonte scafato e però capace di far balenare una straordinaria complessità di  sotto-testo). Uno spettacolo rigoroso, pulito, senza però quel colpo d’ala – occorre dirlo – che avrebbe consentito di trovare, insieme con l’allusività politica che è giusta, pervasiva e ben giustificata, un oltre necessario di sapienza e di spiritualità. Un oltre necessario che, ad esempio, sviluppasse da un lato più concretamente il motivo del confine evocato dalla scenografia e dall’altro focalizzasse meglio la profondità magico-rituale presente (soprattutto, ma non solo) nell’episodio conclusivo del testo ma poco e mal visibile nello spettacolo.

 

Paolo RANDAZZO

 

 

Crediti fotografici per l’Eracle: Franca Centaro e Tommaso Le pera. Crediti fotografici per l’Edipo a Colono: Gianni Luigi Carnera e Franca Centaro.

 

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la guerra del Peloponneso

Posted by identitalterit su 23 aprile 2018

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Viaggio in spagna (Madrid e Andalusia) luglio 2017

Posted by identitalterit su 3 settembre 2017

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Nel fuoco in chorus di Peppe Massa, Sutta scupa.

Posted by identitalterit su 11 gennaio 2017

PALERMO. “Nel fuoco in chorus (reprise)” di Giuseeppe Massa è uno spettacolo interessante perché, pur dispiegandosi in una dimensione di costruzione ampia e corale, riesce a conservare il tagliente rigore politico che lo aveva caratterizzato positivamente nella forma scenica del monologo. Lo si è visto in scena a Palermo, ai Cantieri culturali della Zisa (Sala Perriera), il 29 e 30 dicembre scorsi. La vicenda rappresentata è quella realmente accaduta del suicidio di Noureddine Adnane, un giovane migrante marocchino, venditore ambulante, indotto al suicidio (l’11 febbraio 2011 si dà fuoco, in pieno giorno, a Palermo) dalle continue vessazioni di alcuni agenti della polizia municipale che gli ingiungevano continuamente (in malafede) di spostarsi e vendere altrove la sua povera mercanzia. In scena: Chadli Aloui (attore intenso e capace di misura nel ruolo del protagonista Noureddine Adnane) e poi il coro multietnico di vigili urbani composto da Joseph Anane, Emiliano Brioschi, Mohamad Dani, Paolo Di Piazza, Ilenia Di Simone, Irene Enea, Hamidou Jallow, Valentina Lupica, Max Mondon, Frank N’guessan, Giuseppe Tarantino; suoni e musiche di Giuseppe Rizzo, scene e costumi di Linda Randazzo e Mattia Pirandello. L’esemplarità tragica della vicenda appare evidente a occhio nudo e Massa, quasi brechtianamente, sa coglierla e non fa nulla per nasconderla, anzi la mette bene in evidenza: quei vigili urbani diventano maiali tutti rosa (nell’immagine si condensano insomma il giudizio politico e la memoria colta che attinge a Orwell) e la polis (qualunque polis e per Palermo il discorso diventa paradossale e persino grottesco, visto il suo rinomato e diffuso culto della legalità) che, nascondendosi nella vigliaccheria ipocrita delle leggi da applicare in modo ferreo, rifiuta e umilia l’alterità e non accoglie con umanità lo straniero indifeso, pecca inevitabilmente di hybris e sarà colpita e travolta da chi non ha nulla da perdere e non ha paura di morire. Noureddine aveva solo il suo nome, la sua dignità di uomo e di lavoratore (un venditore ambulante non è un mendicante), il sogno di tornare prima o poi in Marocco con qualche soldo in più per la sua piccola Habibi, senza deludere la sua bambina. Niente di più, eppure quel poco glielo toglievano in branco irridendolo (lo chiamavano Franco per non scomodarsi a imparare il suo vero nome arabo), minacciandolo, mordendolo crudelmente (spostati! Sposta la tua mercanzia, sposta quelle bamboline) meschinamente. La forma corale consente inoltre di innestare nel soggetto centrale, che è l’acre e dolorosa vicenda di Noureddine, una lunga serie di motivi, allusioni, possibilità che accrescono l’interesse di questo lavoro senza appesantirlo più di tanto: il contesto umano degradato delle periferie urbane (il vecchio bar come unico luogo di socialità e incontro), la grettezza del linguaggio e dell’immaginario delle tifoserie, il contesto multietnico che non è – in quanto tale – garanzia di rispetto e di convivenza pacifica, l’incrociarsi e fondersi delle lingue e dei dialetti (siciliano, arabo, italiano, francese), il disagio sociale che diventa aggressività e violenza gratuita, il ribaltarsi del luogo comune di “Palermo città naturaliter accogliente” (invece no: per l’accoglienza e l’integrazione ci vuole sempre la responsabilità di scelte e politiche attive), la riflessione tormentata sul senso politico del suicidio (rivolta o resa?), il ricordo della più antica cultura popolare mediterranea che torna come patria perduta (è struggente e bellissima l’antica nenia calabrese che viene cantata dal coro prima della fine). _blg1596-1Il rischio evidente, tangibile è quello di cadere nella retorica dell’ovvio, del politicamente corretto, dell’esemplarità astratta, “dei buoni e cattivi” separati con netto manicheismo: Massa ne sembra lucidamente consapevole, ma resta in equilibrio e, sostanzialmente, riesce quasi sempre a schivarlo. “Quasi”, però: occorre dire “quasi”, perché in fondo, in un mondo – il nostro mondo – che quotidianamente si avvelena di marketing politico e commerciale, che è diventato totalmente cieco e sordo di fronte al dolore degli “altri” e alla dignità calpestata, un po’ di  retorica politica in buona fede (ad esempio il dialetto lümbard di uno dei vigili aguzzini) è davvero un male veniale, del tutto perdonabile. Ciò che invece sembra mancare maggiormente è una riflessione percepibile, prospettica, sul fatto che la violenza del gesto di Noureddine, una violenza che il giovane maghrebino ha rivolto contro se stesso come gesto di dignità e di rivolta, porta invece oggi moltissimi altri Noureddine a farsi assassini fanatici, li porta a imbottirsi di tritolo e farsi scoppiare in mezzo a persone innocenti. Da questo punto di vista del resto, dicono di più e (purtroppo) sono maggiormente profetiche le frasi deliranti e razziste che accompagnarono sui social il suicidio del giovane nord africano e che Massa, anche in questa versione dello spettacolo propone al pubblico a chiusura del suo lavoro.

Paolo Randazzo.

link da dramma.it.

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